Genius Loci

Finis Austriae: Joseph Roth e Vienna

Joseph Roth.pngFino alla metà degli Anni Settanta tutti credevano che Joseph Roth fosse il rampollo di un ufficiale austroungarico e che, a sua volta, avesse servito come ufficiale durante la I Guerra Mondiale, finendo prigioniero in Russia. E di conseguenza si credeva che libri come Fuga Senza Fine, La Marcia di Radetzky e La Cripta dei Cappuccini fossero largamente autobiografici. Queste informazioni si trovavano sulle quarte di copertina e nei lemmi d’enciclopedia, per un motivo molto semplice: Roth stesso le aveva fornite.

Peccato che non fosse vero.

In realtà, prima di diventare un giornalista celebre, un romanziere e un esule girovago, Joseph Roth era stato un figlio della piccola borghesia ebraica nella provincia galiziana, uno studente borsista e poi un sottufficiale nell’ufficio stampa dell’Esercito Austroungarico durante la guerra, senza vedere un singolo giorno di servizio al fronte.

Ecco uno scrittore che, invece di creare personaggi autobiografici, crea una biografia fittizia simile a quella dei suoi personaggi, in particolare di Franz Trotta, il protagonista de La Cripta dei Cappuccini*. Quello che è curioso, se vogliamo, è che la vicenda bugiarda di Franz diventa il simbolo di tutta una generazione di Viennesi, la generazione perduta, la generazione sconfitta: non quelli che muoiono in guerra, ma quelli che hanno l’ancor peggiore ventura di tornare, fantasmi di una Vienna finita. Anzi no: di un Impero finito. Aquila.png

Perché, diciamolo subito, Roth non concepisce l’Austria post-bellica, la piccola Austria che parla Tedesco, raccoglie stelle alpine e canta canzoni sentimentali. L’Austria, per Roth, è l’Impero; e di questo Impero Vienna è un po’ la madre e un po’ il parassita, una sorta di scrigno della grandezza imperiale (malinconicamente incarnato prima dal vecchio Francesco Giuseppe, poi dalla cripta dove riposano gli Asburgo), che governa, protegge, punisce e sfrutta le sue periferie con pari, inesorabile equanimità**.

Non è una Vienna allegra, quella di Roth, fatta di uffici ministeriali dove nulla mai compie e nulla si dimentica, di palazzi in rovina che diventano pensioni, di caffè dove i giovani di buona famiglia trascorrono le loro giornate, discutendo di come il senso dell’Impero sia più vivo in Ungheria e in Polonia che nelle città germanofone. Allo scoppiare della guerra, Franz e i suoi amici sono quasi sollevati: dal momento che il loro mondo sta già crollando senza che possano farci alcunché, dal momento che non vedono un futuro, una morte in guerra, una buona morte in nome delle ultime vestigia dell’Impero, è forse il meglio che possano inconsciamente augurarsi. La morte che incrocia mani di scheletro sopra le coppe da cui questi giovani bevono è l’immagine che ricorre in tutta la prima metà del romanzo.

Ma la guerra e la morte passano oltre, Franz sopravvive e, sfuggito alla prigionia in Russia, torna fortunosamente in una Vienna che stenta a riconoscere. Con la madre e con gli amici sopravvissuti, beffati come lui, ricomincia a celebrare, come in un’eterna liturgia funebre, i piccoli riti secondari dell’Impero che non c’è più: nessuno ha denaro, il vino e il caffè sono diventati pessimi, da Demel non servono più meravigliosi pasticcini dai colori di gioiello, e le candele di sego hanno sostituito quelle di cera, ma in fondo tutto questo è appropriato. Appropriato a una città che non ha più un Impero, né un Imperatore. Finito è il tempo in cui un cittadino austroungarico poteva viaggiare da Lwow a Trieste, a Praga a Sarajevo, ritrovando sempre simili le stazioni intonacate di giallo, i giocatori di domino nei caffè, lo spirito dell’Impero***. FranzJoseph.jpgPerduta è la crisalide dell’identità antica, al di sopra delle nazioni e delle lingue. Nella nuova Vienna, testa senza più corpo né corona, rimane solo la scelta tra correre con il nuovo mondo (come fa Elisabeth, la moglie separata di Franz), oppure lasciarsi morire un poco per volta insieme ai brandelli del vecchio. Per Franz e i suoi amici, gli sconfitti che un futuro non lo avevano mai preso in considerazione, la scelta è terribilmente facile.

Quando scrisse La Cripta dei Cappuccini, Roth era in esilio in Francia, sfuggito per tempo alle persecuzioni naziste, legato ad ambienti veteromonarchici che caldeggiavano un impossibile ritorno degli Asburgo su un fantomatico trono d’Austria. Scelta  stravagante e cavalleresca, omaggio di devozione ostinata e consapevole all’ideale tramontato.

Non stupisce – ma commuove – il finale del romanzo: è il marzo del 1938 e Franz siede al caffè, come sempre, quando giunge notizia dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista. La novità provoca concitazione, e il caffè si svuota. Solo Franz indugia e, rimasto solo, se ne va, per le strade ventose e deserte, fino alla chiesa dei Cappuccini al Neuer Markt, per rendere, dalla porta che non gli è consentito di varcare, un ultimo omaggio al suo Imperatore e al vecchio mondo sconfitto. Gott erhalte! – Dio conservi! grida Franz, quando non c’è più nulla da conservare.

