teatro

Shakespeare in Words – L’Immortalità delle Parole

Avete mai badato a quanto è rilevante il potere delle parole in Shakespeare?

E non parlo soltanto dell’uso magistrale che ne fa – ma del loro potere all’interno delle sue trame:  pensate ad Antonio con la folla, a Edmund, con le sue lettere e le sue narrazioni distorte, alle schermaglie di Beatrice e Benedetto, alle manipolazioni di Cleopatra, agli enigmi delle streghe di Macbeth, agli incantesimi di Prospero e delle fate di Titania, a Giovanna d’Arco che ubriaca di parole il Duca di Borgogna – e, per contro, a Coriolano e Bruto che non capiscono o trascurano la necessità di comunicare, a MacBeth che si accontenta del primo significato di quel che sente, a Frate Lorenzo la cui lettera non arriva a destinazione…  Scritte o sussurrate, taciute o gridate, le parole cambiano i destini, intrecciano gli amori e li distruggono, abbattono i regni, girano la testa delle folle…

E Shakespeare in Words – l’Immortalità delle Parole, è uno spettacolo che esplora proprio questo: che cosa si fa o non si fa con le parole nel mondo di William Shakespeare. È una storia di potere, d’ingenuità e d’astuzia, di manipolazione, di errori e di mosse perfette, d’eternità e di bellezza…

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E non è per caso chea domandarsi che cosa sia poi un nome – e se la rosa non profumerebbe allo stesso modo con un altro nome – sia, tra tutti i personaggi del Canone, proprio una ragazzina di scarsissimo buon senso.

Venite a sentire e a vedere, giovedì 4 agosto, all’Esedra dei Giardini Vecchi a Ostiglia. Venite a vedere e a sentire Hic Sunt Histriones che riporta in vita uno Shakespeare che, pur essendo nella tomba da quattrocento anni, non è mai morto del tutto – e, quattro secoli orsono, era capace d’immaginare che proprio così sarebbe andata.

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La Guardia Bianca

Mikhail Belaya-Sibir-Bulgakova_articleimageDici “Bulgakov”, e tutti pensano a Il Maestro e Margherita. Oppure Cuore di Cane o, semmai, Uova Fatali.

La Guardia Bianca è un’altra questione. La Guardia Bianca è un primo romanzo e, come tutti i primi romanzi, è un po’ una faccenda a sé. Niente allegorie grottesche, niente satira feroce, qui: immaginatevi un quadro di famiglia che sembra preso da un primo atto di Chekov, ma visto attraverso una lente deformante. I tre giovani fratelli Mihail_Bulgakov__Belaya_gvardiyaTurbin, il medico militare Aleksej, la bella Elena e l’adolescente Nikol’ka, hanno appena perduto la madre. È il 1918, e Kiev è scossa dalla Rivoluzione. All’improvviso, il vecchio mondo che Elena e i suoi fratelli conoscevano si sfalda scaglia a scaglia. I Turbin, figli della buona borghesia intellettuale, con il loro salotto pieno di libri e i loro amici ufficiali*, guardano la rivoluzione con sospetto e con timore. E mentre Kiev, presa tra i Bianchi, i Rossi e i Tedeschi, vacilla nell’incertezza e nell’anarchia, Aleksej e Nikol’ka si arruolano nella Guardia Bianca…

Ebbene sì, un romanzo sui Russi Bianchi. Gli sconfitti. I nemici della rivoluzione. Non capitava tutti i giorni, e non andò del tutto diritta: la prima pubblicazione a puntate (nel 1925) fu bruscamente sospesa per la chiusura del periodico da parte delle autorità. La cosa sorprendente è che a Bulgakov, con i Turbinssuoi eroi (anti-eroi, se vogliamo) controrivoluzionari, non sia capitato niente di peggio** che un divieto d’espatrio durato tutta la vita. In compenso, l’adattamento teatrale chiamato I Giorni dei Turbin ebbe un successo sesquipedale: rimase in cartellone per un migliaio scarso di repliche tra il 1926 e il 1941. Pare che Stalin ammirasse enormemente I Giorni dei Turbin. Ora, io non so se davvero l’abbia visto almeno venti volte, commuovendosi come un bambino – ma così vuole la tradizione. Gli piaceva talmente tanto che, pur non consentendo a Bulgakov di espatriare come avrebbe voluto, gli concesse una certa quantità di protezione, e lo insediò al Teatro delle Arti di Mosca. Verrebbe da pensare che tanto successo (e tanto in alto) dovesse Turbins5riabilitare il romanzo, vero? E invece no: rimase bandito e non fu più pubblicato fino al 1966, nei tardi anni di Kruscev. Va’ a sapere…

