anglomaniac · libri, libri e libri

Storie Di Fantasmi

m. r. james, storie di fantasmi, halloweenMi si chiedono (via mail, tanto per cambiare…) lumi su M.R. James, che ho citato un paio di post orsono.

Ebbene, essendosi oggi il giorno che è, e qualora stasera aveste voglia di leggere storie di fantasmi accanto al camino acceso, da soli o in gruppo, lasciate che vi dica che Montague Rhodes James è il medievista che traghettò la Ghost Story inglese dalla tradizione gotica all’età moderna. 

Niente manieri coperti d’edera e abbazie in rovina: i fantasmi di James appaiono nei villaggi di pescatori, nelle ville georgiane, nelle locande e nelle università, e si divertono a tormentare antiquari, professori e vicari di campagna…

Sono storie classiche e inglesissime, e adesso ve ne linko (orrida parola, isn’t it?) un po’ dal Project Gutenberg. Sono tutte in Inglese, temo – ma ehi, un po’ d’esercizio non fa mai male, e oltretutto sono scritte in un linguaggio molto abbordabile. Allora, ecco qui:

Ghost Stories of an Antiquary , More Ghost Stories e A Thin Ghost and Other Stories.

Direi che per questa sera ne avete a sufficienza… E attenti a quello che leggete dopo il tramonto!

ETA: Patfumetto segnala non solo una traduzione, ma una traduzione in ebook. Né Pat né io possiamo garantire, ma… be’, c’è – e si trova qui per 49 centesimi.

libri, libri e libri · musica

Wuthering Heights

Non ho l’età per ricordare la prima uscita di questa canzone nel 1978, e nel 1986, quando, mi si dice, Kate Bush la registrò una seconda volta, il mio Inglese era ancora inesistente.

Per cui, quando un paio di settimane fa l’ho sentita per la prima volta da un secolo a queta parte, ho riconosciuto il ritornello, ma nulla di più. Anzi, per dirla tutta, non avevo nemmeno la più pallida idea del titolo…

“Eppure, dovrebbe essere proprio il tuo genere,” mi ha detto F.

E ascoltando il testo ho scoperto che si trattava di Cime Tempestose. Emily Brontë secondo Kate Bush. 

Bizzarro, inaspettato, un po’ eerie – ma singolarmente adatto.

Grazie F – e buona domenica a tutti.

grilloleggente · libri, libri e libri · Londra

The T2C Project

In principio fu l’Iliade, seguita dall’Odissea e poi dall’Eneide. Poi fu la volta dei Promessi Sposi in due anni, e poi (a mio timido avviso un filo incomprensibilmente) di Cuore & Pinocchio…

Sto parlando delle letture più o meno integrali della UTE di Mantova, che da anni riuniscono un pubblico di affezionati ogni mercoledì pomeriggio da ottobre ad aprile.

C’è una piccola introduzione, tanto per riprendere il filo del discorso con le puntate precedenti e per mettere in luce quel che c’è di notevole in quella nuova – e poi tra i quaranta e i quarantacinque minuti di lettura ad opera di un plotoncino di bravi lettori e attori.

La faccenda è aperta al pubblico generale e gratuita, e incontra molto favore. Sono in tanti a presentarsi per la dose settimanale e, dato un posto in cui farlo, si può mettere in piedi a costo praticamente zero.

Noi siamo una mezza dozzina tra introduttori e lettori fissi – più un certo numero di lettori occasionali, e l’impegno è del tutto ragionevole – ma in teoria, e nell’ipotesi più impegnativa, bastano tre persone che si alternino tra introduzione e lettura propriamente detta. At a pinch, si potrebbe essere anche in due.

Dopodiché è sufficiente dividere i capitoli (o le pagine) del libro per le settimane utili e, in caso di necessità, sfrondare digressioni ed episodi secondari per ottenere un tempo di lettura tra i quaranta minuti e il quarto d’ora, conservando per quanto possibile le scansioni narrative previste dall’autore.

Occasionalmente si può sforare, ma è meglio non farlo troppo spesso, perché la soglia di attenzione e gli orari degli autobus sono quel che sono – ed uno stillicidio di gente che infila la porta perdendosi gli ultimi cinque minuti di lettura* è sommamente irritante for everyone concerned.

Ecco, a patto di calibrare bene la durata e di avere lettori che sappiano essere espressivi e vari senza diventare melodrammatici, la faccenda funziona bene e può essere di notevole soddisfazione…

E, suppongo, a patto di scegliere il libro giusto.

E qui veniamo al motivo dei miei patemi odierni, perché dovete sapere che un certo numero di mesi fa si è svolto tra il Prof. A. e la Clarina una conversazione che sintetizzeremo così: charles dickens, bicentenario dickensiano, ute mantova, le due città

– E se quest’anno provassimo ad uscir d’Italia?

