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Renault, Corruttori di Valori!!

Abbiamo visto valanghe di campagne pubblicitarie di auto incentrate sulla famiglia: auto spaziose per famiglie numerose, auto sicure per i bambini, auto versatili per consentire alle mamme di caricare carrozzine colossali su mini utilitarie, auto che gratificavano i genitori e facevano sognare i piccoli…

Renault ha sterzato (ancora più bruscamente della Mercedes) da questo filone con una campagna spiritosa e un nonnulla cinica. Aspettatevi di più dalla vita:

E Tutto il resto può aspettare:

Il possesso e la guida di una Renault sono gioie, altro che la maternità/paternità! L’ironia è giocata sull’esagerazione iperbolica del valore della macchina – alla stessa maniera in cui le macchine da caffè diventavano una tentazione per Dio in persona – e sulla decostruzione di una certa specie di mistica della maternità, ma anche sulla stoccatina alle pubblicità “famigliari” di cui dicevamo sopra.

Poi si trovano reazioni come questa, in cui si ulula al crollo dei valori, e allora viene da farsi qualche domanda sulla gente dalla mentalità letterale…

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Festival della Letteratura di Nogara

Nogara.jpg

Piccoli Festival Crescono! Il Festival della Letteratura di Nogara (VR) è nuovo nuovo: parte quest’anno, pensato e organizzato dai giovani dell’associazione L.O.Gi.C.A. (Libera Associazione GIovanile per la Cultura e l’Arte), gente dall’entusiasmo contagioso e dalle idee chiare.

 

Domenica 24 ottobre, alle 17.30, nel Salone del Focolare del bellissimo Palazzo Maggi, ci sono anch’io, con Somnium Hannibalis e con un reading a cura di Hic Sunt Histriones.

Mi piace far parte di questa nuova avventura. Ad Maiora, Festival della Letteratura, e fra dieci, venti edizioni, potrò ricordare che io c’ero!

Qui, intanto, c’è il programma completo: programma.pdf

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Libri Che Non Ci Sono I

Di Libri Che Non Ci Sono ne esistono parecchi tipi – uno tra tutti sono i libri fittizi citati in altri libri. Gli scrittori si divertono un mondo a fare queste cose: creare intere biblioteche inesistenti non per beffa o per divertimento, ma a scopi narrativi di vario genere.

Elizabeth Kostova e Rodney Bolt, per citarne un paio, hanno creato per i loro libri interi apparati bibliografici. O forse non proprio interi, perché parte delle fonti citate sono reali, cosicché quando leggerete di un Sisyphus di San Tommaso d’Aquino o de La Tortura Disposta dall’Imperatore per il Bene del Popolo di Anna Comnena, resterete abbastanza a lungo a domandarvi se questo sia vero… L’intento della Kostova era quello di creare questo genere d’incertezza nel lettore, mentre Bolt intendeva parodiare la prosa accademica e al tempo stesso scrivere un romanzo marloviano da non prendersi troppo sul serio.

Parlando di parodie, l’elenco dei libri dell’Abbazia di S.Vittore di Rabélais (padre del genere) e le letture del Tristram Shandy di Sterne satireggiano chiaramente l’erudizione delle rispettive epoche. Come altro considerare A Treatise on Midwifery del Dr. Slop o i Dramatic Sermons attribuiti a tale Parson Yorick? Ma non è soltanto il mondo accademico a fare da bersaglio a questo genere di strali – basta pensare a The Almshouse, che Trollope attribuisce a Mr. Popular Sentiment, acida caricatura di Dickens in The Warden.

Altri autori creano letterature, mitologie e manuali scientifici per dare profondità e spessore ai mondi che creano. E’ il caso di Tolkien e dei complicatissimi miti della Terra di Mezzo; è il caso della biblioteca di Tumnus ne Le Cronache di Narnia; è il caso dell’Encyclopedia Galactica citata da Aasimov nella serie della Fondazione; è e non è il caso con i libri citati nella Guida alla Galassia per Autostoppisti, i cui titoli sono decisamente più tongue-in-cheek  (Altre Cinquantatre Cose da Fare a Gravità Zero), ad eccezione di un’altra Encyclopedia Galactica, citazione aasimoviana.

