elizabethana · scribblemania · Storia&storie

Ri-Serendipità

Little Moreton windowSerendipità storica, ricordate? Ne avevamo parlato qui, e qui, e altrove – perché non c’è niente da fare: ogni tanto capita.

E cominciamo con la definizione che io credevo di ricordare farina del sacco di Diana Gabaldon*, ma sono andata a ripescare la pagina in questione** e ho scoperto che DG l’attribuisce a un romanziere/a storico/a di sua conoscenza:

[La condizione per cui] quando si arriva al punto in cui diventa necessario… (gasp!) inventare qualcosa, le scelte narrative non solo sono storicamente plausibili, ma molto spesso si rivelano a posteriori per nient’altro che l’onesta verità.

Ecco, non so se a me capiti davvero molto spesso, ma indubbiamente capita. E vi ho anche già raccontato ripetutamente di che genere di enorme soddisfazione sia, per cui non lo farò di nuovo – o forse solo un pochino, per mettervi a parte del vago senso di vertigine. Più che vago, a dire il vero, perché viene con l’impressione di avere aperto una finestra su un altro secolo, e di avere visto qualcosa – qualcosa.

Ma non importa – o meglio, importa solamente perché è successo di nuovo.

In piccolo, se volete: in una scena del primo capitolo avevo mandato il celebre buffone Dick Tarlton ad assistere alle prove della Actorscompagnia del mio protagonista – e sghignazzarne – in un’altra locanda. Considerando quanto fosse competitivo e piccolo al tempo stesso l’ambiente teatrale elisabettiano, non era un enorme sforzo di immaginazione – ma nondimento è stato soddisfacente ritrovare in un documento dell’epoca la descrizione di una scena molto simile, una visita teatral-concorrenziale di Tarlton ad altri teatranti, proprio nella locanda in cui l’ho piazzata…

Finestra aperta. Qualcosa – qualcosa.

In realtà, lo ripeto, non era un salto logico particolarmente improbabile, e altrettanto in realtà, le cose sono cambiate da quando ho scritto la scena, ed è possibile che debba spostare la “mia” compagnia – e di conseguenza la scena – altrove. Ma non cambia molto le cose: Dick Tarlton faceva queste cose, e non c’è proprio nessun bisogno di considerarla un’occasione isolata e irripetibile.

E dunque credo di poterlo considerare un ulteriore piccolo attacco di serendipità storica. Se vuol succedere ancora, non ho obiezioni di sorta.

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* Sì, Diana Gabaldon. Ho letto La Straniera secoli orsono, quando è uscito in Italia per la prima volta. Molti e molti anni prima che se ne traesse una miniserie.

** La deliziosa introduzione al brillante A Plague of Angels, un volume dei Carey Mysteries di P.F. Chisholm – su cui non mi dilungo entusiasticamente, perché l’ho già fatto un sacco di volte.

 

 

Kipling Year · musica · Poesia

La Ninnananna Della Foca ♫

seal-lullaby-by-melanie-stimmellEbbene sì, la foca.

Forse che le foche non possono cantare ninnenanne ai loro deliziosi cuccioli bianchi?

Secondo Kipling, sì.

C’è una storia di foche, nel Libro della Giungla, e ha per protagonista Kotick, la foca albina che salva il suo branco dai cacciatori conducendolo in una spiaggia inaccessibile…

All’inizio della storia c’è questa piccola poesia molto… marina. Il ritmo, l’abbondanza di sibilanti, le scelte lessicali, i colori – tutto è accuratamente pensato per ricreare un senso auditivo e visivo di onde che vanno e vengono…

Oh! Hush thee, my baby, the night is behind us,
and black are the waters that sparkled so green.
The moon, o’er the combers, looks downward to find us,
at rest in the hollows that rustle between.
Where billow meets billow, then soft be thy pillow,
Oh weary wee flipperling, curl at thy ease!
The storm shall not wake thee, nor shark overtake thee,
asleep in the arms of the slow swinging seas.

