blog life

Buco

Ops… oggi non ho postato!

Per la prima volta da non so più quanto tempo, mi sono dimenticata completamente di postare… No, non è del tutto vero: ero convinta di avere predisposto il post che invece verrà pubblicato domani, ma non è questo il punto.

Il punto è che ho iniziato questo blog quasi due anni fa, nell’agosto del 2008, e per più di un anno ho postato abbastanza erraticamente, quando mi pungeva vaghezza, quando avevo qualcosa in mente o un evento da comunicare. Solo nell’ottobre del 2009 ho cominciato a postare tutti i giorni, ma proprio tutti.

Questo significa che da quasi nove mesi, nevichi, piova, tempesti o tiri vento, ogni giorno posto qualcosa. Anche la domenica, anche il giorno di Natale, anche in viaggio, anche in vacanza. Non avevo mai fatto nulla del genere, prima. Sì, ho avuto un altro blog, e sì, ho religiosamente tenuto un diario per molti anni, ma non era lo stesso. Non avevo mai avuto a che fare con l’impegno di pubblicare ogni giorno qualcosa di destinato a un pubblico, qualcosa di letterario o storico o scrittorio*, qualcosa di sensato, di documentato e d’interessante (o almeno si spera).

Il risultato è che sono perennemente a caccia di argomenti, d’immagini, di spunti. Ultimamente mi sono sorpresa a guardare seccata la pubblicità… perché diamine non fanno più nessuno spot che si presti ad essere analizzato?** Il blog è una specie di presenza che tiene sempre all’erta, che genera una mentalità quasi giornalistica, che fa domandare in continuazione “come potrei parlare di questo su SEdS?”, che spinge a cercare aspetti nuovi in argomenti già trattati, che ti porta a scrivere tutti i giorni, fosse pure solo qualche riga di post… Il blog è stimolante sotto molti aspetti e sviluppa una combinazione di leggera frenesia e sane abitudini.

Mi piace avere un blog.

E forse, tutto sommato, un giorno di distrazione in nove mesi posso anche perdonarmelo? Prometto che non ricapiterà troppo presto.

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* Se ve lo state domandando, la risposta è: sì, è un aggettivo inventato sul campo. Vuole significare “connesso sulla scrittura”. Non c’è scritto, sul mio sito, che sono una forgiatrice di parole? Be’, ho forgiato. 🙂

** Adesso credo di aver visto tre cose che, prese assieme, potrebbero essere significative. Vedremo.

Oggi Tecnica

Egli disse, ella disse

Capita di scrivere un dialogo e di essere colpiti all’improvviso da quella che sembra una manifica idea: perché invece di ripetere ad nauseam “A disse” e “B disse” e via così, che è monotono e generico, non uso qualche bel sinonimo espressivo? E/o qualche bell’avverbio? Una giudiziosa combinazione delle due cose non mi darebbe un dialogo più vivace e meglio caratterizzato, oltre che meno banale?

La risposta è no, no, no, mille volte no. Date un’occhiata all’esempio qui sotto. Si suppone che sia una scena d’azione in cui A e B, guidati da D, inseguono dei nemici più numerosi e meglio armati di loro.

“Tra poco saremo al villaggio” annunciò D con sicurezza. “Dopo il villaggio la strada si allontana dal fiume, risale ed entra tra gli alberi. Quando stavo con la zia, scendevamo sempre al villaggio a comprare il sale per la scorciatoia che gira in alto, sopra il bosco” spiegò.

“Scorciatoia sopra il bosco?” ripeté B, rizzando le orecchie.

“Sissignore, si imbocca dopo la curva, non si vede quasi, è un sentierino che sale verso sinistra” rispose lui e, cogliendo al volo l’idea del gigante, esclamò euforico: “Ma, volendo, si può tagliare nel bosco, riprendendo la strada dopo il posto X.”

“Ridiscendere alla strada dopo il posto X? Cos’è questo posto X? E dov’è?” interrogò A.

“Tra, tra… che so, tra quattro, cinque miglia almeno. Lo chiamano il posto X, ma restano solo rovine” D balbettava quasi per l’eccitazione.

“Abbiamo la nostra sorpresa, D, sei un genio!” decise B. Si misero in cammino.

“Ci siamo”  affermò D poco dopo, mostrando un sentiero che saliva ripido sulla sinistra. Salirono.

“Di qua, di qua” sollecitò D, indicando con la mano il limitare degli alberi a destra. “Ecco il posto X” dichiarò soddisfatto, dando l’alt. “La strada è poco lontana, ci si arriva di là” spiegò, indicando la scarpata davanti a loro.

“Abbiamo guadagnato terreno e i carri vanno piano. Abbiamo il tempo per organizzare un’imboscata” valutò B.

