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Pessimi Segni E Vin Passito

Sabato pomeriggio ero in una vineria in cerca di un passito siciliano. Ho scelto una bottiglia di Grecale – non per un buon motivo, ma perché ha un nome bellissimo. E mentre prendevo la mia bottiglia dallo scaffale ho pensato: “Se qualcuno mi stesse scrivendo, questo non sarebbe un buon segno per la mia aspettativa di vita.”

Certi particolari di caratterizzazione indicano con terrificante certezza che il personaggio in questione non è destinato a una lunga vita felice. Specialmente lunga.

MNY46308Prendete la tosse, per esempio. All’opera, nei romanzi e nei film ormai siamo così assuefatti all’equazione che quando qualcuno tossisce e sopravvive ci restiamo quasi male. Margherita/violetta, John Keats*, Edgar Linton, Louis Dubedat, Ralph Touchett, Doc Holliday… potrei continuare a lungo. E potrei citare un muratore che, tra un mattone e l’altro, mi aggiornava su Angeli e Demoni che stava leggendo. “Ah, ma Kohler ha una gran brutta tosse,” ripeteva ogni volta in idioma locale, scuotendo funereamente la testa.

Ma ci sono altre categorie di goners. Una è costituita dalle Ragazzine Troppo Angeliche Per Vivere. Little Nell, Little Eva, Beth March**… le leggi – così tenere, così preternaturalmente sagge, così adorate da tutti (tranne quelli tra i malvagi che sono anche meschini), le osservi dispensare luce e gioia e redimere cuori durissimi ad ogni passo, ti stupisci che non affoghino nella loro stessa saccarina, ti ritrovi a desiderare di poterle spingere giù dalla massicciata della ferrovia – ma poi ti viene in mente che questi angeli non sopravvivono, e ti consoli: con un minimo di fortuna, te ne libererai abbastanza presto.

In linea generale, anche l’Arcangelo della Rivoluzione non invecchia. Penso a gente come Enjolras de I Miserabili, Gauvain in Novantatre di Hugo, e Victor Haldin del conradiano Sotto Gli Occhi Dell’Occidente… La combinazione di intransigenza e scarso senso pratico tende a condurre alla tomba in tempi rapidi.***

Poi c’è, anche se questo è un caso più specificamente meccanico, la vittima designata nei gialli della vecchia scuola inglese. Prendete i capitoli introduttivi di un qualsiasi romanzo di Agatha Christie, Josephine Tey, N’Gayo Marsh o Georgette Heyer – oppure il primo quarto di un qualsiasi episodio de La Signora in Giallo – e state pur certi che il personaggio che si fa detestare a diritta e a mancina cadrà presto. Il che risponde all’esigenza narrativa di fornire moventi a più gente possibile e a quella morale di offrire qualche whiff di giustificazione all’assassino, ma resta il fatto che, in linea generale, la persona più sgradevole muore.Friends_of_the_ABC

E che c’entra tutto ciò con il Grecale? direte voi.

C’entra, perché un altro, seppur molto meno diffuso, segno poco promettente è una passione per i nomi che va al di là della ragionevolezza pratica. Provate a pensarci: in Un’Anima Non Vile, Konradin von Hohenfels è certo che Alicarnasso debba essere un posto meraviglioso solo sulla base della bellezza del nome. E Konradin si trova di fronte a un plotone d’esecuzione a venticinque anni. In Un Albero Cresce A Brooklyn, Johnny Nolan sceglie di portare la sua nuova sposa a vivere nella buia, malsana e scomoda Bogart Street, per nessun miglior motivo del suo bel nome misterioso, il bog(g)art essendo un folletto particolarmente malevolo del folklore irlandese. Johnny muore poco più che trentenne di polmonite, alcolismo e incapacità di vivere. Hanno Buddenbrook, nel corso dei suoi cupi pomeriggi sul divano del salotto buio, si ripete all’infinito nomi poetici e immaginari per il gusto del loro suono e delle immagini che evocano. Hanno muore adolescente per il tifo. Eccetera****.

