Ci sono quei – più o meno rari, più o meno felici – momenti in cui ci si ritrova in una situazione descritta in un libro.
La faccenda può funzionare in due direzioni diverse. La più comune è quella in cui si legge qualcosa, una scena, una descrizione, un tratto di caratterizzazione, e si pensa “oh, anch’io!”: in pratica, si ritrova la propria esperienza narrata per iscritto. In realtà succede in continuazione, al punto che non ci si fa più nemmeno troppo caso, perché lo scrittore tende a descrivere la natura umana e l’umano comportamento in qualche grado di realismo proprio per consentire al lettore di identificarsi con i personaggi. Per lo più, il lettore se ne accorge in due tipi di situazione: quando questa specie di territorio comune manca – per scelta deliberata o per incapacità – e allora la caratterizzazione dei personaggi diventa illeggibile; oppure quando si ritrova descritto qualche tratto o esperienza che si credeva essenzialmente proprio, e invece è lì, scritto e stampato. Il secondo caso non è necessariamente una bella sorpresa: può dare un senso di appartenenza e riconoscimento – oppure… mi viene in mente la scena de La Santa Rossa, di Steinbeck, in cui Henry Morgan scopre che anche i suoi uomini desiderano Panama con la stessa intensità con cui lui la vuole. Morgan non è eccessivamente grato al suo secondo per la rivelazione e, come a lui, a tutti può capitare di storcere la bocca nello scoprirsi un po’ meno unici di quanto si credesse.
La seconda direzione è quella opposta, molto più nonsense, molto più straniante. Ci si trova in una situazione e, all’improvviso, ci si rende conto di averla già incontrata – in un romanzo. È straniante perché si legge sempre con l’incredulità sospesa, e quindi si distingue sempre ciò che sta tra le pagine di un romanzo e ciò che ci si aspetta d’incontrare nella realtà. Quando capita che le due dimensioni s’intersechino, un minimo di soprassalto è inevitabile.
Per dire, ricordo una lunga camminata per Lavapiés in un tardo pomeriggio caldissimo, in cui il sole madrileno esaltava tutti gli odori, i rumori e le prossimità. La sensazione di essere in un romanzo di Perez-Reverte era straordinariamente forte. Bastava socchiudere gli occhi per ritrovarsi nel Seicento di Alatriste* , uno qualsiasi dei romanzi.
E già che ci siamo, potrei anche confessare che secoli fa, in Collegio, mi sono ritrovata nella corrente di una porta aperta. Indossavo una gonna lunga molto leggera, e l’aria la agitava facendo ondeggiare l’ombra nel quadrato di sole sul pavimento. Ero lì che contemplavo la mia ombra (e mi giravo cercando l’effetto migliore) quando mi sono sentita osservata e, girandomi, ho trovato la rettrice che mi guardava con le sopracciglia sollevate. Avete presente la scena de La Rivolta nel Deserto in cui Lawrence sta ammirando la propria ombra negli abiti arabi che Ali gli ha appena regalato, e viene sorpreso da Auda? Ecco…
Meno imbarazzante è stata la volta in cui, davanti al teatro Pergolesi di Jesi, mi sono ritrovata per la prima volta in mezzo a una compagnia di melomani, gente che si ritrova soltanto all’opera, chiama i cantanti per nome e ricorda la Traviata del ’71 a Parigi, il Lohengrin di Vienna e la Bohème di Torino, quando quel soprano bulgaro sbagliò il mi bemolle. Quando avevo letto Buio In Sala, di Camilla Salvago Raggi, avevo preso la descrizione dell’ambiente con il proverbiale grano di sale – grano di sale esploso con notevole botto a Jesi.
Ora, tutto ciò non ha necessariamente molto a che fare con l’esperienza pratica: non molti di noi hanno accoltellato un re o persuaso il coniuge a farlo, ma tutti abbiamo familiarità con i terrori notturni, il rimorso, la disperata volontà di convincersi che tutto va bene e il terribile desiderio di poter tornare a un istante prima che le cose cambiassero irreparabilmente. Ergo, se stessimo parlando di tecniche narrative, anche nella più lontana e improbabile delle situazioni, reazioni e comportamenti dei personaggi dovrebbero essere tali da far vibrare in risposta qualche corda dell’animo del lettore – al momento o, semmai, più tardi.