“Andate giù a piedi, studiate la situazione e tornate a riferire” ordinò A.

Ecco, non so se mi spiego: dodici sinonimi diversi del verbo dire, per non parlare delle qualificazioni, tra il semi-lirico e il burocratico, il tutto – presumibilmente – nel duplice intento di scongiurare la monotonia e differenziare le voci. Peccato che non funzioni… E’ sabato, siamo in giugno, quindi magari avete una mezz’oretta da dedicare a un paio di istruttivi esperimenti.

Primo esperimento: leggete l’esempio ad alta voce e ascoltatevi per bene, oppure fatevelo leggere da qualcuno, oppure registratevi e ascoltate. Avete colto la dolorosa goffaggine del dialogo? Bene.

Secondo esperimento: copiate e incollate il dialoghetto in un processore di scrittura e sostituite tutti i verbi sottolineati con il buon vecchio “disse”, eliminandoli senza remore quando ce ne sono troppi. Poi togliete di torno i vari soddisfatto, euforico, con sicurezza e compagnia cantante. Adesso rileggete il pezzo: a parte il fatto che scorre meglio, vi pare che le voci siano diverse l’una dall’altra? Sareste in grado di determinare chi sta parlando se non vi venisse detto esplicitamente? No, vero? Appunto.

Il fatto è che da una parte tutti quei bei sinonimi e aggettivi trascinano fuori dalla storia, e dall’altra, senza di essi, il dialogo è pressoché incomprensibile. E allora come si fa? Una volta di più, è questione di mostrare e non dire: dev’esserci un modo per mostrare che D è soddisfatto o euforico, anziché dirlo – attraverso l’azione. Dev’esserci un modo per distinguere D da A e B – attraverso il modo di parlare. Tutto il resto deve essere come un macchinario teatrale: efficiente ed invisibile. Il lettore non deve accorgersi che gli state dicendo che D parla ancora e ancora, o che D è soddisfatto… deve sentire la sua voce, percepire la sua soddisfazione.

Proviamo:

D li guidò fuori dal bosco. “Visto? E’ il posto X,” disse, col fiato ancora grosso per la salita. “Che vi avevo detto? E la strada è proprio qua sotto, guardate.” Indicò col dito il nastro bianco che s’intravedeva tra gli alberi e, quando si voltò a guardare i due uomini, la luce compiaciuta negli occhi di B gli fece allargare il cuore.

Ok, non è da nobel per la letteratura, ma mostra molto più di quanto non dica: D ha fatto la strada poco meglio che di corsa nella sua impazienza, D è compiaciuto di se stesso, D cerca l’approvazione di B – e la ottiene.

Per cui, terzo esperimento: provate a riscrivere tutto il passaggio, dando ad A, B e D delle voci ben distinte, delle azioni che rivelino quello che pensano, dei nomi se volete. Tenete il punto di vista di D (sapete solo quello che D sa, pensa, vede e sente). Poi, se ne avete voglia, ricominciate dal punto di vista di B, e poi ancora da quello di A – ciò che viene detto non cambia, ma le reazioni e le interpretazioni? Per esempio, ha proprio ragione D nel pensare che B sia soddisfatto? E A lo è altrettanto?

“Se ne possono spremere, di esercizi di scrittura, da dieci battute di dialogo,” argomentò soddisfatta la Clarina e, sospirando compiaciuta, annuì a sé stessa, salvò con prudenza il post e lo pubblicò.

considerazioni sparse

D’accordo su “Lord Jim”

Benché me lo sia ripromessa più di una volta, ho finora scordato di raccontare che una sera, in palestra… E sì, non sghignazzate: vado in palestra due volte la settimana. Non tutte le settimane, e non sempre due volte, ma faccio qualche sforzo per sciogliere articolazioni e muscoli rattrappiti dal vivere inchiodata al computer.

Detto ciò, qualche tempo fa, in palestra, mi si avvicina F. (un’altra F., completamente diversa da tutti gli altri F. che ho citato in precedenza) e, con un sorriso cospiratoriale, mi dice che è d’accordo con me su Lord Jim.

“L’hai letto?” chiedo (domanda un po’ superflua, lo ammetto). “E ti piace?”