E proprio in questo spirito, qualche anno fa il compositore Eric Whitacre ha messo il tutto in musica. Questa è l’esecuzione dello Junges Vokalensemble di Hannover, diretto dal compositore:

Dolce, nevvero?

E buona domenica a tutti.

Storia&storie · teatro

La Tragedia Scozzese

MacbethScottishPlayAvete presente la Tragedia Scozzese?

Quella cosa shakespeariana che si rappresenta – facendo i debiti scongiuri – ma non si nomina mai? Mai sul palco – all’infuori di quel che richiede il copione durante prove o spettacolo. Mai, mai, mai dietro le quinte. Ma in platea o in tutto il teatro – almeno non quando attori, regista e tecnici possono sentire.

E tutto perché, a seconda della versione, Shakespeare avrebbe inserito nel testo dei veri incantesimi stregoneschi*, oppure il trovarobe, in mancanza di un calderone adatto, ne avrebbe sottratto uno a delle streghe vere. In either case, per niente divertite, le streghe avrebbero maledetto la tragedia… quando si dice una pessima recensione!  E doveva essere anche una maledizione a effetto rapido, perché narrasi che Hal Berridge, primo interprete di Lady M. nel 1606**, sia morto durante la prima rappresentazione.

Dopodiché bisogna dire che la storia del teatro shakespeariano sia piena di pronunciatori sconsiderati e di increduli puniti, perché alla tragedia scozzese è associato  tutto un catalogo di disastri, a partire dalla rappresentazione datata 1672, ad Amsterdam, in cui il protagonista avrebbe accoltellato il Buon Re Duncan per davvero. O della spaventosa tempesta che infuriò per tutta la durata di una rappresentazione nel 1703. E che dire dei venti morti nei disordini che scoppiarono a New York tra i fan dell’inglesissimo Macready e dell’indigeno Forrest – che recitavano lo stesso ruolo in due teatri diversi? A Laurence Olivier andò abbastanza bene, e il peso di piombo che precipitò dall’impianto luci dell’Old Vic lo mancò di un soffio – ma il Re Duncan e due streghe su tre di una produzione bellica diretta da John Gielgud morirono durante il Blitz. Dopodiché la maledizione si considerò sazia di vite umane, si vede, perché a Charlton Heston non capitò nulla di peggio di una calzamaglia andata a fuoco – con lui dentro – e Sean Connery se la cavò con un’influenza micidiale…

macbeth1Pittoresco. Un filo macabro, se vogliamo, ma pittoresco.

È quasi un peccato che non sia vero nulla…

Nessun ragazzino di nome Hal Berridge risulta nella compagnia di Shakespeare – né in nessun’altra compagnia contemporanea, e la storia non risulta in nessuna fonte dell’epoca. A volte è attribuita a John Aubrey – e in questo caso sappiamo quanto la si possa prendere sul serio. Oserei dire che, se fosse successa una cosa del genere, se ne troverebbe traccia nell’opera di qualche polemista puritano teatrofobo… Per quanto riguarda l’assassinio in scena del 1672, in realtà non c’è nessun M. documentato ad Amsterdam per quell’anno. Ce ne fu una a Londra, una specie di… er, versione musicale con tanto di streghe volanti, in perfetto gusto Restoration. Quindi, magari, rimaneggiamento per rimaneggiamento, è anche possibile che il regicidio avvenisse in scena. E tuttavia, fra gli altri spettatori, c’era anche il pettegolissimo diarista Samuel Pepys: vogliamo pensare che, se un attore avesse usato un pugnale vero per far fuori un rivale in amore nel più pubblico dei modi, Pepys non ce l’avrebbe raccontato? La tempesta del 1703… be’, che dire? La Tragedia Scozzese va in scena da quattro secoli abbondanti: semmai, c’è da stupirsi che abbia incrociato una tempesta sola. I sanguinosi disordini a New York ci furono veramente, ma qualcosa di analogo era successo, per esempio, a Londra a metà Settecento, quando Garrick e Barry si sfidarono a colpi di Re Lear – e a nessuno salta in mente di dire per questo che il Re Lear porti sfortuna. E in quante produzioni cade qualcosa dall’altro, con o senza conseguenze letali? E quanta gente è morta nel Blitz? O prende l’influenza durante uno spettacolo? E la calzamaglia di Heston non prese fuoco per davvero: è solo che per qualche motivo finì impregnata di kerosene, e il kerosene… yes, well.