E voi, o Lettori? Mai ritrovati dentro un libro?
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* E tutto sommato bastava riaprirli per decidere che un sacco di cose non sono poi cambiate troppo negli ultimi quattro secoli…
oncerto della tua vita?” pensano a qualche esecuzione perfetta ed emozionante…Gli scrittori si ricorderanno forse del meraviglioso Requiem di Britten (Santa Cecilia, Pappano, Hampson, Bostridge, soprano…?), ma poi dirottano su un certo concerto per l’anniversario della fondazione dello Stato d’Israele, con Shlomo Mintz nella doppia veste di solista e direttore d’orchestra.
Tant’è. Cominciano con gli inni nazionali. Il nostro. Bene. Il loro. Non so se avete presente: Ha Tikva è una melodia che strappa il cuore, e loro la suonano come se fosse l’ultima volta. Tutti ci predisponiamo a una serata notevole. Invece poi accompagnano Mintz in un concerto per violino e orchestra di Beethoven. Mintz è in stato di grazia – l’orchestra no. Assente, meccanica, freddina. Quand’è che ce ne andiamo tutti in albergo? Poi è la volta di un paio di salmi musicati da un compositore israeliano: nuova metamorfosi! Partono con un pianissimo degli archi, impalpabile, trasparente, perfetto e continuano divinamente… Ma allora sanno suonare, questi qui! Salvo che poi, con l’Italiana di Mendelsshon, i nostri orchestrali tornano a pensare alla cena. Col trascorrere dei movimenti, Shlomo Mintz si fa sempre meno olimpico, smette di sorridere e guarda i suoi orchestrali come se volesse sgozzarli personalmente uno a uno con il suo archetto. Alla fine, prima di girarsi a raccogliere i (tiepidi) applausi, si china a sibilare qualcosa al primo violino, poi si scusa con il pubblico in Inglese e in Italiano e ricomincia il IV movimento daccapo. Ed è un altro mondo, perché la Bersheeba Sinfonietta si sveglia e la musica torna ad essere viva e brillante. Che diamine…Applausi più convinti, e tutti ce ne andiamo perplessi.



Una conversazione, ieri pomeriggio, mi ha riportato in mente una cosa che diceva Seamus Heaney a proposito dell’apprendimento delle lingue, e del modo in cui ciascuno parla (e scrive) una sua lingua, e delle sovrapposizioni di queste lingue individuali. E, naturalmente, della poesia…
Ma sento che mi sto avviando per una brutta china. Torniamo a noi, torniamo a Seamus Heaney, secondo il quale il poeta crea cerniere tra il proprio Gazzellese e la Lingua Franca usando parole quotidiane in posizioni e funzioni che ne segnalano profondità semantiche diverse, parallele o perpendicolari a quelle della Lingua Franca.
Oh sì – Londra.
Ma cominciamo con il Globe stesso, e una certa qualità da viaggio nel tempo di tutta la faccenda. Si comincia camminando verso il teatro per le vie affollate di Southwark nel primo pomeriggio, in una maniera che, tolte le macchine fotografiche al collo del turisti giapponesi, non può essere troppo diversa da come andavano le cose quattro secoli orsono… È per questo che, alla fin fine, abbiamo scelto Much Ado invece della pur ugualmente attraente alternativa – un King Lear che però, nei giorni rilevanti, andava in scena soltanto di sera.
“Sarà una produzione tradizionalissimissima,” aveva detto N. nel sentire della mia spedizione… In realtà non ci si può più aspettare nulla del genere da quando la direzione artistica è stata affidata a Emma Rice, un’innovatrice se mai ce ne fu una… magari riparleremo di lei e del Globe, perché è una storia interessante – ma per ora limitiamoci a dire che, ben lungi dall’essere una produzione tradizionale, questo Much Ado diretto da Matthew Dunster era ambientato durante la rivoluzione messicana, e quasi un musical, pieno di musica, danze e canzoni.