Roth sarebbe morto un anno dopo, esule e malato. Della sua Vienna oggi non rimane più molto, a meno di cercarla negli angoli più bui di Demel, o nella Cripta. Ma fuori di lì, alla luce del sole Vienna (insieme a tutta l’Austria) ha abbracciato un modello sentimental-turistico dell’Impero, fatto di figuranti vestite da Sissi, concerti di capodanno e feste da ballo****. Dell’Impero rimane solo questa pallida immagine di zucchero, crinoline e boschi tirolesi.Cripta.jpg

Joseph Roth, che si era costruito una biografia simbolica per meglio aderire a una Vienna ideale e sovrannazionale, non avrebbe apprezzato.

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* I Trotta, lo sappiamo da La Marcia di Radetzky, sono una famiglia di origine Slovena, il cui ramo principale è stato nobilitato in seguito a un salvataggio dell’allora giovane Francesco Giuseppe, in un episodio finito, con molti abbellimenti, sui libri di testo. Il romanzo ha il suo culmine in un desolato incontro tra il figlio del salvatore nobilitato e un ormai vecchio Francesco Giuseppe, che dei Trotta non ricorda più nulla, se non di dover essere loro grato.

** A noi, cresciuti a una dieta di Pellico e Mazzini, questo fa un po’ specie. Eppure, la percezione generale dell’Impero corrispondeva a un’entità soffocante e benevola in parti uguali, affetta da elefantiasi burocratica e tendenzialmente pervasa da un’identità sovrannazionale.

*** Questo spirito, in realtà, era ancora abbastanza vivo alla metà degli Anni Trenta perché mia nonna, cresciuta in un territorio che era stato alternativamente Italia e Slovenia, chiamasse il suo primogenito Francesco Giuseppe in onore dell’Imperatore.

**** Mi si dice che il Prefetto di Vienna partecipi in media a centocinquanta balli l’anno.

cinema · guardando la storia

Storicamente Corretti

Abbiamo parlato, qui e qui, di letteratura e cinema; parliamo di storia e cinema, questa volta.

Qualche anno fa, in un saggio intitolato “Le troppe sviste di sir Scott”, lo storico militare e medievalista Marco Meschini (Cattolica di Milano), ha offerto un’analisi molto stimolante del modo in cui la storia finisce sugli schermi cinematografici, concentrandosi su Kingdom of Heaven, di Ridley Scott, una narrazione alquanto disinvolta dell’assedio di Gerusalemme, nel 1187.

Meschini, ammiratore confesso di Scott, parte dalle dichiarazioni contradditorie rilasciate dal regista e dallo sceneggiatore William Monahan a proposito dell’accuratezza storica del film. Si parte da un “i personaggi sono storicamente corretti”, per arrivare a un “talvolta abbiamo dovuto ritoccare la realtà a fini narrativi”, per culminare con uno spudorato “è successo 800 anni fa… voi c’eravate? Io no!”

Francamente, avrebbero fatto miglior figura se non avessero voluto rivendicare fette decrescenti di fedeltà ai fatti. Voglio dire, tutti sappiamo che la storia è storia e Hollywood è Hollywood, e non ci scandalizziamo troppo, nemmeno quando Baliano, in realtà signore di Ibelin e colonna del Regno Latino di Gerusalemme, ci viene contrabbandato come un povero maniscalco francese che scopre di essere figlio illegittimo di un gran signore e capitano crociato*. O meglio, non ci scandalizzeremmo troppo se il regista non ci avesse detto che i personaggi sono essenzialmente corretti.

In definitiva, fare film consiste nello strizzarci l’occhio, invitarci a sospendere l’incredulità e lasciare che ci godiamo le scene di battaglia, giusto? Ma no, Scott deve cercare di imbrogliarci, rimangiarsi via via le assicurazioni incaute e infine, in una dimostrazione palese di coda di paglia, tentar di fare dell’ironia sulla questione.

Col risultato che il film non è ancora iniziato e siamo già maldisposti, tutti i nostri neuroni sono in allerta massima da forze ostili e, invece di appassionarci alla storia, notiamo le incongruenze, gli anacronismi e gli svarioni. Come il fatto che questa gente se ne vada in giro in armatura completa per la maggior parte del tempo, o che carichi con la spada in pugno (anziché la lancia), o che si levi l’elmo nel bel mezzo della battaglia, o che, mentre galoppa, senta ordini gridati da qualcuno all’altro capo dello schieramento…

Tuttavia, Meschini sembrerebbe disposto a concedere queste licenze, seppur malvolentieri, in omaggio a quella concezione comune del Medioevo che un altro Scott, un paio di secoli fa, ci ha affibbiato, e da cui l’immaginario collettivo stenta a liberarsi. In fondo, dice Meschini, l’armatura prèt-à-porter, i Templari cattivissimi e la spada in pugno sono quello che il pubblico si aspetta: dargliene in abbondanza potrà non essere rigoroso, ma è… come dire? Finanziariamente solido. E poi queste bazzecole impallidiscono di fronte al vero e proprio crimine storico di Kingdom of Heaven: la disonestà intellettuale.