Macbeth_1884_Wikipedia_cropE quindi signori della giuria, credo che la Tragedia Scozzese si possa senz’altro assolvere da ogni accusa di iettatura – e anzi, che si possa ascrivere la nomea in questione a una combinazione di amore del pittoresco, malignità e al carattere naturale della gente di teatro, cui non pare sano raccontare una storia senza abbellirla almeno un pochino.

Il che non impedisce che in molti teatri, soprattutto nel mondo anglosassone, sia proibitissimo pronunciare il nome che comincia per M., o citare le battute della tragedia in questione al di fuori delle prove e dello spettacolo. I trasgressori vengono spediti fuori dal teatro a pronunciare scongiuri shakespeariani, girare su se stessi, correre attorno all’isolato o a compiere altri esorcismi – credo che ogni teatro abbia il proprio – per poi bussare per essere riammessi.

E sì, è irragionevole e più che un tantino buffo – ma siamo franchi: il teatro non è come il mondo di fuori. Il teatro funziona secondo regole tutte sue, e ci son più cose in scena e dietro le quinte, Horatio , di quante ne sogni la vostra filosofia. Per cui, a parte tutto il resto, perché sfidare sorte, tradizioni e storie?

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* Suona familiare?

** Forse. In realtà, la datazione di gran parte del teatro elisabettiano è a mezza strada fra il sudoku e uno sport violento…

 

Kipling Year · lostintranslation · Poesia

Lo Specchio

R&FSapete che cosa succederebbe se vi pungesse vaghezza di cercare in rete qualche poesia di Kipling tradotte in Italiano? No? Be’, ve lo dico io: trovereste una fila di traduzioni di If, una o due traduzioni di The White Man’s Burden – e basta.

Vale a dire Se, conosciuta come “la lettera al figlio” – la poesia che generazioni di rimandati a settembre hanno ricevuto a titolo di consolazione da qualche genitore, fratello, sorella, parente o amico – e Il Fardello dell’Uomo Bianco, cioè i versi che tanti citano senza conoscerli, per provare che Kipling era un bieco razzista.

Insomma, ci risiamo: l’autore per fanciulli, oppure il malvagio imperialista – e da lì è difficile uscire.

Vuol dire che, nel corso dell’anno, proveremo a riparare un pochino, mettendo qui una poesia ogni tanto, con una… be’, chiamiamola una traduzione funzionale, volete? Perché di poesie Kipling ne ha scritte ben più di due. Ne ha scritte un sacco. Tra l’altro, aveva l’abitudine di premetterne una a ogni racconto in molte delle sue numerose raccolte, e il rapporto tra poesia e racconto di solito è interessante, perché l’una getta una luce leggermente diversa sull’altro, e l’altro racconta un possibile lato della storia sottintesa nell’una.

Stasera cominciamo con The Looking-Glass, ovvero Lo Specchio – che fa da epigrafe al racconto Gloriana, tratto da Rewards and Fairies.

Prima il testo originale, sottotitolato A Country Dance – cioè Una Danza Campagnola:

Queen Bess was Harry’s daughter. Stand forward partners all!

In ruff and stomacher and gown
She danced King Philip down-a-down,
And left her shoe to show ‘twas true –
(The very tune I’m playing you)
In Norgem at Brickwall!

