grilloleggente · memories

Paure, Terrori, Brividi & Spaventi

Si parlava di recente di paure visive e paure per iscritto, e Alessandro Forlani parlava del fatto di spaventarsi davvero leggendo come qualcosa di raro e abbastanza singolare – a differenza dello spaventarsi davanti a un film.

E io ho dovuto dissentire.

Non ho difficoltà ad ammettere che è inverecondamente facile levarmi il sonno, ma farmi paura per iscritto è forse persino più facile che farlo per immagini.

Il dizionario Treccani definisce la paura come

Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso,

e immagino che noi si ricada in un caso particolare di pericolo immaginario… Voglio dire, da bambina credevo davvero che una guerra nucleare potesse scoppiare da un giorno all’altro*, mentre adesso ho una visione un pochino più sana della possibilità, ma non per questo ho smesso di evitare come la peste le storie post-apocalittiche. Quindi si direbbe che il pericolo immaginario vada definito in modo piuttosto lato: non è solo questione di credere a un pericolo che di fatto non esiste (o almeno non troppo), ma anche di perdere il sonno su un pericolo puramente ipotetico.

D’altra parte, per dire, non credo assolutamente ai fantasmi e le storie di fantasmi mi piacciono – ma guai a leggerle dopo il tramonto. E sottolineo leggerle. E qui siete anche autorizzati a sghignazzare alle mie spalle, se vi va, ma siamo arrivati al punto in questione. 

Prendiamo un film come The Others, storia di fantasmi se mai ce ne fu una e your mileage may vary**, ma personalmente la trovo anche piuttosto angosciante. Sì, sì, lo so: sono una mozzarella. E tuttavia non ho perso notti di sonno per The Others, mentre una storia relativamente innocua come Oh, whistle and I will come to you, my lad di M.R. James, letta di notte, mi ha costretta a varie notti insonni e con la luce accesa. In età adulta. E anche The Others l’ho visto dopo il tramonto, ma in qualche modo – in qualche modo, su di me la suggestione della parola scritta è più forte di quella delle immagini.

O quanto meno, non è meno forte. Credo di avere già parlato della mia seria fobia nei confronti dei R, le orribili bestie con otto zampe, di cui davvero non so indurmi a scrivere il nome per intero – salvo forse in Inglese… Per qualche motivo spider, senza quelll’orribilmente suggestivo gruppo -gn, suona abbastanza asettico perché possa indurmici. Ma persino leggere la parola per intero è abbastanza al di sopra delle mie possibilità, e tendo a saltare pagine e capitoli interi nei romanzi in cui compaiano bestie a otto zampe, e a quattordici anni, per attraversare l’infestatissimo Bosco Atro, dovetti ricorrere all’aiuto di qualcuno che mi leggesse il capitolo in questione ad alta voce, e tuttora non posso toccare la parola r-, stampata o scritta, più di quanto possa toccare una fotografia. Persino sentirne parlare mi mette molto a disagio.

E se da tutto ciò vi siete fatti l’idea che soffra di una forma ridicolmente accentuata di fobia, non so darvi torto, ma il punto è e resta che la parola ha su di me lo stesso potere dell’immagine – quando non addirittura di più.

Immagino che sia perché, rispetto all’immagine, la parola scritta lascia più spazi bui da riempire – con il mio personale genere di paure? In fondo l’immagine è quello che è, e tende a mostrare più di quanto suggerisca… È quel che non so (e di conseguenza sono libera d’immaginare nel peggiore dei modi) che mi spaventa.

E per di più, mentre sono perfettamente capace di venirmene via da un film che mi dà la pelle d’oca, quando si tratta di libri non ho altrettanto buon senso, e continuo a leggere pur sapendo che poi avrò gli incubi…

Per cui sì, è più facile che mi spaventi con un libro che con un film, e negli anni ho imparato: niente apocalissi e postapocalissi, thank you very much, e meno distopie che sia possibile; niente horror, niente che contenga r- e fantasmi solo prima del tramonto. Poi ci sono sempre gli incidenti, le deviazioni inaspettate e la gente sadica, ma nel complesso la strategia difensiva funziona.

E voi? Ve ne siete mai rimasti insonni a occhi spalancati nel buio, chiedendovi perché diavolo avete dovuto leggere proprio quel libro? O, senza arrivare a questo – e più interessante – vi spaventate per iscritto, o no?

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* E scoprire a dieci anni che è molto più facile farsi prendere sul serio se si dichiarano paure un nonnulla più generiche…

** Un paio di giorni fa ho commesso l’errore di fare una capatina su TVTropes, e… er. Semmai ne parleremo.

anacronismi · grilloleggente

Il Gioco Del Finto Anacronismo

È un po’ di tempo che non parliamo di anacronismi, vero?

E allora lasciate che vi racconti di un caso di autore che gioca deliberatamente alla caccia all’anacronismo con il lettore. Caccia al tesoro – con sorpresa.

Connie Willis. To say nothing of the dog.

È un libro incantevole che parla di storia, viaggi nel tempo, bric-a-brac vittoriano, cattedrali da ricostruire, J.K. Jerome, cani, gatti, conseguenze, gialli classici e naiadi. Ho impiegato un po’ a riconciliarmi con l’idea che fosse un libro di fantascienza, ho riso di gusto leggendolo e ve lo consiglio caldamente.

connie willis, to say nothing of the dog, anacronismi, poppycockDetto ciò, supponiamo che lo leggiate e che, dopo un certo numero di capitoli e pagine, arriviate al punto in cui la sorella e la nipote del professor Peddick arrivano a Oxford in treno, proprio mentre Ned Henry ci arriva via macchina del tempo.

Siamo nel 1888 e Ned è uno storico proveniente dal 2057, epoca in cui la professione implica un notevole numero di viaggi nel tempo*, ma al momento non avete bisogno di sapere i dettagli**. Vi basti sapere che, mentre le due donne discutono il fatto di essere state abbandonate in stazione dall’eccentrico parente, la madre se ne esce esclamando “Poppycock!”

E voi, abituati alle bizzarre esclamazioni anglosassoni, non ci fareste nemmeno troppo caso se Ned non sobbalzasse perché, dice Ms. Willis, è una parola che non si sarebbe aspettato di sentire in quell’epoca…

Dopodiché si passa ad altre faccende, ma a voi resta il dubbio. Anacronismo? Ed essendo questo il libro che è, che dovrà mai significare quel particolare anacronismo – non solo messo proprio lì, ma segnalato in caso vi sfuggisse?