Gli dei rendono ciechi quelli che vogliono perdere? Si direbbe che invece gli scrittori diano a quelli che vogliono perdere pessimi polmoni, un carattere angelico o una predilezione per i nomi. 

Oh, e il Grecale era squisito.

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* Sì, lo so: Keats non è un personaggio letterario, ma quanti sapevano come va a finire prima che cominciasse a tossire in Bright Star?

** Beth poi ha anche la tosse…

*** Qualcuno mi dice che fine fa Florian nella Trilogia di Westmark di Alexander Lloyd? Ho letto i primi due volumi, secoli orsono, e poi mi sono stancata, ma a suo tempo ero stupita del fatto che Florian, l’Enjolras della situazione, non l’avesse ancora presa nelle costole…

**** E che dire di Gwendolen e Cecily, decise a non poter amare un uomo con un nome diverso da Ernest? Naturalmente nessuna delle due muore, but lo! la convenzione ha persino una parodia!

Kipling Year · musica · Poesia

il Canto dei Pitti ♫

PoPHKipling in musica? Be’, succede – seppur non spessissimo.

Di Puck of Pook’s Hill, e del suo seguito Rewards and Fairies, due delle mie cose preferite di Kipling, parleremo in dettaglio. Per ora basti dire che si tratta di due raccolte di racconti e poesie di ambientazione storica.

La poesia A Pict Song, tratta da questo ciclo, parla – non del tutto sorprendentemente – dei Pitti, la gente piccoletta e dipinta di blu che sta a nord del Vallo, e che non nutre sentimenti affettuosissimi nei confronti dei Romani. È stata musicata per la prima volta (credo) da Billy Bragg. Qui è nella versione degli Emerald Rose che, accento americano a parte, rende abbastanza l’idea:

Il testo dice più o meno* così:

 

Roma non bada a quello che calpesta

Ci schiaccia a passi ferrati,

Stomaci, cuori e teste;

E Roma non ascolta il nostro lamento.

Le sue sentinelle passano oltre – e basta.

Ma noi ci raccogliamo alle loro spalle

E complottiamo la riconquista del Vallo

Senza altra spada che le nostre lingue.

Siamo la Gente Piccola, noi!

roppo piccoli da amare o da odiare.

Ma lasciate fare a noi,

E vedrete se non sappiamo distruggere l’Impero.

Siamo il tarlo nel legno!

Facciamo marcire le radici!

Siamo il difetto di sangue!

Siamo la spina nel fianco!

Vischio che strangola una quercia –

Topi che rodono le cime –

Tarme che bucano i mantelli –

Chissà come amano il loro lavoro!

Sì, e anche noi Gente Piccola

Siamo proprio come loro –

Facciamo il nostro lavoro di nascosto –

Ma state a vedere!

Siamo la Gente Piccola, noi!

Troppo piccoli da amare o da odiare.

Ma lasciate fare a noi

E vedrete se non sappiamo distruggere l’Impero.

Siamo il tarlo nel legno!

Facciamo marcire le radici!

Siamo il difetto di sangue!

Siamo la spina nel fianco!

È vero che non siamo forti,

Ma conosciamo popoli che lo sono.

Oh sì, e li guideremo qui

A schiacciarvi e distruggervi in Guerra.

E allora ci faranno schiavi, dite?

Vero: siamo sempre stati schiavi, noi.

Ma voi… la vergogna vi ucciderà,

E allora danzeremo sulle vostre tombe.

 

Allegerrimo, eh? ma d’altra parte, chi l’ha detto che Kipling è un autore allegro? Er… buona domenica.

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* Traduzione mia e leggermente à l’impromptu: non sarà artisticissima, però è funzionale.