In sostanza, Scott ci presenta tutto il clero cattolico (vescovi, ordini militari e preti di villaggio alike) come una masnada di avidi casuisti intenta a mercanteggiare salvezza eterna contro infedeli uccisi. I Crociati sono, nella migliore delle ipotesi degl’idioti ingannati, in quella di mezzo dei fanatici, nella peggiore in combutta con il clero. Il nostro eroe (nobiluomo, ma ex maniscalco, e pertanto uomo del popolo), è una brava persona, ma è lucido perché ha perso la fede. Per contro, i Saraceni (salvo qualche sporadica eccezione) sono onorevoli e cavalleresche persone, prima di tutti Saladino, che onora i debiti, libera i prigionieri e, una volta entrato in Gerusalemme riconquistata, risolleva una croce che trova rovesciata.

Non male, eh? E tanto più perché Ridley Scott ha dimostrato ripetutamente di saper raccontare storie tutt’altro che manichee, tipo Blade Runner, o I Duellanti, solo per citarne un paio. E allora? E allora, forse, la chiave di lettura la dà un commento di Liam Neeson, secondo il quale contravvenire alla realtà storica non solo non è un reato penale, ma è anzi cosa buona e giusta al fine di far passare un messaggio.

Ah. Interessante.

Quindi, in sostanza, il concetto di narrazione storica di Ridley Scott e William Monahan si esemplifica così: il Saladino era un principe tollerante e amante della pace, con un esercito stanziale di 200000 uomini o giù di lì. Ora, non stiamo a spaccare il capello in quattro sul fatto che, stando a tutte le fonti, Saladino non avesse mai più di 35000 uomini su un singolo campo di battaglia. I numeri, dopo tutto, sono secondari. Peggio, molto peggio, è che si sorvoli sulla presenza dell’esercito stesso. Stiamo parlando, fa notare Meschini, di un’epoca in cui nessuno tiene un esercito in armi un giorno più di quanto sia necessario: se l’esercito c’è, è perché Saladino è in guerra. In Jihad, per la precisione.

E invece no: i Crociati sono malvagi e costituzionalmente assassini per una combinazione di avidità e fanatismo; i Saraceni sono brava gente, fiera ma tollerante, civile e amante della pace. E’ tutto ben chiaro? E se storicamente le cose erano un pochino diverse, un pochino meno nette, un pochino più complesse; se si sono stravolte le fonti e la realtà; se si è stati tendenziosi e intellettualmente disonesti, non ha la minima importanza. L’importante, intonano in coro Scott, Monahan, Neeson e Dabashi**, l’importante è il messaggio.

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* Wait a moment! Orlando Bloom che fa il povero maniscalco, figlio illegittimo di un capitano, in seguito promosso a uomo del destino… non vi pare di averla già sentita di recente, questa storia? 

** Hamid Dabashi, professore di studi iranici e letteratura comparata  alla Columbia University, esperto di cinema e storia postcoloniale dell’Islam sciita, consulente storico della produzione del film. Si vede che un medievalista non l’hanno trovato.

 

libri, libri e libri

Chi ha paura di Virginia Woolf?

VW_-_Hogarth.jpgL’anno scorso Guanda ha pubblicato una traduzione di A Boy at the Hogarth Press, di Richard Kennedy, con il (goffo?) titolo Io Avevo Paura di Virginia Woolf*.

Goffo ma funzionale e, probabilmente, necessario per il pubblico italiano, non tenuto a sapere che la Hogarth Press era la casa editrice fondata nel 1917 da Leonard e Virginia Woolf.

Virginia non stava bene: nel ’13 aveva tentato il suicidio e negli anni successivi i suoi problemi mentali si erano ripresentati, più allarmanti che mai. I medici suggerivano una sana vita in campagna (che Virginia trovava deprimente) e un’occupazione che la assorbisse. Probabilmente avevano in mente qualcosa come le marmellate o il giardinaggio, e invece Leonard fondò una casa editrice piccola, raffinata e tremendamente snob.

Dieci anni più tardi, nel 1927, enter Richard Kennedy, sedicenne di discreta famiglia dal passato scolastico burrascoso, e dall’allarmante mancanza di qualsiasi inclinazione pratica. O almeno così ritiene il semi-disperato zio architetto che supplica Woolf di assumerlo come tuttofare alla Hogarth Press. Leonard accetta, ed avrà di che pentirsene.

Candido e svagato, Richard non è un granché come garzone: appende scaffali che crollano prontamente, è lento nell’impacchettare i libri, batte a macchina con due dita (e una grammatica abissale), corteggia indebitamente la graziosa segretaria, si lancia in osservazioni prive di tatto sui nipoti dei suoi datori di lavoro… La sua prodezza più epica è anche l’ultima: un colossale errore nell’ordine di carta per l’opera omnia di Virginia gli costa il licenziamento in tronco. “Il più spaventoso idiota che abbia mai avuto il privilegio d’incontrare in una lunga carriera di sopportatore di stupidi”, lo definisce un esasperato Leonard Woolf**.

Ma intanto Richard ha osservato, ha tenuto un diario, ha fatto degli schizzi, abbastanza per offrirci un ritratto del tutto inconsueto dei Woolf: Leonard, impaziente e petulante, capace di razionare la carta igienica o d’insegnare al suo garzone come si fuma la pipa; Virginia tirannica, irrequieta, maligna e affascinante; e attorno a loro tutta un’eccentrica e litigiosa clique di Bloomsbury.