F. dice allora che sì, l’ha letto e le piace molto, e si stupisce leggermente quando le comunico che facciamo parte di un club ristretto. E non so immaginare del tutto perché, ma fra amici e conoscenti conto sulle dita di una mano gli estimatori di LJ. “Deprimente” è uno dei giudizi più comuni, e me lo sono sentito dire spesso, perché questo libro è uno dei pochi argomenti (insieme, credo, alla vicenda delle Fosse di Katyn), in cui lascio libero corso al mio fievole zelo missionario e alla mia – scarsissima – ansia di proselitismo. Quindi presto, consiglio, predico, ma non è che ottenga un granché. Qualcuno ancora mi prende in giro, a decenni di distanza, chiedendomi di quando in quando come sta il Povero Jim

Mi viene in mente un’osservazione di Conrad, contenuta nella sua prefazione a non so più quale edizione successiva alla prima: si era molto stupito di ricevere una lettera da una signora che diceva di ritenere l’intera storia molto morbosa. E si era stupito doppiamente, a quanto pare, perché la signora era italiana. Adesso sto citando a memoria, ma mi pare che Conrad ritenesse gl’Italiani particolarmente atti a comprendere la suscettibilità su un punto d’onore… Evidentemente no.

Comunque io seguito imperterrita e, ogni tanto, raccolgo qualche soddisfazione. D’altra parte, una volta M. mi ha detto che si riterrebbe soddisfatto se nel corso della sua vita riuscisse a indurre dieci persone* a leggere almeno un romanzo di Alfredo Oriani, dal che deduco che in questo genere di opera missionaria non sia il caso di aspettarsi grandi numeri. Io credo di poter contare con certezza quattro lettori al mio attivo, ma temo che uno solo sia convertito…  F. non conta, temo, perché l’aveva già letto di suo, ma è stata una soddisfazione lo stesso.

Ora, se qualcuno di voi avesse finito col leggere LJ perché convinto (o esasperato) dalla sottoscritta, me lo farebbe sapere, vero? E mi comunicherebbe le sue impressioni, nel bene e nel male? Ci terrei tanto.

Lord-Jim-lektury-z-omowieniem-gimnazjum-i-liceum_Joseph-Conrad,images_product,27,978-83-7327-456-3.jpgE  infine non avete idea di quanto sia difficile trovare un’illustrazione che non abbia a che fare col (brutto) film con Peter O’Toole… Questa qui è la copertina di un’edizione polacca, pertinente per più di una ragione. Non so se LJ fosse già stato tradotto in Polacco quando Conrad era ancora vivo, e se sì, mi domando che effetto potesse fargli. Farò qualche ricerca in proposito.

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* Con me c’è riuscito: non sono sicura che Oriani diventerà lo scrittore della mia vita, ma Gelosia mi è davvero piaciuto.

considerazioni sparse

Cinque Per Mille

Quest’anno ho destinato il 5 per Mille della mia dichiarazione dei redditi a Wikipedia – o quantomeno a Wikimedia Italia. Non ci si faranno ricchi, ma ho l’impressione di contribuire un po’: in fondo è un servizio gratuito che utilizzo molto. Chiariamo bene, non è che faccia le mie ricerche su Wiki, e prendo tutto quello che ci trovo cum grano salis. Però ci sono varie cose che mi piacciono particolarmente di questo arnese: una è che è un metodo rapido di trovare riferimenti a… be’, quasi ogni genere di cose: dal principio attivo di un pesticida, all’oscurissimo autore vallone del XVIII Secolo, ai settantacinque paesini statunitensi che condividono lo stesso nome, alla biografia fuori commercio dagli Anni Quaranta. Wiki è, se non altro, un buon posto per sincerarsi che cose e persone esistano o siano esistite. Poi c’è il fatto che è multilingue, e balzando di versione in versione si riesce spesso a risalire agli usi specifici (e correnti) di un termine in un’altra lingua. Poi ci sono le bibliografie e i links alla fine di ogni articolo: magari non saranno complete, ma non importa quanto sia parziale e strabico il lemma, c’è sempre un punto di partenza per trovare di più e di meglio, in rete e su carta. Poi ci sono le immagini di pubblico dominio, che sono sempre una buona cosa. Poi ci sono le liste: libri per genere, generi letterari per categorie, gente per occupazione, secolo, provenienza, e queste sono soltanto le più scontate. Volete una lista di canzoni ispirate ad opere letterarie? C’è. Volete un elenco di fabbricanti di giocattoli del XIX Secolo? C’è. Volete una lista di aerei militari bulgari? C’è anche quella.

Insomma, la morale è che ricorro spesso a Wiki, sia pur con tutti i caveat del caso, in cerca di informazioni base, indicazioni bibliografiche, immagini e via dicendo. E mi è parso giusto contribuire.

So che è un nonnulla tardi per dirlo, ma se qualcun altro fosse interessato, qui si spiega come fare.

grillopensante · sport

Italia – Paraguay 1 a 1

So di avere già postato in materia, ma devo ribadire e aggiungere qualche cogitazione.