Così fate qualche piccola ricerca e, sul vecchio e fido Hazon, scoprite che poppycock è slang americano e significa “sciocchezze, bazzecole, inezie.” E a dire il vero ci eravate arrivati da soli sulla base del contesto – ma nulla di tutto questo spiega perché Ned dovesse sobbalzare. A meno che non sia perché si tratta di slang americano, e dunque non del tutto adatto alla sorella di un don oxfordiano nel 1888? Hm…

In realtà non siete ancora del tutto soddisfatti e vi rivolgete all’Oxford Dictionary, ricavandone l’ulteriore informazione che il primo uso attestato dell’esclamazione risale al 1863… Quindi, epoca giusta e lato della Tinozza sbagliato***?

Eppure Ned è stato specifico: non si sarebbe aspettato di sentire la parola in questione a quell’epoca, non in quel posto. Magari è solo perché ci vogliono più di venticinque anni perché un modo idiomatico americano migri verso il Vecchio Mondo?

Sarà – ma si direbbe che ci sia voluto molto di più, visto che i vostri dizionari (entrambi Anni Sessanta) lo citano ancora come americano, e comunque sembra un po’ pochino per giustificare la reazione… 

Allora tirate fuori il Penguin Dictionary of Historical Slang e, per una volta, ve ne venite via a mani vuote – il che è una notevole delusione e vi spinge a un ultimo tentativo con il Merriam Webster…

…Dove scoprite: a) una diversa (ma non diversissima) data del primo uso conosciuto: 1865; b) una mancanza di riferimenti all’americanità del termine; c) una pittoresca derivazione, visto che l’origine etimologica sarebbe l’olandese pappekak, ovvero… er, cacca molle.

Quindi adesso semmai è un po’ sorprendente detto da una very proper Victorian lady. Che sia stato questo, vi chiedete, a far sobbalzare Ned? Forse una signora del 1888 non avrebbe allegramente esclamato “cacca molle”, mentre una sua omologa, say, un secolo più tardi non si sarebbe fatta patemi in proposito?

Non vi sembra ancora sufficiente, anche perché, per sua stessa ammissione, Ned è piuttosto digiuno di XIX Secolo, ci è stato mandato per una combinazione di caso e necessità e, per evitare che si tradisca a ogni passo, la sua graziosa collega deve scusare le sue lacune in fatto di social niceties a “una lunga permanenza in America…”

Ma guarda, America di nuovo – la supposta provenienza di poppycock. Potrebbe essere rilevante oppure no, ma questo vi fa venir l’uzzolo provare con Google. E Wiki. E scoprite che Poppycock con la maiuscola è un tipo di dolce molto americano, composto di popcorn e mandorle caramellati insieme, commercializzato a partire dal 1960.

E questo – lasciando da parte la discutibile saggezza di chiamare un dolce con un nome che significa “cacca molle” – in effetti potrebbe spiegare finalmente il sobbalzo di Ned. Finalmente ci siamo, vi dite, e considerate che un lettore americano (e Connie Willis è americana) non avrebbe avuto bisogno di tutta questa caccia al tesoro per cogliere il punto…

Ma in realtà non importa – non davvero, perché quando l’inglese Ned sobbalza, voi levate un sopracciglio su qualunque lato dell’Atlantico vi troviate, perché o credete di avere visto un anacronismo grande come una portaerei, o non capite il motivo del sobbalzo. In ogni caso un piccolo safari vi rivela qualcosa che non è l’anacronismo che potrebbe sembrare, e la bizzarria è perfettamente in tono con il libro, con Lady Shrapnell a caccia di dettagli, con Ned che non sa granché dell’epoca in cui è capitato, con l’intero dipartimento di Storia che esplora un po’ a tentoni, con Verity che sposta nel tempo qualcosa che non dovrebbe spostare, con il modo in cui il significato evidente non è sempre quello giusto, con la rilevanza degli anacronismi, con quella che sembra la chiave del problema e poi non lo è, con gli sfasamenti temporali, con i sistemi di protezione del continuum spazio-temporale…

E quindi alla fine voi rimettete a posto la vostra pila di dizionari, e avete scoperto che quello che sembrava un anacronismo in realtà era buona parte del libro condensato in un’esclamazione – con un piccolo cartello che indicava Here Be Something.

E siete assolutamente deliziati da Ms. Willis che, invece di spiegarvi tutto parola per parola, vi ha lasciato sul pavimento un certo numero di briciole come poppycock, con l’invito a fare da voi.

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* Oh please, please, please, me too…

** O magari invece a questo punto sentite di averne bisogno – e allora proprio non vi resta che leggere il libro.

*** E tuttavia mi sento tenuta a dire che S., Englishwoman in New York consultata in proposito, sostiene di avere sempre sentito usare l’espressione in Inghilterra e nel Galles, e mai in America. Per cui non so.

 

 

grilloleggente · libri, libri e libri · Londra

The T2C Project

In principio fu l’Iliade, seguita dall’Odissea e poi dall’Eneide. Poi fu la volta dei Promessi Sposi in due anni, e poi (a mio timido avviso un filo incomprensibilmente) di Cuore & Pinocchio…

Sto parlando delle letture più o meno integrali della UTE di Mantova, che da anni riuniscono un pubblico di affezionati ogni mercoledì pomeriggio da ottobre ad aprile.

C’è una piccola introduzione, tanto per riprendere il filo del discorso con le puntate precedenti e per mettere in luce quel che c’è di notevole in quella nuova – e poi tra i quaranta e i quarantacinque minuti di lettura ad opera di un plotoncino di bravi lettori e attori.

La faccenda è aperta al pubblico generale e gratuita, e incontra molto favore. Sono in tanti a presentarsi per la dose settimanale e, dato un posto in cui farlo, si può mettere in piedi a costo praticamente zero.

Noi siamo una mezza dozzina tra introduttori e lettori fissi – più un certo numero di lettori occasionali, e l’impegno è del tutto ragionevole – ma in teoria, e nell’ipotesi più impegnativa, bastano tre persone che si alternino tra introduzione e lettura propriamente detta. At a pinch, si potrebbe essere anche in due.

Dopodiché è sufficiente dividere i capitoli (o le pagine) del libro per le settimane utili e, in caso di necessità, sfrondare digressioni ed episodi secondari per ottenere un tempo di lettura tra i quaranta minuti e il quarto d’ora, conservando per quanto possibile le scansioni narrative previste dall’autore.

Occasionalmente si può sforare, ma è meglio non farlo troppo spesso, perché la soglia di attenzione e gli orari degli autobus sono quel che sono – ed uno stillicidio di gente che infila la porta perdendosi gli ultimi cinque minuti di lettura* è sommamente irritante for everyone concerned.

Ecco, a patto di calibrare bene la durata e di avere lettori che sappiano essere espressivi e vari senza diventare melodrammatici, la faccenda funziona bene e può essere di notevole soddisfazione…

E, suppongo, a patto di scegliere il libro giusto.