The Queen was in her chamber, and she was middling old.
Her petticoat was satin, and her stomacher was gold.
Backwards and forwards and sideways did she pass,
Making up her mind to face the cruel looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As comely or as kindly or as young as what she was!

Queen Bess was Harry’s daughter. Now hand your partners all!

The Queen was in her chamber, a-combing of her hair.
There came Queen Mary’s spirit and It stood behind her char,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will stand behind you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As lovely or unlucky or as lonely as I was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now turn your partners all!

The Queen was in her chamber, a-weeping very sore.
There came Lord Leicester’s spirit and It scratched upon the door,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will walk beside you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass,
As hard and unforgiving or as wicked as you was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now kiss your partners all!

The Queen was in her chamber, her sins were on her head.
She looked the spirits up and down and statelily she said: –
“Backwards and forwards and sideways though I’ve been,
Yet I am Harry’s daughter and I am England’s Queen!”
And she saw her day was over and she saw her beauty pass
In the cruel looking-glass, that can always hurt a lass
More hard than any ghost there is or any man there was!

E adesso, traduzione:

Bess regina era figlia di Harry. Avanti, ballerini!

In abito, gorgiera e pettorina
Danzò con Re Filippo, tra-la-la,
(Questa stessa melodia!)
E per prova lasciò una scarpetta
A Brickwall House, a Norgem.

La Regina era nella sua stanza ed era vecchiotta,
In sottoveste di raso e pettorina d’oro,
E indietro e avanti e di qua e di là camminava,
Prima di decidersi a guardare nello specchio crudele,
Lo specchio crudele che non mostrerà mai più
La fanciulla graziosa e gentile e giovane che fu.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, datevi la mano!

La Regina era nella sua stanza, occupata a pettinarsi
E lo spirito della Regina Maria venne a mettersi dietro la sua sedia,
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io staro qui dietro finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che non mostrerà mai
La bella fanciulla infelice e solitaria che io fui.”

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini giratevi attorno!

La Regina era nella sua stanza e piangeva forte
E lo spirito di Lord Leicester venne a grattare* alle porte.
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io camminerò con te finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che mai non mostrerà
Una fanciulla più dura e inflessibile, e piena di crudeltà.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, baciatevi adesso!

La Regina era nella sua stanza, e si sentiva i suoi peccati sul capo.
Guardò per bene gli spiriti e, a testa ben alta, disse:
“Indietro e avanti e di qua e di là cammino,
Ma son figlia di Harry, e Regina d’Inghilterra!”
Così guardò nello specchio – e quel che d’altro c’era –
E vide che il suo tempo era al termine, e la sua bellezza svaniva
Nello specchio crudele, sempre capace di ferire una fanciulla
Più di ogni fantasma che sia o di ogni uomo che sia stato.

Ve l’avevo detto: traduzione funzionale e niente di più – e scommetto che la poesia non è quel che vi aspettavate. Un po’ si deve al fatto che quando vedo qualcosa di elisabettiano non resisto, e un po’ volevo introdurvi a una caratteristica di Kipling poeta e narratore: il gusto di giocare con forme e linguaggi. Qui Kipling voleva riprodurre andamento e colore di una ballata elisabettiana, per l’appunto, perché questo gli serviva. Altrove riproduce la parlata dei soldati semplici, il gergo anglo-indiano, la voce delle macchine – in una varietà notevole.

Di Rewards and Fairies parleremo presto, come di diverse altre raccolte.

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* No, non è una cosa da fantasmi. Sono i pittoreschi tempi in cui, anziché bussare alle porte, si grattava.

anglomaniac · Lingue

Le Lingue Abitano In Case Diverse

Button2Questo non è un corso d’Inglese…

A parte tutto il resto, dura soltanto quattro incontri da un’ora e mezza. Chi impara anche solo le basi di una lingua in sei ore? Yes well, forse si potrebbe anche provare – ma non sono certa di vederne la logica* – e comunque non è quello che vogliamo fare qui.