Mi domandavo, a dire il vero, come avrebbe funzionato la trasposizione messicana del quintessenzialmente elisabettiano Globe… ebbene, la mia impressione è che funzioni più o meno come avrebbe funzionato ai tempi di Shakespeare, quando per spostarsi ad Atene, in Illiria o a Venezia bastavano un fondale dipinto, un cartello e un verso in bocca a un personaggio. E quando, va detto, cambiare d’ambientazione una storia era faccenda di ordinaria amministrazione.
Aggiungete ottimi attori (prima tra tutti la favolosa Beatrice di Beatriz Romilly), bei costumi e bella musica, e l’atmosfera specialissima del Globe – e immaginatevi una Clarina felice. Filologico? Nemmeno un po’, ma la filologia sta bene nelle aule universitarie, non sul palcoscenico. A mio timido avviso, il teatro è molto come il diritto internazionale: quel che funziona va bene ed è bello. E Questo Much Ado messicano funziona, eccome.

Al volo per dirvi che il sipario sta per alzarsi: è stata presentata ieri la settantunesima stagione dell’Accademia Campogalliani, con l’ormai consueta stimolante commistione di antico, moderno e contemporaneo…
E naturalmente, essendo una mozzarella con un sistema immunitario da operetta, tre giorni a Londra – pur con bel tempo generale e la più leggera e breve delle pioggerelle – devo pagarla con la prima infreddatura della stagione. Bronchite, forse.
C’erano una volta gli equinozi… No, d’accordo – gli equinozi ci sono ancora, ma quel che intendo è che, un tempo, gli equinozi cadevano il 21. Ventuno di marzo, di giugno, di settembre, di dicembre… o no? Personalmente ho questi ricordi. Il 21 dei mesi in questione, il maestro dava istruzioni di fare il relativo disegno… Giugno no, chè si era già in vacanza, ma gli altri, soprattutto primavera e autunno: fiori, agnellini, farfalle (ugh!), sole giallo nel cielo azzurro et similia, oppure le foglie gialle e rosse… cose così. E il ventuno. Adesso? Adesso non so voi, ma io quando siano gli equinozi non lo so più: venti, ventuno, ventidue…
E in realtà,
Da un lato, c’è la familiarità con luoghi, posti, eventi e personaggi storici. Dall’altro… c’è la familiarità con luoghi, posti, eventi e personaggi storici. Ecco, non so: forse, a non conoscere l’assedio, non avrei sobbalzato così forte nel ritrovare il (genovesissimo, in realtà, e poco più che trentenne) Giovanni Giustiniani Longo invecchiato di una generazione per farne il padre di uno dei due (fittizi) protagonisti e lo zio illegittimo dell’altro… Il quale altro protagonista è il comandante della Guardia variaga – che per quanto ne sappiamo, negli anni Cinquanta del Quattrocento non esisteva nemmeno più. Ma d’altra parte, il primo è il generale prediletto dell’assediante Mehmed – nonché il riformatore e riorganizzatore del corpo dei Giannizzeri… Ed entrambi, anyway, sono nipoti dell’uomo (fittizio) che aveva salvato da solo Costantinopoli durante l’assedio precedente.
Siete vagamente confusi? E non è ancora nulla. Questi due cugini, i loro padri, zii e nonni riescono ad essere amici fraterni, confidenti, allievi, luogotenenti, pupilli, oggetto dell’affetto oppure nemici acerrimi di tutti quanti. Principesse, filosofi, banchieri, dogi, re, imperatori, ammiragli, sultani, cartografi, cortigiane, esploratori… non c’è quasi figura storica del tempo cui questa famiglia non sia strettamente legata.
Il che si traduce in un’abbondanza di Azioni Orfane, Azioni Scippate e Azioni Rapite – con maggiore o minor flair ma sempre molto seriosamente. Forse un tantino troppo: l’impressione è che l’assedio e la caduta di Costantinopoli diventino poco più che una faccenda di famiglia.