E qui veniamo al motivo dei miei patemi odierni, perché dovete sapere che un certo numero di mesi fa si è svolto tra il Prof. A. e la Clarina una conversazione che sintetizzeremo così: charles dickens, bicentenario dickensiano, ute mantova, le due città

– E se quest’anno provassimo ad uscir d’Italia?

– Dickens, rispose prontamente la sciagurata.

– Dickens, sì. E cosa?

– Ma Le Due Città! È perfetto per il bicentenario, è un po’ meno conosciuto di altri ma è di dimensioni ragionevoli, è un romanzo storico, non è ingestibilmente sovrappopolato, ed è della dimensione giusta per essere letto più o meno alla stessa cadenza con cui…

– Basta così, grazie. Aggiudicato. E l’organizzazione quest’anno è tua.

E così ho lavorato sulla traduzione 1911 di Silvio Spaventa Filippi, suddividendo, potando (poco) e incastrando i cliffhangers in modo da ricostruire per quanto possibile l’esperienza dei primi lettori che, nel 1859, lessero questa storia in quelle che Thomas Carlyle definiva teaspoonfuls. Cucchiaiatine.

E adesso è tutto pronto e oggi pomeriggio alle sei cominciamo, e per oggi mi appresto ad introdurre la mia platea al mondo di Sydney Carton e dei Manette – e confesso una certa quantità di patemi da primo giorno.

Più di tutto, al di là della mia incoercibile predilezione, avrò fatto bene a scegliere proprio questo romanzo? Fino all’anno scorso, il mercoledì ci si era affollati per riscoprire vecchie letture scolastiche. Questa volta… Non so, ma ho la sensazione che non siano in tantissimi ad avere letto Le Due Città su questo lato della Manica.

Ho cambiato le regole del gioco… Funzionerà?

Vi farò sapere.
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* In fondo anche Verdì dovette tagliare dal Don Carlos il meraviglioso epicedio del Marchese di Posa, perché non si poteva finire oltre l’orario delle ultime corse dei treni per i faubourgs

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Violento E Brutale

james aitcheson, the splintered kingdom, amazon, hnr, recensioniSono lievemente sconcertata.

Nella frenesia da andata in stampa imminente dell’ultimo numero di HNR, mi sono vista affibbiare d’autorità un libro che forse di mio non avrei letto, The Splintered Kingdom di James Aitcheson – secondo volume di quella che diventerà, mi par di capire, una trilogia.

E mi è andata bene, perché perché ci ho guadagnato una piacevole lettura. Avventure alla vecchia maniera nell’Inghilterra post Hastings, con un punto di vista normanno (che non è cosa di tutti i giorni), un sacco di battaglie, imboscate, tradimenti, intrighi e un protagonista benintenzionato con un talento per mettersi nei guai.

Il mezzo bretone Tancred a Dinant vorrebbe tanto essere un buon neosignore del maniero, un buon vassallo, un buon cristiano – ma è troppo ambizioso, collerico e ostinato per non farsi nemici ad ogni passo, e così…

E per di più Aitcheson non scrive per niente male: ha buon ritmo, descrive e caratterizza con efficacia, ha fatto le sue ricerche e le dispensa con giudizio. E per di più ancora, i suoi personaggi hanno idee, certezze, priorità e pregiudizi da XI Secolo.

Insomma, mi è piaciuto abbastanza perché, dopo averlo finito, abbia ceduto all’uzzolo di ordinare subito il primo volume.

E così scrivo una buona recensione per HNR e, nell’atto di spedirla, mi accorgo di avere gettato con troppo entusiasmo la sovraccoperta,* e di non sapere più il prezzo dello hardback, che devo indicare tra i dati del volume.

La cosa semplice da farsi è controllare su Amazon e, già che ci sono, butto un’occhiata alle recensioni. Ce ne sono poche – il libro è appena uscito in Inghilterra e non ancora in America – per lo più entusiastiche. Ma in diverse appare un caveat: il libro è molto violento. Le scene di battaglia sono truculente. La prosa di Aitcheson è brutale. High octane stuff, dice un recensore – e magari non emerge come caratteristica primaria del libro, ma ritorna abbastanza da notarsi.

Ed è qui che mi sconcerto, perché lo sapete che sono squeamish. Non solo ho i miei problemi con la fantascienza, e l’horror è al di là delle mie possibilità, e non leggo storie di fantasmi dopo il tramonto**, ma anche le descrizioni di violenze, torture, battaglie e sanguinosità varie assortite, quando virano sul grafico, mi danno un certo qual mal di stomaco.

Ma con TSK non è successo nulla del genere.

Be’, ok, non c’è nulla di edulcorato, Aitcheson non rifugge gli aspetti meno gradevoli della vita (e morte) nell’XI Secolo – ma non ci sguazza nemmeno. E nonostante il sottotitolo sia 1066: the bloody aftermath, davvero non c’è nessuna truculenza insistita o gratuita. Al punto che persino io posso leggere senza riportarne traumi duraturi…

E allora? Che cos’è che scuote tanto la sensibilità di questi lettori britannici? Che poi sia chiaro, anche loro apprezzano il libro, ma lo individuano come particolarmente violento. Perché mai in cielo e in terra?

E, scartando l’idea di avere sviluppato una nuova soglia di tolleranza al sangue stampato, sono giunta a formulare un’ipotesi.

Il fatto è che Tancred, narratore in prima persona, non mostra la minima remora in fatto di battaglie, uccisioni e spargimento di sangue. Fa quel che è stato addestrato a fare fin da ragazzino con entusiasmo dichiarato e con la certezza di essere nel giusto. Quando non ha modo di andare in battaglia per un po’, ne sente la mancanza. Certo il muro di scudi è una faccenda pericolosa, truce e brutale, certo i nemici fanno più che sul serio, certo si muore, si perdono amici e compagni d’armi, certo gli errori di giudizio, i rovesci della sorte, la paura, l’occasionale sconfitta, la fatica – ma ah, the battle-joy!

Non una volta in quattrocento pagine Tancred attraversa una di quelle crisi di disgusto post-battaglia. La guerra è il suo mestiere, unashamedly. Ed è bravo in quel che fa, e forse ha sviluppato una certa qual dipendenza da adrenalina – anche se di sicuro non la chiama così – e quasi gli dispiace per la gente che non conosce le gioie pericolose della “via della spada.”

Assai poco politically correct, di sicuro.

