pennivendolerie

D’Ingegneri, Agenti Letterari e Ragazzine Cieche

Avete mai avuto la sgradevole sensazione che, se foste un potenziale caso letterario – se foste minorenni e/o paraplegici, orfani, sine reddito, profughi o in qualsiasi modo maltrattati dalla vita – il vostro romanzo incontrerebbe miglior fortuna con case editrici e agenzie letterarie? Sì, vero? Non dovete vergognarvene, non siete soli: benvenuti nel club. E, da oggi, il club ha un eroe.

Leggete un po’ questo post che, come diceva Guareschi, è bello e anche istruttivo: c’è di che ridere e piangere, di che inorridire e consolarsi – ma forse non di che stupirsi soverchiamente. E Alessandro/Angra merita un’ovazione per quello che ha fatto e per l’equilibrio, la lucidità e l’ironia con cui l’ha fatto. E’ tutti noi.

 

teatro

Bibi e il Re degli Elefanti

Se volete, posso anche ammettere che, quando parlavo di compagni immaginari, non lo facevo del tutto senza secondi fini…

Gli scrittori sono gente pessima, vero? Ma il fatto è che, ormai in dirittura d’arrivo, c’è questo:

Piegh1.jpg

La storia narrata in Bibi e il Re degli Elefanti è stata desiderata, discussa e sognata ben prima di arrivare sulla carta e sul palcoscenico.

Da sempre credo fermamente nel potere dell’immaginazione che – come gli Inglesi dicono a proposito di una buona tazza di tè – forse non cura nulla, ma di certo giova a tutto, dalla malinconia alla peste nera, passando per l’unghia incarnita e le pene d’amore.

L’idea di Bibi e del suo elefante immaginario è nata discutendo questa teoria con il Professor Zamboni, pediatra acuto e sensibile, cui premeva una storia che raccontasse di malattia e di speranza. L’associazione tra la speranza e l’immaginazione – e ancor più tra l’immaginazione e quella forza di affrontare la difficoltà che genera e sostiene la speranza – è stata per me immediata e istintiva. E se qualche riluttanza mi frenava dallo scrivere in un campo delicato come quello dell’infanzia, la storia che germogliava via via da questi stimoli ha travolto le mie resistenze: nati da un incontro di pensiero e istinto, di memorie e di concetto, Bibi, Bogus e Giovanna la Pulzella chiedevano con insistenza di essere scritti.

Secondo gli studi recenti in materia, i due terzi dei bambini si creano dei compagni immaginari: amici fedeli e rassicuranti da cui ricevere appoggio, complicità e conforto, punti di riferimento all’interno di dimensioni psicologiche chiuse o perdute per gli adulti. Mi sono chiesta quanto più acuto debba essere il bisogno di queste “presenze” – così diffuso tra i bambini sani e felici – per un bambino che si sente derubato della sua infanzia e, forse, tradito dall’impotenza degli adulti di fronte al nemico invisibile chiamato malattia. Bogus e Giovanna non simboleggiano, come teme la mamma di Bibi, una fuga dalla realtà: rappresentano invece la forza interiore dell’individuo, la costruzione di un carattere e la ricerca di una bussola morale. Nei suoi compagni immaginari, senza saperlo, Bibi costruisce non soltanto la sicurezza di cui ha bisogno e un elemento magico che trasfigura la sua situazione, ma anche un senso di ciò che è giusto e sbagliato. Nel momento del bisogno, della sofferenza e dell’incertezza, in Bogus e Giovanna – ovvero nel dialogo con se stessa – Bibi trova coraggio, speranza, bellezza, perseveranza e principi: in una parola, cresce.

La dimensione teatrale restituisce alla vicenda di un piccolo essere umano che sboccia in circostanze dolorose il sogno e la magia sospesa di una favola vista con occhi bambini.

libri, libri e libri

Luoghi Manzoniani

Itinerario_manzoniano.jpgTornata dai Luoghi Manzoniani. Sì, perché ottobre si avvicina, e la lettura dei Promessi Sposi riprende e, intanto, la UTE ha portato discenti e docenti in quel di Lecco a vedere di persona i luoghi dove si svolge il romanzo e, probabilmente, dove l’idea è nata in qualche forma molto embrionale.