Una variante di questo è costituita dal caso Dune, in cui si citano opere che in parte ricoprono lo stesso ruolo di metalegittimazione culturale nella finzione (orrore orror!), e in parte sono scritte da personaggi della storia. La Principessa Irulan sembra essere un’autrice particolarmente prolifica. Rientrano sotto questa categoria anche i libri scritti da Thursday Next e dal Gatto dell’ex-Cheshire secondo Jasper fforde. Qualcosa del genere – ma sottilmente diverso – fa A.S. Byatt in Possession: i libri, le poesie e le lettere di Ash e Christabel servono da due lati come espediente narrativo (narrano la vicenda ottocentesca e collegano i due piani temporali), e da un terzo lato stabiliscono entrambi i personaggi come intellettuali e poeti vittoriani – autori fittizi in un mondo reale, ciascuno provvisto del proprio corpus di opere.

Il che ci porta a un’altra funzione ancora dei libri fittizi: una carriera per il personaggio-scrittore. Evadne Oliver nei romanzi di Agatha Christie (e, sorridete pure, Mrs. Oliver ha scritto anche Assassinio sull’Orient Express); il Professor Humbert in Lolita, o Hodinski/Hodyna inel semi-ruritaniano Pale Fire; Stephen Maturin nei romanzi di O’Brian; e lo sapevate che sia Holmes che Watson erano autori pluripubblicati?

In altri casi il libro fittizio, più che con i suoi personaggi, ha a che fare con il libro reale, di cui diventa struttura e ragione narrativa. Ficciones, di Borges, è una raccolta di racconti, alcuni dei quali sono recensioni di libri inesistenti, mentre Inkheart, di Cornelia Funke, è incentrato completamente sull’eponimo romanzo fantasy di un autore italiano che non è Beppe Fenoglio. The Shape of Things to Come, di Orwell, finge di essere un libro di testo del 2106, con tanto di note, parte reali e parte fittizie. E qui mi ci metto anch’io, perché il mio Gl’Insorti di Strada Nuova è un metaromanzo di questo tipo, in cui ogni capitolo è costituito dalle reazioni di un lettore diverso alla lettura di un capitolo di un romanzo storico fittizio… lo so, ho una mente contorta – ma vedete bene che sono in buona compagnia.

 

 

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Genealogia Ideale

VitaniMontesanti.jpgMagnifico concerto d’organo sabato pomeriggio a Governolo. Per il secondo appuntamento della rassegna La Voce del Montesanti 2010, l’organista Umberto Forni ha proposto un programma concepito per essere una storia. Una storia a più di un livello: una fetta di storia della musica, una storia dello strumento su cui si eseguiva e uno scorcio di Storia.

“Un viaggio che parte dalle Fiandre e attraversa la Germania per giungere in Italia nell’arco di due secoli”, l’ha definito il maestro Forni.

La partenza era il Fiammingo barocco Sweelinck, nato nei Sessanta del Cinquecento, maestro indiretto del pure barocco Buxtehude, che era sì danese, ma suonava e componeva a Lubecca e influenzò Bach, a sua volta maestro di Kellner. Kellner, nato nel 1736, non era più barocco: fondeva rococo, neoclassicismo e stile galante, scriveva deliziosi piccoli preludi che sembrano usciti da un carillon e corali trattati come arie d’opera… L’anello di congiunzione, nella genealogia ideale di Forni, tra la severità dei nordici e lo stile cantabile degl’Italiani che per generazioni, dal secondo Settecento in poi, scrissero musica sacra nello stesso linguaggio che si usava a teatro: Gherardeschi, Padre Davide da Bergamo, Vincenzo Petrali (che, a quanto pare, incantava chiese intere di amanti della musica per concerti lunghi tre giorni).