Premettiamo che la mia conoscenza del calcio, se vogliamo proprio chiamarla così, è completamente basata su una manciatella di partite Italia-Qualcun Altro una volta ogni quattro anni, e si può descrivere nel modo seguente: mi agito quando c’è melée davanti a una porta, e capisco se è la nostra porta o quella altrui dal colore della maglia del portiere. Fine.

Ciononostante, una volta ogni quattro anni riscopro il fascino e il dramma insiti nel guardare ventidue energumeni in mutande che rincorrono una palla. Ieri sera guardavo Italia-Paraguay, e mi sono accorta che mi mangiavo le unghie. Ho trattenuto il fiato, sobbalzato, incitato, strillato (spaventando a morte il povero Udrotti…), ci sono rimasta malissimo quando il Paraguay ha segnato, ho esultato quando hanno segnato i nostri e ho sperato fino alla fine che segnassero ancora. Gente più saggia di me ha detto che tutto sommato va bene così, che l’Italia ha giocato bene e che non era poi così importante vincere stasera… sarà anche vero, ma per me, che non distinguo le finezze di un buon gioco e non ho la più pallida idea di come funzioni un girone, la partita di stasera si riduceva a una faccenda puramente istintiva, e l’istinto era di quel genere che vuole la vittoria, non il pareggio.

Tutto questo è interessante dal punto di vista di qualcuno che scrive spesso di battaglie. Voglio dire, per forza di cose (e, sospetto, per mia fortuna) non farò mai esperienza diretta di una battaglia. Se voglio vedere da vicino l’istinto di prevalere, lo scontro, la folla che perde la testa, si entusiasma o s’infuria, dove la posso trovare? A una partita di calcio o al Palio di Siena, immagino. Pasolini diceva che il calcio è l’ultima vera rappresentazione sacra del nostro tempo, e posso anche essere abbastanza d’accordo. Ancora di più, però, penso che sia – insieme a un certo numero di altri sport – un sostituto socialmente accettabile della guerra, un terreno per sfogare e convogliare istinti che non si possono (né dovrebbero) eliminare dalla natura umana.

Tutto ciò fa di una partita di calcio un’esperienza estremamente istruttiva per uno scrittore, e nemmeno su un piano solo, visto che consente non soltanto di osservare all’opera certi meccanismi primari, ma anche – con un minimo d’impegno o anche senza – di sperimentarli direttamente su se stessi.

Quindi intanto si prosegue con i Mondiali, ma l’autunno prossimo voglio proprio affrontare i perigli dello stadio e andare a vedere come funziona per davvero, non sulla poltrona del soggiorno e con il gatto sulle ginocchia.

 

considerazioni sparse · scribblemania

Dove Confesso Di Essere Una Creatura Timorosa

C’è quest’idea per un romanzo che ho in mente da anni, con un personaggio perfetto – e con questo intendo narrativamente perfetto: complesso, sfaccettato, pieno di zone d’ombra, seri ostacoli da superare, dubbi, passioni, forte personalità e piccinerie. Un personaggio che, lo so bene, adorerei scrivere. Potrei farne qualcosa di davvero buono e, per una volta, sarebbe anche una vicenda di ambientazione contemporanea. Però non posso. La persona in questione è vera e reale, la conosco bene e viceversa, e il ritratto che ho in mente non è esattamente lusinghiero. Non negativo in senso assoluto, sia ben chiaro, ma – si parva licet… – nessuno può pensare che un ipotetico Julien Sorel reale avrebbe apprezzato il ritratto che Stendhal fa di lui, giusto?

Ecco, credo che questa da parte mia sia una mancanza di coraggio, e temo che finirà col rivelarsi un ostacolo. Probabilmente, pur rinunciandoci davvero a malincuore, posso sopravvivere senza scrivere il mio personaggio perfetto, ma temo che non sia un caso isolato. Ho diverse altre idee del genere, condannate in partenza perché non so indurmi a rischiare di offendere le persone in questione. In generale i miei personaggi non sono ritratti dal vero, e tendo piuttosto a costruire i caratteri mescolando tratti di varia provenienza. Solo una volta ho scritto in un romanzo un personaggio modellato da vicino su una persona reale, e lasciate che lo confessi: la possibilità che la persona in questione se ne accorga mi dà ancora una certa ansia…

Al tempo stesso, senza bisogno di preoccuparsi di romanzi interi, ci sono volte in cui qui su SEdS parlerei di persone ed episodi e poi non lo faccio per lo stesso motivo. In un’altra vita ho avuto un altro blog nel quale parlavo del mio lavoro (e della gente annessa e connessa) in termini molto ironici. Postavo sotto uno pseudonimo ed ero ragionevolmente certa che nessuno dei miei personaggi avrebbe mai scovato o letto il blog in questione… sì, credo che si possa proprio dire che sono una pusillanime.