La prima visita è stata a Villa Manzoni, in quello che un tempo era un villaggio chiamato il Caleotto (nel senso di “otto case in tutto”) e adesso è  parte di Lecco. Solida e squadrata villa nobiliare, ricostruita nell’Ottocento su un precedente edificio seicentesco, con qualche salone a grottesche, un bel giardino e bellissime cantine scure. Nel piano terra (l’unico visitabile) sono esposti la culla di Manzoni, un’acconciatura a raggiera come quella Villa_Manzoni.jpgdescritta nel romanzo, quadri, stampe e un certo numero di libri: varie edizioni dei PS, fonti del romanzo, altre opere dell’autore. La cosa più interessante, però, è che questo è il posto dove Manzoni è cresciuto, dove ha sviluppato il suo interesse per i libri e una predisposizione ad immaginare storie e personaggi… Non è difficile immaginarsi il piccolo Alessandro qui e cercare le radici del romanziere in qualche gioco solitario di make-believe nel giardino e nei cortili. Almeno finché non si esce dal portone e ci si ritrova davanti all’edificio moderno che sarà anche di Renzo Piano, ma è francamente brutto.

Dal Caleotto siamo passati a Pescarenico, a sua volta inglobato in Lecco. Nell’espandersi, però, la città ha inghiottito senza distruggerlo il borgo di pescatori in riva all’Adda, con i suoi vicolini medievali e la chiesa dei Cappuccini. Del convento di Fra Cristoforo non rimane granché (se non un salone dove signore del luogo vendono cioccolata, magliette e “noci di Fra Galdino”) ma la piazzetta che guarda sul fiume potrebbe ancora essere il posto dove il piccolo Menico è tentato di fermarsi a guardare i pescatori che ritirano le reti. Sulla riva del fiume c’è un masso che, ci dicono, indica il punto dell’attraversamento di Lucia e del conseguente Addio Monti. A poca distanza è persino ormeggiata una barchetta con i cerchi (batel nell’idioma locale), come quelle che si vedono nelle illustrazioni ottocentesche. Manco a dirlo, la barchetta si chiama Lucia.

In realtà, tutto qui si chiama Lucia, o Renzo e Lucia, o Promessi Sposi, o Fra Cristoforo o con qualche nome connesso al romanzo: vie, piazze, alberghi, ristoranti, sale pubbliche, barche… un vago senso di monomania assale il viaggiatore.

innominato.jpgTappa successiva, Somasca. Dalla chiesa dei Padri Somaschi, nonché santuario del loro fondatore San Gerolamo Emiliani, si sale al rudere di un castello che non è il Castello dell’Innominato. O meglio: lo è nel romanzo, anche se non è davvero il castello di Bernardino Visconti, l’originale storico dell’Innominato. Tuttavia, arroccato com’è su uno sperone di roccia, con vista su valli e strapiombi, raggiungibile solo per un sentierolino boschivo e una stradetta scavata nella roccia stessa, è perfetto per essere il nido d’aquila di un signorotto sanguinario, orgoglioso e diffidente. Pare che il giovanissimo Manzoni salisse qui su quando veniva a visitare il santuario, e il posto è perfetto per infiammare la fantasia di un ragazzino. Un po’ meno perfetto, se vogliamo, per trascinarci una comitiva proveniente da un’Università della III Età – ciò che ha provocato una dura selezione naturale e una quantità di battute durante l’ascensione e la discesa.

Sotto il castello, visibile da lassù come descritto nel romanzo, c’è il borgo di Chiuso, dove l’Innominato si converte alla presenza del Cardinal Borromeo.

Poi  ci sono un paio di presunte case di Lucia, la chiesa di Don Abbondio, la cappella dell’incontro con i Bravi e il Palazzotto di Don Rodrigo – ricostruito in anni recenti e snaturato alquanto – ora sede del CONI di Lecco, se ho ben capito.

Sullo sfondo il lago, il fiume e le montagne, primo tra tutte il Resegone con i suoi tredici cocuzzoli, e quel cielo di Lombardia che è così bello quando è bello.

I posti sono gradevoli e la presenza del romanzo e del suo autore aleggiano sui luoghi. Ho detto che il castello non è quello dell’Innominato, ma non è vero: non è quello di Bernardino Visconti, ma si tratta di un dettaglio. E’ il posto in cui Manzoni ha immaginato e piazzato il suo Innominato, e lo stesso vale per il Palazzotto, per le case, e per tutto il paesaggio del romanzo, che è bello sovrapporre mentalmente al paesaggio reale, trascendendo i kilometri e i secoli.