 

  

  

  

libri, libri e libri · teatro

Il Teatro Secondo Marsh

Ngaio_Marsh_by_Henry_Herbert_Clifford_ca_1935,_cropCerti libri si leggono per il motivo indicato in copertina e nient’altro, per altri la faccenda è meno lineare.

Prendiamo, per esempio, i gialli di Ngaio Marsh.

Miss Marsh, con questo nome singolare, era un’eclettica signora neozelandese. Pittrice, attrice, regista, drama teacher – nonché una delle Signore del Giallo dell’Età dell’Oro. La sua grande passione era il teatro, e  in effetti, negli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, fu una delle grandi personalità del teatro neozelandese, tanto coraggiosa da proporre Shakespeare in abiti moderni fin dal 1942, e da portare Pirandello in giro per tutta l’Australia (trionfalmente) nel 1949.

Per cui non ci stupiamo poi troppo che il suo detective, l’ispettore upper-class Roderick Alleyn, porti il cognome di un celebre attore elisabettiano, né che, dei trentadue gialli in cui Alleyn fa carriera da ispettore a soprintendente capo, un terzo abbondante abbia a che fare con teatri, attori, produttori,debutti,  registi, prove, drammaturghi e sciarade.

Quando scrive di teatro, Ngaio Marsh sa quel che fa: le sue ambientazioni sono vivide e convincenti, popolate di personaggi credibili e piene di incidenti e particolari che tradiscono una lunga vita sul palcoscenico e dietro le quinte, con i suoi alti e bassi. Non c’è niente di convenzionale o generico nei teatri e nei teatranti della Marsh – tanto che molte volte la descrizione della vita dietro le quinte rischia di prendere il sopravvento sul meccanismo omicidio-indagine-risoluzione… questo può essere un problema per chi è in cerca di un giallo vero e proprio, ma è una completa – e varia – delizia per chi non ha troppe obiezioni alla polvere di sipario.

Varia, sì, perché il teatro di Miss Marsh è offerto in una varietà di atmosfere – e per provarlo confronteremo due titoli.NGM

Opening Night (tradotto in Italia come Sangue in Palcoscenico) comincia con una giovane attrice neozelandese a Londra. Senza soldi e con i sogni di gloria un nonnulla appannati, la ragazza accetta un posto di assistente di camerino per una celebre attrice, a pochi giorni dal debutto di un nuovo dramma. Il teatro è vecchio e un po’ cadente, i camerini sono polverosi, l’autore è irragionevole, la produzione scricchiola e la tensione dietro le quinte si taglia con il coltello… Quando l’indispensabile omicidio arriva, noi lettori lo accogliamo più che altro come un’ulteriore complicazione in vista del tormentatissimo debutto. E magari l’Ispettore Alleyn è un po’ standard, ma l’attore-regista frustrato, l’ingenua in crisi di nervi, il caratterista ultracinquantenne che continua a interpretare giovanotti a forza di cerone, la stanzetta disordinata del custode, i corridoi semibui, la tensione, le rivalità, gli aggiustamenti dell’ultimo minuto, la creazione dello spettacolo per balzi e lampi, le tazze sporche nel lavandino e i fazzolettini per il trucco… tutto infinitamente più vivido e, alla fin fine, più efficace del lato poliziesco della faccenda.

Death at the Dolphin (Il Guanto Insanguinato) è tutt’altra faccenda. È una specie di fiabesca rappresentazione del sogno di ogni regista e/o autore che si rispetti. Come non invidiare Peregrine Jay, che per un caso fortunato si ritrova a ristrutturare e poi dirigere uno storico teatro londinese, con un budget pressoché illimitato e la possibilità di produrre la sua commedia di argomento shakespeariano? Death at the Dolphin è Cenerentola a teatro, con tanto di bizzarra fata madrina e… yes well, con tanto di omicidio – ma diciamo la verità: se mi affidassero un teatro a queste condizioni, che sarebbe mai un piccolo omicidio? E in effetti, anche Perry Jay… No, sono ingiusta: Perry è debitamente sconvolto, perché è un bravo ragazzo. Quello che non risente poi troppo dell’omicidio è l’atmosfera generale. Nonostante il sangue, il Dolphin è un luogo gaio e luminoso, e tra gli eccentrici membri della sua compagnia, alla peggio, volano le scintille. Il dialogo è brillante, la caratterizzazione piena di ironia, l’attesa del debutto piena di eccitazione.