– Dickens, rispose prontamente la sciagurata.

– Dickens, sì. E cosa?

– Ma Le Due Città! È perfetto per il bicentenario, è un po’ meno conosciuto di altri ma è di dimensioni ragionevoli, è un romanzo storico, non è ingestibilmente sovrappopolato, ed è della dimensione giusta per essere letto più o meno alla stessa cadenza con cui…

– Basta così, grazie. Aggiudicato. E l’organizzazione quest’anno è tua.

E così ho lavorato sulla traduzione 1911 di Silvio Spaventa Filippi, suddividendo, potando (poco) e incastrando i cliffhangers in modo da ricostruire per quanto possibile l’esperienza dei primi lettori che, nel 1859, lessero questa storia in quelle che Thomas Carlyle definiva teaspoonfuls. Cucchiaiatine.

E adesso è tutto pronto e oggi pomeriggio alle sei cominciamo, e per oggi mi appresto ad introdurre la mia platea al mondo di Sydney Carton e dei Manette – e confesso una certa quantità di patemi da primo giorno.

Più di tutto, al di là della mia incoercibile predilezione, avrò fatto bene a scegliere proprio questo romanzo? Fino all’anno scorso, il mercoledì ci si era affollati per riscoprire vecchie letture scolastiche. Questa volta… Non so, ma ho la sensazione che non siano in tantissimi ad avere letto Le Due Città su questo lato della Manica.

Ho cambiato le regole del gioco… Funzionerà?

Vi farò sapere.
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* In fondo anche Verdì dovette tagliare dal Don Carlos il meraviglioso epicedio del Marchese di Posa, perché non si poteva finire oltre l’orario delle ultime corse dei treni per i faubourgs

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Il Narratore Antipatico

Un po’ di tempo fa si parlava di narrazioni in prima persona, ricordate?

Nel post in questione dicevo che…

Mi piace condividere lo sguardo del narratore. Mi piacciono le voci narrative individuali che si creano, con i quirks espressivi, le considerazioni personali, gli errori di valutazione e le menzogne.

Ebbene, proprio in questi giorni, E. mi diceva che proprio tutto ciò tende a respingerla anzichenò. Perché, a parte tutto, una voce narrante antipatica è capace di rovinarle anche un libro che altrimenti potrebbe piacerle… 

E. sostiene che il rischio d’insopportabilità scende a livelli minimi con le voci narranti in III – sul che si può discutere – e che un narratore in I, che gliela conta direttamente e lo fa con tutti i suoi quirks e ammenicoli individuali, ha più possibilità di starle sull’anima…

Suppongo che non abbia tutti i torti, perché la forte caratterizzazione può tagliare da entrambi i lati – e devo ammettere che, pur nella mia risaputa debolezza nei confronti delle storie raccontate in I, ho avuto la mia dose di difficoltà con i singoli narratori. Ne ho avute in diversa forma, a ben pensarci. Vediamo un po’ – una piccola fenomenologia del Narratore Antipatico*. lawrence d'arabia

1) Il Guastafeste. Questo è il caso che cita E.: un libro che di suo mi piacerebbe, ma a pagina 10 ho già una tale voglia di strangolare il narratore che la lettura diventa faticosa. Passo troppo tempo a sospirare un narratore e/o protagonista diverso per apprezzare davvero il libro. A me è capitato con La Rivolta nel Deserto. Voglio dire, un Inglese che raccoglie queste tribù litigiose e inefficaci e le conduce attraverso il deserto, da una follia all’altra fino a Damasco – e intanto perde il senso della realtà… È il mio genere di storia. Peccato per Lawrence. Dimenticatevi il Peter O’Toole ingenuo e viepiù allucinato del film: l’originale è puntiglioso, compiaciuto di sé ed egocentrico oltre ogni dire. “Auda disse, Ali suggerì, e il Principe Feisal riteneva, ma poi si fece come volevo io.” In tutto il libro, nessun altro che abbia mai uno straccio di buona idea… Il libro l’ho letto – e più di una volta** – ma mai con il gusto che avrei potuto trovarci, grazie al buon Lawrence. l'eleganza del riccio, muriel barbery

2) La Pioggia Sul Bagnato. Il libro non mi piace affatto, e il narratore in I è solo uno degli aspetti che mi rendono infelice, acida o idrofoba. Come ne L’Eleganza del Riccio. Non so immaginare una voce narrante capace di farmelo piacere, ma di sicuro né la piccola Paloma, finta bambina supponente e finto-ingenua,  né la portinaia Renée, perla di donna mascherata di finto rude candore, hanno fatto alcunché per ammorbidire la mia avversione. Cribbio, son passati più di due anni e detesto ancora libro e narratrici con un livore che sconsola… david balfour, r.l. stevenson, kidnapped