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Malinconica nota di chiusura: mentre cercavo un’illustrazione per questo post, mi sono imbattuta in un diluvio di richieste da parte di studenti che chiedono disperatamente soccorso per reperire una descrizione del Palazzotto di Don Rodrigo e/o del Castello dell’Innominato. E’ mai possibile che non venga lor il dubbio che le descrizioni in questione si trovino nel libro? O dare anche solo un’occhiatina al capitolo relativo è troppo per le loro menti implumi? Sospirone.

grillopensante

Logica Disney

disney-beauty-beast.gifLa sospensione dell’incredulità è quel patto che, da tempi immemorabili*, narratore e destinatario della narrazione stringono (più o meno consapevolmente) prima dell’inizio: siamo tutti qui per una storia, tu creami un mondo, e io ne accetterò le regole per un po’ – fintanto che ci rimango dentro.

Faciloneria nella creazione e mancato rispetto delle proprie premesse tendono a condurre il narratore nei pasticci, ma la sospensione dell’incredulità è fatta di materiale più o meno elastico a seconda del destinatario della storia, dell’epoca, della distanza cronologica tra narratore e destinatario, del genere e di molti altri fattori. La SdI di un sofisticato lettore contemporaneo di fantascienza laureato in Fisica Nucleare tenderà a rompersi molto più facilmente di quella di un bambino che ascolta le fiabe, e di certo gli autori di romanzi storici ottocenteschi se la cavavano con disinvolture che adesso decreterebbero l’immediato fiasco di un romanzo – ma non necessariamente di un film.

Ci pensavo qualche tempo fa, mentre riguardavo insieme alla bambina di un’amica La Bella e la Bestia in versione Disney, e mi stupivo di non avere mai notato le macroscopiche incongruenze di trama e caratterizzazione.

Nel prologo, un Narratore con la voce meravigliosa di Nando Gazzolo ci racconta di questo giovane principe egoista, mutato nella Bestia eponima da una fata particolarmente punitiva. I termini della faccenda non sembrano troppo iniqui, a prima vista: se il principe riesce ad amare e farsi amare prima di compiere 21 anni, torna principe, otherwise rimane bestia per sempre. Gli anni passano e il principe va in depressione: chi avrebbe mai potuto amare una bestia? Si chiede Gazzolo in tono semitragico.

In realtà, a me la domanda rilevante sembra un’altra: chi avrebbe mai potuto trovare la bestia e provare ad amarla, visto che il castello sembra essere sperduto nel bel mezzo di una intricatissima foresta, lontano da tutti i sentieri battuti, e chiunque ci capiti per caso viene energicamente scoraggiato dal rimanere? Vista in quest’ottica, la punizione della fata assume all’improvviso l’aspetto di una condanna a vita che, inflitta a un bambino di undici anni, sembra un tantino drastica.

Undici anni? Ebbene sì: gli oggetti parlanti ripetono più volte che il castello è stregato da dieci anni, e Belle salva il principe-bestia appena prima del suo ventunesimo compleanno, per cui, se l’aritmetica non è un’opinione, le fate Disney sono pronte a condannare senza appello i bambini viziati ed egoisti, con la beffa aggiuntiva di una possibilità di redenzione dalle condizioni-capestro. Inquietante. 

Oddìo, poi forse così sperduto il castello non è, visto che il padre di Belle ci capita per caso, e Belle stessa raggiunge il posto senza eccessiva fatica – per non parlare poi degli abitanti del villaggio, ma allora c’è qualcosa d’altro che non mi torna. Un principe e il suo intero castello vengono stregati senza che nessuno se ne accorga e, appena dieci anni più tardi, gli abitanti di un villaggio within walking distance, cascano completamente dalle nuvole nell’apprendere la storia?

Forse di quest’ultimo particolare non bisogna stupirsi poi troppo, quando si considera che Belle, la diciottenne intellettuale (e proto-femminista) del villaggio, legge con trasporto e passione… Giovannino e la Pianta dei Fagioli Magici**, tra l’ammirata incomprensione dei suoi compaesani. Ma non facciamo del sarcasmo, e limitiamoci piuttosto ad osservare che sarebbe stato abbastanza semplice eliminare parte dei problemi dando all’incantesimo della fata l’effetto di modificare lo scorrere del tempo in qualche modo.