Death-at-the-DolphinTutto un altro mondo rispetto a Opening Night – tanto che, per lungo tempo, ho creduto che il Dolphin fosse un lavoro giovanile, e Night il prodotto di anni più maturi e più disincantati… Magari prima e dopo la guerra, alla maniera in cui, in Agatha Christie, in età postbellica i villaggi di campagna e le magioni aristocratiche s’incupiscono. E invece no: DatD è del 1966, e ON del 1951. Si direbbe che Miss Marsh, bene avvezza agli alti e bassi della vita teatrale, fosse decisa ad esplorare gli uni e gli altri alla stessa maniera in cui si presentano: in nessun ordine particolare – men che meno secondo logica.

Nei primi anni Ottanta, mentre progettava di riprendere Perry Jay e il Dolphin per The Light Thickens (mai tradotto in Italia), la longeva Miss Marsh scrisse a un’amica che in realtà dubitava di trovare molto interesse, se non presso la gente di teatro… In realtà TLT, incentrata su una produzione del Macbeth, fu un altro successo. È una storia di omicidio-indagine-soluzione e, più significativamente, una storia di prove, alti e bassi, superstizioni teatrali, temperamenti difficili – e del modo in cui il teatro inglese è cambiato attraverso i decenni. Magari non è la tazza di tè di chiunque. Magari, in fatto di gialli, si trova di meglio altrove. Ma per un ritratto della vita dietro le quinte – con il sale aggiuntivo di un po’ di sangue versato – si può davvero fare di peggio che leggere i gialli teatrali di Ngaio Marsh.

 

 

scribblemania

Quinto Giorno

WritingBe’, tecnicamente il quinto giorno deve ancora venire – ma vediamo un po’.

Avete visto il contaparole qui a destra? Settemilacinquecento parole – give or take a few – in quattro giorni. Non precisamente un sacco, ma poteva andare peggio. Non è come se fosse una writing week, in cui si scrive e nient’altro. Magari, a qualche punto, me ne prenderò una – ma non è questo il punto.

La cosa promettente è che nel complesso il ritmo va aumentando. Dapprincipio mi ero posta un obiettivo da bradipo: mille parole al dì, e non meno di mille parole al dì – davvero di tutto riposo – ma subito è subentrata una soglia non ufficiale di millecinquecento parole. Ieri sono state duemila cinquecento parole. Ieri è stata una buona giornata, e non mi azzardo ancora a propormi duemilacinquecento parole al giorno – ma stiamo a vedere, eh?

Ieri è stata anche una giornata di sorprese. Non sorprese enormi – but still. Un personaggio che doveva comparire più avanti ha pensato bene di presentarsi più presto del previsto e, con il suo arrivo, quella che doveva essere un’animata discussione è diventata una rissa da taverna. Davvero, non era nei piani, e adesso richiederà qualche aggiustamento – ma funziona bene. E guardate, io a mente fredda non so impedirmi qualche ombra di scetticismo nei confronti dei personaggi che fanno quel che vogliono – ma ciò non m’impedisce di trovarci gusto quando succede. A parte tutto il resto, è sempre un buon segno: c’ è vita, lassù…

Non ho ancora una colonna sonora precisa – se non un po’ di musica elisabettiana alternata a un paio di brani della colonna sonora elisabettianeggiante di Shakespeare in Love. Va abbastanza bene, ma è suscettibile di progressi. In compenso ho una bacheca su Pinterest per facce, posti, abbigliamento* e ispirazioni visive assortite. È d’aiuto, ma va usata con cautela per evitare l’effetto Buco Nero.