Indipendentemente da questo, La Guardia Bianca è meravigliosamente scritto, con personaggi ben caratterizzati (impossibile non affezionarsi ai tre fratelli e al loro legame), una robusta dose di fatalismo slavo, un mondo che crolla, e una collezione di magnifiche descrizioni***. Epico e lirico e triste e molto umano al tempo stesso. Da leggersi ascoltando il Çaikovskij tardo. E non sarà facile – tanto meno perché potrei sbagliarmi, ma non credo che ne esistano traduzioni italiane né inglesi, ma quanto mi piacerebbe vedere I Giorni dei Turbin a teatro…

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* La casa dei Turbin riproduce esattamente la casa della famiglia Bulgakov.

** Vedi alla voce Pasternak, per esempio.

*** Bella, ma proprio bella, traduzione di Ettore lo Gatto per Einaudi.

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Libri Perduti

lost booksChe alcuni libri perduti siano più perduti di altri è vero in senso stretto, perché di alcuni si sono smarrite le tracce attraverso i secoli, di altri conosciamo solo i titoli citati in altre opere, di altri ancora possediamo frammenti – e poi ci sono quelli che non hanno lasciato traccia, sprofondati nell’oblio dei secoli. Poi ci sono libri che sappiamo con certezza distrutti (come la prima stesura della Storia Della Rivoluzione Francese, che Carlyle spedì a John Stuart Mill – e poi la domestica di Mill bruciò tutto per errore. Er… licenziata!), e libri che speriamo tanto possano saltare fuori, per qualche miracolo storico-librario…

Perché c’è un altro genere di gerarchia: per ciascuno di noi certi libri sono più perduti di altri, perché di certuni non c’importa poi granché, mentre altri vorremmo tanto, tanto, tanto poterli leggere, e non poterlo fare ci rode e ci affascina al tempo stesso. Per dire, posso tranquillissimamente convivere con la perdita delle quattro tragedie in stile greco scritte da Cicerone, ma qui ci sono i sei libri perduti la cui perdita mi fa pizzicare le sacche lacrimali:

– Il dizionario etrusco compilato dall’imperatore Claudio. Un dizionario etrusco! Una chiave per una lingua perduta – come si può non rivolere indietro la chiave per una lingua perduta? Claudio ci aveva aggiunto anche una storia etrusca che non dispiacerebbe per nulla avere, e anche otto volumi sulla storia di Cartagine… oh, well.

– Le memorie di Silla. Plutarco le cita, ma ne resta solo qualche sporadico frammento. Ora non so, magari poi erano mortalmente noiose, ma in qualche modo credo che Silla, intelligente, spregiudicato, manipolatore, protagonista di quasi tre turbolenti decenni di storia romana e cinico osservatore dell’umana natura, varrebbe la pena di essere letto.

– Joyce scrisse un dramma chiamato A Brilliant Career, e poi lo bruciò. Sono sempre affascinata dai motivi che spingono uno scrittore a distruggere le sue opere…ThomasUrquhart

– Sillabario Del Linguaggio Universale, di Sir Thomas Urquhart. Sappiamo dal Logopandecteision, il progetto di questa lingua che Sir Tom propose a Cromwell in cambio della sua scarcerazione, che questo ur-Esperanto contemplava undici generi, dieci casi e altre simili bizzarrie, compreso il fatto che ogni parola contenesse nelle sue sette sillabe una precisissima classificazione dell’oggetto a cui si riferiva. Se vi suona poco pratico è perché lo è: Sir Tom aveva tradotto Rabelais aggiungendo settantamila parole all’originale e riteneva di avere provato scientificamente la discendenza diretta della sua famiglia da Seth… Per cui non siamo sicuri di poterci fidare di lui nemmeno quando dice di avere perduto 642 quinterni di note e appunti durante la battaglia di Worcester. Anyway, la lingua universale è perduta – e non era nemmeno servita a far scarcerare il suo autore.