Il programma è stato pensato per mettere in risalto tutti i colori e tutti i registri dell’organo Vitani-Montesanti, dalle canne seicentesche del Vitani  (ma pare che tra le altre ce ne sia una quattrocentesca) al Clarone e ai Campanelli, gli ultimi registri previsti dai Montesanti per l’organo quando, prima di essere acquistato da Governolo, si trovava nella Chiesa di Sant’Andrea a Mantova. L’idea di uno strumento che si costruisce per gradi, per strati, per innovazioni e per aggiunte nel corso di tre o quattro secoli è affascinante, così come quella di un concerto mirato a mostrare che cosa succedeva musicalmente mentre lo strumento veniva fatto germogliare su sé stesso – uno di quei cantieri perenni che s’innalzano attraverso le generazioni e i secoli, come le grandi cattedrali medievali, a maggior gloria di Dio, o dell’umano ingegno, o di entrambi.

Concerti come quello di sabato, e strumenti come il Vitani-Montesanti, trasmettono un meraviglioso senso di vitalità e continuità dell’arte. La musica, la storia, il pensiero, la pittura, la scienza sono vivi fintanto che conoscono questo continuo moto di studio, elaborazione e innovazione. La vita è nel movimento, sembrava dire il programma del maestro Forni, e questa musica è viva, con i compositori per mente e cuore, gli organari e gli esecutori per arti, e le idee per circolazione sanguigna.

 

cinema · musica

Via Col Vento

Non sono sicura, ma mi pare che sia stato Wilde a dire che una donna è capace di tutto purché abbia lo scenario adatto. Questa donna, francamente, preferirebbe la musica adatta, e quindi ecco a voi il Tema di Tara, da Via Col Vento, perché oltre ad essere la colonna sonora de Il Film, è anche tremendamente adatto, con questo tripudio di sweeping strings, al pomeriggio autunnale.

Fuoco nel camino, libro abbandonato sulla poltrona, tazza di tè, finestra che guarda sul giardino, foglie gialle che turbinano nel vento… musica!

Ho letto da qualche parte che, all’anteprima del film, questa musica non era ancora pronta e il produttore David O. Selznick ripiegò sulla colonna sonora de Il Prigioniero di Zenda (edizione 1937). Fu un trionfo lo stesso, anche perché il libro della Mitchell era popolarissimo, e il film molto atteso – ma mi pungerebbe la curiosità di vederlo con la musica di Newman, quella dell’anteprima, giusto per avere un’idea dell’effetto che doveva fare.

Oh pazienza. E ad ogni modo, domani è un’altro giorno. Per ora, buona domenica a tutti!

scrittura

Come Non Scrivere Un Romanzo

La settimana scorsa, in recensione a Come Non Scrivere Un Romanzo. Una Guida Per Evitare i 200 Errori Più Comuni, l’ultima novità in fatto di manuali di scrittura, ad opera di Howard Mittelmark e Sandra Newman, Il Giornale ha pubblicato un articolo di Daniele Abbiati, che francamente ho trovato un tantino gratuito.

Abbiati definisce il libro “un brogliaccio slegato, incoerente, noioso e senza capo né coda”. Su questo non mi pronuncio: non ho letto Come Non Scrivere Un Romanzo, e può benissimo darsi che sia tutto ciò e anche di peggio. E se non l’ho letto, perché diamine ne parlo? Non ne parlo affatto, faccio notare. Quello di cui parlo è l’articolo di Abbiati, che contesta sarcasticamente a Mittelmark e Newman di avere bocciato, nella loro ansia pedagogica, una quantità di capolavori della letteratura universale, come la Recherche, il Don Quixote, la Coscienza di Zeno e via dicendo.

Ha-ha. Very funny.