È presto per dirlo – ma per ora la mia trama – delineata, per una volta, in matita e post-it multicolori – regge bene. La struttura… eh. Sia chiaro, nessuno scricchiolio, per ora, ma si è presentata un’idea, e non vuole saperne di lasciarmi in pace. Le ho dato un’iniziale maiuscola perché è di un’insistenza non comune, e perché potrebbe funzionare. Comporta, invece di una narrazione in terza persona, un alternarsi di punti di vista e prima e terza persona. Non mi dispiace del tutto, ma non vorrei che diventasse macchinosa – così ho deciso: quando avrò finito il I Capitolo in terza persona, lo riprenderò in mano e lo riarrangerò secondo Idea. Stiamo a vedere.

La fine del primo capitolo è vicina. Un giorno o due, non di più, quindi poi un po’ di tempo si perderà con la versione alternativa, e ci sono ancora un paio di punti della trama che ho lasciato volanti quando ho deciso di cominciare – ma non è del tutto impossibile che le soluzioni si presentino quando sarò un po’ più avanti. Sono cose che capitano.

Per ora mettiamola così: è il quinto giorno, e tutto va bene.

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* Stavo per scrivere “costumi”… Malattia professionale.

 

scribblemania · Utter Serendipity · Vitarelle e Rotelle

Istruzioni Dal Passato

time-capsule-ideas-for-allÈ incorniciato – in senso stretto, con una graziosa cornice Anni Dieci, un dorso di cartone spesso fermato con i chiodini e un vetro vero e proprio. È chiaro che l’arnese, prima conteneva qualcosa d’altro. Una fotografia, direi.

Era scivolato dietro una fila di libri di consultazione in uno scaffale di testa della mia libreria. Da quanto tempo sia lì, non lo so davvero. Meno di otto anni, direi, perché sono otto anni che ho preso possesso di questo angolo dello studio con il mio computer, le mie lavagne di sughero, le mie cronologie, i dizionari e gli atlanti storici, il mio leggio e i miei portamatite.*

È stampato a caratteri piccoli, in un font vagamente edoardiano, su una carta dall’aria vecchiotta – anche se le imperfezioni del vetro senz’altro la fanno sembrare ancora più vetusta.  L’ho stampato e incorniciato io. Otto anni fa? Prima? Non ne ho la più pallida idea.

È un elenco di nove… chiamiamoli buoni principi di scrittura.

Sono in Inglese. Non ricordo dove li ho trovati, né se vengano tutti dalla stessa fonte o se li abbia raccolti qua e là, un poco per volta. Di sicuro un certo numero di anni fa mi è parso bello stamparli, incorniciarli e metterli bene in vista – almeno nelle intenzioni, visto com’è andata in realtà. Eccoli qui:

1. Ogni cosa dovrebbe svolgere più di una funzione.

2. Il finale dovrebbe essere presente nell’inizio, e l’inizio nel finale.

3. Qualche volta meno vale di più. qualche volta invece ci vuole proprio di più. È capire che cosa serve quando, che è complicato. E allo stesso modo…

4. Talvolta è necessario assassinare i propri prediletti, e talvolta è necessario assassinare tutto il resto. Anche se questo significa riscrivere tutta la dannata storia.

5. Non c’è una regola numero cinque. In realtà, non ci sono regole affatto.

6. Meno consapevolezza di sé ha un personaggio, più diventa facile da scrivere.

7. Il ritmo e il passo sono importanti quanto la semantica delle singole parole.

8. Infila tutto quel che puoi nel dialogo.

9. E piantala di taggare ogni singola dannata battuta di dialogo!

Ritrovamento bizzarro. Una specie di capsula del tempo, una lettera un tantino perentoria da parte di una Clarina di Otto Anni Fa, che ancora non aveva ricominciato a scrivere teatro, che evidentemente cominciava a scrivere in Inglese…