– Questa è un’ipotesi un nonnulla azzardata, ma nell’edizione in quarto di The Tragical History of Doctor Faustus, il Prologo (probabilmente aggiunto da un’altra mano) sembra riferirsi a un elenco di altri lavori di Marlowe: Edoardo II, le due parti di Tamerlano e qualcosa che ha a che fare con “i campi del Trasimeno dove Marte sorrise ai Cartaginesi”. Non sopravvivono opere di Marlowe sulla II Guerra Punica, e non si trovano accenni in proposito nei diari di Henslowe, ma come essere certi che non ci fosse una tragedia, scritta per un’altra compagnia, rappresentata in un altro teatro e poi perduta? In fondo ci sono un sacco di cose che non sappiamo più sul teatro elisabettiano, e la tentazione è forte: che cosa avrebbe potuto fare l’autore di Tamerlano e di Faustus con un personaggio come Annibale? E parlando di questo…

– La Cronaca di Sosila. Sosila di Sparta era stato il precettore del giovane Annibale, che una volta cresciuto se lo portò dietro in Italia, come segretario e cronista. Scrisse una storia della guerra – lo sappiamo perché altri autori la citano, ma non ne è rimasto nulla, salvo forse un frammento di recente scoperta e ancor dubbia attribuzione. Confesso che questa cronaca per me è il santo graal dei libri perduti. Darei parecchio per poter leggere una cronaca di parte cartaginese, scritta da un membro dell’entourage immediato di Annibale. Anche tenendo conto delle convenzioni di genere (in fondo Sosila scriveva un resoconto ufficiale), sarebbe stata la cosa più simile a un ritratto dal vivo di Annibale a cui possiamo aspirare.

Chi lo sa? Forse un giorno qualcosa di tutto questo salterà fuori, perché i miracoli succedono. Oppure no e continueremo a sperare che riemergano dalla nebbia dei secoli e dei millenni, queste chimere irraggiungibili, tanto più affascinanti perché non possiamo leggerle. Che valga anche per i libri quel detto secondo cui la persona con cui non si è mai danzato rimane la più affascinante – perché la realtà non ha avuto modo di appannare le meraviglie che ce ne aspettavamo?

E voi, o Lettori? Quali libri preduti tornereste indietro a recuperare, se aveste una macchina del tempo?

 

Poesia

Serendipoetry

louis-macneice-3Dopo essermici imbattuta su un sito che non so più, in un riquadro opportunamente intitolato Serendipoetry, sto scoprendo Louis MacNeice (1907-1963), irlandese, poeta, accademico, romanziere riluttante, drammaturgo, traduttore, saggista, membro dell’Ordine dell’Impero Britannico, estimatore di Marlowe e di Emily Dickinson.

Di suo pensavo di mettervi a parte della bellissima The Sunlight in the Garden. Abbiate pazienza con la mia traduzione – non provo nemmeno a riprodurre l’intricato e raffinatissimo schema di rime e, ad ogni buon conto, vi lascio anche l’originale.

The sunlight on the garden
Hardens and grows cold,
We cannot cage the minute
Within its nets of gold,
When all is told
We cannot beg for pardon.

Our freedom as free lances
Advances towards its end;
The earth compels, upon it
Sonnets and birds descend;
And soon, my friend,
We shall have no time for dances.

The sky was good for flying
Defying the church bells
And every evil iron
Siren and what it tells:
The earth compels,
We are dying, Egypt, dying

And not expecting pardon,
Hardened in heart anew,
But glad to have sat under
Thunder and rain with you,
And grateful too
For sunlight on the garden.

E…

La luce del sole nel giardino
Si fa dura e fredda,
Non possiamo imprigionare l’attimo
Nella sua rete d’oro,
E alla fin fine
Non possiamo chiedere perdono.