Divertente, perché in realtà i consigli di M&N riportati nell’articolo sono solidi (se non terribilmente originali) principi narrativi, come “Evitare di scrivere scene nelle quali il personaggio ricorda o rimugina sul proprio passato e basta.” E Proust, allora? tuona Abbiati. Si dà il caso che Proust fosse, per l’appunto, Proust. Bisogna sapere dannatamente bene quello che si fa per interessare il lettore a una scena (let alone uno o più libri interi) in cui non si fa altro che strologare standosene seduti in poltrona. Bisogna essere estremamente originali, padroni dei propri mezzi e, meglio di tutto, bisogna averlo fatto per primi o giù di lì. E poi, volete che vi dica qualcosa di semi-sacrilego? Se tentasse di pubblicare oggi, difficilmente Proust troverebbe un editore – il lettore odierno non sta volentieri a contemplare un narratore che ricorda e rimugina.

Il che ci viene ribadito quando M&N affermano che “una caratteristica comune a quasi tutti i manoscritti che restano inediti è una selvaggia sproporzione tra introspezione e azione a tutto vantaggio della prima.” A nessuno piace sentirsi dire lungamente ciò che potrebbe essere mostrato, indipendentemente dalle sigarette di Zeno.

E l’articolo continua così, citando casi letterari dal poco pertinente all’estremo, per concludere con una citazione di Checov: “Scrivendo faccio pieno assegnamento sul lettore, nella presunzione che aggiungerà da sé gli elementi che mancano nel racconto.” Molto bello, ma altra epoca, altro mercato editoriale, altra mentalità. E può darsi benissimo che Come Non Scrivere Un Romanzo sia l’ennesima rifrittura di cose già dette, ma sbeffeggiandolo come fa, Abbiati non rende un gran servigio all’apprendista scrittore, incoraggiando l’idea che la scrittura sia una solitaria coltivazione delle idiosincrasie individuali, anziché l’elaborazione di uno stile personale dopo che si sono imparate le buone vecchie regole e studiate con umiltà e passione le grandi eccezioni.

bizzarrie letterarie

Ricette Letterarie

bMi è capitata sotto il mouse questa ricetta del timballo di maccheroni descritto ne Il Gattopardo. Da un quaderno della mia bisnonna deduco che a casa mia un tempo se ne facesse una versione differente – senza crema, per esempio, e quindi senza profumo di zucchero e cannella al rompersi della crosta d’oro brunito. Crema o no, ad ogni modo, quella di Tomasi di Lampedusa è una delle descrizioni gastronomiche più allettanti dell’intera letteratura. Ogni tanto mi riprometto di sperimentare, ma temo che la crema abbinata a fegatini e tartufo ecceda la mia audacia culinaria, e d’altronde, la ricetta della mia bisnonna è così diabolicamente complicata che, in tutta probabilità, continuerò a ripromettermi di sperimentare in saecula saeculorum.

Tempo fa, mia madre aveva invece riprodotto con un certo successo il prosciutto arrosto con gli scalogni dei Buddenbrook, ed era una delizia – in sostanza un arrosto di maiale in una salsa di cipollotti molto delicata. Era un periodo così: avevo quattordici o quindici anni, e la mattina facevamo colazione con tè (non di tiglio) e madeleines, à la Proust.

Un’altra ricetta che un giorno o l’altro proverò è la carpa alla birra, la cui preparazione è descritta in minuzioso dettaglio in Bella Vita e Guerre Altrui di Mr. Pyle, Gentiluomo, di Alessandro Barbero. Il particolare di intestini e sangue messi a marinare nella birra mi allarma un po’ – e può darsi che ometterò questo passaggio, ma staremo a vedere.