Be’, o Clarina Di Otto Anni Fa, che posso dire? I numeri 1, 2 e 4 ho imparato a metterli in pratica con ragionevole sicurezza, credo. Sul 3… be’, sul numero 3 sto ancora lavorando. Il n° 5… non dobbiamo commentarlo davvero, giusto? Del n° 6 confesso che non so troppo bene che cosa fare. Lo so, grazie. Adessi mi sembra più lapalissiano di quanto, evidentemente, mi sembrasse otto anni fa. E adesso che lo so? Sul n° 7 ho avuto una folgorazione un paio di anni fa, e adesso sono molto felice in proposito**. Per il n° 8, tornare a scrivere teatro è stato infinitamente istruttivo. E per il n° 9… ci sono giorni peggiori e giorni migliori, ma ho fatto notevoli progressi.

Progressi, già. È bello vedere che le cose sono cambiate. Che ho imparato qualcosa in questi ultimi otto anni. Ed è interessante vedere che cosa mi preoccupava otto anni fa, writing-wise. Tanto che sono tentata di rifarlo – ma questa volta deliberatamente. Potrei fare una lista di… principi? Obiettivi? Intenzioni? Desiderata? Poi chiudere la lista in una busta, indirizzarla a me stessa – tra otto anni. E vedere che cosa sarà cambiato per allora. Che cosa avrò imparato e che cosa richiederà altro lavoro. E se penserò ancora che le mie preoccupazioni attuali valgano la pena di preoccuparcisi e lavorarci sopra. Supponendo che tra otto anni sia ancora qui, a scrivere…

Fanciful? Può darsi, ma guardate come ha funzionato benino la prima volta – e non l’avevo nemmeno fatto apposta… Ne riparliamo nel 2022, volete?

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* Oh – e il temperamatite rosso a manovella. Non scordiamoci del temperamatite.

** Soprattutto in Inglese – ma questo è un altro discorso.

musica

L’Arcolaio D’Oro ♫

zlaty_kolovrat_by_faqy-d4q1ajrFiabe, oggi – anzi, una fiaba tradizionale ceca – qualcosa a mezza strada tra Cenerentola e Frankenstein.

C’è il re di passaggio nel bosco che s’innamora della bella fanciulla e la chiede in sposa. Ci sono la matrigna e la sorellastra che, anziché portare la fidanzata a corte, la assassinano e le tagliano mani e piedi e le cavano gli occhi – dopodiché la sorellastra procede a sposare l’ottuso regnante – che poi parte subito per la guerra. C’è il mago che trova quel che resta della defunta e si commuove e, per riportarla in vita, va dalla sorellastra e baratta i pezzi mancanti contro l’arcolaio d’oro eponimo. E naturalmente non t’intitolano una fiaba solo per essere bello e splendente: l’Arcolaio è magico e, quando il re torna dalla guerra, gli spiffera tutto ciò che è successo alla vera sposa… Il distratto monarca va a recuperarsela nel bosco, i malvagi sono puniti e tutti gli altri vivono felici e contenti per molti e molti anni.

Nel 1896, da questa cosa cruenta Antonin Dvorak trasse un incantevole poema sinfonico dello stesso nome, che potete ascoltare qui, eseguito dall’Orchestra della RAI, diretta da Netopil.

Buon ascolto e buona domenica.

Kipling Year · libri, libri e libri

Kipling Secondo Renato Serra

kipling.jpgMail:

Ma Kipling ha sempre goduto (si fa per dire) di questa bella fama in Italia? Metà scrittore per bambini, metà imperialista brutto e cattivo?

E no – per niente. Questa bella fama si può datare agli anni Sessanta, per una combinazione di decolonizzazione e Disney. Prima era un’altra faccenda. E per dimostrarlo, la prima cosa che mi viene in mente è il saggio Kipling, di Renato Serra, datato 1907. Librino minuscolo di Fara Editore, curato assai bene da Marino Biondi, con una veste tipografica che è una delizia. Non a caso la collana si chiama Microbi: un vero libro-bonbon. Si troverà ancora in commercio? Francamente non lo so, anche perché l’edizione che possiedo è del 1998, e non so se ce ne siano state di successive – però è nelle collezioni di parecchie biblioteche.