La nostra libertà senza padroni
Si avvia alla fine;
La terra chiama imperiosa,
Sonetti e uccelli calano in volo;
E presto, amica mia,
Non ci sarà tempo per danzare.

Era un buon cielo per volare
Sfidando le campane delle chiese
E ogni malvagia sirena di ferro
Con quel che diceva.
La terra chiama imperiosa,
Stiamo morendo, Egitto, morendo

Senza perdono in vista,
Con una nuova durezza nel cuore,
Ma grato di avere affrontato
Tuoni e pioggia insieme a te,
E anche grato
Della luce del sole nel giardino.

“La mia opinione è che la poesia debba essere prima di tutto onesta, e mi rifiuto di essere oggettivo o preciso ai danni dell’onestà,” scriveva MacNeice, ed era fedele al suo credo, a giudicare dalla trasparenza con cui questa poesia trasmette il senso d’autunno, di perdita e d’irreparabilità di una vigilia di guerra.

libri, libri e libri

A Puntate

Pubblicare a puntate su un periodico è una prassi editoriale per una quantità di scrittori tra Otto e Novecento. Da Dickens a Dumas, da Dostoevskij a Stevenson, da Collodi a Joyce, sono tanti gli autori che hanno conosciuto le gioie e i tremori della pubblicazione a episodi.

240px-Pinocchio_visto_da_Enrico_Mazzanti_%281883%29.jpgLa prima parte de Le Avventure di Pinocchio, per esempio, uscì a puntate su Il Giornale Per Bambini, tra il 1881 e il 1883, mentre Nulla Di Nuovo Sul Fronte Occidentale, di Remarque, fu serializzato tra il novembre e il dicembre del 1928 sulla Vossische Zeitung. Questa forma di pubblicazione era onnipresente e onnigenere: i romanzi di Stevenson uscivano in periodici per ragazzi, il gialli della Christie in volumetti settimanali non dissimili dai nostri Mondadori, Tolstoj e Dostoevskj comparivano sui settimanali letterari pietroburghesi. Forse il procedimento è più sorprendente per Finnegans Wake, data la natura della faccenda, e tanto più perché non si può nemmeno considerare una vera e propria pubblicazione a episodi: brani sparsi, presentati come “estratti di un’opera in corso di scrittura”… ma d’altra parte, stiamo parlando della Parigi degli Anni Venti. All’elenco possiamo aggiungere Zola (Au Bonheur des Dames, Germinal), Conrad (quasi tutto), Bulgakov (Il Maestro e Margherita), Flaubert (Madame Bovary), Kipling (Kim), e poi Oscar Wilde, Mrs. Gaskell,  Henry James, Sienckiewicz, Thackeray, Michel Faber in anni più recenti, e siamo lontani dall’avere finito.

Mi viene da pensare che i tremori dovessero essere molti più delle gioie – o forse è solo una questione di inclinazioni personali. Non è neanche tanto l’idea di dover produrre settimanalmente (o bisettimanalmente, a seconda dei casi) una determinata quantità di parole, quanto il fatto che non possono esserci ripensamenti. Gente saggia come Stevenson e Agatha Christie vendeva al periodico il romanzo già completato, pronto da dividersi a fette – e fin qui tutto bene. Poi c’era la gente come Dickens, che produceva di volta in volta, e qui cominciavano i guai.

Avete presente quegli incubi in cui si scopre di non avere fatto, dopo tutto, l’esame di maturità? Ecco, The_Old_Curiosity_Shop_10.jpga volte, leggendo Dickens, si ha la sensazione che scrivere a puntate dovesse essere un costante stato di questo genere. Perché se al capitolo XXIV si immagina un’utilità narrativa del tutto nuova per un personaggio che si è introdotto al capitolo IX – solo che questa nuova utilità richiede una personalità del tutto diversa, non c’è più modo di tornare indietro a modificare il personaggio in questione, perché il capitolo IX è già stato pubblicato da settimane e mesi… Dickens, apparentemente, non si faceva soverchi scrupoli: in The Old Curiosity Shop, Dick Swiveller comincia mascalzone e finisce buon ragazzo – senza nessun particolare sforzo di transizione. Mi par di vederlo, Dickens, che scrolla le spalle alle sue pagine manoscritte, si stropiccia il naso, e borbotta: “E che diavolo, chi vuoi che si ricordi se era buono o cattivo? Sono passati mesi!” Il che poteva forse valere relativamente per i lettori dei periodici*, ma produce un effetto lievemente bizzarro nella lettura in volume.

