Genius Loci

Fumo e Nebbia: La Londra Scura di Charles Dickens

Dickens.jpgCharles Dickens, questa icona della britannicità, questo iper-londinese tra gli scrittori londinesi, non nasce affato a Londra. Invece ci arriva a dieci anni, strappato alla gaia e marittima Portsmouth, alla scuola che amava, alla confortevole certezza di essere figlio di un gentiluomo moderatamente agiato…

Immaginate di trovarvi all’improvviso in un quartiere poco meglio che squallido in una città che passa da uno a sei milioni di abitanti nel giro di un secolo… sudicia, buia, affollata, puzzolente, pericolosa, traversata da un fiume che era una cloaca a cielo aperto, perennemente avvolta in una cappa di fuliggine e fumo: ecco come doveva apparire Londra al piccolo Charles. Per di più, suo padre John era un impiegato amministrativo di basso rango, scarsamente assennato* e alquanto prolifico. Quando, a furia di coltivare velleità sociali irragionevoli, finì in prigione per debiti, toccò a Charles, il maggiore tra i figli maschi, lasciare la scuola e la famiglia** e, abitando a pensione, lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe. Poi va detto che si trattò solo di qualche mese passato a incollare etichette sulle bottiglie. Ben presto, Dickens padre ereditò da una nonna una somma sufficiente a pagare i creditori, così la famigliola lasciò il carcere di Marshalsea e il piccolo Charles fu recuperato dalla fabbrica e rispedito a scuola. Fine dell’infanzia tragica: onestamente, credo che possiamo risparmiarci qualche lacrimuccia quando leggiamo delle traversie del piccolo David Copperfield.

A diciassette anni, il nostro ragazzino era giovane di studio presso un avvocato al Temple, dove si supponeva che svolgesse quella sorta di apprendistato informale che, all’epoca, poteva condurre a qualche ramo della professione legale. In realtà Charles non aveva nessun interesse per l’avvocatura, e impiegava la maggior parte del suo tempo osservando la fauna londinese che popolava gli studi legali e studiando da sé la stenografia. A diciannove anni stava già mettendo a buon frutto tanto la sua capacità di osservazione quanto la stenografia, lavorando come cronista giudiziario per diversi giornali. Il giovanotto aveva occhio e un bernoccolo istintivo per il bozzetto descrittivo. Qualche caporedattore impiegò poco tempo a spedirlo a Westminster come cronista parlamentare dapprima, e poi a pubblicare i suoi sketches, bozzetti di vita londinese.

Nel 1833, a 23 anni soltanto, Dickens era conosciuto ed apprezzato, sotto lo pseudonimo di Boz, da tutti gli strati della popolazione londinese, e nel frattempo aveva fatto esperienza di vari ambienti destinati a giocare ruoli fondamentali nella sua futura vita di narratore: le fabbriche, le prigioni, i tribunali, quei quartieri in cui legioni di londinesi lottavano ferocemente per mostrare qualche grado di rispettabilità o signorilità…

Nel 1836 il Morning Chronicle cominciò a pubblicare le puntate settimanali di The Pickwick Papers, più che un romanzo vero e proprio, un susseguirsi di episodi alla maniera di Smollet, di Fielding e di altri autori settecenteschi. Le prime puntate non ebbero un successo travolgente, ma l’introduzione di Sam Weller, il valletto di Mr. Pickwick, con la sua parlata cockney e la sua combinazione di astuzia e buon senso, mandò le vendite alle stelle. Dickens aveva dimostrato di saper ritrarre i Londinesi, e Londra lo ripagò da allora con incessante adorazione e un’insaziabile appetito per i suoi lavori.Immagine2.jpg