E allora mi domando se non sia questo il punto – non tanto la violenza in sé, quanto un atteggiamento di fronte alla violenza. Questo gusto della battaglia senza remore e senza un briciolo di condanna, che su di noi gente civilizzata esercita il suo fascino high octane, ma al tempo stesso ci sembra (o quanto meno sentiamo che deve sembrarci) spaventosamente riprovevole, brutale e barbarico?

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* Ho un’avversione per le sovraccoperte. Non m’importa quanto siano ben riuscite, la prima cosa che faccio quando vengo in possesso di un libro in hardback, è liberarmi della sovraccoperta. Se leggo hardback in prestito, tolgo la sovraccoperta mentre leggo, e la rimetto a posto con ogni cura a lettura avvenuta. La sovraccoperta m’intralcia, mi irrita, s’infila dove non dovrebbe.

** Anche se, apparentemente, non ho il minimo problema a scriverne dopo il tramonto. Dev’essere un equivalente letterario del non avere il mal d’auto quando si guida, I guess

Genius Loci · grilloleggente

Aspettando Festivaletteratura

Chiedo venia e imploro indulgenza. L’avete visto il bollettino?

Ecco, sono le tre e venti mentre lo pubblico, e ho tanto idea che domani mattina non sarò in piedi per postare in tempo.

festivaletteratura, mantova, seamus heaneyMi cospargo di cenere il capo, mi dò dell’improvvida e tutto – ma tutto quel che faccio è annunciarvi che mercoledì comincia il Festivaletteratura, e quest’anno sono riuscita a tenermi libera per occuparmene.

Ho prenotato tutta una serie di eventi tra poesia, storia, bibliorarità, libretti d’opera, metaletteratura…

Quindi in questi giorni aspettatevi post in materia – e si comincia con lo straordinario poeta irlandese Seamus Heaney, che torna a Mantova per ricevere la cittadinanza onoraria e per parlare di poesia, verità, fiducia e radici…

Intanto potete scaricare il programma del Festival qui.

grilloleggente · Vitarelle e Rotelle

Amare Et Bene Velle

lord jim, alan breck stewart, sydney carton, isabel archerCon F. & L. si commentava questo post e ci s’interrogava sull’idea di amare un personaggio letterario.

E si giungeva alla conclusione che il quesito non era formulato nella più felice delle maniere, perché a prenderlo in senso stretto, non è facile trovare 30 personaggi che si sono amati, mentre se bisogna intendere “amare” con elasticità franco-inglese, possiamo sperare che ce ne siano piaciuti un po’ più di trenta…

In effetti, non è come se nella mia lista non avessi finito con il combinare i due criteri – e una manciata di altri. Ripercorrendola, ci trovo gente scelta in base a ogni genere di ragione. Ma, considerando che la formulazione dello hashtag galeotto dipendeva più che altro dal fatto che cheamo occupa meno caratteri di chemipiacciono, e qui non soffriamo di queste costrizioni, riformuliamo la domanda – o meglio poniamone un’altra: 

Che cosa è che ci lega a un personaggio letterario?

Come dicevamo, ogni genere di ragioni.

Non ricordo se ho già raccontato della discussione sui brontëani fratelli Moore, durata per molte settimane di email tra me e un’altra F.* I fratelli Moore sono due: a F. piace Louis e a me piace Robert, e col tempo siamo giunte alla conclusione che we’ll have to agree to disagree on that. E in realtà ci saremmo potute arrivare prima di subito, perché le rispettive preferenze hanno ragioni tanto diverse che di più non si potrebbe. F. predilige l’orgoglioso e severo Louis perché non vuole accettare nulla da nessuno – men che meno da suo fratello o dalla donna che ama ricambiato – e a F. ammira questo atteggiamento molto più del disperato opportunismo di Robert. Io trovo che Robert, che sacrifica affetti e principii a necessità e responsabilità, sia un personaggio molto più complesso ed efficace del perfetto, bidimensionale Louis. Ed è ovvio che Robert non sarà mai ammirevole come Louis, né Louis sarà mai ben scritto come Robert.

Criteri diversi.

Il che non significa nemmeno che i lettori si dividano rigorosamente tra tecnici ed emotivi, tra etici ed estetici. Tendo a credere che quasi tutti, in circostanze diverse, scegliamo, preferiamo, ci affezioniamo e amiamo per motivi diversi.

Dovessi basarmi sulla mia lista, c’è gente come Robert Moore, Javert, Julien Sorel o Heinrich Muoth che mi piace per la finezza, tridimensionalità e unsentimentality con cui è scritta**.

Poi c’è gente con cui mi identifico (o mi sono identificata in passato), come Scout, Emma o… ‘cipicchia, mi accorgo di avere lasciato fuori Angelo, l’Ussaro sul Tetto di Jean Giono: anche lui è stato una questione di identificazione.

Poi ho citato Charlotte Bartlett, e qui la faccenda è leggermente più obliqua, perché in Camera con Vista quella con cui mi identifico è Lucy, ma Cousin Charlotte è un ritratto così perfetto di una mia anziana cugina che parte dell’identificazione con Lucy dipende proprio da questo. Lucy è deliziosa, ma è Charlotte a trascinarmi nella storia – ed è lei che adoro.

Poi c’è la gente che incarna questioni che mi stanno a cuore – come James Sands, l’attore elisabettiano cui crolla intorno un mondo, i giovani Turbin, idem nella Kiev postrivoluzionaria, Konradin von Hohenfels in cerca di redenzione o Dick Heldar che crolla nel crepaccio tra arte e affetti.

Ci sono i villains per cui ho un debole, quelli che brillano nel loro romanzo, quelli che hanno tanto fascino e tanta personalità da seppellirci i rispettivi protagonisti, come l’Innominato, Richelieu e Rupert.

E ci sono anche i personaggi che sarebbero adorabili anche in carne e ossa, come la Regina Elisabetta, il Sergente Dodd, Sarah Thane, la Principessa Arjumand (che è una gatta***), Larry Durrell…

Ci dovrebbero essere anche (ma mi accorgo di non averne elencato nemmeno uno) quei personaggi che non perdonerò mai ai rispettivi autori di avere trascurato, maltrattato o killed off – salvo poi rendermi conto che forse non mi sarei affezionata altrettanto a Lord Evandale, Dain Waris o Francis Stewart se non facessero la fine che fanno…

E poi ci sono quelli che hanno proprio tutto – e quelli sono i miei fidanzati di carta. Lord Jim, naturalmente, con la sua storia di riscatto negato e di aspettative disattese, con le sue debolezze dolorose e ingigantite, con la sua caratterizzazione così vivida che mi è più familiare di tanta gente  “vera”, con la sua fine tragica che tutte le volte mi strappa il cuore. E Alan Breck Stewart, alfiere spavaldo di una causa perduta in partenza, ingenuo, irragionevole e alla fin fine così malinconico. E Sydney Carton, destinato ad annegare tra self-disgust, delusioni e promesse sprecate, innamorato, più che di Lucie, della redenzione che lei rappresenta. E si direbbe che io abbia anche una fidanzata di carta in Isabel Archer, troppo impegnata a inseguire ideali per vedere davvero ciò che ha davanti – e punita per questo, ma non senza speranza. Ecco, questi sono quelli che amo davvero. E probabilmente in giro ce n’è qualche altro – ma di sicuro non sono trenta. 