3) Il Guastafeste Apparente. Il narratore non mi piace, ma non è tanto odioso da eclissare i meriti del libro. Come il povero David, che di Kidnapped sarà anche il protagonista nominale, ma è talmente blando, ottuso e benpensante, da indurre nel lettore un forte desiderio di amministrargli un paio di scrolloni per capitolo. E però fa nulla, perché l’avventura in sé, la sgambata attraverso le Highlands e, soprattutto, l’impagabile Alan compensano tutto quanto. D’altra parte qui stiamo parlando di Stevenson, e possiamo tranquillamente assumere che l’effetto sia voluto. O Fanciulli, guardate David, the nice lad che, ci si dice, tutti dobbiamo aspirare ad essere. E poi guardate l’affascinante, pittoresco, temerario, irragionevole, squadrellato Alan…

Dopodiché è chiaro che nessun personaggio può essere simpatico a tutti, e nessun libro può piacere a tutti i lettori, e avversioni e amicizie di carta sono parte integrante del gusto di leggere.

Però è difficile negare che il narratore in I, metaforicamente seduto di fronte al lettore, sia più esposto al rischio di essere a serious nuisance.

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* Involontariamente Antipatico – quello la cui antipatia non è un device narrativo a sé. Quello è un altro discorso.

** Non per autolesionismo, vorrei precisare. Seminario di filosofia della guerra, tesina sul rapporto tra tattica e strategia nella Rivolta…


 

grilloleggente · libri, libri e libri · romanzo storico · teorie

Violento E Brutale

james aitcheson, the splintered kingdom, amazon, hnr, recensioniSono lievemente sconcertata.

Nella frenesia da andata in stampa imminente dell’ultimo numero di HNR, mi sono vista affibbiare d’autorità un libro che forse di mio non avrei letto, The Splintered Kingdom di James Aitcheson – secondo volume di quella che diventerà, mi par di capire, una trilogia.

E mi è andata bene, perché perché ci ho guadagnato una piacevole lettura. Avventure alla vecchia maniera nell’Inghilterra post Hastings, con un punto di vista normanno (che non è cosa di tutti i giorni), un sacco di battaglie, imboscate, tradimenti, intrighi e un protagonista benintenzionato con un talento per mettersi nei guai.

Il mezzo bretone Tancred a Dinant vorrebbe tanto essere un buon neosignore del maniero, un buon vassallo, un buon cristiano – ma è troppo ambizioso, collerico e ostinato per non farsi nemici ad ogni passo, e così…

E per di più Aitcheson non scrive per niente male: ha buon ritmo, descrive e caratterizza con efficacia, ha fatto le sue ricerche e le dispensa con giudizio. E per di più ancora, i suoi personaggi hanno idee, certezze, priorità e pregiudizi da XI Secolo.

Insomma, mi è piaciuto abbastanza perché, dopo averlo finito, abbia ceduto all’uzzolo di ordinare subito il primo volume.

E così scrivo una buona recensione per HNR e, nell’atto di spedirla, mi accorgo di avere gettato con troppo entusiasmo la sovraccoperta,* e di non sapere più il prezzo dello hardback, che devo indicare tra i dati del volume.

La cosa semplice da farsi è controllare su Amazon e, già che ci sono, butto un’occhiata alle recensioni. Ce ne sono poche – il libro è appena uscito in Inghilterra e non ancora in America – per lo più entusiastiche. Ma in diverse appare un caveat: il libro è molto violento. Le scene di battaglia sono truculente. La prosa di Aitcheson è brutale. High octane stuff, dice un recensore – e magari non emerge come caratteristica primaria del libro, ma ritorna abbastanza da notarsi.

Ed è qui che mi sconcerto, perché lo sapete che sono squeamish. Non solo ho i miei problemi con la fantascienza, e l’horror è al di là delle mie possibilità, e non leggo storie di fantasmi dopo il tramonto**, ma anche le descrizioni di violenze, torture, battaglie e sanguinosità varie assortite, quando virano sul grafico, mi danno un certo qual mal di stomaco.

Ma con TSK non è successo nulla del genere.

Be’, ok, non c’è nulla di edulcorato, Aitcheson non rifugge gli aspetti meno gradevoli della vita (e morte) nell’XI Secolo – ma non ci sguazza nemmeno. E nonostante il sottotitolo sia 1066: the bloody aftermath, davvero non c’è nessuna truculenza insistita o gratuita. Al punto che persino io posso leggere senza riportarne traumi duraturi…

E allora? Che cos’è che scuote tanto la sensibilità di questi lettori britannici? Che poi sia chiaro, anche loro apprezzano il libro, ma lo individuano come particolarmente violento. Perché mai in cielo e in terra?

E, scartando l’idea di avere sviluppato una nuova soglia di tolleranza al sangue stampato, sono giunta a formulare un’ipotesi.