Quello che vogliamo è rimuovere un po’ di preconcetti disastrosi dalla strada di chi vuole imparare o sta imparando l’Inglese.

2. L’Inglese è complicato: be’, no… la grammatica di base è davvero piuttosto facile – e per di più, si raggruppa attorno a una certa quantità di meccanismi. Ci sono modi di semplificare l’apprendimento individuando questi meccanismi e imparando ad applicarli in varie aree – come il lessico, la grammatica e la temutissima pronuncia…

2. Imparare l’Inglese (o il Tedesco, o il Cinese, o il Sanscrito…) equivale a tradurre dall’Italiano in Inglese e viceversa: oh no, no, no. Le lingue originano, cambiano e funzionano in modo diverso. Sono il frutto e il riflesso di mentalità e storie diverse. Abitano in case diverse, per l’appunto. E afferrare questo concetto può cambiare radicalmente il modo di apprendere.

3. Studiare l’Inglese (o il Tedesco, o il Cinese, o il Sanscrito) è un cilicio. Tutta quella grammatica, tutte quelle ridicole frasi con il libro che è sul tavolo, e la mucca pezzata di mio zio… Ugh! Be’, non è detto. Si può anche fare diversamente. La grammatica serve – e non ci sono vere scorciatoie, ma chi dice che la si possa imparare soltanto a forza di tabelle e mucche pezzate? Perché non assorbire invece la grammatica, la sintassi, i modi idiomatici – e insieme la mentalità sottesa a tutto quanto – leggendo?

Potrebbe essere interessante – che ne dite?

Silvana Ranzoli e io non offriamo apprendimento super-rapido, incantesimi, miracoli o scorciatoie. Quel che abbiamo in mente è un metodo, una prospettiva, una serie di idee. Un modo per migliorare e accelerare lo studio dell’Inglese e uno sguardo nuovo sul funzionamento di una lingua che non serve solo a chiedere da che parte è Trafalgar Square…

Se la prospettiva vi stuzzica, qui c’è la locandina:

LocBozza

Informazioni e particolari, li trovate sul sito di Borgocultura, qui.

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* E mentre scrivevo questo, confesso che parte della mia mente è partita a immaginare situazioni in cui qualcuno potrebbe voler (o dover) imparare le basi di una lingua in sei ore. Sono saltate fuori alcune storie interessanti…

musica

Vai Alla Fiera Di Scarborough? ♫

herbsNe parlavamo di recente, vero M.?

A cambric shirt – una camicia di batista, ma senza nemmeno una cucitura, è uno dei compiti impossibili che il giovanotto della vecchia, vecchia ballata in questione manda a dire a quella che un tempo era la sua bella… o forse no. La batista è un tessuto pregiato, che prende il suo nome inglese dalla città di Cambrai, e si usava per la biancheria pregiata. Ma, quale che sia la stoffa, come si fa a fare una camicia senza cuciture? E quindi il messaggio è una beffa bella e buona.

Nella versione che tutti conosciamo, perché è stata ripresa e cantata da un piccolo esercito di cantanti, la faccenda si ferma lì – ma nella ballata originale la fanciulla risponde per le rime, mandando a dire al ragazzo che avrà la sua camicia senza cuciture, lavata in una fonte secca e asciugata su un rovo impossibile, quando lui per primo le avrà trovato un acro di terra tra mare e sabbia e lo avrà coltivato in varie maniere impossibili. Su cosa significhi davvero tutto ciò ci sono ipotesi – compresa una derivazione da una ballata scozzese in cui un elfo cerca di portarsi via una ragazza, ma lei si rivela più furba di lui. Personalmente non posso fare a meno di vederci un battibecco à la Beatrice e Benedick…

Ad ogni modo la ballata è bellissima a sentirsi e, come dicevasi più sopra, l’hanno cantata un po’ tutti. Per oggi sentiamo la versione di Celtic Woman:

Ah, prezzemolo salvia rosmarino e timo… Buona domenica a tutti.

scribblemania · Vitarelle e Rotelle

La Clarina Di Buridano

55327_girl-writing_lg-1Se c’è qualcosa che tutti i manuali, tutti gli articoli, tutti gli insegnanti di scrittura raccomandano di non fare, è editare mentre si scrive la prima stesura.