I tramezzini al cetriolo che Algernon fa preparare per Lady Bracknell ne L’Importanza di Chiamarsi Ernesto, invece, li csho assaggiati più di una volta. E’ praticamente impossibile soggiornare nelle isole britanniche per un periodo protratto senza assaggiarli – in alternativa a quelli con il crescione e le uova sode. Insieme ai cetrioli può esserci del tonno sott’olio sminuzzato, ma non credo che quello figurasse nel tè di Algy Moncrieff – d’altra parte non credo che faccia una gran differenza per Lady Bracknell, visto che Algy mangia tutti i tramezzini prima del suo arrivo…

A causa d’influenze dickensiane (oltre che per anglomania famigliare congenita), il Christmas Pudding è diventato uno dei dolci natalizi di casa mia, insieme al panettone e ai lebkuchen, deliziosi biscotti tedeschi fatti con le spezie e la melassa. Il pudding è arrivato per qualche anno da Londra, adesso lo facciamo in casa la prima domenica d’Avvento, secondo una ricetta ottocentesca che misura gli ingredienti in once. Parte del divertimento consiste nel convertire le quantità…

Qualcosa che non cucinerò mai è lo haggis, tanto poeticamente cantato da Robert Burns – e nemmeno lo assaggerò più, adesso che so cosa è: un pasticcio di interiora di pecora macinate e cotte all’interno di uno stomaco di pecora. Assaggiato all’Edinburgh Fringe Festival tanti anni fa, col tradizionale contorno di rape e patate in purea… come dire? E’ una di quelle cose come il black pudding, che assaggi perché se ne parla in tanti libri, e lo trovi anche buono, fino a che non scopri che è sanguinaccio.

breadIn Alice nel Paese delle Meraviglie, il Tricheco e il Carpentiere disquisiscono lungamente sul modo migliore per cucinare le ostriche (dopo averle convinte ad avventurarsi in conversazione e passeggiata con gli estranei), e concludono che non c’è nulla di meglio di ostriche crude con una vinaigrette di olio e limone, accompagnate con fettine di pane tostato.

E credo che finirò con una cosa che solo Rex Stout poteva mettere nella padella di Nero Wolfe, il quale evidentemente non spendeva troppi pensieri sul suo colesterolo: pane fritto nel burro di acciughe. A sentire Archie Goodwin, Fritz (lo chef tedesco di Wolfe) prima mescolava burro, cognac, prezzemolo tritato e filetti d’acciuga sminuzzati, e poi usava il miscuglio per friggerci dentro i triangolini di pane…  

 

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La Bambinaia Francese

Bambinaia.jpgNel corso del finesettimana ho avuto modo di discutere di uno specifico tipo di anacronismo – il tipo che scatena in me violente reazioni allergiche, che considero il peccato mortale in materia e che permea completamente La Bambinaia Francese, di Bianca Pitzorno.

So di averne già parlato, ma abbiate pazienza mentre analizziamo la trama in dettaglio.

Si comincia nella Parigi degli Anni Trenta dell’Ottocento, con la piccola Sophie, figlia di operai che, nella loro illuminata sete di progresso, fanno studiare la figlioletta. Poi il destino malvagio si accanisce sulla famigliola, Sophie perde i genitori in rapida successione, deve lasciare la scuola e mettersi a lavorare e – colpo di fortuna! – si ritrova alle dipendenze di Madame Céline, danseuse celebre e madre di una bambina. Il padre, un gentiluomo inglese, ci viene subito presentato come un uomo duro d’animo, gretto, ottuso, pieno di pregiudizi e non particolarmente intelligente.

Madame Céline, al contrario, è un angelo privo di difetti che accoglie come altrettanti figli Sophie e Toussaint, il piccolo schiavo di colore regalatole dall’amante inglese. Entrambi i ragazzini studiano nell’eccentrica scuola del Cittadino Marchese, un nobile che persegue i più nobili (e più traditi) ideali della Rivoluzione inculcando Rousseau e Voltaire a un gruppetto di piccoli operai, borghesi e aristocratici.