Dickens non si tirò indietro. Dopo The Pickwick Papers vennero, nel giro di pochi anni, Oliver Twist, Nicholas Nickleby e The Old Curiosity Shop, tutti ambientati a Londra, tutti pubblicati a puntate su vari periodici. Diciamocelo: era una vitaccia: ogni dannata settimana (oppure ogni quindici giorni nei casi più fortunati) bisognava produrre un capitolo di tot parole, non di più e non di meno, che terminasse lasciando qualche personaggio in difficoltà tali da costringere il lettore a comprare il numero successivo. E non c’era posto per i ripensamenti: se al capitolo XVI si decideva che il personaggio X sarebbe riuscito meglio come un bon vivant irresponsabile anziché un malvagio vero e proprio, non si poteva tornare indietro, perché i primi quindici capitoli erano già stati pubblicati… Scrittori meno abili affondavano a dozzine su queste difficoltà.

Dickens invece prosperava in quell’atmosfera frenetica. Riempiva i suoi romanzi di sottotrame e personaggi minori, di conversioni a 180 gradi e di coincidenze improbabili, ma lo faceva con tanto estro che il pubblico era in delirio. E lui adorava il contatto con il pubblico, le lettere dei lettori, era sommerso dagl’impegni, dalle letture pubbliche, dalle produzioni teatrali amatoriali. E ciò benché nel frattempo avesse messo su famiglia con l’infelice Catherine Hogarth. Povera Kate, con un marito stravagante, irresponsabile, iperattivo, pieno di fascino e di capricci! Ma forse Dickens non aveva un gran bisogno di felicità domestica: era troppo preso dai suoi successi letterari, dall’ambiente frizzante e vivace del giornalismo londinese…

Paradosso: se c’è un autore che critica aspramente Londra, i suoi mali, la sua corruzione e le sue ingiustizie, questo è proprio Dickens. La gestione degli orfanotrofi e delle scuole, le lentezze del sistema giudiziario, le disparità sociali, l’aspetto disumanizzante dell’industrializzazione, le leggi sulla povertà, l’allignare della criminalità negli slums, pochi sono gli aspetti della vita cittadina che sfuggano alla sua censura. Addirittura, in The Old Curiosity Shop c’è un tentativo abbastanza scoperto di un’equazione tra Città e Corruzione dell’Umanità, cui corrisponde un associazione speculare tra campagna e vita incorrotta e semplice. Eppure, togliete Dickens da Londra, ed eccolo perduto! Cosa farebbe il Nostro senza le redazioni dei giornali, senza i teatri, senza le strade affollate, senza la calca attorno ai tribunali, senza la varia, affaccendata, viva umanità che sgomita nelle vie di Londra? Lo ammetterà lui stesso, molti anni più tardi, quando faticosamente occupato con la prima stesura di Dombey&Son in Svizzera, confiderà a un amico: “Lontano da Londra non so scrivere!”

E nel frattempo, piovono i successi: A Christmas Carol (Canto di Natale), forse la storia più famosa di tutta la letteratura inglese; David Copperfield, il prediletto e più autobiografico tra i suoi romanzi; Bleak House (Casa Desolata), con la sua feroce denuncia di un sistema giudiziario incancrenito; Little Dorrit, che punta il dito contro la prigione per debiti***; A Tale of Two Cities (Le Due Città), l’unico romanzo storico insieme al meno fortunato Barnaby Rudge; e poi Great Expectations (Grandi Speranze), e Our Mutual Friend (Il Nostro Comune Amico)… tutti così profondamente impregnati dello spirito, dei costumi, delle abitudini e dei vizi di Londra… Leggete dei pescatori di cadaveri annidati come ratti lungo il Tamigi, della sarta delle bambole che va a vedere le signore davanti alla Royal Opera House per copiare gli stili degli abiti, del giovanotto assunto per catalogare una biblioteca nelle stanze piene di muffa al Temple, della pittrice di ritratti in miniatura che vive in affitto accanto alla buona famiglia decaduta a Camden Town, delle piccole aziende nella City, degli imbalsamatori, delle ragazze da marito, dei venditori di ballate agli angoli di strada, degli spazzini a nolo, dei ladruncoli, degli avvocaticchi, delle levatrici, delle vecchie madri tiranniche… C’è tutto un mondo nelle pagine di Dickens, e per la maggior parte, questo mondo si agita nelle vie di Londra. Anzi, Londra stessa è un personaggio a pieno titolo: sempre scura, nebbiosa, fredda, un po’ crudele, con i suoi campanili che bucano il cielo grigio, con il fiume opaco, buono appena per i suicidi e il contrabbando, con le vie sporche e gli appartamenti pieni di muffa, i ponti deserti dove la gente si accoltella. Londra non è mai accogliente, di rado appare gaia, ma è sempre vivida, reale e pittoresca insieme.