Charlotte Bronte si alienò diversa gente (compreso il suo innamoratissimo editore George Smith) ritraendola nei suoi libri in termini che a lei parevano semplicemente realistici e che di fatto non erano proprio lusinghieri. A giudicare dalla sua corrispondenza, dapprima non aveva valutato bene le conseguenze di quello che scriveva, né previsto la popolarità che i suoi romanzi finirono con l’ottenere, ma in seguito continuò con i suoi ritratti dal vero, senza preoccuparsene soverchiamente. Forse è questione di rompere il ghiaccio? Forse, dopo aver fatto la frittata una volta – e constatato che non ci sono morti, feriti o dispersi – non ci si bada più troppo? Non saprei: è quel genere di cose che si scopre solo provandoci, ma non so, davvero non so se ne avrò mai il coraggio.

Spigolando nella rete

Costumi

Fra mezz’ora mi precipito a Sacchetta (MN) per la seconda giornata di Vita In Insula Sacha, la rievocazione storica medievale che il Comitato Sacha Caprianorum organizza per raccogliere fondi per il restauro dell’Oratorio Cavriani. C’è un mercatino, ci sono duellanti, giocolieri, arcieri, osti, fornai e birrai, e ci sono le guide che conducono i visitatori alla scoperta della chiesa e dell’oratorio – con una buona dose di storia in the bargain, – tutti rigorosamente in costume.

2010-06-12-54853.jpgMi piacerebbe avere qualche foto, ma per ora dispongo solo di questa: la sottoscritta che prova una combinazione di cercine e velo. La pubblico perché i miei esperimenti mi portano logicamente al sito che volevo segnalare: The Costumer’s Manifesto, curato da Tara Maginnis, e in particolare la fantastica sezione Costume History. Si tratta di una ricchissima collezione di immagini, links, indicazioni bibliografiche, cartamodelli, articoli e risorse di ogni genere, suddivisi per secoli e aree geografiche. Oltre ad essere una benedizione per chi si trova nell’improvvisa necessità di riprodurre un copricapo di foggia sufficientemente period, questo sito è una miniera d’informazioni in fatto di abiti e tutto quello che ci gira attorno. Non solo la moda, ma la confezione, la cura e l’uso degli abiti, i codici sociali di colori e stoffe, i dettami dell’igiene e della proprietà, sono aspetti importanti della vita quotidiana, particolari che cambiano attraverso i secoli e che – oltre ad essere interessanti di per sé – possono fare molto per lo spessore e la credibilità della narrativa a sfondo storico.

C’è veramente di tutto, dagli articoli sulla storia delle leggi suntuarie ai glossari, dalle tavole di Racinet alle istruzioni per fare una parrucca Settecento, dalle bambole di carta alla teoria del costume… non tutti i links sono sempre funzionanti, ma sulla quantità vale sempre la pena di tentare.

Il fatto che Dr. Tara Maginnis sia una docente universitaria di storia del costume non nuoce di sicuro. Oh, e naturalmente è tutto in Inglese, ma è organizzato in modo tale da essere perfettamente navigabile anche con la conoscenza più basilare della lingua.

E adesso via, a fare la guida in costume! E se ci sono trenta gradi all’ombra e il mio costume è di velluto… be’, è per una buona causa.

 

libri, libri e libri

I Due Conti Pecorai

Ippolito Nievo oggi all’Accademia Virgiliana di Mantova. E qui devo confessare (cospargendomi di cenere il capo) di aver creduto a lungo che Nievo avesse scritto soltanto le Confessioni Di Un Italiano e il Novelliere Campagnuolo… Invece scopro oggi che esiste altro, tra cui Il Conte Pecoraio, romanzo d’ambiente contadino e d’ispirazione parzialmente manzoniana.

Una volta chiarito l’illuminante particolare che il protagonista eponimo e la di lui figliola Maria sono in realtà nobili decaduti da qualche generazione, una volta accennato che la trama è una storiellona d’ingiustizie, innocenza perduta, gente che legge i Promessi Sposi, coincidenze e voti, vengo all’aspetto che mi ha colpita di più nella relazione di Simone Casini, curatore dell’opera omnia. Si dà il caso che, oltre alla versione a stampa pubblicata nel 1857, del CP rimanga una prima stesura manoscritta, redatta a partire dal 1855. Ebbene, pare che la differenza tra le due sia abissale: la trama è modificata, ma la cosa più sorprendente è la metamorfosi del linguaggio.