Invece no: gli autori (Linda Woolverton e Roger Allers, mica gli ultimi sprovveduti) strattonano deliberatamente la sospensione dell’incredulità dei loro piccoli spettatori, non preoccupandosi di creare dei problemi per quando gli spettatori, verso la quarantina, rivedranno il film e si faranno qualche domanda logica.

Ma d’altra parte, ammettiamolo: chi, nella sua fanciullezza, si è mai posto il problema? La Bella e la Bestia è un delizioso film e, se anni, distanze e logica non tornano troppo, tanto peggio per chi è cresciuto, ha ristretto la sua SdI e si è dimenticato che, all’interno delle fiabe, le cose funzionano in un altro modo.

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* Anche se il primo a teorizzarlo più o meno in questi termini è stato Coleridge.

** Qualcuno ha un’idea di quale possa essere l’altro libro, quello che il libraio regala a Belle? “Incantesimi, posti esotici, intrepidi duelli, un principe misterioso…” Più il particolare che l’eroina s’innamora dell’eroe prima di scoprire che è il suo re. Da ragazzina me l’ero chiesto molte volte. In realtà potrebbe benissimo essere una collezione di dettagli affastellati a caso, ma visto che la fiaba è una fiaba effettiva…

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La Nobiltà delle Lotterie

Posto che il ricatto morale è alla base di molta parte della pubblicità, e considerando che in Spagna la lotteria è una cosa seria*, raramente mi è capitato di vedere qualcosa di tanto spudorato come l’attuale campagna della Loterìa Nacional spagnola.

“Dietro ogni biglietto c’è una storia,” recita lo slogan, e i cartelloni pubblicitari in giro per Madrid mostrano la sagoma di un biglietto numerato tracciata in bianco a incorniciare parte di una fotografia: una ragazza cieca con il suo cane-guida, un ragazzo paraplegico che gioca a pallacanestro in sedia a rotelle…

‘Cipicchia!

L’idea è, chiaramente, che le persone comprano i biglietti della lotteria sognando di venire incontro ad esigenze serie, di realizzare desideri essenziali e importanti, e quindi la lotteria è una cosa seria anche in tempo di crisi – soprattutto in tempo di crisi. Tuttavia, quand’anche mi fosse venuto l’uzzolo di comprare un biglietto della lotteria in Spagna, mi pare che avrei dovuto combattere una certa qual tentazione di sentirmi in colpa: in fondo, io ci vedo e cammino benissimo, non è che col mio biglietto mi metto in competizione con la ragazza cieca e il ragazzo paraplegico, diminuendo le loro possibilità e rischiando di strappare loro qualche milioncino? No, naturalmente, ma non sono certissima che mostrarmi la concorrenza sotto forma di coraggiosi sventurati sia il più brillante degli incentivi.

E’ possibile che, nella loro astuta opera di nobilitazione della lotteria, i creativi ingaggiati dalla lotteria stessa siano stati un pochino troppo astuti…

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* Cartello visto in Plaza de la Puerta del Sol la seconda settimana di settembre: “Qui trovate già i biglietti della lotteria di Natale. E’ probabile che siamo i primi in tutta la Spagna!”

 

scrittura

La Scrittura da Dentro a Guidizzolo

LocGuidizzolo.jpgA quanto pare, questa è la Shameful Self-Promotion Week, e allora lasciate che vi dica che martedì 28 inizio una nuova versione di La Scrittura da Dentro presso la Biblioteca di Guidizzolo (MN).

Nuova, perché questa volta è in quattro lezioni soltanto, quattro incontri di due ore ciascuno – e dico “soltanto”, ma in realtà in questi ultimi quattro anni LSdD* si è reincarnato in molteplici variazioni, con un numero d’incontri compreso tra due e sei.

Ogni volta è stato necessario ripensarlo in parte: quali sono le cose veramente fondamentali? A che cosa posso rinunciare? Meglio concentrarsi sulla teoria o alternarla ad esercitazioni pratiche? Le persone che ho davanti saranno più interessate a un tour guidato dietro le quinte o a un apprendimento hands-on? Ad analizzare testi o a sperimentare delle tecniche?

Il risultato è che LSdD è diventato un corso estremamente versatile, fatto per essere adattato facilmente alle esigenze di una scuola, di una biblioteca, di un’università della III età. E’ un corso di scrittura e di lettura al tempo stesso, con un nucleo di fondamentali, un equilibrio variabile tra teoria e tecnica, e margini abbastanza ampi per poter aggiustare il tiro in corsa.