Immagine4.jpgUno dei tanti misteri alchemici che resero questo scrittore disordinato e affannoso, crudele e allegro l’idolo della sua città. Quando morì, nel 1870, Dickens era immensamente popolare. Centoquarant’anni più tardi, lo è ancora, i suoi romanzi sono letti in tutto il mondo, e quanta gente forma la propria idea di Londra prima di andarci, sulle pagine di Canto di Natale, di Oliver Twist e di David Copperfield****? E il fatto è che della Londra di Dickens resta sorprendentemente molto, a volerla cercare. Passeggiando intorno a St.Paul in una giornata bigia, traversando i cortili del Temple sotto la pioggia, rispondendo al bigliettaio cockney dell’autobus in Fleet Street, attraversando il vecchio Mercato delle Mele a Covent Garden, ecco che David, Amy Dorrit, Mrs. Nickleby, i fratelli Pinch, Sam Weller, Dick Swiveller e tutti gli altri ci vengono incontro.

La Londra di Dickens, quella che ha nutrito i lavori di Dickens, quella che Dickens ha immortalato e, in parte, creato – quella Londra è ancora al suo posto.

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* E forse nemmeno terribilmente onesto: è possibile che il suo precipitoso trasferimento a Londra fosse il frutto di qualche colpevole leggerezza nel maneggiare il denaro destinato alle paghe della Royal Navy.

** Com’era d’uso all’epoca, moglie e figli “a carico” vivevano in prigione con il detenuto.

*** Tribunali, prigioni, fabbriche… suona familiare?

**** Confesso di essermi allarmata quando ho saputo che a Londra avrei abitato in una residenza universitaria a Southwark… perché Southwark, ai tempi di Dickens, era uno slum per nulla raccomandabile.

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Iridescenza

Non c’è verso che mi ricordi a quale casa automobilistica appartenesse questa campagna, e mi dispiace, perché chiunque ne abbia ideato lo slogan è un genio.

Driving technology.

Tutto qui: due parole due. E però provviste di tutta una serie di significati che si possono tradurre liberamente in:

1) Tecnologia per guidare

2) Guidare la tecnologia

3) (Siamo) motivati dalla tecnologia

4) Tecnologia all’avanguardia

Tutti pertinenti, tutti incoraggianti dal punto di vista di un eventuale consumatore, ciascuno un dito puntato verso una direzione diversa: l’aspetto pratico, il vantaggio per il consumatore, la filosofia produttiva, l’eccellenza del prodotto. Tutto, ripeto, in due parole.

Francamente, non mi ricordo nemmeno il resto dello spot, ma il modo in cui è concepito questo slogan mi ha colpita, perché prende un meccanismo poetico particolarmente raffinato e complesso e lo utilizza a fini commerciali. Ora, non scrivo poesia, e non ne leggo nemmeno moltissima, ma adoro quell’estrema distillazione del linguaggio poetico per cui ogni parola/combinazione di parole racchiude più di un significato. Come una gemma che mandi una luce diversa a seconda di come è orientata. Questa iridescenza è una delle caratteristiche più preziose e inafferrabili del linguaggio, poetico o no, e farne un uso così compatto, efficace e coerente è favolosa scrittura; non m’importa se è finalizzata a vendere automobili.