Finite la prima stesura, dicono tutti. Non state a disperarvi sulle minuzie a questo stadio. Poi tanto tornerete a lavorarci, a sistemare, a rifinire, ad aggiustare tutto quello che non va… Adesso buttate giù la storia. Non interrompete il flusso, sfruttate la forza propulsiva – e se vi manca qualcosa, se avete incertezze, dubbi, imperfezioni, girateci attorno. Segnatele, e lasciatele dove sono: ci tornerete.

E la cosa ha un suo perché, sapete?

A parte tutto il resto, flusso o non flusso, sapere che la prima stesura non deve essere perfetta è molto liberatorio, e un ottimo modo abbattere la mortalità infantile dei romanzi. Perché diciamo la verità: quante volte si comincia una storia e poi si traffica sui primi capitoli fino a perdere interesse o a scoraggiarsi? E quante volte invece si lavora di cesello e poi, a tre quarti dalla fine, ci si rende conto che dell’infanzia del protagonista non c’interessa un bottone, e i primi sei capitoli si possono tranquillamente cassare? E c’è anche da dire che, quando la necessità di modifiche drastiche si presenta, si è molto più riluttanti a farle quando riguardano qualcosa che si è – o si crede di avere – già levigato con ogni cura. Una prima stesura rough and tumble, onestamente, la si tagliuzza, decapita e stravolge con ogni disinvoltura.

E quindi sì: l’idea di non editare mentre si scrive, di finire la prima stesura e poi si vedrà, ha senso in tutta una serie di modi.

E nondimeno…tumblr_m0hyaviUSk1r1fzbqo1_500

Nondimeno la sto ignorando bellamente. Magari non ci avete fatto caso – non credo che passiate il tempo a sorvegliare il mio contaparole – ma, di fatto, il contaparole è fermo da quasi una settimana. E sapete perché? Perché ho editato quello che credevo essere un capitolo, e invece sono i primi due e l’inizio del terzo. E l’ho editato in due maniere diverse, ciascuna con una sua serie di modalità narrative, tra cui non mi so decidere. E per di più, alla classica domanda “ci sono parti della storia, più avanti, che starebbero meglio narrate in uno dei due modi?” la scoraggiante risposta è, per una volta, “E come no? Per l’uno e per l’altro…”

Eh.

Credevo che vedendole in parallelo, entrambe scritte, scegliere sarebbe stato più facile – e invece no. Mi piacciono tutte e due, damnit, ma non è solo questo. È che ciascuna ha un suo notevole vantaggio narrativo che è incompatibile con l’altra. E ho cercato di combinarle insieme, sapete – il che farebbe quasi una terza versione, se non mi fossi fermata appena mi sono accorta che non funzionava.

E quindi adesso ho due capitoli e un pezzettino – in due versioni, e due LS che ci danno un’occhiata per dirmi che cosa ne pare loro. E ieri sera una dei due mi ha annunciato che ancora non sa per certo, ma ha l’impressione che le piacciano entrambe.

“Non sono sicura di saper scegliere,” mi ha detto.  “È difficile.”

Sapesse…

Be', senza il teschio, magari - ma ci siamo capiti.
Be’, senza il teschio, magari – ma ci siamo capiti.

Morale? E non lo so. Non riesco a continuare senza avere preso una decisione in proposito – né, mi pare, sarebbe terribilmente sensato farlo.  Sono poco oltre un decimo della prima stesura: vale davvero la pena di rischiare di scrivere tutto il resto in una modalità sbagliata?