Questa volta ci si concentra su trama e struttura, punto di vista e voce narrante, caratterizzazione dei personaggi, dialoghi e linguaggio, con una certa quantità di esercizi pratici e le consuete digressioni sul perché aprire il cuore e versare il contenuto sulla pagina non è, in linea di massima, una buona idea.

Per chi sta a Guidizzolo o in ragionevoli vicinanze, le iscrizioni sono aperte fino a sabato. Per chi fosse interessato pur abitando altrove, LSdS e io siamo for hire: se volete segnalarci alla vostra biblioteca, scuola, istituzione culturale o altro…

Er, sì. Come dicevo, shameful self-promotion.

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* Dove si vede che la gente farebbe bene a considerare le implicazioni degli acronimi prima di battezzare corsi, seminari e cose del genere…

bizzarrie letterarie

Dipende

Rgreene.jpgStoria, sacre scritture, agiografie e letteratura sono piene di gente che vive male e poi si pente in punto di morte, con smisurato tripudio in cielo e generale edificazione in terra. Centesime pecore e tutto il resto – fin qui nulla di particolarmente originale.

Robert Greene era una centesima pecora alquanto eccentrica. Dopo avere condotto una vita tale da apparire sregolata persino per gli standard piuttosto laschi della Londra elisabettiana, si pentì in punto di morte e, prima di lasciare le penne in un’indigestione di aringhe sott’aceto e vino del Reno, forse scrisse un libello chiamato Greene’s Groatsworth of Wit Bought With a Million of Repentance.

Un libello singolarmente velenoso, per essere l’ultimo belato di una Centesima Pecora, e francamente non saprei dire quanto si sia gioito in Paradiso: Greene, se davvero ha scritto il Groatsworth, avrebbe usato il suo ultimo inchiostro per esporre e censurare (sotto forma d’invito al pentimento) vizi e difetti di molti suoi contemporanei. Uno degli oggetti del livoroso zelo di Greene era Kit Marlowe, descritto come un ateo, un bestemmiatore e un corruttore di menti, più bisognoso di contrizione e perdono di chiunque altro. Meno pio e più bilioso era un attacco a un arrampicatore presuntuoso, un corvo in piume di pavone, i.e. un attore (gentaglia!) che osava scimmiottare l’arte poetica senza nemmeno possedere una L-A-U-R-E-A!!* Qualora i particolari non fossero stati sufficienti, pensò bene di rendere tutto più esplicito affermando che il Corvo si considerava il solo squassatore delle scene inglesi. Shake-scene, got it?

Non del tutto incomprensibilmente, quando Greene morì e lo stampatore Henry Chettle pubblicò il Groatsworth come opera postuma, Shakespeare non la prese bene. E neppure Marlowe, del resto – o forse no, e qui la cosa si fa interessante.

Pochi mesi dopo l’uscita del libello, Chettle, che era a sua volta un autore e un personaggio equivoco**, nonché fortemente sospettato di essere il vero autore del Groatsworth, si affrettò a spiegare, in una lamentosa e ruffianissima prefazione al suo Kind Heart’s Dream, che uno o due degli autori attaccati dal defunto Greene se l’erano presa con lui – ciò che non gli pareva del tutto giusto, ed era prontissimo a scusarsi con uno dei due, che nel frattempo aveva incontrato e imparato a stimare. L’altro non lo conosceva, né ci teneva a farlo. Sottintendendosi che questo secondo personaggio, se si riteneva offeso, poteva attaccarsi al traghetto sul Tamigi e fischiare in curva.

E qui cominciano i dubbi. Di sicuro a nessuno era piaciuto troppo farsi diffamare dal libellista misterioso, ma chi erano i due che avevano protestato abbastanza rumorosamente da spingere Chettle alle scuse pubbliche?