Dopodiché mi piacerebbe ricordare dove ho letto la recensione di una lettrice che si dichiarava incapace di simpatizzare con un personaggio che commette uno stupido errore dopo l’altro come fa Jim – a riprova del fatto che quel che fa innamorare una persona ne respingerà un’altra,  e che innamorarsi per davvero o in carta e inchiostro resta la più personale, soggettiva e imponderabile delle faccende.

 

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* Non so che farci: la mia vita è piena di F. con cui discuto di libri… Ad ogni modo, questa è un’altra – and you know who you are.

** Si maligna che Muoth mi piaccia soprattutto perché è un baritono e, fosse stato un tenore, non sarebbe nemmeno entrato nella lista – ma non è vero. Non del tutto. Non troppo. Non molto. Non… Ok, il fatto che sia un baritono aiuta.

*** E comunque il suo libro è affollato di gente adorabile – a due e quattro zampe.

blog life · Digitalia · grilloleggente

Quattro Anni!

joseph conrad, lord jim, senza errori di stumpa, quarto anniversarioChi l’avrebbe mai detto? Senza Errori di Stumpa compie quattro anni.

 Con ogni anno che passa mi stupisco un po’ di me stessa – non mi sarei creduta capace di tanta costanza, anche se è vero che, una volta avviata a bagolare di libri, scrittura, storia e teatro, può essere difficile fermarmi…

E quindi, sì: SEdS prospera, i numeri crescono, i lettori passano, rimuginano e qualche volta discutono appassionatamente di quel che passa il convento. È stimolante ed è divertente, e conto di continuare a farlo.

Intanto ci sono quattro metaforiche candeline da spegnere, coriandoli rossi e arancio, vino bianco e torta di pesche e mandorle. Tutto virtuale, temo, tranne il cotillon – che quest’anno è un piccolo chapbook conradiano. joseph conrad, lord jim, senza errori di stumpa, quarto anniversario

Non siete molto stupiti, vero? Non foss’altro che per la bacheca su Pinterest, qualche sospetto di una recrudescenza vi era sorto*…

E dunque ecco a voi A Free And Wandering Tale.pdf

In segno di gratitudine – perché so che ve lo si dice ogni volta che un blog celebra qualcosa, ma è del tutto vero che a fare il blog siete voi, O Lettori.

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* E poi, a mettermi in testa l’idea, ci si è messa anche M.A., nota anche come A.M.C…

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E avete visto il regalo di compleanno di Andrea Camillo su Noluntas?

gente che scrive · grilloleggente · scribblemania

Si Eseguono Rammendi, Orli E Cuciture.

Con l’eccezione del Marchese di Lantenac in Novantatré, Victor Hugo aveva per massima di mandare i suoi protagonisti al camposanto prima dell’ultima pagina. E a dire il vero, non solo i protagonisti, visto che nell’Hugo medio si fa prima a contare i sopravvissuti che i trapassati…

Ma a Victor Hugo pareva di seguire così i suoi personaggi fino alla fine, di non lasciare domande senza risposta, di non abbandonare la sorte della sua gente immaginaria al caso.

O – anche se questo non poteva saperlo – agli autori di sequel.

Perché non c’è nulla da fare: lasciare in pace i classici è quasi impossibile. Prima o poi la tentazione di metterci penna è più forte di ogni altra considerazione. E siamo sinceri: non vi siete mai domandati che ne sarà di Isabel Archer dopo l’ultima pagina di Ritratto di Signora? O che cosa farà Orazio dopo il funerale di Amleto? O che ne sarebbe stato di Grantaire, se non fosse morto con Enjolras a barricate cadute? O come crescerà Alice dopo il Paese delle Meraviglie? O come sarebbe invecchiato Julien Sorel se non fosse stato condannato a morte? O da dove saltavano fuori di preciso Fagin, Jago e Brian de Bois-Guilbert?

Io sì, lo confesso. Tutto il tempo. E a quanto pare sono in buona compagnia, visto il diluvio di seguiti, antefatti, rinarrazioni, stravolgimenti – e fanfiction, ma questa è un’altra faccenda. Parliamo di narrativa pubblicata: romanzi che riprendono un classico e ci danzano attorno in vari possibili modi.

Il più ovvio è il seguito. Si prende la storia dove l’autore l’ha lasciata e si va avanti – perché onestamente non c’è lieto fine che tenga: che cosa succede dopo? Tra gli autori più saccheggiati a questo proposito c’è Jane Austen, e non è nemmeno troppo sorprendente. Visto che tutti i suoi romanzi si chiudono con un matrimonio, la domanda “e come funzionerà il matrimonio in questione?” viene quasi da sé. Per cui c’è tutta un’abbondanza di romanzi che esplorano in ogni possibile luce (dal giallo all’erotico, passando per la saga generazionale) le vicende matrimoniali delle eroine austeniane – in particolare Lizzie Bennet in Darcy, ma non solo. Mi viene in mente una cosa di cui non ricordo né titolo né nome, la cui protagonista è Susan, la sorella minore dell’insopportabile Fanny di Mansfield Park. Ma poi ci sono anche Georgiana Darcy (la timida cognatina pianista di Lizzie), le altre sorelle Bennet, Marianne ed Elinor Dashwood e chi più ne ha più ne metta.

Anche Dickens ha avuto la sua parte, con Evrémonde, di Diana Mayer, che si concentra sul figlio di Charles e Lucie Darnay – ma non prima di averci mostrato Charles prigioniero e in attesa di esecuzione. Yet again. Considerando che ho sempre trovato due processi capitali nel corso di una decina d’anni un’improbabilità non indifferente, confesso di non essere ansiosissima di leggere un seguito che ne impila un terzo sulla testa del povero Charles – ma resta il fatto che il seguito c’è.