E quindi prendo appunti, strologo scene e collegamenti, provo dialoghi ad alta voce, ricerco colori araldici, opere perdute, transazioni commerciali e altre minuzie – e aspetto. Aspetto che i LS si pronuncino in maniera utile. Aspetto che la notte porti consiglio. Aspetto che mi cada in testa un’illuminazione… Non lo so, che cosa aspetto. Forse aspetto solo di prendermi per esasperazione e sfinimento, ricominciare a scrivere, finire la prima stesura e al diavolo – sperando che in qualche modo il problema si risolva da solo.

teatro

Prima Lettura

bNo, nulla di liturgico.

Solo che quando si scrive teatro c’è una specie di primo incontro col pubblico – un pubblico smaliziato ed esigente, con delle attese precise e un occhio tecnico.

È la prima lettura.

Compagnia riunita, seduta attorno al tavolo (oppure no), testo stampato e distribuito… Per lo più l’hanno già letto, magari ne hanno parlato. E magari anche voi ne avete parlato. Con un singolo attore o due, col regista… magari è anche piaciuto. Vi hanno fatto dei complimenti, avete cominciato a scambiare qualche idea. O magari invece c’è qualche dubbio, qualche riluttanza, un filo di freddezza dietro l’incoraggiamento generico. O magari le reazioni sono miste…

Ma non è la stessa cosa.

È teatro, e non si sa come funziona finché… be’, in realtà non lo si sa finché non è in scena – scene, luci, costumi e tutto – davanti a un pubblico vero. Però prima, molto prima – a volte persino prima che si sappia con certezza se in scena ci si arriverà mai, o almeno si cercherà di arrivarci – prima c’è la prima lettura.

In una sala prove, in un teatro vuoto, a casa di qualcuno – non importa. Compagnia seduta in cerchio, parti distribuite in via provvisoria, e si legge.Chekov

E poi nemmeno questo è del tutto significativo – o almeno non sempre. A volte ci vuole del tempo perché le cose funzionino davvero. Bisogna frequentare il testo, dice G. la Regista – e in effetti, ho ricordi da far rizzare i capelli dei primissimi tempi di Annibale, quando G. proprio non riusciva a farselo piacere, il mio generale… E c’era voluto del tempo prima che mi riconoscesse l’intensità della faccenda. Inutile a dirsi, la prima lettura non era stata una faccenda scintillante.

Invece lunedì sera, la prima lettura del mio play metashakespeariano… E guardate, le premesse erano un nonnulla incerte, con la compagnia divisa equamente tra entusiasti e dubbiosi, e G. nel secondo campo, e io nervosa – tanto più perché dovevo coprire un’assenza e leggere una parte anch’io… Ad essere del tutto franca, mi aspettavo che tutto si spiaccicasse sul pavimento con rumore di semolino freddo.

E in effetti, la prima pagina, pagina e mezza è andata un po’ così. Prima lettura, a freddo, gente dubbiosa… La prima cosa buffa che scrivo da secoli a questa parte, poi. Vuoi vedere che ho perso il knack, e a me sembrava buffa, mentre in realtà…

E invece no.

imagesMentre leggevamo in cerchio, prendendo ritmo un po’ per volta, uno dopo l’altro gli attori hanno cominciato ad entrare nello spirito della cosa. Hanno cominciato a divertirsi. Hanno cominciato a ridere. Abbiamo cominciato a ridere. Alla fine del primo atto, funzionava già. Balzellon-balzelloni, si capisce, perché era la prima lettura, diamine – ma funzionava.

E non vi dico il sollievo.

S-S, ovvero IGdB* è buffa. Funziona. E andrà in scena.

Col che non voglio dire che adesso sarà tutto in discesa, perché la condizione naturale del teatro, e gli ostacoli insormontabili, e il disastro imminente, eccetera eccetera… ma intanto, per cominciare, la Prima Lettura è superata.

Con le bandiere al vento e molte risate.

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* No, non sul serio. Vi farò sapere…