Marlowe è una risposta plausibile, perché era stato attaccato su un argomento che, se maneggiato con insufficiente cautela, all’epoca poteva condurre alla forca. Inoltre, Kit non era noto per la sua mitezza di carattere e proclività al perdono, e disponeva anche di qualche amico influenti. Shakespeare è meno ovvio. Che il corvo arrampicatore fosse lui è probabile, anche se all’epoca non era ancora un autore particolarmente celebre – certo era molto meno celebre di Marlowe, ma proprio per questo gli si adatta la taccia di parvenu della scena letteraria londinese. Quella di lupo in vesti d’attore (nell’originale Tyger in Player’s Hyde) sembra meno calzante, ma d’altra parte è una citazione dall’Enrico VI, e dobbiamo presumere che sia dov’è per ulteriore identificazione del bersaglio, o per qualche altra ragione più criptica che aveva senso per i lettori dell’epoca.***

Questo non significa necessariamente che sia stato lui a protestare: niente di quello che sappiamo di Shakespeare ci fa pensare che fosse un personaggio litigioso, probabilmente nel ’92 non disponeva ancora di connessioni personali con gente abbastanza influente da fare paura a Chettle, e comunque gli strali di Greene avevano colpito vari altri autori e poeti, in particolare l’irascibile Thomas Nashe e l’appena meno fiammeggiante George Peele. Tuttavia, supponiamo pure – come generalmente si fa – che i due protestatori fossero davvero Marlowe e Shakespeare: chi tra i due era meritevole di scuse, e chi il soggetto che Chettle non voleva nemmeno conoscere?

La risposta più diffusa è quella ovvia. Da un lato era prudente da parte di Chettle dissociarsi per quanto possibile da un bestemmiatore ateo; dall’altro, è difficile pensare che qualcuno potesse descrivere Kit come “tanto civile nei modi quanto eccellente nella sua professione”, o che “diverse persone pie” avessero “testimoniato la sua rettitudine”.

Però di recente ho letto una biografia di Marlowe che dava tutta un’altra lettura della spudorata captatio benevolentiae di Chettle: secondo M.J. Trow, quello la cui opinione non contava un bottone era il provinciale illetterato, il nuovo arrivato di nessun conto, l’attore**** che osava aspirare all’empireo dei poeti. Ma come si applica a Marlowe l’altra metà del disclaimer? Secondo Trow, con un misto di pura e semplice verità (l’eccellenza artistica) e abietta capitolazione di fronte alle giuste pressioni: non dimentichiamoci che stiamo parlando del giovanotto per cui, pochi anni prima, il Consiglio Privato della Regina aveva costretto un intero senato accademico a fare un passo indietro. Figurarsi un Chettle! Se traduciamo divers (persons) of worship come “persone degne di reverenza” invece che “persone pie” (e l’Inglese del tempo lo consente), l’interpretazione calza.

Secondo me ci sta bene anche l’ipotesi di un’ombra di sarcasmo: mi è facile immaginare Chettle che, verdino in viso, lacerato tra paura, umiliazione e furia, cerca il giusto tono per le sue scuse e le sue lodi. Meglio non gettarsi da sé dalla padella nella brace, ma l’adulazione insincera può diventare una satira molto sottile, di un genere a cui è difficile replicare senza rendersi lievemente ridicoli…

A parte le mie speculazioni, resta il fatto che l’argomentazione di Trow, per quanto eterodossa, sta in piedi abbastanza bene. La morale è la solita: non c’è (quasi) nulla che, una volta fatto ruotare, inclinato a 45 gradi e tinto di violetto, non possa essere visto in un altro modo. Oh, e magari procurarsi un biografo con una buona vena logica è un solido investimento per il futuro.

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* Greene, manco a dirlo, era laureatissimo. M.A. al St.John College di Cambridge.

** Equivoco è una coperta molto larga all’epoca. Qui nel senso di debitore insolvente e recidivo, inquilino a Marshalsea più di una volta, implicato in una faccenda di libelli politico-religiosi, probabilmente colpevole del Bad Quarto di Romeo e Giulietta… più la faccenda di Greene. Non proprio una cara persona.

*** C’è una teoria, neanche troppo campata in aria, secondo cui il Corvo sarebbe in realtà Ned Alleyn, all’epoca il grand’uomo dei teatri londinesi. Ecco, Ned Alleyn non sarebbe stato tipo da starsene zitto e quieto, ma difficilmente Chettle l’avrebbe degnato di una risposta, meno ancora di pubbliche scuse.

**** Quasi sinonimo di scarafaggio, nel contesto. D’altra parte, Greene era convinto che gli attori in generale (e Alleyn in particolare) lo avessero rovinato prendendosi il frutto dei suoi sforzi.

pennivendolerie

Quella lì è una scrittrice

Ero sul treno Mantova-Milano, sabato mattina, e dall’altra parte del corridoio erano sedute due signore che, ogni tanto, mi guardavano e poi tornavano a parlottare fra loro.