Il fatto è che Tancred, narratore in prima persona, non mostra la minima remora in fatto di battaglie, uccisioni e spargimento di sangue. Fa quel che è stato addestrato a fare fin da ragazzino con entusiasmo dichiarato e con la certezza di essere nel giusto. Quando non ha modo di andare in battaglia per un po’, ne sente la mancanza. Certo il muro di scudi è una faccenda pericolosa, truce e brutale, certo i nemici fanno più che sul serio, certo si muore, si perdono amici e compagni d’armi, certo gli errori di giudizio, i rovesci della sorte, la paura, l’occasionale sconfitta, la fatica – ma ah, the battle-joy!

Non una volta in quattrocento pagine Tancred attraversa una di quelle crisi di disgusto post-battaglia. La guerra è il suo mestiere, unashamedly. Ed è bravo in quel che fa, e forse ha sviluppato una certa qual dipendenza da adrenalina – anche se di sicuro non la chiama così – e quasi gli dispiace per la gente che non conosce le gioie pericolose della “via della spada.”

Assai poco politically correct, di sicuro.

E allora mi domando se non sia questo il punto – non tanto la violenza in sé, quanto un atteggiamento di fronte alla violenza. Questo gusto della battaglia senza remore e senza un briciolo di condanna, che su di noi gente civilizzata esercita il suo fascino high octane, ma al tempo stesso ci sembra (o quanto meno sentiamo che deve sembrarci) spaventosamente riprovevole, brutale e barbarico?

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* Ho un’avversione per le sovraccoperte. Non m’importa quanto siano ben riuscite, la prima cosa che faccio quando vengo in possesso di un libro in hardback, è liberarmi della sovraccoperta. Se leggo hardback in prestito, tolgo la sovraccoperta mentre leggo, e la rimetto a posto con ogni cura a lettura avvenuta. La sovraccoperta m’intralcia, mi irrita, s’infila dove non dovrebbe.

** Anche se, apparentemente, non ho il minimo problema a scriverne dopo il tramonto. Dev’essere un equivalente letterario del non avere il mal d’auto quando si guida, I guess

Festivaletteratura · grillopensante · libri, libri e libri

Festivaletteratura 5 – Pierre Bayard

festivaletteratura, pierre bayard, piero dorfles, danilo mainardiE per finire, Pierre Bayard.

L’uomo secondo cui per descrivere in profondità un posto occorre non esserci mai stati – come Chateaubriand, che rifiutava di visitare le rovine di Argos per non perdere la prospettiva. E specularmente Magris che, alla domanda “Che cosa si perde scrivendo?”* rispondeva, tra le altre cose, l’immediatezza. Perché per scrivere – e descrivere – serve la distanza. Serve il distacco. Serve la prospettiva, appunto.

Ma, soprattutto, Bayard è l’uomo dell’Interventismo Critico, pratiche di critica letteraria che manipolano i testi – pur senza modificarne una parola. Piuttosto si tratta di inclinarli a 45°, tingerli di violetto e giocarci una serie di what ifs paradossali, paradossalissimi.

La Critique Policière, per esempio, o “Critica d’Indagine” dalle nostre parti. Perché se nella realtà ci sono assassini che la fanno franca, che cosa impedisce che accada lo stesso in letteratura? E a badarci bene, siamo proprio sicuri che Edipo abbia ucciso Laio? O che il pur poco simpatico Re Claudio di Danimarca abbia ucciso suo fratello? O che Poirot e Holmes abbiano scoperto il vero colpevole ne L’Assassinio di Roger Ackroyd e Il Mastino dei Baskerville? Ecco, Bayard sostiene di no. Secondo lui in ciascuno di questi casi è possibile smontare il meccanismo e raggiungere una soluzione diversa da quella offerta dall’autore… Ma a che pro? Domanda Piero Dorfles – ottimo moderatore. Ebbene, dice Bayard, per scavare nelle complessità inattese di questi testi, e magari ristabilire la giustizia letteraria…

Ma d’altra parte, c’è ben altro che si può fare con un libro. E considerando che il titolo dell’incontro è “Il piacere di riscrivere i libri,” nessuno si stupisce più di tanto quando, in seconda battuta, Bayard proponte la Critica del Miglioramento. Chi non ha mai pensato che la Recherche proustiana o le opere di Lacan trarrebbero beneficio da qualche piccola potatura? Scherzi a parte, la ri-scrittura è una tradizione vecchia come le colline – vecchia come la narrativa stessa, e non c’è autore che non si sia riscritto, cambiando idea un sacco di volte, e generando testi fantasma ad ogni biforcazione – strade non percorse, come i futuri abortiti di Magris, oppure percorse e poi abbandonate. Personalmente, non posso fare a meno di pensare al Sigognac suicida che era nelle intenzioni di Gautier, oppure al Lord Jim di mezza età che emerge da un appunto scartato da Conrad…

Ma spingiamoci oltre, esorta Bayard. Proviamo, con la Critica della Riattribuzione, a supporre che l’Étranger sia opera di Kafka, anziché di Camus… E qui mi par di sentire rumor di punti interrogativi che s’infrangono contro i vostri schermi. A quanto pare, tutto nasce dall’amico serbo di Bayard, che vedeva nel libro in questione non una storia d’incomunicabilità, ma una contrapposizione individuo/sistema. Ed ecco che in quest’ottica, dovuta alle esperienze del lettore serbo, la storia si faceva kafkiana.