Così come c’è Scarlett, il seguito ufficiale di Via Col Vento, che la Margaret Mitchell Foundation commissionò ad Alexandra Ripley, con discutibile successo. Non ho letto, e mi si dice che sia così così, ma non negate: tutti ci siamo chiesti che cosa avrebbe fatto Rossella l’indomani, che era un altro giorno…

E, ironicamente, il drastico metodo di cui dicevamo, non è bastato a salvare Hugo dai seguiti. François Cérésa ne ha pubblicati addirittura due a I Miserabili, mostrando ai lettori come, dopo la purissima fiamma della passione adolescenziale, Mario e Cosetta non fossero poi fatti per intendersi troppo*. Ma forse questo non sarebbe bastato a sollevare le proteste dei lettori e dei discendenti di Hugo: ci voleva la ricomparsa dell’Ispettore Javert. Ma come? Non si era suicidato? Ebbene no, dice Cérésa: ci aveva ben provato, ma era stato salvato all’ultimo momento.

Forse ancora più diffusi sono gli antefatti. Come si è arrivati alla situazione di partenza? Che cosa ha reso il tale personaggio così come lo conosciamo? Cosa è successo prima? E allora ecco Finn: a novel, che racconta le vicende dell’eponimo Huckleberry prima di Tom Sawyer, o Peter and the Starcatchers, che segue Peter Pan… be’, immagino tra Kengsington Garden e L’Isola Che Non C’è. O ancora Flint and Silver, di John Drake, che immagina la storia dei due pirati in questione prima di Treasure Island, operazione simile a quella autorizzata nel 1924 dagli eredi di Stevenson per Portobello Gold. Parte antefatto e parte rinarrazione di Jane Eyre è Wide Sargasso Sea, di Jean Rhys, che racconta la storia di Bertha Mason: come è finita nella soffitta la moglie pazza e piromane di Mr. Rochester? E simile in intento è La Bambinaia Francese** di Bianca Pitzorno, che invece si concentra sulla dolce amante francese di Mr. Rochester. Si direbbe che la caratterizzazione del protagonista maschile come abbandonatore seriale di donne abbia scatenato gli istinti rinarrativi di un sacco di gente.

O forse non solo di quello si tratta, visto che JE conta ogni genere di rinarrazioni, dal fantascientifico Jenna Starborne, al goticone Rebecca (che ha a sua volta un seguito: Mrs. DeWinter), al giovanilistico Jane, al vampiresco Jane Slayre, in cui l’eroina è una cacciatrice di vampiri part-time. Oh, never look so shocked. Non avete mai sentito parlare di Pride, Prejudice and Zombies? O di Sense, Sensibility and Sea Monsters? Mescolare classici e paranormale è l’ultima moda in fatto di rinarrazioni – e sia Grahame-Smith che Winters ci mettono tanta ironia da dipingerci un ponte, sconfinando decisamente nella parodia.

Un altro filone rinarrativo, meno recente ma duraturo, è quello di prendere un personaggio minore e mostrare la storia dal suo punto di vista. Vi dicevo che Wide Sargasso Sea e La Bambinaia Francese cominciano come antefatti e poi approdano qui, e lo stesso vale per La Vera Storia del Pirata Long John Silver (Björn Larsson) e Jacob T. Marley (W. Bennet) che, ci crediate o no, racconta Canto di Natale attraverso gli occhi del defunto socio di Scrooge – quello con le catene. Rinarrazione in senso più stretto, per tornare a Jane Eyre, è Rochester, che è esattamente quel che dice l’etichetta: la stessa storia, raccontata da Mr. R. Qualcosa di simile (anche se si tratta in realtà di un’operazione leggermente diversa) ha fatto anche Stephen Lawhead, che ha preso la storia di Robin Hood, l’ha spostata nel Galles e l’ha raccontata tre volte, incentrandola prima sul protagonista, poi su Will Scarlet e poi su Frate Tuck. E immagino che in questa categoria ricada anche Gertrude and Claudius, un punto di vista alternativo su Amleto, immaginato da John Updike.

Poi ci sono i cosiddetti companion books, come March, in cui Geraldine Brooks segue le vicende del padre delle Piccole Donne nella Guerra Civile, ovvero quel lato della storia che nel romanzo arriva solo sotto forma di lettere e cattive notizie. Non la stessa storia – ma qualcosa di tanto strettamente correlato da avere un’influenza sulla storia del romanzo ed esserne influenzato.

E infine voglio citare una forma più metaletteraria del gioco: la storia del romanzo fusa in un modo o nell’altro con la vita del suo autore – nella forma di incidenti più o meno autobiografici, più o meno reali, che possono averla ispirata. È il caso di Foe, in cui Coetzee fa incontrare (De)foe e un’ulteriore compagna di naufragio di Robinson Crusoe, oppure di Becoming Jane Eyre, che Sheila Kohler intesse intorno al periodo in cui Charlotte Brontë scrisse il suo romanzo più celebre.

E dunque vedete che non c’è limite a quel che si può fare a partire da un buon vecchio classico. Funziona? Dipende – ma il genere ha i suoi limiti. Da un lato, chi ha amato l’originale può riservare al rimaneggiamento reazioni che vanno dal disprezzo preconcetto allo sdegno più incendiario, mentre chi non ha letto o non ha conservato un particolare attaccamento, tende a nutrire un interesse limitato. Dall’altro, lavorare su un altro libro richiede un serio lavoro di equilibrismo tra omaggio e originalità – tanto in forma quanto in sostanza. Uno dei problemi più diffusi è il perenne tentativo di imitare lo stile dell’originale, operazione né facile né sempre necessaria. All’estremità opposta della gamma, interviene il livore, quando non si tratta tanto di omaggio quanto di catarsi. Se una delle principali debolezze del Marley di Bennet è quella di suonare terribilmente come un Dickens annacquato, d’altro canto la Pitzorno, nella sua ansia di correggere politicamente le innumeri riprovevolezze di Jane Eyre, fa della Bambinaia una raccapricciante collezione di anacronismi psicologici***…

Ma ci sono anche le gemme, e in ogni caso, nonostante tutte le difficoltà e i limiti, non vedo all’orizzonte un declino del sottogenere. Dopo tutto, la pulsione ad aggiustare, abbellire, ricamare, inclinare a 45° e tingere di violetto le storie è vecchia come l’umanità – e guai se non fosse così, o che ne sarebbe della letteratura?

E voi? Se vi saltasse l’uzzolo di continuare, spiegare, riraccontare o altrimenti riprendere in mano un classico, che cosa fareste?

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* E a dire il vero, chi è che, leggendo come la felicità per Cosetta fosse ascoltare Mario che parlava di politica, e per Mario ascoltare Cosetta che parlava di nastri, ha pensato che tutto ciò fosse una solida base per un matrimonio felice e duraturo?