E adesso, se fossi brava, mi proporrei di esercitarmi a produrre qualche cosa di simile, diciamo almeno due combinazioni aggettivo/sostantivo, o sostantivo/verbo, o verbo/avverbio, con almeno due significati diversi e connessi tra loro. Prima della fine della settimana. Perché qualche gemma, ogni tanto, sta bene anche incastonata nella prosa.

Spigolando nella rete

Treasure Trove

Nella mia caccia all’abbigliamento tardo-bizantino mi sono imbattuta in questo meraviglioso sito, dove qualche anima santa sta digitalizzando tutta la Vinkhuijzen Collection of Military Costume Illustration. Più di 30000 figure di uniformi storiche di tutto il mondo*!

No, non ha vesti tardo-bizantine, ma è piena di meraviglie come l’imperatore Niceforo:

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 E i manglaviti:

Manglaviti.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 E la guardia varangiana:

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Quasi come gli albi della Osprey, ma con più cose bizzarre.

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*Tutto il mondo tranne gli Stati Uniti, precisa l’anima santa, che è statunitense.

 

grillopensante · libri, libri e libri

Se Questo E’ Un Uomo

Ho cominciato ieri un laboratorio nuovo alle Scuole Medie di Roncoferraro.

In occasione della Giornata della Memoria, per quattro venerdì leggerò e commenterò brani di Se Questo E’ Un Uomo, di Primo Levi, con i ragazzi di due classi terze. Sono sempre in ansia quando inizio un lavoro nuovo in una scuola, specialmente quando si tratta di un laboratorio creato su richiesta e mai sperimentato prima. Tra l’altro, Se Questo E’ Un Uomo è un libro ostico, di quelli che pretendono attenzione per entrare sotto la semplicità apparente della scrittura. L’asciuttezza deliberata e scarna della cronaca può non coinvolgere a prima vista, e non ci sono personaggi con cui un quattordicenne possa identificarsi d’istinto. Così il mio mestiere è aprire delle porte tra la realtà di questi ragazzi e quella del libro, mostrare loro l’ansia di raccontare del giovane Primo, decifrare l’appello nascosto nella durezza apparente dell’epigrafe, tradurre i civili fantasmi cartesiani e il soldato tedesco irto d’armi in termini che possano riconoscere.

Come ho detto, è il genere d’inizio che mi mette in ansia. Mi domandavo mai, a quattordici anni, se gli adulti che mi spiegavano qualcosa temessero di non riuscirci a sufficienza? Forse no.

Poi però arrivano i buoni segni. Il primo è quando cercano d’impressionarti, vogliono far vedere che capiscono, che partecipano, fanno qualche falsa domanda (“Ma non c’era anche Lenin, in Russia, oltre a Stalin?”). Non è ancora davvero promettente, ma è un inizio: vuol dire, se non altro, che hai la loro attenzione. E poi arrivano le domande vere, in tutta la gamma dal candido al pratico all’acuto, e guai a farsi cogliere alla sprovvista. E poi, quando domandi a tua volta, arrivano le risposte, qualcuna un po’ a caso, qualcuna ingenua ma nella direzione giusta, qualcuna singolarmente pronta.

Vuol dire che seguono, che parliamo, almeno un po’, la stessa lingua, e che, se sono fortunata, almeno qualcuno di loro porterà a casa un modo diverso di leggere, di farsi domande, una nuova considerazione per la storia, per la forza dei libri e della parola scritta. Ed è allora che, tutte le volte, mi ricordo perché mi piace fare questo lavoro.

lostintranslation · musica · Poesia

Cats!

Ieri sera sono andata a vedere la versione italiana di Cats

Ero piena di prevenzioni nei confronti della traduzione, e invece non è affatto male. La musica di Lloyd-Webber, sempre entusiasmante, dal vivo lo è ancora di più ; le coreografie di Ezralow sono piene di energia, la scena un po’ affollata ma non male, e la Compagnia della Rancia lavora con passione e ad alto livello. Questa versione italiana sopprime The Awefull Battle (peccato…), ma in compenso ripristina Growltiger (tradotto – bene – in Gattigre) in una bellissima scena di ombre cinesi.