King_Philip_and_Don_Carlos.jpgSchiller fece di peggio, quando cominciò a scrivere il suo Dom Karlos, Infant von Spanien – e a pubblicarlo a puntate sulla rivista Thalia – senza essersi particolarmente documentato in fatto di storia spagnola. Poi ci ripensò, si mise a leggere furiosamente e fece un sacco di scoperte. Peccato che i primi due atti fossero già usciti – ma dal terzo atto in poi, il dramma sterza bruscamente: quella che era stata principalmente una vicendona sentimentale di amore negato e adulterio platonico assume connotati politici più precisi, il protagonista nominale viene relegato in un angolo e Re Filippo, Posa e il Grande Inquisitore prendono centre-stage. Dire che l’insieme è un tantino ineguale è una descrizione blanda, e a giudicare dalle sue lettere, Schiller ne era dolorosamente consapevole. Quello che stupisce, semmai, è che né Dickens né Schiller si siano mai disturbati a smussare qualche angolo prima della pubblicazione in volume – o per qualche edizione successiva…

Ma ci sono anche le gioie, immagino. Il contatto con il lettore, il feedback immediato (Dickens riceveva tonnellate di posta, ed era molto sensibile agli umori del pubblico), per non parlare della pressione continua dello scrivere sempre sotto scadenza – il che, detto fra noi, è il migliore incentivo alla produttività e/o all’esaurimento nervoso.

E d’altronde, la narrazione a puntate è un’idea talmente radicata nell’animo umano da essere un topos letterario a sé: basta pensare a Le Mille E Una Notte, con Sheherazade che ogni notte compra un altro giorno di vita lasciando in sospeso una storia – o, meno drammaticamente, a Giovannino Guareschi che maledice il giorno in cui ha creato un personaggio immaginario per Alberto e la Pasionaria, condannandosi a inventare un’avventura nuova ogni sera, perché i bambini non consentono al padre di liberarsi del piccolo protagonista, per quanto lui tenti in ogni modo di mandarlo a una fine cruenta…

A quanto pare, sarà vero che nessuno resiste a “C’era una volta”, ma anche un bel cliffhanger con il cartello “Continua…” non scherza affatto.

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* O forse no, se è vera la storia della gente che, sui moli di New York, aspettava le navi dall’Inghilterra per sapere se la piccola Nell era morta…

anglomaniac · posti

Visit Britain by Train

TrainEEssendosi estate e il fine settimana incipiente e tutto quanto, magari siete in vacanza, o Lettori… *

E se invece non ci siete affatto, ecco uno di quei post vacanzieri in esplorazione di viaggi vicari e meraviglie della Rete. Questa volta è una faccenda di treni in Inghilterra. Prima una piccola reminiscenza: se qualcuno di voi ha studiato e/o vissuto a Pavia, chances are che sia andato almeno una volta a prendere il gelato o la cioccolata calda con lo zabaione da Cesare. Per i non Pavesi né pavesizzati, Cesare è una latteria cum gelateria in Corso Garibaldi,  che fa queste cose peccaminosamente buone… Ai miei tempi, se ci si voleva sedere per bagolare bevendo la cioccolata calda, c’era questa saletta con i tavolini e i poster ferroviari alle pareti.