Il risultato (a parte il fatto che Leonard dovette evidentemente riordinare tutta la carta) è un piccolo libro incantevole: non sarebbe bello se ogni grande della letteratura avesse avuto un Richard ad osservarlo e prendere appunti, in tutto candore e senza un’ombra di timore reverenziale?

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* Traduzione, molto gradevole, di Alba Bariffi.

** Never fear: Richard farà strada, studierà arte e diventerà un celebre illustratore. Si vede che così idiota non era, dopo tutto.

musica

Chi per fuoco, chi per acqua…

Non è molto allegra, ma è bellissima…

Conoscevo una ragazza irlandese che, quando era giù di morale o moderatamente brilla, faceva una specie di gioco con questa canzone: per ogni tipo di morte bisognava a turno citare un personaggio storico o letterario pertinente: tipo who by fire… Giovanna d’Arco; who by water… Shelley; who in the sunshine… e questo era il tipo di punto in cui si accendevano dispute furibonde, perché di sicuro Riccardo III è morto in pieno giorno, ma chi può dire se sulla battaglia di Bosworth splendesse il sole?

 

Oggi Tecnica

Randy Ingermanson: Pirati dei Caraibi

La parola a Randy, per un’analisi della Struttura in Tre Disastri di uno dei film più deliberatamente, spudoratamente (e spassosamente) non-storici che si possano immaginare.

La Struttura de La Maledizione della Prima Luna.

La sera dell’ultimo dell’anno sono stato alzato fino a mezzanotte con la mia famiglia per guardare La Maledizione della Prima Luna. L’eroina del film è Elizabeth Swann, interpretata da Keira Knightley.

E’ uno dei nostri film preferiti. Era stato progettato come un film avventuroso e romantico per ragazzi, con Orlando Bloom nella parte dell’innamorato di Elizabeth, Will Turner, ma poi, grazie all’ispirata recitazione di Johnny Depp, che ruba la scena nel ruolo dello squinternato capitano pirata Jack Sparrow, ha acquistato un aspetto addizionale: quello della commedia sopra le righe. Insomma, c’è qualcosa per tutti, in questo film, tranne chi va pazzo per le corse di camion – perché NON ci sono corse di camion!

In compenso c’è un sacco di azione, e la trama è piena di sorprese e imprevisti: c’è da perdersi nel seguirli tutti, ma è abbastanza facile individuare la storia principale usando la Struttura in Tre Disastri. Ecco la mia analisi, in cui metto in evidenza i tre Disastri in mezzo agli Atti della Struttura in Tre Atti.

INIZIO: Elizabeth Swann è la figlia del governatore di Port Royal, ed è appena stata chiesta in moglie da un uomo che non ama, un commodoro della flotta inglese, a cui preferisce Will Turner, un povero fabbro senza posizione sociale. Appena arrivato in città, il capitano pirata Jack Sparrow cerca di sfuggire all’impiccagione usando Elizabeth come scudo umano, ma finisce in prigione ugualmente, sempre condannato alla forca. Elizabeth è segretamente in possesso di un medaglione maledetto, che apparteneva in origine a Will Turner, e che induce l’ex equipaggio del Capitano Sparrow ad attaccare Port Royal.

DISASTRO n° 1: i pirati catturano Elizabeth con il suo medaglione, ma lei rivendica il diritto al “parley”, un incontro con il capitano pirata Barbosa.

Prima Parte del MEZZO: il Capitano Barbosa porta il medaglione (ed Elizabeth) su un’isola non segnata sulle carte, dove intende spezzare la maledizione che dieci anni prima ha trasformato lui e il suo equipaggio in altrettanti non-morti, condannati a non morire né vivere davvero. I pirati sono convinti che il sangue di Elizabeth metterà fine alla maledizione. Will Turner,  che è innamorato di Elizabeth e disposto a tutto per salvarla, si allea con Jack Sparrow per rubare una nave della Royal Navy, arruolare un equipaggio, e inseguire i pirati. Jack sa benissimo che Barbosa e i suoi intendono uccidere Elizabeth.

DISASTRO n° 2: Jack Sparrow e Will Turner liberano Elizabeth, ma Jack è lasciato alla vendetta dei pirati quando Will ed Elizabeth riescono a fuggire.

Seconda Parte del Mezzo: i pirati vogliono uccidere Jack, che però li persuade a inseguire Will ed Elizabeth e il loro equipaggio di vagabondi. Durante una battaglia navale, i pirati distruggono la nave inglese rubata e catturano l’equipaggio, abbandonando su un’isola Jack ed Elizabeth, quando scoprono che è lui a dover morire per spezzare la maledizione. Jack ed Elizabeth vengono salvati dal commodoro, che intende riportare a casa la ragazza (da cui aspetta ancora una risposta alla sua proposta di matrimonio), impiccare Jack e abbandonare Will al suo destino.

DISASTRO n° 3: Elizabeth persuade il commodoro a salvare Will Turner, promettendogli in cambio la sua mano.