Non è che la produzione non abbia difetti, e il più macroscopico sono i brutti costumi dall’aria goffa e miserella: a parte tutto il resto, non c’è pericolo che i pur bravissimi ballerini/cantanti possano muoversi in modo convincentemente felino indossando delle specie di tute di peluche… Il secondo problema sarebbe l’interprete di Bustopher Jones (tradotto – maluccio – in Ciccio Gourmet), decisamente il punto debole della compagnia. Tuttavia, magari era raffreddato o in cattiva serata, per cui sospendiamo il giudizio. Invece è di sicuro una deliberata scelta di regia quella di mostrare i gatti tra l’indifferente e l’amichevole nei confronti di Grizabella fin dall’inizio, anziché ostili per la maggior parte del tempo. Confesso che la cosa mi ha infastidita: sarà più carino, ma toglie mordente alla trama, e contraddice, se non il testo, lo spirito delle poesie di Eliot, i cui gatti sono tutto fuorché carini.

Quando la Disney volle trarre un cartone animato da Old Possum’s Book of Practical Cats, la vedova del poeta si oppose recisamente: i Practical Cats non erano nati per essere teneri e graziosi. Quando fu la volta del musical, la stessa signora chiese a Lloyd-Webber e Trevor Nunn di non farne dei micetti.

Fu accontentata: in effetti, il fascino dei Jellicles consiste nella loro combinazione di grazia e ferocia, di riti tribali e di beffe ai “padroni”. I Jellicles sono cordiali col pasciuto e prospero Bustopher, comprensivi con Gus e le sue glorie passate, ma ostili a Grizabella, che ha lasciato la tribù per vedere il mondo. Quando torna, vecchia e malata, la ex glamour cat è accolta a soffi e graffi, e i gatti adulti non permettono ai gattini di avvicinarsi a lei. Il suo ritorno in seno alla tribù e la sua morte (la versione italiana è ancora più esplicita, traducendo the Heavyside Layer con “Il Dolce Aldilà”) sono il culmine della trama. La versione italiana stempera tutto questo: la prima volta, Grizabella viene più o meno ignorata, e la seconda tutti i gatti le si strusciano amichevolmente attorno… Ce n’era davvero bisogno?

libri, libri e libri

Perché Diamine “Lord Jim” è Il Libro Della Mia Vita

Dialoghetto ieri a Gonzaga:

Una Signora: “Le è piaciuto Il Tiranno di Manfredi? “

Io: “Non mi è dispiaciuto, ma non è il libro della mia vita.”

Un’altra signora: “E qual è il libro della sua vita?”

Sobbalzo sembre quando vengo presa alla lettera in queste circostanze, ma naturalmente ho risposto che il libro della mia vita è Lord Jim, di Conrad. Come al solito, pochi lo avevano letto, e di quei pochi nessuno lo apprezzava alla follia (tranne una signora di origine inglese). Sempre così. Lo raccontavo ieri sera per telefono ad A., e lei, che LJ non lo sopporta, è sbottata:

“Lo vedi che è malsano avere Lord Jim per libro della tua vita? Si può sapere perché, poi?”

Indignata, ho ribattuto per un’infinità di ottimi motivi, al che A. si è messa a ridere, e poi siamo passate a discutere se andare o no a vedere Avatar. Ora, non so se andremo a vedere Avatar, ma ho rimuginato sulla domanda. Ebbene, A., ecco perché:

1) Perché la prima volta che l’ho letto l’ho piantato a pagina dodici, convinta che non mi piacesse, ma ero già talmente catturata che ho dovuto riprenderlo in mano e leggerlo tutto.