Ah, bei tempi. È ancora così? Chissà… Non  vado a Pavia da secoli. O Pavesi, ditemi: è ancora così? trainD

Ad ogni modo, nostalgie a parte, i poster ferroviari inglesi sono una delizia di un genere tutto suo. Illustrati per essere attraenti, con i colori irreali e nostalgici di un toy theatre, promettono destinazioni idilliache: spiagge spensierate, campagna perfetta, castelli, cattedrali, paesetti e città incantate, treni che volano su viadotti audacissimi e reminiscenze storico-letterarie**…

Basta cercare “vintage British railway posters” su Google per tuffarsi a visitare questa Gran Bretagna che non solo non c’è più – ma forse non c’è mai stata – a bordo di treni dai nomi romantici come the Night Scotsman, The Queen of Scots o The Cornish Riviera Express.

Train1Qui invece ne trovate una buona raccolta suddivisa per contea.

Buon viaggio immaginario su e giù per l’Isoletta.

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* Io no. Debutto in arrivo per qualcosa di cui parleremo e, di conseguenza, proveproveprove.

** Forse il mio preferito è “Breezy Kent Coast – Caesar’s Choice!”

Qualsiasi

Arte Varia · musica

Per Illustratore e Pianoforte

SannaElephants
Foto Flavia Ferrari

Oggi parliamo di Alessandro Sanna, straordinario illustratore che non solo realizza meravigliose illustrazioni, ma lo fa attorno a idee originali e bellissime, che poi porta in giro per teatri e piazze in forma di concerti disegnati.

La settimana scorsa qui al mio villaggio abbiamo goduto di uno di questi eventi: Alessandro ha realizzato quattro acquerelli ispirati al suo libro Il Fiume Lento – il suo secondo Premio Andersen… – mentre Elisabetta Garilli suonava al pianoforte le musiche composte apposta per il libro.

Non è la prima volta che vedo un concerto di Alessandro, e ogni volta è qualcosa di magico. La sua tecnica è un incanto da osservare, e veder sbocciare le immagini, vedere i colori che si fondono con la musica, è una vera meraviglia.

Questo piccolo video offre un assaggio della serata…

Qui trovate un altro scampolo di Fiume Lento, e qui altre cose – tra cui lo splendido Pinocchio Prima di Pinocchio – ma, se ne avete occasione, vi consiglio vivissimamente di assistere dal vivo a uno di questi concerti per illustratore e musicisti. È un’esperienza inconsueta, poetica e incantevole.

 

angurie · Shakespeare Year · teatro

T

SiWLocMakingOfÈ un pomeriggio estivo, e la Clarina lavora freneticamente su PhotoFiltre. Lo Spirito del Bardo aleggia d’intorno, fischiettando Greensleeves, e ogni tanto si avvicina per guardare da sopra la spalla della Clarina.

Lo Spirito del Bardo – Così quella è la locandina?

La Clarina – Hm-hm.

SdB – Non è troppo raccapricciante.

C – Why, thanks.

SdB (stona la nota alta del ritornello) – ♫…

C – E più o meno…

SdB – E quella lì è l’esedra?

C – Sta per essa.

SdB – Ma non è mica curva.

C – Nemmeno quella per cui sta.

SdB – Ay, well. E quello lì sono io?

C – Eh sì.

SdB – Cercherò di non serbarti rancore. E quello è il titolo?

C – Shakespeare in Words.

SdB – Un po’ lo sospettavo. E quello sotto è il sottotitolo?

C (sospira) – Lo dice la parola stessa: sotto il titolo…

SdB – L’immoratlità delle parole.

C – L’immorTAlità delle parole.

SdB – Per niente, donna.

C- Che vuol dire l’immoratlità?

SdB – Se non lo sai tu che l’hai scritto… SiWLoCMakingOf2

C (riguarda meglio e…) – Pittikins, hai ragione… Ay de mi, tutto da rifare!

SdB – Ma no, lascialo così. Ha una certa qual marzialità.

C – Certo, come no? Venghino, siore e siori, ad assistere a L’ImmoraTlità delle Parole!

SdB – Ay, well…

C (disfa e rifà freneticamente) – Pittikins, pittikins, pittikins!

SdB – E però… Lapsus significativo, a suo modo. Come dire che l’uso che Antonio fa delle parole è immora(t)le. E anche Giovanna, insomma. Non è carino manipolare il prossimo a parole.