Nel 1855, in una lettera, Nievo aveva dichiarato l’intenzione di scrivere “un romanzo semplice semplice”, poi evidentemente cambiò idea. Fossero i consigli dei colleghi scrittori (gente come Tenca e Fusinato…) a cui aveva mostrato la prima stesura, fosse qualche insoddisfazione nei confronti di una certa inconsistenza espressiva, fosse un’improvvisa folgorazione stilistica, qualcosa indusse il venticinquenne Ippolito a riprendere in mano il suo romanzo e riscriverlo puntigliosamente, frase per frase, quasi parola per parola, caricando il tutto “in senso aulico ed espressivo”.

Il risultato è stupefacente: un linguaggio dal registro indefinibile, affollato di impossibili toscanismi fianco a fianco con espressioni dialettali, calchi, echi dei Promessi Sposi (ma, badate bene, dell’edizione del 1827, pre-bucato in Arno), scelte lessicali eccentriche, costruzioni convolute e bizzarrie miste assortite – compresi i contadini friulani che parlano un Toscano tanto aulico da sembrare trecentesco… Quali che fossero le perplessità di Nievo sulla sua prima stesura, non si può certo dire che il linguaggio della seconda abbia giovato alla fortuna del Conte Pecoraio, la cui storia editoriale è singolarmente scarna.

Adesso esce, per l’appunto, pubblicato da Marsilio, e non esce una volta sola: tra qualche mese sarà la volta di un nuovo volume, dedicato alla prima stesura, quella manoscritta, quella “semplice semplice”, quella non ancora “rassettata”.

Non sono certissima che leggerei il Conte Pecoraio se ne esistesse soltanto la versione a stampa… forse potrei essere curiosa di dare un’occhiata al romanzo che ha preceduto le Confessioni, forse potrei voler leggere le scene quasi metaletterarie in cui Maria s’ispira o si paragona alla Lucia manzoniana, ma nulla di più. Le due versioni così disparate tra loro, però sono un cavallo di tutt’altro colore: una metamorfosi congelata nella carta anziché nell’ambra, una porta aperta sul modo in cui uno scrittore ripensa il suo libro parola per parola… come resistere all’opportunità di vedere il funzionamento di un meccanismo del genere? Personalmente so già che non resisterò affatto – non proverò nemmeno a resistere, che diamine!

Intanto, per chi si fosse incuriosito, qui c’è, insieme ad alcuni altri titoli, Il Conte Pecoraio (versione a stampa 1857) in PDF.

Oggi Tecnica · scrittura

Occhi Blu, Capelli Neri, Naso uno.

Certe cose sono come salare l’acqua per la pasta: non ci pensi fino a quando non ti tocca farlo, oppure fino a quando non t’imbatti nelle conseguenze degli errori altrui…

Nello specifico, questo goffo riferimento culinario era per parlare della descrizione fisica del personaggio nel cui punto di vista si sta scrivendo. Allora, il problema non si pone quando si scrive in terza persona onnisciente perché il narratore tutto sa e tutto vede, e quindi può benissimo descrivere al lettore ogni personaggio nel momento in cui entra in scena – e questo è uno dei pochissimi compiti che la III Onnisciente facilita al lettore. Per quasi tutto il resto, scrivere una buona, solida III Onnisciente è orribilmente difficile e quindi forse vale la pena di risolvere questo specifico problema e concentrarsi su una voce narrante diversa.

Per esempio una Prima o una Terza Limitata, ed ecco che torniamo alla domanda iniziale: come descrivere al lettore l’aspetto di un personaggio da dentro la sua testa? Perché se scrivo dal punto di vista di Geremia, il lettore può sapere solo quello che Geremia vede, pensa e sente, e siamo onesti: quante sono le probabilità che Geremia spenda del tempo a passare in rassegna i propri tratti fisici?

La III Limitata offre ancora una possibilità di scampo, se la storia non è raccontata completamente dal punto di vista di Geremia: posso aspettare che, nella scena successiva, il punto di vista passi a Yvette, la quale forse vede Geremia per la prima volta e ne osserva occhi, capelli, numero di nasi, statura e tutto il resto. Oppure Yvette conosce benissimo Geremia, ma può avere ogni genere di motivi narrativamente legittimi per scompigliargli il ciuffo corvino, guardarlo nel profondo delle iridi blu o dargli un pugno sull’unico naso…

Se invece sono limitata al punto di vista di Geremia e voglio proprio darne una descrizione fisica, dovrò darmi da fare per trovare una buona ragione. John Olson sostiene che non è poi così necessario descrivere i personaggi: se Geremia ha una voce abbastanza caratteristica, se le sue azioni, i suoi pensieri e le sue parole suggeriscono un minimo di tipo fisico e di età, il lettore sarà perfettamente felice di immaginarsi il personaggio come vuole. A dire il vero, non sono sicura di essere d’accordo. Quando leggevo le commedie di Shaw, per prima cosa andavo a cercare le descrizioni di tutti quelli che dovevano entrare in scena, e restavo molto delusa nei casi in cui non c’erano. Non voglio otto paragrafi di minuzie fisiognomiche, e non voglio un estratto della carta d’identità, ma mi fa piacere sapere come l’autore vede il suo personaggio, grazie. Mi fa assai meno piacere, però, essere trascinata fuori dal punto di vista e dalla storia per ricevere una lista dei connotati di Geremia…

E allora?