Tutti vivono molto felici in questa arcadia – con l’occasionale batticuore di una visita dell’Inglese, cui bisogna far credere che le distinzioni sociali siano debitamente rispettate – fino al secondo disastro, che è in realtà una combinazione di disastri. Alla morte del Cittadino Marchese, i di lui avidi e malvagi nipoti accusano Céline di un reato che non ha commesso per poterle sottrarre la parte di eredità lasciatale dallo zio. La poveretta, imprigionata alla Salpétrière, perde anche la memoria. L’Inglese ricompare soltanto per portarsi via bambina e bambinaia, e Toussaint deve nascondersi per non essere venduto, visto che la sua lettera di affrancamento non si trova più.

Il romanzo diviene a questo punto epistolare, perché Sophie scrive a Toussaint dall’Inghilterra, raccontandogli le sue numerose infelicità: deve vivere in un cupo maniero di campagna, fingersi analfabeta, sopportare che la piccola Adèle venga trattata con un certo distacco, capire chi è la misteriosa signora rinchiusa in un’ala della casa, e guardare mentre quella cretina incapace di sentimenti dell’istitutrice inglese s’innamora del padrone…

Qualcosa comincia a suonarvi familiare? Dovrebbe, perché l’istitutrice inglese altri non è che Jane Eyre, e il bieco Monsieur Edouard è naturalmente Mr. Rochester, con la moglie pazza rinchiusa nella soffitta. Solo che nulla è come credevate voi e Jane, perbacco! D’altra parte, Jane è una sciocca accecata in pari misura dai suoi pregiudizi inglesi e dal suo “amore da serva”. Il vero volto di Rochester l’abbiamo già visto, e la moglie pazza – tenetevi forte – non è pazza affatto! Il suo unico difetto è quello di avere sempre sostenuto la libertà degli schiavi e di essere stata innamorata in gioventù di un mulatto. Rochester la tiene rinchiusa solo perché, con i suoi discorsi di uguaglianza e libertà, Bertha è socialmente imbarazzante.

Capito che cosa ci teneva nascosto Miss Bronte? Vatti a fidare!

Ma never fear, la virtù non può non trionfare, di qua e di là della Manica e degli Oceani. In Francia, Céline viene liberata, riabilitata e guarita; i nipoti del Cittadino Marchese pagano per le loro malefatte; Toussaint viene dichiarato uomo libero e parte per l’Inghilterra per recuperare Sophie e la bambina. Seguono i noti eventi – il matrimonio interrotto tra Jane e Rochester, la fuga di Jane e l’incendio… solo che non è Bertha a scatenarlo, così come non è lei a morire. Bertha fugge con i Nostri che, ricongiunti e traboccanti di felicità, s’imbarcano per il Nuovo Mondo. In un finale degno di Love Boat, Sophie decide che Toussaint avrà di certo una parte nel suo futuro, mentre l’ex pazza Bertha non vede l’ora di ricongiungersi con il suo mulatto, e persino Cèline trova l’amore, nella persona di un opportunissimamente ricomparso amico del defunto padre di Sophie, un tipografo povero e brutto – ma istruito, intelligente e debitamente liberale. Non avevamo mai più sentito parlare di lui dopo pagina quattro? Ci eravamo bellamente dimenticati di lui? E’ tutto molto improbabile e improvviso? Fa niente: l’importante è che tutti vivano felici, uguali e contenti mentre la nave scompare nell’orizzonte indorato dal tramonto.

E quella gallina di Jane? Dopo tutto ha quello che si merita, visto che se ne torna scodinzolando dall’accecato e rovinato – e pure bigamo – Rochester. Fine.

Capito l’andazzo? Sorvoliamo pure sulla trama approssimativa e sulle coincidenze improbabili – dopotutto è un libro per fanciulli, si potrebbe obiettare – ma non sorvoliamo sulla caratterizzazione sommaria, perché è parte di un discorso più ampio.

In questo libro ci sono i Buoni (Sophie, l’angelica Céline, Toussaint, il Cittadino Marchese, Olympe e sua nonna, Bertha, la piccola Adèle) e i Malvagi (Rochester, i nipoti del Cittadino Marchese e svariati personaggi di contorno). Miss Jane è in una specie di limbo, parte vittima consenziente di Rochester, parte ottusa perché inglese, di certo nulla a che vedere con la giovane donna coraggiosa e intelligente che conoscevamo dal suo libro.