E per finire, se proprio vogliamo essere eccentrici, c’è anche la Critica Fantascientifica, secondo cui la letteratura non funziona linearmente in termini di spazio né di tempo. Secondo Bayard, è un fatto che molto scrittori hanno descritto in anticipo fatti futuri della loro vita – o morte, come è il caso di Pushkin, Lenskij e il duello. E su questo devo confessare qualche dubbio, perché un sacco di gente muore nelle opere di Pushkin, e quindi se fosse morto d’infarto si potrebbe dire che lo aveva prefigurato nella Dama di Picche, mentre se fosse morto folle o annegato se ne sarebbe potuto vedere il presagio letterario nel Cavaliere di Bronzo… Così come digerisco male il plagio in anticipo, secondo cui non sarebbe Freud a rileggere Sofocle, ma Sofocle ad anticipare Freud…

Ma non dimentichiamoci che tutto questo è un gioco d’ipotesi, e il plagio in anticipo è un’idea off-kilter che Bayard presta al narratore di Le demain est écrit, per porre delle domande e giungere ad affermare che nella percezione del lettore i testi s’influenzano a vicenda: dopo avere letto Freud, non guardiamo più a Sofocle con gli stessi occhi, e viceversa…

Così come non è davvero questione di leggere l’incendio di Atlanta e le paure di Rossella O’Hara alla luce di un’improbabile autorship tolstojana, quanto di riconoscere che lo stesso testo assume significati diversi a seconda dell’ottica in cui viene letto – e quindi perché non provare a ipotizzare un’ottica diversa?

Tutti i giochi e i paradossi di Bayard funzionano così: domande che, una volta poste, fluidificano la percezione del testo, spingono a considerarlo in modi nuovi e inattesi, e magari conducono a trovarci sfumature, complessità e ricchezze nuove.

***festivaletteratura, pierre bayard, piero dorfles, danilo mainardi

E io credevo a questo punto di avere finito, ma in realtà c’è stato ancora tempo e spazio per una visita alla bellissima mostra “Lettori” nell’atelier di Jori** e poi per la chiacchierata del Professor Mainardi – quello di Quark – che raccontava di essersi messo a scrivere gialletti etologici, divertendocisi un mondo e studiando per l’occasione le necessità della scrittura narrativa. “A un certo punto mi sono reso conto di avere scritto tre capitoli senza che ci fosse una singola riga di dialogo, e allora mi è venuto il dubbio: forse dovevo imparare la tecnica.” “Per il personaggio del giovane ricercatore mi sono ispirato a me stesso alla sua età, e d’altra parte ero la persona che conoscevo meglio. Ma la voce non funzionava, e allora mi sono fatto insegnare un po’ di turpiloquio contemporaneo dai miei studenti.”  “Il meccanismo della suspense, che è utilissimo anche quando si scrivono documentari, l’ho imparato da un saggio di Patricia Highsmith.” Simpatico, garbatamente brillante e pieno di self-deprecating humour, e ha concluso raccontando che si comincia a ipotizzare che le tigri possiedano un senso della proprietà – e un senso della vendetta. Molto kiplingiano, non vi pare?

Dopodiché una cena a suon di musica in Piazza Erbe ha concluso il mio Festivaletteratura 2012. Magari ne riparleremo nei prossimi giorni, ma intanto confermo il verdetto di venerdì: ho avuto modo di incontrare di nuovo Seamus Heaney, mi sono divertita, ho imparato, ho fatto qualche scoperta e ho portato via delle domande su cui rimuginare.

Non male, direi.

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* Ne riparleremo…

** E anche di questo riparleremo.

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Oh, e buon compleanno, G.

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Theatre – Being Julia

Intanto che elencavo #personaggidilibri, mi è tornata in mente Julia Lambert, l’adorabile e impossibile protagonista creata da Maugham per Theatre – che in Italia è stato tradotto per Adelphi come La Diva Julia.*

Ebbene, Istvan Szabo nel 2004 ne ha tratto un incantevole film, Being Julia, con Annette Bening (perfetta) e Jeremy Irons (un po’ meno perfetto), cui questo trailer in realtà non rende giustizia – ma tant’è:

Se ne aveste voglia e foste incuriositi, credo che, digitando “Being Julia”, su YouTube se ne trovino fette abbastanza vaste.