Allora bisogna domandarsi come e perché Geremia potrebbe essere indotto a fare considerazioni sul proprio aspetto. Un metodo collaudato sono le speculazioni che il personaggio fa sulle reazioni altrui – specialmente in circostanze inusuali. Diciamo che Geremia vede Yvette per la prima volta dopo essere stato salvato dall’annegamento in un fiume particolarmente fangoso. Diciamo anche che Yvette sia l’incarnazione perfetta della donna dei suoi sogni*, ed ecco che c’è posto per qualche legittima considerazione sul proprio aspetto non precisamente immacolato. “In altre circostanze avrei fatto affidamento sul fascino dei miei occhi blu”, o qualcosa del genere. Tra parentesi, non occorre che la descrizione arrivi tutta in una volta, confezionata in un unico e comodo pacchetto: meglio, molto meglio se i capelli neri e il naso arrivano in momenti successivi e pertinenti, procedendo insieme alla storia invece di fermarla per un’edizione del notiziario descrittivo.

Tutto diventa più facile se i caratteri fisici del personaggio hanno un ruolo nella storia. In Hunting The Corrigan’s Blood, una storia di fantascienza narrata in prima persona, la protagonista-narratrice Cady Drake ha più di un ottimo motivo per descriversi: da un lato, è il prodotto di una teoria genetica passata di moda, in base alla quale la sua esecrabile madre l’ha resa, diciamo così, inconfondibile; dall’altro vive in un futuro in cui alterare radicalmente il proprio aspetto è facile e relativamente economico. L’aspetto di Cady è significativo dal punto di vista concettuale e strettamente narrativo, e il modo in cui lei descrive se stessa nel secondo capitolo è perfettamente funzionale.

Non sempre va così bene, ma in alternativa si può sperare che l’aspetto del personaggio sia così perfetto per il ruolo, o così improbabile per il ruolo da meritare qualche commento. Potete giurare che Geremia non va attorno meditando sulla sua combinazione di colori, ma se è un agente segreto e deve infiltrarsi in Irlanda, potrà ringraziare fuggevolmente il fato benigno che gli ha fatto ereditare gli occhi blu di suo padre e i capelli scuri di sua madre. O in alternativa, se si ritrova paracadutato per errore nello Swaziland, potrà comprensibilmente essere scettico sulle sue chances di mimetizzarsi tra la popolazione locale.

E’ vero, c’è sempre lo specchio. Quante volte abbiamo letto che “Geremia gettò un’occhiata allo specchio, soffermandosi sugli occhi blu, sul naso diritto,” eccetera eccetera? Collaudato anche questo, ma da prendersi con cautela. Onestamente, se un romanzo si apre con una descrizione di qualcuno che si guarda allo specchio, farà bene ad esserci un ottimo motivo per questo, o qualcosa di davvero interessante che interrompe la contemplazione in tempi brevi.

Insomma, alla fin fine si possono trovare diversi modi di introdurre una descrizione fisica, ma l’importante è tenere a mente un paio di cose: attenersi a ciò che il personaggio vede, sente e pensa; avere un buon motivo per ogni dettaglio che si mette sulla pagina; utilizzare i caratteri fisici per far avanzare la storia.

Se non è possibile incorporare nella descrizione almeno due di queste tre caratteristiche, forse è saggio considerare l’opzione Olson e rassegnarsi a non descrivere affatto.

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* Che esempio orribile!! Mi cospargo di cenere il capo per averlo concepito.

grilloleggente

Pezzettini di Teschio: parte V e Ultima

Oh, dunque: il finale.

 

Premessa 1: se si stabiliscono delle regole interne al mondo che si crea nel libro, queste regole vanno rispettate. Anche se significa che il protagonista deve prenderla nelle costole. Sennò non vale.

 

Premessa 2: se per tutto il libro si conduce il lettore ad aspettarsi un finale, è perfettamente legittimo sorprenderlo; molto meno legittimo scodellargli il finale di una storia differente e lasciare senza risposta due terzi delle domande sollevate. Anche se si ha in programma una trilogia.

 

Detto ciò, vediamo come va a finire.