C – Disse l’uomo che proprio facendo quello si guadagnò l’immortalità…

SdB – Aspetta – ce l’ho! Sposta la T, ma mettila tra parentesi: L’Immor(T)alità delle Parole, eh?

C – Spiritosissimo. E guarda com’è tardi… Va a finire che Re Antioco s’innervosisce.

SdB – Non è più Re Antioco. Adesso è Bruto.

C – Giusto. E anche il Delfino di Francia… E nulla di tutto ciò gl’impedirà di innervosirsi. Ma adesso…. There! Pronto. Shakespeare in Words – l’Immortalità delle Parole.

SdB – Hm. Se chiedi a me, era più originale prima.

C – Ci accontenteremo della banalità, per questa volta.

SdB (sniffs) – Donna senza coraggio.

C – Che ci vogliamo fare? Mail. D’altra parte… Indirizzo. Anche tu…

SdB – Tira fuori Kit Marlowe e ti mordo.

C – Non puoi, sei uno spirito disincarnato. E… invio! Fatto.

SdB – La maniera in cui mi tratti a volte è del tutto immoraTle.

C – Ha ha.

SdB – Me ne spirito via in regale indignazione. Ma Clarina…

C – Sì?

SdB – Hai spedito la mail senza allegato.  (Spirita via)

C – Pittkins, pittikins, pittikins!

(Sipario)

angurie · Arte Varia

L’Arte dell’Elefante

elephantRembrandtUn po’ di tempo fa abbiamo parlato di elefanti di carta, ricordate?

E in chiusura di post citavamo l’abbondanza di elefanti artistici… Ecco, l’intenzione per oggi sarebbe stata quella di proporre una carrellata di elefanti dipinti, scolpiti, disegnati eccetera – ma ho scoperto (grazie, M.!) che c’è chi l’ha già fatto.

Quindi oggi gli elefanti si trovano altrove – e per la precisione su Didatticarte.

Vedrete che la rassegna è ampia ed eclettica, dalle statuette preistoriche a Dumbo, dalle monete greche alla pubblicità, passando per Rembrandt e i cristalli di Lalique…

Buona passeggiata artistico-elefantina – e buon compleanno, L.!

 

musica · scrittura · Vitarelle e Rotelle

Non Sappia Il Ver

In questo periodo di prove frenetiche (ne parleremo) mi capita spesso di ascoltar musica in automobile – ed è così che mi è ritornato in mano un vecchio CD , un’edizione ungherese del Gianni Schicchi, uno dei primi dischi d’opera che mi sia comprata, quand’ero una fanciullina diciassettenne in gita scolastica a Budapest, of all places. Adoro il Gianni Schicchi – musica e libretto…

Vi ho già detto, credo, che ho questa incoercibile predilezione per i libretti d’opera, vero? Ho cominciato a leggerne prima di avere cominciato ad ascoltare opere – il che probabilmente è un’eccentricità, ma tant’è. Trovo che i libretti d’opera contengano spesso gemme di nonsense sublime, ottimi nomi per gatti e, nel caso dell’opera buffa, cose genuinamente spassose – e scritte per essere tali.

gianni schicchi, puccini, giovacchino forzano, libretti d'opera, dante, divina commediaCome il libretto del Gianni Schicchi, scritto per Puccini da Giovacchino Forzano. La storia è un’incantevole combinazione di Divina Commedia e Commedia dell’Arte – of all things – con qualche frecciatina ai danni di quel terribile snob che era il gran padre Dante. Lo sapevate che Dante l’aveva a morte con Schicchi, che non solo usciva dalle file della gente nuova, ma aveva anche truffato in grande i Donati – famiglia di sua moglie? Oh well, Gianni Schicchi non è il primo né l’unico che Dante piazza all’inferno per antipatia personale e petty vengeance. Ricordarsi di cose del genere aiuta a mantenere un senso dell’umorismo quando si ha a che fare con la Commedia…

Ma non divaghiamo. Opera. Puccini. Forzano. Libretto.

E in particolare l’irresistibile uso che Forzano fa di quell’utile e simpatico meccanismo narrativo per cui un personaggio ignora qualcosa di vitale – che il lettore conosce.