FINALE: quando i pirati sono sul punto di assassinare Will Turner, Jack Sparrow li convince ad affrontare gl’Inglesi prima, mentre sono ancora non-morti (e quindi virtualmente imbattibili), e la maggior parte dell’equipaggio pirata ingaggia un feroce combattimento contro l’equipaggio del commodoro. Jack e Will, incaricati di occuparsi del Capitano Barbosa, spqzzano la maledizione. I pirati vengono catturati o uccisi, e tutti ritornano a Port Royal, dove Jack deve essere impiccato, ed Elizabeth sposerà il commodoro. Naturalmente non va a finire proprio così, e tutti vivono felici e contenti, tranne il commodoro.

Notate che i disastri sono tutti punti precisi nel tempo, e ciascuno di essi forza una transizione al successivo blocco di tempo.

blog life · considerazioni sparse · grillopensante

Motori di Ricerca

Un po’ di numeri: qualcuno sensato, qualcuno… er, meno.

Se le statistiche di MyBlog sono attendibili, nel corso della giornata del I Febbraio, i lettori che sono arrivati a Senza Errori di Stumpa via motore di ricerca lo hanno fatto con queste parole chiave:

– Alla fine della storia io tocco

– Manfred von Richtofen storia

– Parallelepipedo

– Tecniche narrative

Per quello che riguarda Cyrano e il Barone, nulla da dire, se non che sono molto contenta che si arrivi dalle mie parti cercando di loro… Ed è evidente che aggiungere “storia” alla ricerca è d’aiuto. In entrambi i casi, chiedendo lumi a Google, SEdS è nella prima pagina. Fort bien.

“Tecniche narrative” ci trova in terza pagina, il che tutto sommato non è male, ma di fare assai meglio non dispero*.

Un po’ più sconcertante è scoprire che, digitando “parallelepipedo” nella search box di Google, SEdS e io spuntiamo a metà della sesta pagina, per via di questo post… Chiunque sia sbarcato qui cercando nozioni geometriche sarà rimasto un tantino deluso!

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* Scoperta effettuata in giorni successivi al 1° di Febbraio: per “Show, don’t tell”, SEdS è a metà della prima pagina… Così va bene.

 

libri, libri e libri

Per Posta Aerea

9780313324376.jpgE’ o non è meraviglioso quando la posta arriva presto al mattino? Qui non sempre accade, ma a volte sì.

E ancora più meraviglioso è quando con la posta arriva un libro… Ah, la soddisfazione di firmare occhieggiando di sottecchi il pacco bianco, rosso e blu (posta aerea dagli Stati Uniti), mentre il postino fa dell’ironia sull’ennesimo libro… Scusi, è qui la biblioteca comunale? Sarà il Rautmann? O sarà il Cavallo? Il postino infila faticosamente la penna in qualche tasca di difficile accesso. O non sarà invece il romanzo che devo recensire per la HNR? Ma no, quello arriverebbe dall’Inghilterra… Non avrei fatto meglio a mettermi un giaccone per uscire in questo gelo?

Alla fine, quando ormai sono semicongelata, il benedetto postino cede il benedetto pacco, e via in casa a cercare le forbici per aprire il premio.

E dopo tutto è il Rautmann: Daily Life in the Byzantine Empire, un classico nel suo genere, edizione a copertina rigida, mosaici ravennati in copertina. Già solo a sfogliarlo pare una meraviglia. Speriamo che non sia troppo scarno di dettagli sul XV Secolo…

Mi sento quasi come il piccolo Stevenson che rincasa con il suo play sottobraccio. Bene, oggi non ci sono per nessuno.

Genius Loci

Salotti e Teatri: la Parigi Gaia di Alexandre Dumas

cle-19-dumas2delpech.jpgAlexandre Dumas Père arriva a Parigi ventenne, carico di sogni di gloria e pretese d’eleganza. Ne ha abbastanza di fare il giovane di studio per un notaio di provincia, ha testa solo per i drammi e i giornali, e anela alle infinite possibilità della capitale. Nelle sue fluviali Memorie* il Nostro racconta della sua prima serata parigina a teatro, quando alcuni zerbinotti ebbero l’idea di farsi beffe del giovane provinciale.

“Signore, il mio nome è Alexandre Dumas Davy de la Pailleterie**,” comunicò altezzosamente il ragazzo al più rumoroso dei beffeggiatori. “Abito al numero 20 di Rue de la Quintaine, e domattina mi troverete in casa.”

Era la formula della sfida a duello, almeno stando ai romanzi d’appendice. Invece, i Parigini cominciarono a sghignazzare e spintonare, e quando l’offesissimo Alexandre reagì, si ritrovò messo alla porta come disturbatore, furibondo e con le penne alquanto arruffate.

Non vi ricorda l’arrivo a Parigi di qualcun altro? Ma proprio come il suo D’Artagnan, Dumas sarebbe stato presto vendicato dell’infelice accoglienza ricevuta. Nel giro di qualche anno, il piccolo provinciale sarebbe diventato il beniamino di tutta Parigi, dai garzoni di negozio alle duchesse.

margot2.jpgCome per Dickens (ma così diversamente da lui!) il successo passò per il teatro e i giornali: tra il 1829 e il 1832, tre drammi in costume e uno contemporaneo – e un tantino scandaloso – ne fecero l’astro delle scene parigine. Gli attori più celebri del tempo si litigavano i suoi ruoli, e le attrici si gettavano nel suo letto***: Dumas ne mantenne fino a tre per volta, e per comodità aveva adottato il sistema di alloggiarle tutte nello stesso quartiere in cui abitava anche sua madre, così da poterle visitare tutte in poco tempo, mentre trottava tra teatri, caffè, redazioni, ristoranti salotti bene e salotti letterari, dove frequentava la crema del romanticismo letterario francese.