Detto questo, si tratta di un saggio di un Serra giovanissimo, reazione piena di entusiasmo alla lettura di un Kipling fresco di Nobel.

Chi si ricorda più che Kipling è stato insignito del premio Nobel per la Letteratura nel 1907? “In riconoscimento del potere di osservazione, dell’originalità d’immaginazione, della forza di idee e del notevole talento narrativo che caratterizzano le creazioni di questo autore celebre in tutto il mondo”, diceva la motivazione.

E Serra, che pure ha scoperto Kipling leggendone le traduzioni francesi, ammira “le grandi frasi sonore… gli aggettivi lustri come un soldo nuovo, le immagini sontuose e le osservazioni profonde.” Gli piace persino il nome, “squillante come le note di una fanfara esotica”. E nemmeno per un attimo è tentato di bollarlo come imperialista malvagio o di relegarlo ad autore per fanciulli.

Che poi, sia chiaro: in Kipling l’Impero c’è, con i suoi splendori e le sue piccinerie, lo squallore degli avamposti e il sangue delle battaglie, l’umanità multicolore, pericolosa e affascinante dei suoi popoli e, più di tutto, l’enorme peso di responsabilità che porta con sé. L’Impero di Kipling è una sorpresa: basta volerlo cercare un po’ al di là di Kim e dei Libri della Jungla.

Quindi per accostarsi alle sue opere, per smuovere qualche preconcetto, per vedere attraverso gli occhi di un contemporaneo quel potere di osservazione e quell’originalità d’immaginazione che avevano colpito la commissione del Nobel, si potrebbe far di peggio che leggere Serra. Ed è anche una bella lettura di per sé: critica letteraria nella sua veste migliore, nutrita di entusiasmo per la letteratura, per l’uso della lingua, per un autore appena scoperto, intrisa della gioia di leggere.

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* Anche se, in fairness, il Libro della Giungla e le Storie Proprio Così in Italia erano pilastri della narrativa per fanciulli già dalla fine degli anni Venti. Solo che prima, ogni tanto, si pubblicavano anche i racconti e la Luce che si Spense – poi ricomparsi editorialmente tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta.

 

Furore Tremendo

Il Ritorno Della Linea

TelCi sono! Ci sono, o Lettori – ci sono.

Non sono stata inghiottita da un buco nero, né rapita dalla Gente Piccola, né spiaggiata nel XVI Secolo…

In realtà, tutto è cominciato con una rapina…

Ma andiamo con ordine. Il primo pessimo segno è stato sabato mattina, quando mi sono accorta che l’ADSL era congelata. Mi sono vagamente seccata, ma non più di tanto. A volte capita. Ed era mattina presto, quando i miei neuroni sono ancora occupati a stiracchiarsi e scambiarsi pigramente qualche informazione mentre sorseggiano il primo tè della giornata…

Quindi ho aspettato quasi le nove prima di provare a segnalare alla ersatz SIP che l’inconveniente persisteva. E quello è stato il momento in cui mi sono resa conto che anche il telefono era muto.

Oh.

Di nuovo.

E sì, confesso che il primo pensiero è stato che qualche altra compagnia telefonica si fosse proditoriamente impadronita di noi, come era sucesso a maggio – ricordate? Allora c’era voluto più di un mese per recuperare la linea… Con il cuore pesante, ho contattato Telecom* per segnalare il guasto. Sono passata attraverso la consueta trafila di bivi registrati e digitazioni con cancelletto, e ho ricevuto tre serie di istruzioni contradditorie – e questo ve lo dico a titolo puramente istruttivo: la prima voce registrata ingiunge di staccare tutti gli apparecchi e modem tranne un telefono; la seconda si raccomanda di assicurarsi che il modem sia acceso e connesso; l’operatrice vuole che si stacchi tutto… L’importante è avere le idee chiare.