2) Perché dopo vent’anni seguito a rileggerlo ancora e ancora, e ogni volta ci trovo qualche sfumatura nuova, qualche sottigliezza che mi era sfuggita, qualche meraviglia sepolta un po’ più a fondo.

3) Perché il suo protagonista è così ben scritto che per me non è meno reale di una persona in carne ed ossa. Io conosco Jim, so che voce ha, che tipo di sguardo, come si muove, in che modo ragiona. Quasi un membro della mia famiglia.

 4) Perché nei momenti difficili e di fronte alle decisioni epocali, quello è il libro che riprendo in mano, anche se (o forse proprio perché) è una storia dolorosa, di colpa e di fallimento, di paura e di occasioni mancate, e di redenzione che sembra raggiunta e poi sfugge di mano.

5) Perché a diciotto anni, leggendone una versione semplificata in lingua originale mi sono innamorata dell’Inglese con un entusiasmo che dura tutt’oggi, e ho scoperto che leggere un libro tradotto e leggerlo in originale sono due esperienze completamente diverse.

6) Per la scena in cui, dopo la vittoria sugli uomini di Ali, la gente del villaggio acclama tumultuosamente Jim, con i gong e i tamburi, sventolando bandierine bianche, rosse e gialle. La scena è narrata al lettore da un narratore che riferisce di come Marlow gli abbia raccontato la versione di Jim. E in cinque righe, attraverso questo cannocchiale rovesciato di punti di vista, mi si è impressa in mente con una vividezza indimenticabile.

7) Perché in mani diverse questa vicenda sarebbe stata solo un melodramma avventuroso, e invece Conrad ne fa una tragedia dell’incapacità di vivere all’altezza delle proprie aspettative: Jim non solo non è perfetto, ma soccombe alla sua imperfezione, travisa se stesso e gli altri, insegue o rifugge cose che non esistono, non impara mai a venire a patti con la realtà, e paga (e fa invoontariamente pagare a tanti altri) un prezzo altissimo, nel finale più desolato che si possa immaginare.

8) Perché a sedici anni, leggendo questa storia, ho capito per la prima volta che un autore deve essere spietato con i suoi personaggi, non deve risparmiare loro nulla, non deve proteggerli né da loro stessi, né da ciò che accade nelle storia, né dal giudizio del lettore.

9) Perché dalla complessità della sua struttura e della sua caratterizzazione ho avuto la prima impressione che scrivere non fosse questione di aspettare l’ispirazione, aprire il proprio cuore e vuotarne il contenuto sulla carta: tra letture, riletture, analisi, dissezioni e uno sciagurato tentativo di riduzione teatrale, Lord Jim è stato la mia prima scuola di scrittura.

10) Perché negli ultimi vent’anni la mia aspirazione è stata (e ancora è) non quella di scrivere un libro come questo, ma di scrivere un libro che ne abbia l’intensità, le ombre, la passione, la potenza e la bellezza. Wish me luck.

E voi? Che cosa ha fatto per voi il libro della vostra vita? Che cosa avete trovato tra le sue pagine?  

Oggi Tecnica · scrittura

Il Medico di Se Stesso, ovvero La Scrittura da Dentro II

E oggi, parte II di La Scrittura da Dentro alla Libera Università del Gonzaghese. So che sembra un annuncio, ma aspettatevi una confessione personale prima della fine.

La settimana scorsa si è parlato di trama e struttura, e adesso è il momento di mettere in scena.

Servono posti, serve gente, servono arredi di scena, costumi e musica, per cui oggi ci si occupa di personaggi, ambientazione, descrizioni e dialoghi, il tutto all’insegna di quello che è forse il più ripetuto assioma della scrittura creativa: show, don’t tell.