E se poi voleste leggere il libro, c’è sempre Amazon: qui trovate l’originale in cartaceo, qui la versione Kindle, e qui la traduzione: in cartaceo e kindle.

Buona domenica.

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Storie Di Mare

storie di mare, musei della navigazione, tall ships races, patrick o'brian, c. s. forester, william golding, joseph conradPer lunghi anni ho organizzato le vacanze del mio gruppetto*. Si trattava sempre di quattro o cinque giorni in una città europea, e io cercavo voli, prenotavo alberghi, mi documentavo e strologavo il programma.

In cambio, avevo il tacito permesso di infilare infallibilmente tra i luoghi da visitarsi un museo della navigazione. I miei travelmates levavano un pochino gli occhi al cielo, ma nel complesso non obiettavano troppo a lasciarsi trascinare per un pomeriggio o una mattinata tra carte nautiche, modelli di cocche medievali e diagrammi di alberature. Incidentalmente, vi posso consigliare con calore una visita ai meravigliosi Drassanes Reials di Barcellona e un’occhiatina a una tappa qualsiasi delle Tall Ships Races** – ma non divaghiamo. 

Dovete sapere che anche ad Amsterdam dirottai le mie truppe allo Nederlands Scheepvaartmuseum, museo della navigazione allestito nel vecchio arsenale, con la riproduzione di un galeone settecentesco nella darsena. Un galeone della Compagnia delle Indie Orientali. In scala poco meno che 1:1. Non so se rendo l’idea. E così andammo, visitammo debitamente sale su sale di atlanti, dipinti, mappe, sestanti e tutto quanto, poi scendemmo alla darsena e salimmo a bordo dell’Amsterdam. Ci arrampicammo sul ponte popolato di figuranti in costume attraverso una passerella singolarmente poco solida. E anche il ponte, a dover essere sinceri, non dava una sensazione di straordinaria saldezza. Mi si disse che avevo un colorito verdognolo. Ero certa di stare bene? Risposi “sciocchezze” e feci strada con tutto l’entusiasmo di cui ero capace. Ci infilammo nel castello di poppa e negli alloggi del capitano e io feci per rivolgermi al travelmate più prossimo per chiedere “Volete suonare con me, Jack, vecchio mio?”*** Invece chiusi la bocca, infilai il boccaporto più vicino, tornai sul ponte, sbarcai e fuggii nel primo bagno disponibile – lieta di essere riuscita a non vomitare nella darsena… 

Capirete che, dopo essere stata male su un veliero ormeggiato in una darsena, il mio standing marinaro era franato un pochino a valle…

Perché la triste verità è che basta un materassino per mettermi fuori combattimento, e non potrò mai navigare altro che per sale di musei o sulla carta. Triste, vero?

La consolazione è che la navigazione sulla carta consente delle soddisfazioni, grazie a una solida tradizione narrativa di avventure di mare – soprattutto in ambito anglosassone.****E difatti, abbiate pazienza, per oggi ci occuperemo di autori inglesi.

È possibile che l’autore nautico più conosciuto dalle nostre parti sia Patrick O’Brian, con le storie di Jack Aubrey e Stephen Maturin. Probabilmente avete visto il film (che a mio timido avviso è un gran bel film), ma sappiate che alla base ci sono ventuno romanzoni ambientati tra il 1800 e il 1815, pittoreschi e avventurosi, con una voce narrante e dialoghi alquanto period, una vasta quantità di termini nautici e due protagonisti ben scritti. Jack Aubrey è un ufficiale che fa carriera nella Royal Navy, da capitano di prima nomina a reatroammiraglio, e Maturin è il suo grande amico irlandese, chirurgo di bordo, naturalista e agente segreto. Battaglie, tempeste, agguati, amori, traversate oceaniche, spionaggio, inseguimenti nella nebbia, imboscate, tradimenti, ogni possibile angolo dell’orbe terraqueo – e un affascinante senso del carattere individuale delle navi a vela e del multiforme talento necessario a capirne e condurne una. Qui trovate tutto quanto di tradotto, e qui in originale. 

Qualcosa di precedente (e in tutta probabilità un’ispirazione per O’Brian) è la non del tutto dissimile vicenda di Horatio Hornblower. Dodici romanzi, una carriera da guardiamarina a retroammiraglio e un protagonista del tutto diverso. Quanto Jack Aubrey è gioviale, socievole, rumoroso e sicuro di sé, tanto Hornblower è depressivo, complicato, rimuginatore e solitario. Per tutta la sua folgorante carriera non fa altro che dubitare delle sue (notevoli) capacità e considerarsi un codardo sleale e disonesto. Tutti adorano Hornblower tranne Hornblower. Se siete incuriositi da questa bizzarria ornitologica – l’eroe onnicompetente***** che si considera un disastro – cercate qui, in Italiano e in originale.