Nel 1838, Dumas incontrò un professore di Liceo con velleità letterarie frustrate, di nome Maquet: fu l’inizio di uno dei più straordinari team letterari della storia. Basti pensare che il primo parto del matrimonio tra le ricerche storiche di Maquet e l’estro narrativo di Dumas fu il ciclo dei Moschettieri, pubblicato dapprima a puntate con un successo strepitoso. Ormai Dumas era consacrato come autore, e ricevuto dappertutto, compresi i salotti del duca d’Orleans e della principessa Mathilde Bonaparte. E’ proprio lì che ce lo descrive Edmond de Goncourt: “…enorme, sudato, sbuffante, eccessivamente gaio… parla dei suoi romanzi, del suo teatro… di un privilegio teatrale che non può ottenere, poi ancora di un ristorante che vuole aprire agli Champs Elysées. Un personaggio enorme, a misura d’uomo, ma con un’esuberanza infantile.”

Con la sua vitalità instancabile, i suoi romanzi storici, la sua passione politica e i suoi viaggi esotici, Dumas incarna alla perfezione il fermento scintillante della Parigi del XIX Secolo, dove la cultura si faceva nei salotti e nei caffè, dove un dramma storico a teatro era un avvenimento nella storia della letteratura.

petitchatelet.jpgE poi Dumas immortala Parigi, facendone lo sfondo di una buona metà dei suoi romanzi. Ma non aspettatevi denuncia sociale à la Dickens o à la Victor Hugo, non aspettatevi miseria e squallore, perché la Parigi dei romanzi di Dumas è pittoresca e colorata come uno sfondo teatrale, piena di giardini dove si duella o si amoreggia, di ponti per le imboscate, di palazzi illuminati da centinaia di candele, da taverne linde e allegre e, alla peggio, di torrioni medievali adibiti a prigioni. Persino gli omicidi più cruenti, persino le sollevazioni di piazza hanno l’alone romantico di una scena d’opera bene illuminata. A dire la verità, le Parigi di Dumas sono due: da un lato la sua città brillante che fa da sfondo ai lavori contemporanei, come il susseguirsi di foyer di teatro, alberghi eleganti e saloni nella porzione parigina dei Fratelli Còrsi; dall’altro, la Bastiglia di Ange Pitou, lo Chatelet di Ascanio, la Rue Tiquetonne dove alloggiava D’Artagnan, e tutta la parte medievale della città che all’epoca stava scomparendo per fare posto ai boulevards del barone Haussmann****. Entrambe irreali come altrettanti sfondi dipinti.

E Parigi, in cambio?

Oh, Parigi adorava Dumas per il suo successo. Operai e sartine compravano a puntate i suoi feuilletons, mentre borghesia e nobiltà riempivano scaffali interi dei suoi volumi, e tutti si affollavano a teatro per assistere ai suoi drammi. Tutti giudicavano le grand Alexandre brillante, divertente, generoso, ammiravano il suo spirito e lo avevano in gran simpatia, ma… Lui, Alexandre, avrebbe voluto di più: avrebbe voluto essere preso sul serio. Avrebbe voluto un ministero dopo la Rivoluzione di Luglio del 1830, nella quale si era esposto per il duca di Orléans, ma non lo ebbe; avrebbe voluto un seggio all’Académie Française, e non lo ebbe; avrebbe voluto un seggio in Parlamento, e non lo ebbe; non avrebbe disdegnato una moglie del bel mondo, e non la ebbe. Quando si veniva al sodo, Dumas era troppo chiassoso, troppo volubile, troppo inaffidabile: chi poteva dire quale sarebbe stata la sua prossima eccentricità? Vero, quando si trattava di rendere appetibile al pubblico la conquista dell’Algeria, era Dumas che il Governo mandava in crociera spesata sul posto per scriverci un romanzo o un dramma – ma un ministero? A quello scapigliato? Andiamo!! Ce n’est pas serieux!818.jpg

E così, Dumas seguitò per conto suo, fondando giornali che fallivano uno dopo l’altro, sfornando romanzi a dozzine, comprando teatri, mettendo in scena drammi, facendosi costrurire castelli improbabili, ammassando fortune e sperperandole tra amanti, figli illegittimi, amici, approfittatori, cause legali*****, spese folli, sempre generoso, sempre imprudente, sempre stravagante, sempre di corsa dietro un altro sogno più nuovo, più luccicante, più improbabile.

Gli uomini come lui muoiono in miseria, e così fu anche per Dumas. Almeno non morì solo: il figlio, l’altro Alexandre Dumas, lo accolse presso di sé, rovinato e malato, ed ebbe cura di lui fino alla fine.

“Sai, Alexandre,” disse il padre al figlio una sera, “mi hanno sempre detto che sono uno scialacquatore, ma io non credo. Guarda sulla mensola del camino: c’è un luigi d’oro. La stessa somma con cui arrivai a Parigi, tanti anni fa… lo vedi, che in tanti anni non ho scialacquato un solo centesimo? Il luigi è ancora lì…”

Haussmann.jpgDi lì a pochi giorni morì di apoplessia, lasciando incompiuti gli ultimi volumi delle sue memorie e un colossale dizionario gastronomico. Era il 1870, e Haussmann stava completando le sue ristrutturazioni: la Parigi di Dumas non gli sopravvisse granché.