Non è curioso dover mostrare e non dire in una forma d’arte che, alla fin fine, consiste tutta nel dire? Ma è il modo in cui si dice, il punto di vista che si sceglie, la voce che si adotta, gli aggettivi che si usano, la forza dei verbi… Le parole hanno colore, peso e forma, certe combinazioni di parole hanno un effetto, altre non riescono ad averlo, altre ancora ne hanno di imprevisti. E’ tutta un’intricata questione di effetti e di scelte: ogni scelta ha un effetto, e ogni effetto va calcolato, almeno un po’.

“Ma questo varrà forse per la scrittura strumentale!” ha obiettato la settimana scorsa un partecipante al corso.

Ebbene, indovinate un po’: tutta la scrittura narrativa è strumentale. Se non volessimo ottenere un effetto con le parole che scriviamo, non ci disturberemmo a scriverle affatto. Persino quando è solo l’effetto di vedere sulla carta le proprie emozioni solo per sé stessi – e forse sarò cinica, ma credo che non siano in molti a scrivere senza l’intento di far leggere a qualcun altro – persino allora si tratta di usare degli strumenti (alfabeto, grammatica, sintassi, stile) per un fine (nel caso specifico, riprodurre un’emozione). E nella maggior parte dei casi, quando il procedimento coinvolge un lettore, la necessità di rendere ciò che si scrive logicamente ed emotivamente decifrabile comporta un uso di causa ed effetto molto più complesso e consapevole.

Parlo con dolorosa cognizione di causa: in un momento di follia ho deciso di revisionare un romanzo che ho scritto una decina di anni fa, quando non avevo ancora cominciato a studiare scrittura, quando credevo che bastasse avere una buona storia e delle adeguate conoscenze storiche per cavarne un romanzo…

Ohi ohi, gente!

Non mi ricordavo di essere mai stata tanto acerba: la storia c’è e non è male; i personaggi ci sono, e di qualcuno di loro sono soddisfatta;  qualche dialogo non è poi troppo disastroso. Fine. Il resto… mi piacerebbe poter dire che il resto è silenzio, ma di fatto: il resto è disastro. Conflitto, spessore, profondità, colori, consistenze, tridimensionalità, ombre… dov’è tutto ciò? E ripensandoci, ricordo che avevo in mente queste cose, che intendevo metterle sulla carta. Why, ogni tanto ce n’è persino qualche traccia, sepolta tra i cumuli di detto, detto, detto, detto. Perché sapevo che cosa volevo fare, ma non sapevo come farlo.

E nemmeno mi accorgevo di non saperlo fare, a giudicare dal fatto che in un primo momento ho mandato questo semolino a qualche casa editrice. Ossignore.

E però adesso, una volta superati lo shock (Ma è tutto insipido! Orrore, orror!), l’incredulità (Come, come, come ho potuto partorire ciò?), il panico (Urge ricerca attività alternativa… chissà come me la caverei con l’uncinetto?) e la momentanea depressione (E’ finita, sono distrutta, ho fallito, e no, grazie, non voglio una tazza di cioccolata calda con i biscotti *cue Chopin, Marcia Funebre*), ho colto una cosa importante. Ho colto che in questi dieci anni ho imparato a:

– riconoscere gli articoli dell’assortimento di lacune, mancanze, orroretti, peccati veniali e capitali, parole blande, opere insignificanti e omissioni di ogni genere che ho commesso a piene mani in quel romanzo;

– individuare la cura per ciascuno (o almeno la maggior parte) di essi.

– porre rimedio, a costo di riscrivere l’intero dannato romanzo da cima a fondo!

Non è divertente rimuginare su quanto poco sapessi dieci anni fa. Lo è di più giungere alla conclusione che da allora ho imparato molto, e sto ancora imparando, e potrò sempre imparare ancora. Ma la cosa migliore di tutte è mettere a frutto quello che ho imparato per rimodellare quel che avevo messo insieme a tentoni e a istinto, e farne una storia avvincente, narrata in modo efficace, vivido, ricco.

Perché adesso ho gli strumenti per ottenere gli effetti che volevo fin dall’inizio.

scrittura · teorie · Traduzioni

Randy Ingermanson a SEdS

Novità in arrivo a Senza Errori di Stumpa! E nientemeno che da Oltre Oceano.