 

Dunque, sappiamo che ci sono tredici teschi di cristallo, il più importante dei quali è la nostra Azzurra Pietra del Cuore (e no: non sappiamo perché sia la più importante, dobbiamo fidarci sulla parola). Sappiamo anche che, se posizionate in altrettanti luoghi giusti, le pietre daranno all’umanità una chance di evitare la Grande Catastrofe. Vago, ma tant’è. La GC, per amor di cronaca, è attesa, sulla base dell’infinitamente preciso calendario Maya, per il 21 dicembre 2012. Inoltre sappiamo (perché ci è stato ripetuto spesso) che che tutti i Custodi delle Pietre muoiono/sono morti/devono morire portando a termine il loro compito, e che Stella è l’ultima Custode della Pietra Azzurra che, per motivi che non vengono mai chiariti, ha i suoi stessi lineamenti (e anche quelli della nonna di Owen, il quale a sua volta somiglia al nonno di Stella, benché non ci sia parentela).

 

Date queste premesse, ci aspetteremmo svariate cose, giusto?

 

Di cento non ci aspetteremmo che il Momento Critico per mettere la Pietra al Posto Giusto arrivi nel 2007. Perché mai? Non ci viene detto. E il 2012? E chi lo sa? Forse c’è un secondo volume in programma.

 

Ma allora, cosa succede? Be’, francamente non è chiaro. Stella, una volta entrata nel Posto Giusto, ha una breve visione di gente e draghi, poi Cedric Owen (che è già morto per la Pietra da vari secoli) le dice che è stata brava e, molto cavallerescamente, prende il suo posto, consentendole di non morire e tornare invece da Kit.

 

Quando Stella emerge dalla catacomba, che era il Posto Giusto e dove non è successo molto, Fraser è defunto, Davy Law e Antony Bookless se ne sono tornati a casa e Kit è lì che aspetta, molto impressionato e molto in salute, e anche molto noncurante in generale, considerando che pochi capitoli prima aveva rifiutato di essere curato dalla Pietra con quel tipo di veemenza che – tanto nei libri quanto nella vita reale – di solito conduce nello studio di un divorzista. Ma no, nulla di tutto ciò: Stella e Kit si baciano felici. Fine.

 

Un nonnulla di un anticlimax? Già.

 

Veniamo ancora informati succintamente che i Nostri riescono a far passare sotto silenzio le circostanze della morte di Fraser, e tutti si riuniscono dopo il funerale: Stella trionfante, Bookless riabilitato, Ursula guarita dalle ustioni (un miracolo della medicina, tra l’altro) e Davy Law improvvisamente riconciliato con Kit dopo dieci anni di feroce ostilità.

 

Er… e la fine del mondo? E chi lo sa? E chi se ne importa?

 

Morale (dell’autopsia, non del TdC): questo è un libro con dei seri difetti di trama, temi e caratterizzazione. La qualità della scrittura è buona, ci sono alcuni personaggi attraenti, delle bellissime descrizioni, dell’atmosfera, dei solidi dialoghi, e abbastanza tensione (soprattutto nella porzione elisabettiana) da catturare l’attenzione del lettore, ma tutto questo non basta.

 

E’ davvero un peccato che Manda Scott non abbia dedicato un po’ più di cura alla costruzione della trama e che non abbia maneggiato i suoi temi in modo un po’ più sottile: indipendentemente dal genere, ci sono alcune leggi della fisica narrativa che non si possono infrangere con impunità. Una è che la storia deve stare in piedi da sé, non per un atto di fede del lettore; un’altra è che le domande devono trovare risposta – non necessariamente le questioni filosofiche di fondo, ma di sicuro le domande sollevate dalla logica interna della storia; una terza ha a che fare con le regole interne della storia: l’autore crea queste regole, ma poi è tenuto a rispettarle se non vuole che la sua storia si afflosci su se stessa come un soufflé mal cotto; e un’altra ancora vorrebbe che si rispettasse sempre l’intelligenza del lettore, senza barare con le sue aspettative, senza sbattergli il messaggio sulla testa a ogni piè sospinto, senza pretendere che creda a tutto quello che l’autore gli dice.

 

Un romanzo, in fondo, è una bugia di quattrocento pagine – e il lettore lo sa benissimo quando prende in mano il libro. Il mestiere dell’autore non è raccontare la verità, ma raccontare storie con tanta efficacia e intelligenza che, giunto all’ultima pagina, il lettore sia al tempo stesso appagato dall’esperienza ed estremamente dispiaciuto di dover lasciare il mondo che è stato creato per lui. Se invece il lettore si sente imbrogliato e deluso, se non ha avuto quello che gli era stato promesso – o qualcosa di sorprendente in cambio – allora qualcosa non va.