Ad ogni modo, dopo lunghi controlli, prove e sospiri all’altro capo del telefono, mi si annuncia un guasto (e chi l’avrebbe mai detto?) da ripararsi entro due giorni. Prima che io possa chiedere se il sabato sia da considerarsi lavorativo, l’operatrice ha già salutato e riattaccato.

Hm…

E nel frattempo si scopre che, nel corso della notte, i ladri hanno rapinato la banca qui accanto, entrando a colpi di flessibile, svaligiando il Bancomat da dentro e, si presume, tagliando le linee telefoniche. Il che potrebbe spiegare come mai parte del paese sia senza telefono – e, se non lo spiega, è davvero una notevole coincidenza, non trovate? Ma in realtà, il dubbio che mi assilla è un altro: è lavorativo, il sabato? E di conseguenza, quando potrò sperare di riavere la mia linea?

Il busillis si risolve con un secondo tentativo: non mi fanno più parlare con un operatore, ma una voce registrata mi reitera il concetto dei due giorni, precisando che il termine è entro il 20 di gennaio. Se, dopo tale data, il problema persiste, allora posso sperare di parlare con qualcuno per chiedere lumi.

E si potrebbe anche discutere sul concetto di “entro”, perché il 20 viene, trascorre e finisce senza che accada alcunché.

(E io intanto lavoro alla buona vecchia maniera – con la carta – e vado avanti abbastanza bene con la struttira del romanzo, e cerco invano una lista dei sindaci di Londra dal 1587 al 1597, e mi arrovello sugli spostamenti della corte di Elisabetta…) old_telephone

Questa mattina, quando ormai è inequivocabilmente il 21, e il problema persiste – oh, se persiste! – mia madre riprova con Telecom. Dopo la trafila abituale, un’operatrice spiega, un tantino seccata, che il guasto è importante, e il termine per la riparazione è, come ognun sa, entro cinque giorni lavorativi–

No, obietta la genitrice. L’operatrice di sabato aveva chiaramente parlato di due giorni. E, d’altronde, la registrazione indicava il termine nel venti di gennaio.

L’operatrice, con un’alzata di spalle che si sentiva attraverso il telefono, dice che non sa che cosa farci, che lei non c’entra niente, e che entro cinque giorni lavorativi–

Perché non dirlo, allora? Si altera la genitrice. Perché continuare a sbandierare il termine del 20, quando in realtà?

“Ma cara signora, non vorrà mica che avvisiamo tutti personalmente!?”

Ora, mia madre è una prof di Lettere in pensione, una dolce signora anzianotta dall’aria tenera e innocua… Non v’immaginate – nessuno s’immagina – quanto possa diventare caustica e devastante quando qualcosa risveglia il suo tirannosauro interiore. L’operatrice passa cinque minuti interessanti a discutere di comunicazioni preregistrate e di numero di linee coinvolte (frankly, il mio villaggio non è precisamente il centro di New York… quanta gente avrebbero dovuto avvertire?), ma la morale sembra essere che siamo isolate fino al 22 – nella migliore delle ipotesi.

E qui si potrebbero fare interessanti calcoli. Perché il 22? Perché il 22 sia il quinto giorno, bisogna considerare lavorativo anche il sabato. Ma se il sabato è lavorativo, perché i due giorni arrivavano al 20?

Mistero.

Dopodiché, non so per quale miracolo, la linea è ricomparsa un quarto d’ora fa – benché sia soltanto il 21 – e ne approfitto per comunicarvi che sono viva, e che tutto va più o meno bene.

Durerà? Chi può dirlo.

Ma almeno adesso sapete come, dove, cosa e perché.

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* Mi piace di più ersatz SIP – ma è scomodo.