Randy Ingermanson è un romanziere americano, scrive fantascienza e thriller cum viaggio nel tempo, e ha vinto un Christy Award. E’ anche un fisico teorico (che sia per questo che i suoi romanzi tendono ad avere dei fisici per protagonisti?), e un teorico della scrittura.

In America, ancora più che per i suoi romanzi, è noto come “Quello del Fiocco di Neve”, dal nome del suo metodo d’ingegneria narrativa: the Snowflake Method. E’ un sistema molto sensato ed efficace per sviluppare trame tese e prive di buchi… una volta o l’altra ne parleremo.

Per ora, la notizia è che ho chiesto a Randy il permesso di tradurre e postare qui alcuni articoli tratti dalla sua Advanced Fiction Writing E-zine, e la risposta è stata sì. Ciò significherà la prima serie di guest post (più o meno…) mai apparsa su questo blog nonché, cosa più rilevante, un po’ di tecnica molto tosta e tutto un altro modo di considerare scene e capitoli, descrizioni, ritmo, caratterizzazione, dialogo, subtesto… Il modo di un fisico teorico.

Prossimamente su queste pagine!

Genius Loci

Genius Loci

Bene, è giunto il momento di riscuotersi dall’accidia post-vacanziera, dalla tendenza al lamento da Lunedì Mattina Cosmico, dal salterellar di palo in frasca. E’ giunto il momento di concentrarsi su una nuova serie di post a tema.

Perciò, dalla settimana prossima, avrà inizio – rullo di tamburi… – Genius Loci, ovvero scrittori e città.

Questo nasce da una serie di lezioni tenute, nel quadro di un corso in collaborazione, presso la UTE di Mantova, e prevede cinque puntate con un’abbondanza di illustrazioni, letture, aneddoti, storia e letteratura, senza trascurare il minimo indispensabile di geografia. Nell’ordine (o forse no) avremo:

* Londra e Dickens

* Parigi e Dumas père

* Vienna e Joseph (non Philip) Roth

* Londra (di nuovo, sì…) e Virginia Woolf

* Edimburgo e Stevenson.

Considerando un’introduzione generale a mistica e realtà del rapporto scrittori/città, e un congedo per tirare le conclusioni a cose fatte, ciò significa che per sette settimane ci occuperemo di genio dei luoghi, luoghi del genio, luoghi e genio. Sette settimane a partire dalla prossima ci dovrebbero portare, se la matematica e il calendario non sono un’opinione (debatable matters, both of them), agl’inizi di marzo, quando nei prati fioriranno le violette e sbocceranno le margherite. E per allora si vedrà.

E sì, lo so: tre su cinque sono autori britannici… Ma d’altra parte non è una novità: io sono un’anglomane malata e convinta e voi, alla fin fine, ve lo aspettavate, nevvero?

Oggi Tecnica · scrittura

La Scrittura da Dentro I

Oggi pomeriggio alle 15.00, prima parte del mio corso La Scrittura da Dentro (the abridged version) presso la Libera Università del Gonzaghese, a Gonzaga (MN).

Si comincia con un po’ d’Ingegneria Narrativa: trama, struttura, scena, transizione, convenzione e il sacro, onnipotente conflitto, da Aristotele ai guru americani. Oh, in realtà l’intera faccenda è ben più vecchia anche di Aristotele, ma per la prima codificazione si risale a lui. Ed è sorprendente vedere come certe abitudini narrative persistano invariate, o quasi, dopo millenni… per l’ottimo motivo che funzionano. Altre invece sono invecchiate molto male: c’è un motivo per cui non ci accontentiamo più di un Coro che ci racconta le grame e/o sanguinose vicende avvenute fuori scena, giusto?

Suona molto malsano se dico che adoro queste cose con furiosa, ardente, famelica passione?