Mentre tutti scendevamo a Milano, ho sentito una delle due dire all’altra che sì, ero proprio quella scrittrice là. Avevano un accento mantovano ed erano salite a Mantova, e quindi non è esatto dire che sono stata riconosciuta a Milano, però…

Ripensandoci, spero vivamente che “quella scrittrice là” non significasse “l’autrice di quell’orrido romanzo che mi ha regalato mia suocera – dopo averne lette venti pagine con immane sforzo ho deciso che potevo usarlo per tappare lo spiffero della finestra nel bagno di servizio”.

Può sempre capitare anche quello: una volta, durante una presentazione, una signora mi ha rimproverata aspramente perché ne Lo Specchio Convesso avevo messo in cattiva luce Vincenzo Gonzaga, e dopo l’occasionale cena pesante mi capita ancora di sognare lo storico che, mentre ci presentavano, mi ha annunciato, fissandomi con occhio di falchetto maldisposto, che disapprovava dal profondo del cuore le libertà narrative che mi ero presa, sempre nello Specchio. La tirata d’orecchi della mia vita, però, l’ho presa per avere scritto ne Il Giglio e la Falce (inedito primo volume di un’ineditissima trilogia) che i sacerdoti vandeani impartivano l’assoluzione preventiva prima della battaglia. E’ assolutamente vero – e per quanto ne so la pratica non era confinata alla Vandea o alla fine del Settecento), ma ciò non toglie che sia stata irragionevolmente bacchettata per averlo scritto.

Ciò che mi consola è che non sono precisamente un caso isolato: Louisa May Alcott fu sommersa dalle lettere di lettrici irate per la morte di Beth in Piccole Donne, e lo stesso accadde a Dickens con la morte della piccola Nell. La cosa buffa è che Nell era stata spedita prematuramente al Creatore su suggerimento di un amico e lettore, cui pareva che un finale drastico si adattasse meglio alla situazione generale. In effetti, Nell è di quella gente troppo buona per vivere che va rimossa da questa terra (o quanto meno dal suo romanzo) con tutta la prontezza possibile, ma resta il fatto che Dickens era sempre molto ansioso di compiacere i suoi lettori. Quello che non aveva calcolato era la possibile reazione delle folle infatuate. Pare che, all’epoca dell’uscita dell’ultima puntata in Inghilterra, le navi inglesi fossero accolte al porto di New York da folle di ansiosi lettori che volevano sapere dai passeggeri in arrivo se Nell fosse viva. Potete immaginare che questa gente, se avesse incontrato Dickens in treno dopo avere saputo la luttuosa notizia, non sarebbe stata amichevolissima. E a proposito di treno, Daniel O’Connel, tostissimo campione dell’emancipazione dei Cattolici d’Irlanda, stava leggendo TOQS in volume durante uno spostamento ferroviario. Quando arrivò alla scena della morte di Nell, scoppiò a piangere e scaraventò il libro fuori dal finestrino.

Posso assicurare con sollievo che le due signore non hanno scaraventato nessun romanzo – mio o altrui – dal finestrino del Mantova Milano.

Spigolando nella rete

La Cinéscénie du Chateau du Puy du Fou

La Cinéscénie è forse il più bello spettacolo son-et-lumière in tutta la Francia. Di sicuro è grandioso, organizzato con larghezza di mezzi e senso dello spettacolo, con uno sterminato cast di volontari della zona, battaglie, cortei, mercati, visite reali e un arco narrativo che copre secoli di storia.

Varie cose mi affascinano nella vicenda del Puy du Fou, ma la più straordinaria è che questa gente ha iniziato negli Anni Ottanta costruendosi le lanterne con i barattoli dei fagioli in scatola e illuminando le rovine del castello con i fari e le gelatine. Sembrava una follia per un paesino sperduto in tanta campagna nel bel mezzo della Vandea, lontano da tutto e con una manciata di abitanti. Adesso hanno questo fantastico spettacolo con tutte le meraviglie tecnologiche immaginabili (comprese le proiezioni laser su uno schermo d’acqua), decine di migliaia di spettatori paganti ogni estate, e grandi attori francesi che fanno a botte per prestare la voce al sonoro in play-back. 

Segno che si può cominciare con un’idea, buona volontà e pochi mezzi, e arrivare molto lontano. 