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* Trentadue volumi trentadue. L’uomo non aveva misura in nulla, eh?

** In realtà il padre di Dumas, generale napoleonico, era figlio illegittimo del marchese de la Pailletterie e di una schiava di Santo Domingo, ma a quanto pare Alexandre non aveva eccessive remore a millantare il nome del nonno marchese.

*** A quanto pare, dopo la seconda, trionfale rappresentazione del suo dramma Christine, Dumas usciva dal teatro e si sentì chiamare da una carrozza. “Ehi, voi! Siete Alexandre Dumas, lo scrittore?” domandò una voce femminile. Alexandre rispose di sì e si avvicinò. “E allora, salite e baciatemi!” ordinò l’occupante della carrozza. Dumas non se lo fece ripetere. L’audace signorina era Marie Dorval, “la più tenera e patetica attrice di Parigi”, che di lì a pochi mesi sarebbe diventata l’amante di Dumas e la protagonista del suo dramma successivo.

**** Mi ha un po’ sconcertata scoprire che il barone Haussmann non era barone affatto. Millantava anche lui, benché non avesse la scusante di avere vent’anni o quella di essere un romanziere. Not good.

***** Nel 1857 Maquet fece causa a Dumas, rivendicando la co-paternità dei Moschettieri e di molti altri romanzi. La giurisprudenza sulla proprietà intellettuale era una disciplina giovane e incerta: la sentenza riconobbe a Maquet un sostanzioso indennizzo, ma non il diritto ad avere il suo nome accanto a quello di Dumas in veste di co-autore.

 

libri, libri e libri · tecnologia

Kindle, Cinque Settimane Dopo

Ricevo questa email in cui mi si chiedono notizie del mio Kindle e, più precisamente, se è un acquisto che mi senta di consigliare. Ho pensato che un aggiornamentino sul fidanzamento tra me e l’Arnese potesse essere utile, per cui:

D: [M]i è capitato sotto il naso un e-book… purtroppo non ho avuto il tempo di fermarmi a guardarlo bene, perchè in effetti l’oggetto era un po’ sconcertante: come dimensioni sembrava tanto un palmare un po’ cresciuto, però era tutto bianco, al punto da non capire dove cominciava lo schermo.

R: Ok, bellissimo non è… Almeno non di suo. Direi che una copertina è assolutamente necessaria, sia per proteggerlo dai graffi e dagli urti, sia per attenuare l’impressione frigidaire, sia per maneggiarlo. Non ho mai provato davvero a usare il mio Kindle senza copertina di pelle, ma devo ammettere che, da come sono posizionati i tasti, sospetto che non sia comodissimo. La copertina risolve il problema. Quando ho comprato la mia, ho dovuto farla arrivare dagli USA, perché non c’era nulla del genere in commercio in Italia. Però adesso che il Kindle è in commercio anche qui, forse le cose sono migliorate.

D: Mah, tu come ti trovi?

Dopo cinque settimane di fidanzamento, sono ancora perfettamente felice. Ho constatato che la batteria, leggendo due o tre ore al giorno, dura un mesetto, e che Calibre consente di caricare praticamente qualsiasi cosa (alla peggio è necessario convertire il testo di partenza in PDF). L’unica cosa simile a un problema, per ora, resta l’impossibilità di organizzare l’elenco dei libri caricati. Tra l’altro, ho la sensazione che sposti i titoli secondo criteri che non ho ancora individuato… Questo potrebbe diventare una seria seccatura quando avrò caricato molti files.

D: E’ facile reperire poi i testi da inserire in memoria?

R: In Inglese si trova praticamente di tutto*, per le altre lingue non altrettanto, però direi che la situazione si sta evolvendo. Qui e qui ci sono due elenchi di siti da cui è possibile scaricare gratuitamente ebooks in Italiano, e poi c’è sempre il mio amato Progetto Manuzio. Per lo più si tratta di classici. Alcuni editori italiani** cominciano a muovere timidi passi in questa direzione, ma forse è presto per dire se il mercato italiano recepirà.

D: Una volta che hai inserito un libro lì dentro, che ne fai del cartaceo? O ci metti solo cose che ancora non hai letto?

R: Personalmente carico sul Kindle due tipi di testi: narrativa o saggistica che non ho ancora letto, e materiale di riferimento che voglio poter avere al seguito senza trascinarmi dietro quintali di carta, come dizionari specialistici, glossari, enciclopedie, cronologie e cose del genere. L’unico libro che ho caricato pur possedendolo in versione cartacea è Lord Jim, perché… be’, perché sì. A parte tutto, non ho nessuna intenzione di sostituire i miei adorati libri-veri-e-propri con il Kindle: è spazio per altri 1500 titoli, complementare, non alternativo.

D: E la memoria non si può cancellare o perdere in qualche modo?