E poi c’è La Trilogia del Mare di William Golding, forse meno avventurosa e di certo meno conosciuta – e letterariamente superiore. Siamo di nuovo ai primi dell’Ottocento, ma la marina napoleonica se ne resta ben lontana dalla rotta del Britannia, un vecchio vascello da guerra diretto in Australia con un carico di passeggeri destinati alla colonia. Il narratore è il giovane Edmund Talbot, diretto a un promettente incarico di civil servant, e incaricato dall’aristocratico parente che lo ha raccomandato di tenere un diario della traversata. La forma dunque è diaristica, la narrazione in prima persona e la voce period – e però non lasciatevi ingannare dal carattere quasi austenesco della prima cinquantina di pagine del primo volume Riti di Passaggio: Golding è Golding, e il Britannia è il malandato guscio di un microcosmo sociale alla deriva. Non in senso letterale, si capisce, ma questa Inghilterra in miniatura che galleggia sulla via degli Antipodi ha le sue classi sociali e le sue ingiustizie, e un carico di ferocia che l’isolamento finirà col rendere esplosivo – mentre Edmund matura. Può non significare molto, ma a suo tempo ho letto i tre volumi in tre giorni e tre notti successive. Sia che vogliate ripetere l’esperimento, sia che vogliate tenere ritmi più sani, qui trovate la traduzione e qui una varietà di edizioni in originale.

E per finire Conrad. Lo sapevate che ci saremmo arrivati, ma per una volta (gasp!) non parliamo di Lord Jim. Parliamo invece di tre romanzi decisamente marittimi: la società in miniatura in circostanze eccezionali de Il Negro del Narcissus, l’eccitante battaglia tra l’uomo e la natura di Tifone e il coming-of-age tra l’autobiografico e il simbolico de La Linea d’Ombra. E a dire il vero, anche solo leggendo questo piccolo elenco tematico, viene da pensare che Golding abbia avuto in mente questi tre titoli conradiani nell’ideare la sua trilogia. Dopodiché, trattandosi di Conrad, si sa che cosa aspettarsi in fatto di scavo psicologico, complessità generale e mare ostile, magnifico e terrificante. Trovate le traduzioni rispettivamente qui, qui e qui. Gli originali invece li trovate nella pagina conradiana del Project Gutenberg.

Ecco qui. Non è che non ci sia altro – anzi. Ma qui c’è di che cominciare. Di che farsi, come dicono nei romanzi qui sopra, one’s sea legs.

Felice navigazione.

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* Il tono leggermente nostalgico di questo incipit deriva dal fatto che erano bei tempi, e che da tre anni non faccio un giorno di vacanza…

** Elenco delle tappe 2012, casomai vi trovaste nei paraggi:

Race One starts in Saint Malo (France) (Thursday 5 July to Sunday 8 July) to Lisbon (Portugal) (Saturday 19 July to Sun 22 July).

Race Two is from Lisbon to Cadiz (Spain) (Thursday 26 July to Sunday 29 July).

Cruise in company to La Coruña (Spain) (Friday 10 August to Monday 13 August).

Race Three from A Coruña to Dublin (Ireland) (Thursday 23 August to Sunday 26

The multi-national fleet will race from Dublin across the Irish Sea and dock in Liverpool from Thursday August 30 for a four-day event running until Sunday September 2.

*** Sì, lo so: nave sbagliata, flotta sbagliata, gente sbagliata, lato della Manica sbagliato, secolo sbagliato… non sottilizzate. Oltretutto, sono stata punita.

**** Sorpresa!!!

***** È il migliore del suo corso, ha una buona educazione classica, è un poliglotta astuto, pieno di talento militare e navale, un leader nato, un ottimo matematico e vince sempre a whist perché ricorda tutte le carte. Però è stonato come una campana e privo di qualsiasi grazia sociale.

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Non Negoziabile

Qualche giorno fa leggo questo post di Marta Manfioletti a proposito de L’inconfondibile tristezza della torta al limone, di Aimee Bender. Ho fiducia nel giudizio di Marta e la sua non-recensione mi attira parecchio, e l’idea del libro (l’esistenza di individui capaci di “sentire” in un dolce o in un arrosto lo stato d’animo di chi li ha cucinati) mi piace molto.

Così apro Amazon nell’intento di procurarmi l’ebook e, per abitudine, butto un’occhiata alle recensioni .