Allora: il vecchio Buoso Donati è morto, diseredando i parenti a favore di un ordine religioso. Furia generale. Enter Gianni Schicchi, rimescolatore di carte professionale, che accetta di impersonare Buoso e dettare un altro testamento davanti a notaio e testimoni. Ma, proprio mentre i Donati assicurano a Gianni che nessuno sa che “Buoso ha reso il fiato”, si bussa alla porta. È Maestro Spinelloccio, il dottore.

“Guardate che non passi. Ditegli qualche cosa. Che buoso è migliorato e che riposa!” ordina Schicchi, prima di sparire tra le cortine del letto a baldacchino.

E i Donati fanno entrare l’ignaro medico in un coro di “Buongiorno, Maestro Spinelloccio. Va meglio! Va meglio! Va meglio!”

“Ha avuto il benefissio?” domanda con accento bolognese il nuovo venuto, Balanzone in tutto tranne che nel nome.

“Altroché. Altroché.” cinguettano i Donati, e Spinelloccio va in sollucchero.

“A che potensa l’è arrivata la siensa. Be’, vediamo, vediamo.”Gianni Schicchi - Opera San Jose

Momento di panico.

“No! No, riposa,” parano i Donati.

“Ma io…” insiste il brav’uomo, ansioso di ammirare l’effetto della sua siensa.

“Riposa…” I Donati si schierano tra lui e il letto, ma il medico avanza, e tutto pare perduto, quando…

“No, no, Maestro Spinelloccio,” interviene una voce tremula di tra le cortine. “Ho tanta voglia di riposare. Potreste ritornare questa sera? Son quasi addormentato.”

Ai parenti per poco non prende un coccolone, ma il medico desiste.

“Sì, Messer Buoso. Ma va meglio?”

“Da morto son rinato,” assicura Schicchi/Buoso, con un’ombra di risata nella voce. “A stasera.”

“A stasera.” E qui Maestro Spinelloccio potrebbe ancora salutare i Donati e uscire con la sua dignità di medico più o meno intatta. Ma allora che gusto ci sarebbe? “Anche alla voce sento che è migliorato,” dichiara. E poi, non contento: “Eh, a me non è mai morto un ammalato. Non ho delle pretese. Il merito l’è tutto della scuola bolognese.”

“A stasera, Maestro,” salutano i Donati in un’ondata di euforico sollievo – e quasi lo spingono fuori dalla porta senza che il brav’uomo abbia capito nulla. Dopodiché i Donati sono un po’ densi e credono di averla soltanto fatta franca, ma Schicchi ha visto nell’episodio la prova che il suo piano funziona… eccetera.

Noi ci fermiamo* e osserviamo come l’ironia della situazione derivi quasi tutta dal fatto che il pubblico sa che Buoso è già morto – e Maestro Spinelloccio no. I Donati che tentano freneticamente di liberarsi del medico e il medico che si vanta a sproposito non sarebbero divertenti se non sapessimo che cosa c’è dietro. Sapendolo, capiamo le intenzioni nascoste e ci divertiamo mentre il povero dottore si loda e s’imbroda.

Il meccanismo funziona anche in contesti meno buffi – e allora mette ansia seguire qualcuno che cammina allegramente in una trappola reale o metaforica. Mi vengono in mente Robert Moore che, in Shirley, avanza verso il punto in cui sappiamo che è appostato l’uomo con la pistola, o il Marchese di Posa che entra nella cella di Don Carlos – forse non del tutto inconsapevole dello sgherro in attesa – o Tosca (dramma, non opera) che si precipita a fare una scenata di gelosia senza sapere che Scarpia l’ha fatta seguire, o Henry Morgan che racconta versioni sempre più improbabili della sua vita a gente che ha buoni motivi per non credergli…

Che si tratti di creare tensione, aggiungere strati di significato o rendere buffa una situazione, il personaggio all’oscuro di tutto funziona sempre, in tutte le sue varianti semplici o sofisticate.

L’importante è che a differenza del lettore qualcuno, come usa dire all’opera, non sappia il ver.

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* Se volete leggere il resto del libretto, lo trovate qui.