** Sì, sì, sì: quella Bambinaia Francese. Ho le mie ragioni.

*** E sì, sì, sì: sapevate che ci sarei arrivata. E ve l’avevo detto, che avevo le mie ragioni…

grilloleggente

30 Personaggi di Libri

C’era questo hashtag che girava per Twitter, sabato scorso, ma io al momento ero prigioniera di un tiranno manipolatore di quasi tre anni, cui pareva cosa brutta che la madrina Chia’a stesse al computer anziché farsi tiranneggiare…

E invece un elenco di #30personaggidilibricheamo snocciolato in altrettanti tweet distinti è una cosa che richiede un po’ di tempo e un po’ di pensiero.

Pazienza, mi son detta, ci posterò su la settimana prossima.

E adesso è la settimana prossima, e ci posto su. Niente strologamenti&bizantinerie, for once. Solo uno spudorato elenco in nessun ordine particolare – con l’unica restrizione (autoimposta) di attenermi ai personaggi di romanzi:

1) Lord Jim (Conrad)

2) Alan Breck Stewart in Kidnapped (Stevenson)

3) l’Ispettore Javert ne I Miserabili (Hugo)

4) Charlotte Bartlett di Camera con Vista (C.M. Forster)*

5) la Regina ne La Sovrana Lettrice (Bennet)

6) il Sergente Dodd nei Carey Mysteries (P.F. Chisholm)

7) Scout ne Il Buio Oltre la Siepe (Harper Lee)

8) Isabel Archer in Ritratto di Signora (Henry James)

9) Larry Durrel in vari libri di suo fratello Gerald

10) Rupert von Hentzau ne Il Prigioniero di Zenda e relativo seguito (A. Hope)

11) Sonja in Guerra e Pace (Tolstoj)

12) Robert Moore in Shirley (C. Brontë)

13) James Sands in The Player’s Boy (Bryher)

14) Heinrich Muoth in Gertrud (Hesse)

15) Sydney Carton ne Le Due Città (Dickens)

16) Princess Arjumand in To Say Nothing of the Dog (C. Willis)

17) Julia Lambert in Theatre (La Diva Julia) (W. S. Maugham)

18) Emma (J. Austen)

19) il Marchese di Carabas in Neverwhere (N. Gaiman)

20) Sarah Thane in The Talisman Ring (G. Heyer)

21) L’Innominato nei Promessi Sposi (Manzoni, just in case…)

22) il Colonnello Francis Burke ne Il Signore di Ballantrae (Stevenson)

23) il Gatto del Cheshire in Alice’s Adventures… (L.Carrol) e il ciclo di Thursday Next (J. fforde)

24) Etienne Gerard in The Exploits of Brigadier Gerard (A.C. Doyle)

25) I fratelli Turbin** ne La Guardia Bianca (Bulgakov)

26) Konradin von Hohenfels ne L’Amico Ritrovato e Un’anima Non Vile (Fred Uhlman)

27) Kit Marlowe in A Dead Man in Deptford (A. Burgess)

28) Dick Heldar in The Light That Failed (Kipling)

29) Zénon Ligre ne l’Opera al Nero (M. Yourcenar)

30) il Cardinale Richelieu ne I tre Moschettieri (Dumas)

Et voilà. E sono certa che non è una lista completa, e non è straordinariamente facile trovarne trenta che potete dire in tutta serietà di amare, o limitarvi a trenta che vi piacciono proprio tanto, o combinare le due cose…

E voi?

Qui sotto nei commenti o sul vostro blog, chi sono i trenta (o, se proprio volete, anche meno di trenta… non siamo fiscali, qui) personaggi di romanzi*** che amate?

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* Argh. Qui al n° 4 ci avevo messo Greville de La Pazzia di Giorgio IV – poi mi sono accorta che è teatro… No, non è vero: me l’hanno fatto notare, e allora ho fatto una sostituzione. Povero Greville.

** Tutti e tre. Sì, sto barando. So sue me.

*** Di teatro, storia e cinema parliamo un’altra volta…

grilloleggente · guardando la storia

Dieci Vite Di Gente Illustre

Non sono affatto certa che stia emergendo uno schema e che il lunedì sia il giorno delle reading lists, ma per oggi va ancora così.

E oggi parliamo di biografie.

Genere pericoloso, lo ammetto, perché può capitare d’inciampare in accidenti di sconsolante aridità, insopportabile agiografia o degenerazione nel pettegolezzo… ma quando funziona, quando l’autore non solo ha fatto la sua ricerca, ma riesce a trovare l’elusivo equilibrio tra fatti e intelligente speculazione, tra entusiasmo per il soggetto e ragionevole distacco, tra individualità e contesto, allora una biografia diventa una magnifica finestra aperta su un’altra vita e un altro secolo.

Per non dire una meravigliosa fonte d’ispirazione – ma questa è un’altra faccenda.

Perché, a parte tutto, è davvero difficile non cedere almeno un po’ al fascino dell’incontro. Incontro mediato dal taglio e dall’interpretazione del biografo, inevitabilmente – una sorta di visita guidata – eppure quei bei volumi spessi, pieni di vicende maggiori e minori, di lettere trascritte, di minuzie quotidiane, di programmi di concerti e ordini di battaglia, offrono, nella più magra delle ipotesi, almeno una manciata di glimpses su come doveva essere avere a che fare con quella gente.

Quale gente? Vediamo un po’ – e prometto che cercherò di tenermi sull’Italiano o sul tradotto, ma qualche eccezione ci sarà…

1) Daniela Pizzagalli, L’amica. Clara Maffei (che in realtà si chiamava Chiara e che gli amici chiamavano Clarina) tenne per decenni a Milano uno di quei salotti in cui si “fece” il Risorgimento. Fu una signora notevole, moglie separata di un poeta e librettista, amica di Verdi, Manzoni, d’Azeglio, Grossi, Hayez, Balzac e tanti altri, ardente patriota e anticonvenzionale quanto basta. Pizzagalli restituisce alla meraviglia il mondo dei salotti letterari, misto di esaltazione e di puntigli, di dispetti e di epiche discussioni sull’Arte, il Destino dei Popoli e i Massimi Sistemi – tutti in maiuscole.

2) Francesca Sanvitale, Il figlio dell’impero. Il Re di Roma, o Duca di Reichstad, o Napoleone II che dir si voglia. Nato erede dell’impero lampo e del tutto personale di suo padre e morto ventunenne, prigioniero dell’impero millenario e sonnolento di suo nonno. È una storia un po’ desolata, e Sanvitale la snoda ricostruendo la figura di un ragazzo debole e velleitario, schiacciato tra opportunità politica e fallimenti epocali, pronto a infiammarsi improbabilmente e incapace di agire, oggetto fuggevole delle speranze e dei terrori e delle delusioni di tutta l’Europa, affamato di affetti – e destinato a conoscerne ben pochi.