In realtà, tutte le caratterizzazioni che conoscevamo dal libro sono stravolte – per nessun motivo migliore della simpatia della Pitzorno per la Francia, a quanto pare – ma non è questo il punto.

Il punto è che tutti i Malvagi, maggiori e minori, pensano, ragionano, sentono e agiscono come gente della prima metà del XIX Secolo, incarnano e mettono in pratica le convenzioni, le idee e la mentalità prevalenti del loro tempo – e proprio per questo sono descritti come malvagi.

I Buoni, per contro, hanno tutti sensibilità del XXI Secolo. Anche quando professano teorie volterriane (per dirla con il Sagrestano della Tosca) o declamano le idee di Victor Hugo, poi le applicano in maniera del tutto contemporanea – e questo, nell’intenzione della Pitzorno, fa di loro i Buoni.

Sophie non è una piccola parigina ottocentesca, è una ragazzina dei giorni nostri immersa in una realtà del XIX Secolo, di cui si risente amaramente. Il modo in cui lo staff di Thornfield Hall tratta la bambina francese è esattamente quello in cui sarebbe stata trattata una bambina all’epoca e nella situazione: con un certo distacco (cui va aggiunto un quid d’imbarazzo dovuto alla nascita irregolare di Adèle). Le smanie di Sophie in proposito sono una reazione dei nostri tempi. E l’idea di Bertha – brava, buona e generosa – rinchiusa perché parla di concedere la libertà agli schiavi sfiora il grottesco.

Ma Bianca Pitzorno non è una principiante: da anni scrive romanzi storici ben documentati, e quindi non commette errori di prospettiva. Piuttosto, distorce deliberatamente la prospettiva, il che a mio avviso è ancora più grave. 

Nel momento in cui caratterizza come malvagi tutti i personaggi che incarnano la mentalità del loro secolo, e dà a tutti i buoni una mentalità del tutto anacronistica, La Bambinaia Francese cessa di essere un romanzo storico e diventa, nella migliore delle ipotesi, un’apologia della nostra mentalità illuminata e politically correct, così superiore a quella ottocentesca. Nella peggiore (e più probabile) delle ipotesi, il libro verrà frainteso e i giovani lettori crederanno che nell’Ottocento gli aristrocratici cattivi (specie se inglesi) dividessero la società in categorie, mentre gli operai buoni e qualche nobile illuminato consideravano tutti gli uomini e le donne liberi e uguali.

In entrambi i casi, l’operazione intellettuale è dannosa.

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Attento A Quello Che Desideri

Un tempo, credo di avere già accennato a questo particolare, la Mercedes non si faceva pubblicità perché era la Mercedes. Non ne aveva bisogno, period. Poi le cose sono cambiate e anche la Mercedes è stata costretta a scendere dal platano.

Gli inizi non erano stati incoraggianti. Ricordate lo spot con la macchina scura sotto la pioggia accanto a un lampione solitario? Non so precisamente quale fosse l’idea che si voleva convogliare ma – anche lasciando da parte lo choc di una pubblicità della Mercedes – io trovavo il tutto molto, molto, molto malinconico. Certo restava in mente, ma non nel più incoraggiante dei modi.

Si direbbe che negli anni la politica si sia evoluta in direzioni più gaie, come dimostra l’ultimo spot della Classe C, di cui per ora trovo soltanto una versione in Spagnolo.