R: Scampi e liberi! Però sospetto che possa accadere… per cui un po’ di backup non fa mai male. Quello che compri su Amazon rimane in memoria nel tuo account per i secoli eterni (anche se sembra esserci qualche controversia attorno al numero di volte in cui un testo può essere scaricato…), e il resto per ora lo tengo in memoria anche nel computer, per esempio per mezzo di Calibre. I miei sogni di fare spazio nell’hard disk si stanno rivelando un po’ velleitari, ma pazienza.

D: E se un giorno non funziona più?

R: L’Arnese ha una garanzia. Il mio ne ha una internazionale perché è stato acquistato negli USA, ma immagino che comprato in Italia venga con tanto di garanzia italiana. Se davvero sia riparabile, non lo so (e francamente spero di non doverlo nemmeno mai scoprire…). A giudicare da quel che si legge sui forum di Amazon, i guasti sono rari e, se avvengono sotto garanzia, l’apparecchio viene sostituito. Vale di nuovo il discorso di prima: meglio avere un backup dei propri files, così da poterli ripristinare in caso di guai.

In conclusione, acquistare o no? Direi che tutto dipende dall’uso che se ne vuole fare. L’e-reader (non solo il Kindle) è un aggeggio estremamente specializzato: serve a leggere, e questo è quanto. Se si legge tanto, se si viaggia spesso, se non si sa più dove mettere i libri, se si detesta leggere sullo schermo di un computer, allora direi che l’e-reader è una scelta molto sensata. Con una buona conoscenza dell’Inglese (o una seria intenzione d’impararlo), probabilmente, lo si sfrutta meglio e di più.

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* Un vantaggio (dal mio punto di vista impagabile) è quello di rendere accessibili molti, molti, molti libri introvabili: titoli fuori commercio che ora vengono ripubblicati soltanto in formato digitale.

** Piccoli come Bruno Editore o grandi come Mondadori…

Oggi Tecnica

Randy Ingermanson: Trama e Struttura

Come promesso, ecco a voi Randy Ingermanson. Cominciamo con una serie di articoli sulla costruzione della trama, apparsi sulla sua Advanced Fiction Writing E-zine fra il gennaio e il febbraio 2006.

1) Trama e Struttura: la Visione d’Insieme

Costuire trame è facile per alcuni e difficile per altri. I miei amici scrittori mi dicono che sono un buon costruttore di trame, cosa che trovo ironica, perché costruire trame è una delle ultime cose che ho imparato a fare. Credo che ancora adesso non mi venga naturale, ma almeno ho imparato qualche metodo analitico da applicare alle idee. Questi metodi mi aiutano a definire “che cosa è veramente la mia trama”, e mi servono anche a individuare quando manca qualche elemento.

Lo strumento che vorrei discutere qui è quella che chiamo la “Struttura in Tre Disastri”. Non sono sicuro che questa sia una definizione standard – non sono nemmeno sicuro che l’idea sia standard – ma mi piace perché mi aiuta a dar forma ai miei romanzi a livello macro.

Probabilmente avete sentito parlare della “Struttura in Tre Atti”: l’ha inventata un tale chiamato Aristotele, ed è rimasta in voga per un certo tempo. Io l’ho imparata da James Scott Bell, coautore della rubrica di Narrativa per il Writer’s Digest.

La Struttura in Tre Atti divide la linea del tempo della nostra storia in tre parti di durata differente: l’Inizio, il Mezzo e il Finale. E quando dico che sono di durata differente, non sto scherzando: il Mezzo è lungo il doppio dell’Inizio e del Finale.

Quindi, se il nostro romanzo fosse una partita di football americano in quattro tempi, l’Inizio sarebbe il primo tempo, il Mezzo riunirebbe il secondo e il terzo tempo, e il Finale sarebbe il quarto tempo.

Fin qui è terminologia standard, ma come entra in tutto questo la Struttura in Tre Disastri?

Semplice: la Struttura in Tre Disastri dice che nella nostra storia abbiamo tre disastri principali, e che i tre disastri cadono a intervalli regolari. Quindi, il Disastro n° 1 arriva alla fine del primo tempo; il Disastro n° 2 è giusto a metà strada; il Disastro n° 3 capita alla fine del terzo tempo.

Matematicamente parlando, la Struttura in Tre Disastri è complementare alla Struttura in Tre Atti: gli Atti sono costituiti da blocchi temporali, e i Disastri sono punti nel tempo che segnano le transizioni tra i blocchi.

Dunque, il Disastro n° 1 arriva alla fine dell’Inizio, e costringe il nostro personaggio a prendere la decisione che lo introduce nel Mezzo.

Il Disastro n° 2 arriva a metà del Mezzo, ed è lì per evitare che il Mezzo si afflosci (cosa che gli editor dicono quando la storia comincia a perdere ritmo in qualche punto del secondo atto).

Il Disastro n° 3 cade alla fine del Mezzo, costringendo i nostri personaggi ad una decisione che li traghetta nel Finale.

Semplice, no? Nelle prossime parti, applicherò questo schema analitico ad alcuni film che ho visto di recente con la mia famiglia.

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Blurb: Randy Ingermanson, romanziere pluripremiato, “Quello del Fiocco di Neve”, pubblica mensilmente The Advanced Fiction Writing E-zine per più di 19,000 lettori. Per imparare mestiere e marketing della narrativa, catturare l’occhio degli editor, e divertirsi facendo tutto ciò, visitate http://www.AdvancedFictionWriting.com.

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