Buona domenica!

televisione · teorie

Feuilleton

Ho, non da oggi, una teoria.

Avete presente quegli scrittori che nell’Ottocento pubblicavano romanzi a puntate su riviste e periodici? Non sto parlando di scalzacani qualsiasi: naturalmente c’erano anche quelli – e in grande abbondanza – ma al momento ho in mente Dickens, per esempio, e Dumas père.

Ora, pubblicare a puntate era un mestieraccio da cani, più o meno redditizio, perfetto per farsi venire la pressione alta: intanto, ogni settimana bisognava consegnare una precisa quantità di parole, e ogni episodio doveva contenere la sua dose di tensione, terminando, se possibile, con il protagonista (o un altro personaggio di rilievo) in grossi guai… E poi, non c’era spazio per i ripensamenti. Voglio dire, se il personaggio X compariva nel capitolo 3 come amorale, godereccio e nocivo per la protagonista, e poi, cinque settimane e cinque capitoli più tardi, l’autore non sapeva più che farsene di lui amorale, godereccio e nocivo… era troppo tardi, perché il capitolo 3 era già stato letto da più di un mese. E allora, se ci si chiamava Dickens si azzardavano conversioni a 180° in corso d’opera; se si era qualcun altro, si andava avanti brontolando contro il destino malvagio e gli editori aguzzini, e si finiva con lo scrivere storie più modeste del loro potenziale.

In compenso, c’era il feedback immediato, la possibilità di sentire il polso del pubblico e reagire, in un modo o nell’altro, un po’ come un buon attore di teatro risponde all’umore della sala.

Incidentalmente, questo spiega perché tanti romanzi di Dickens trabocchino di trame secondarie, personaggi minori e caratterizzazioni ondivaghe, ma non è questo il punto.

Il punto è, e finalmente veniamo alla mia teoria, che gli eredi di questi scrittori sono gli autori televisivi. Sono loro a dipanare vicende complesse, con un’infinità di personaggi e un diluvio di sviluppi, con un arco narrativo dilatato nel tempo, e più o meno flessibile al feedback del pubblico.

Un esempio? Quando gli ascolti di Murder, She Wrote (La Signora in Giallo) sono calati poco sopra un improponibile 30%, un nuovo produttore ha cominciato a spedire Jessica Fletcher a Boston e New York, a farle tenere corsi universitari di scrittura creativa e criminologia, a farle vivere la vita di una romanziera di successo, con presentazioni, conferenze, traversie editoriali, autografi, contratti da firmare… Risultato? Questa evoluzione del personaggio e del suo mondo ha ricatapultato gli ascolti di MSW sopra il 50%.

E non è a caso che cito un telefilm americano. Senza voler soffrire di esterofilia, personalmente preferisco stendere un tulle misericorde sulla produzione italiana, ma in America esiste una scuola di scrittura televisiva che qui non ci possiamo nemmeno sognare. In parte, va detto, il merito è di un pubblico molto più smaliziato, ma francamente, la pura e semplice qualità di scrittura di certi prodotti americani mi riempie d’invidia oltre ogni dire.

Vogliamo citare un Dr.House, dove tutto è al servizio della caratterizzazione e della sottilissima evoluzione di un singolo personaggio? Con contorno di dialoghi superbi, e di un’asciuttezza meravigliosa nel trattare temi etici controversi.

Oppure Grey’s Anatomy, dove ogni puntata non fa altro che sviluppare lo stesso tema sotto angolazioni diverse, con i personaggi che giocano come facce di uno stesso prisma, e il tutto riesce a rientrare con perfetta scioltezza entro l’arco narrativo.

O ancora Desperate Housewives, dove lo humor è perfido, e dove ogni azione di ogni personaggio scatena conseguenze a cascata, con i problemi che si risolvono sempre in altri problemi peggiori, e ogni apparente soluzione non fa altro che generare nuove e più grosse magagne.

Ah, saper fare tutto questo, stagione dopo stagione, in modo lucido, coerente, brillante, acuto e credibile!

Ecco perché, signori della giuria, si sostiene qui che gli eredi di Dickens e Dumas sono oggi non tanto i romanzieri, quanto gli autori televisivi – e bisogna riconoscerlo: gli Americani lo fanno meglio. Vostro Onore, ho terminato…

…er, no. Mi sa tanto che ho sbagliato telefilm.