Ad ogni modo, vediamo un professionista fra i trenta e i quaranta che sale in ascensore  con aria stressata e tutt’altro che allegra. Le porte si chiudono su di lui e, quando si riaprono, il Nostro è trasformato in un adorabile bambino dai riccioli biondi che procede immediatamente a portare il caos nell’algido studio bianco e ipermoderno. Tra lo sconcerto generale, il ragazzino scompiglia riunioni, gioca con il distributore d’acqua e i mouse ipertecnologici, si abbuffa di caramelle e merendine, salda sui divani candidi e si fa vezzeggiare dalle belle segretarie. La giornata finisce e la deliziosa peste bionda si avvia al parcheggio con aria allegra e compiaciuta. Da una tasca, tra le carte di caramella, spuntano le chiavi di un’auto con il logo Mercedes. Oh, perfezione!

“Non hai mai desiderato di tornare ad avere cinque anni?” domanda suadente la voce (maschile) fuori campo.

Ma… attenti al meraviglioso twist! Il marmocchio raggiunge una Classe C nera e lustra e… cavolo, è troppo piccolo per guidarla. Fine della gioia. Il bimbo siede sconsolato nel sedile troppo grande per lui, dal quale non arriva nemmeno a mettere le mani sul volante – figuriamoci i piedi sui pedali.

“Attento a quello che desideri, però!” ammonisce la voce fuori campo, fattasi un nonnulla beffarda.

Subtesto: nemmeno le gioie perdute dell’infanzia eguagliano la soddisfazione di guidare una Classe C. Niente zucchero per noi (ovvero Voi, ovvero Tu, o Consumatore) gente adulta, smaliziata e intelligente: altro che libertà, nostalgia, giocosa allegria e spontaneità: Mercedes è il vero Oggetto del Desiderio!

Ironico, astuto e raffinato, con sofisticati richiami a temi artistici, letterari e filosofici (le età dell’uomo, il trascorrere del tempo, la regressione all’infanzia, il candore rousseauviano, i desideri accordati e il loro prezzo…) confezionati deliziosamente in una piccola storia dal twist inatteso e lievemente cinico. Praticamente perfetto.

Sorry, ne ho trovato soltanto una versione in Spagnolo – ma rende l’idea:

 

teatro

Matilde a Carpi

locandina1%20carpi.jpgStasera Hic Sunt Histriones è a Carpi, per mettere in scena Matilde Donna e Contessa nell’ambito della Festa del Racconto.

Di nuovo (e credo per l’ultima volta) copro Beatrice di Lorena e una Contadina, due piccole parti, tanto diverse fra loro quanto è possibile. Speriamo nel vento – so che fa disperare il fonico per via dei microfoni panoramici, ma gonfia mantelli, sciarpe, veli e maniche con bellissimo effetto. A questo punto potrei impaniarmi in una disquisizione se sia da privilegiare l’aspetto visivo (panneggi mossi, spighe che si agitano e quant’altro di bello e inatteso il vento può creare in una rappresentazione teatrale) o la perfezione audio, senza soffi e schiocchi nei microfoni. Beatrice.jpg

Che cosa è più importante? Vero è che la mancanza di vento non nuoce attivamente allo spettacolo, a differenza dell’audio imperfetto. Lo spettatore non sentirà la mancanza del vento che non c’è, né proverà alcun particolare sollievo per la mancanza di disturbi nei microfoni – dal momento che non ci sono. In caso contrario, invece, forse apprezzerà il senso di movimento creato dal vento ma sarà probabilmente infastidito dalle magagne del sonoro…

A conti fatti, l’elemento incontrollabile fa più danno che beneficio con la sua presenza – senza contare il fatto che, di questa stagione, il vento non è mai caldo, può portare pioggia, le infreddature sono sempre dietro l’angolo e il mio costume da contadina è di tela leggera leggera. Dunque in realtà non speriamo affatto nel vento.

PeasantWoman.jpgPerò, l’Umanità non è ragionevole e nel suo complesso (che stasera rappresento con sufficiente approssimazione, interpretando contemporaneamente una principessa e una contadina) soggiace sempre al fascino dell’imponderabilità e perciò lo dico sottovoce: se ci fosse vento…  

Comincia a diventare chiaro che il teatro non mi fa eccessivamente bene, vero? Wish me luck.