3) Juliet Barker, The Brontës. Avevo detto che avrei cercato di tenermi sul tradotto, ma questo in Italiano proprio non c’è, e non posso fare a meno di segnalarlo, perché è forse la più bella, approfondita, dettagliata e affascinante biografia letteraria che abbia mai letto. È una storia di tutta la notevole famiglia, a partire dai genitori Patrick e Maria (entrambi autori pubblicati, did you know?) per arrivare naturalmente alle tre celebri sorelle e al fratello dimenticato, il povero Branwell. In più, c’è tutta una folta popolazione di parenti, amici, parrocchiani, domestici, curati, insegnanti, compagni di scuola (delle ragazze) e di bagordi (di Branwell), editori, intellettuali, professori belgi, datori di lavoro, piccoli allievi… Perché il bello è che i Brontë erano tutti grafomani senza eccezione, e Barker ricostruisce la loro vita giorno per giorno sulla base di lettere, giochi giovanili, poesie, romanzi, elenchi di libri, liste della spesa, riviste, programmi, diari… Straordinario.

4) Gianni Granzotto, Annibale . Sapevate che ci saremmo arrivati, vero? E ve l’ho detto un’infinità di volte: di Annibale si sa poco, e tutto attraverso gli occhi dei suoi nemici. Quel che Granzotto fa è di raccogliere queste fonti, aggiungerci letteratura e leggende (sulla base del principio che le leggende non nascono mai dal nulla, e che esprimono sempre una mentalità, un atteggiamento, una paura…) e su questa base ricostruire una personalità. “Vi porto Annibale in casa,” dice in apertura della prefazione. E il bello è che funziona. Biografia psicologica? Fate un po’ voi – ma leggete.

5) Eucardio Momigliano, Manfredi. Questa è una vecchia biografia Anni Sessanta – forse nemmeno facilissima da trovare. But still. Manfredi è uno di quei personaggi che arrivano equipaggiati di leggenda nera: parricida, usurpatore e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna c’è Dante che, in crisi di progressiva simpatia per gi Hohenstaufen, non solo lo piazza al Purgatorio, ma gli regala quella straordinaria immagine delle ossa insepolte – Or le bagna la pioggia e muove il vento, che trovo essere l’endecasillabo più strappacuore della letteratura italiana. Momigliano guarda dietro la leggenda e dietro Dante*, e si dà un gran da fare per ricostruire la figura di questo principe illegittimo, poeta, soldato, e buon sovrano. Oh d’accordo: confesso una parzialità nei confronti di Manfredi, ma come si fa a non essere parziali nei confronti di un uomo intelligente, colto, spregiudicato, bello e provvisto di finale tragico?

6) Charles Nicholl, The Reckoning. Anche qui niente traduzione, mi spiace. La biografia c’è, anche se Nicholl si concentra per lo più sugli ultimi anni di Marlowe, sulla sua carriera di spia e sulle circostanze che condussero alla sua morte. La quantità di ricerca e documenti è impressionante, e forse ancora di più lo è il ritratto dell’Inghilterra elisabettiana: un mondo piccolo e claustrofobico, in cui tutti conoscevano tutti, e tutti erano in qualche rapporto di parentela, amicizia, clientela, faida, complicità, commercio, dipendenza – e spesso più di uno per volta. Pagina dopo pagina si osserva la rete che si chiude attorno a Marlowe, e magari alle volte si è tentati di levare un sopracciglio davanti a certe conclusioni, ma poi non lo si fa e si continua per vedere che altro succede. Exciting fare.

7) Enzo Mandruzzato, Foscolo. Altra cosa vecchiotta, ma che vale la pena di cercare. Sì, d’accordo, l’Ugo Nazionale, ben è ver Pindemonte, la Ricciarda, l’Ortis, Zacinto… Ma l’uomo! “Uomo procelloso”, si diceva di lui, e poi tranchant, irragionevole, visionario, collerico e capace dei puntigli e dei capricci più piccini. Mandruzzato fa un gran bel lavoro, spigolando tra lettere e carteggi in cerca dell’Ugo geniale, fascinoso ed esasperante. Si vien via con un’idea diversa del poeta e dei versi. 

8) Edgarda Ferri, Giovanna la Pazza. I’m always of two minds, quando si tratta della Ferri, con quello stile così ornato da esser (quasi?) gonfio, e però con il dono delle atmosfere e dei chiaroscuri come pochi altri. Ma la sua Juana mi piace proprio tanto, a partire da quel prologo buio e ventoso che trascina nella storia come la miglior apertura di romanzo… Insomma, non so: può non essere la tazza di tè di tutti, ma se vi piace avventurarvi verso il confine** tra la biografia e il romanzo biografico, se volete provare la Ferri, potreste far di peggio che partire da qui.

9) Marta Boneschi, Quel che il Cuore Sapeva. Sembra un po’ il titolo di un romanzone sentimentale, e invece non lo è. Anzi, mi ricorda un po’ la Barker al n° 3. Biografia famigliar-letteraria, come dice il sottotitolo – anzi, plurifamigliar-letteraria: Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni, a partire dal babbo dei delitti e delle pene, fino alla prole trascuratella di don Lisander. E intorno tutta una Milano, tutta una Parigi, tutti i fermenti dell’epoca – no, del passaggio tra due epoche – intrecciati con i crucci famigliari e non di un certo numero di gente interessante. Rimarchevole.

10) Venerio Cattani, Teodoro Re di Corsica . A volte c’è gente la cui vita sconfina nell’improbabilità – e davvero Theodor Neuhoff, Freiherr in Westfalia, soldato, diplomatico, arruffapopoli, avventuriero, occasionalmente re di Corsica a spizzichi e bocconi tra il 1736 e il 1743 e morto di stenti a Londra, appartiene a pieno titolo alla categoria. Una vita da romanzo, o meglio una vita da libretto d’opera – infatti Paisiello gliene dedicò una. E trovo leggermente buffo che l’editore Bietti, nel pubblicare la biografia di Cattani, abbia sentito la necessità di commercializzarla come un romanzo. Come se ce ne fosse bisogno…

Oh, il titolo dice dieci,  vero? Peccato, perché non ho nemmeno citato Carolly Erickson, Harry Kelsey, Robert K. Massie e un sacco di altri biografi che mi piacciono proprio tanto… Ma per oggi ci fermiamo qui. Ne riparleremo. E parleremo di lettere e memorie, e di biografie fittizie, e di altre amenità del genere. Di qualcosa si deve morire – ma è difficile che sia per mancanza di reading material.

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* Admittedly, più dietro la leggenda che dietro a Dante, ma la sua simpatia per Manfredi non diventa mai fastidiosa.

** Non proprio al confine, sia chiaro: solo in direzione, fermandovi all’ultima locanda di posta.