E quello che scopro sgonfia un nonnulla il mio entusiasmo. Le recensioni positive concordano tutte con Marta sulla delicatezza e originalità della storia, mentre le (non poche) recensioni negative sono costanti nell’elencare una collezione di doléances: una trama inconsistente e prona a partire per dubbie tangenti, personaggi poco sviluppati, un finale che non risolve nulla e una generale bizzarria a costante rischio di scadere nel gratuito. Più la mancanza di segni grafici per i dialoghi e costruzioni grammaticali, di nuovo, bizzarre.

Si fosse trattato di lamentele isolate, probabilmente non mi sarei lasciata impressionare, ma sono costanti e diffuse. E mi hanno dato da pensare, perché almeno un paio ricadono nell’elenco delle mie Irrinunciabilità, vale a dire faccende in assenza delle quali non riesco a considerare  una storia una storia.

Non parlo di irritazioni generiche – categoria in cui potrei infilare vezzi stilistici come i dialoghi “non segnati” e la grammatica fanciullesca. Non amo alla follia questo genere di quirks, ma sono aperta alle possibilità: avanti, raccontami una storia. Vuoi farlo senza virgolette e con una grammatica tutta tua? Ok, proviamoci. Vediamo se funziona, se mi ci fai sentire una voce, se crei un passo, se mi manipoli tanto bene da farmi dimenticare che lo stai facendo…

E non parlo nemmeno di peccati più gravi, come i finali laschi. È ovvio che preferisco un bel finale soddisfacente, teso e significativo, ma mi sono scoperta un margine di tolleranza largo come il Rio delle Amazzoni, se il resto del libro mi è piaciuto davvero. Magari mi rendono un tantino idrofoba i finali dei primi volumi delle qualcosalogie, quelli che non fingono nemmeno di offrire un’ombra di conclusione e appendono il lettore senza complimenti alla costa hardback del volume successivo – ma è un difetto che pur irritante, da solo non basta a farmi cancellare la qualcosalogia dalla ToReadList.

Un po’ peggio è la questione dei personaggi caratterizzati approssimativamente. In un mondo ideale, tutti i personaggi dovrebbero essere complessi, tridimensionali, pieni di ombre e capaci di evoluzione e di imprevedibilità… poi in realtà ci sono casi in cui il genere o la funzione richiedono figure facilmente individuabili, gente che faccia quel che deve fare e da cui sapere che cosa aspettarsi. Quindi anche qui, seppur con molta più cautela, ammetto la possibilità di eccezioni.

Anche in fatto di bizzarria I’m of two minds. Se parliamo di nonsense, per me non è mai troppo. Se parliamo di realismo magico (coperta molto ampia), dipende assai. Tutto dipende da quanto l’autore sa essere coerente all’interno della sua bizzarria… E temo che a questo punto un peccato capitale abbia l’aria di trasparire dalle recensioni della Torta al limone: una certa dose di gratuità e incoerenza. E invece proprio una salda logica interna è una delle mie Irrinunciabilità. Posso ingoiare intere molte eccentricità, a patto che siano coerenti tra di loro. Che non siano gratuite o puramente decorative. Che lavorino in una direzione – fosse pure quella di farmi credere che non ci sia nessuna direzione particolare.

Anche se poi una direzione ci dev’essere – e qui giungiamo all’Irrinunciabilità n° 2. Perché, come ognun sa, sono ossessionata dalla fabula. Non solo le storie mi piacciono con un arco provvisto di inizio, mezzo e fine, in cui le cose succedono, gli equilibri cambiano e i personaggi imparano la lezione, o pagano il prezzo per non averla saputa imparare – ma non sono del tutto capace di considerare storie gli arnesi che non contengono questa serie di elementi. Narrow-minded of me, può darsi, ma tant’è. E Marta stessa, pur nel suo entusiasmo, parla della Torta al limone in termini di “pacatssimo ritmo degli eventi” e di “libro in cui non sembra succedere niente”. Hm… 

Il fatto è che devo, devo, devo avere l’impressione che l’autore sappia quello che sta facendo – e forse questa, più che una Irrinunciabilità distinta, è la terrina color ocra in cui tutte (tranne una) sono contenute. Perché è ovvio che sono disposta a sospendere la mia incredulità tanto in alto quanto è possibile, ed è ovvio che sono più che disposta a lasciarmi condurre attorno – se non lo fossi, non leggerei romanzi – ma, per quanti principi infranga, per quante stranezze inanelli, per quante delle mie allergie solletichi, un autore può tenermi a bordo finché mi dà l’impressione di farlo deliberatamente. Nel momento in cui mi pare che non abbia controllo e discernimento di quel che fa, voglio scendere subito, thank you very much.

Col che è possibile che siamo passati oltre la Torta al limone – magari Aimee Bender fa tutto tanto deliberatamente quanto è possibile e non ci si sente  mai in balia della vaghezza narrativa. E di sicuro – non foss’altro che per impossibilità di genere – non è colpevole agli effetti della Quarta Irrinunciabilità. Sapete già di che si tratta, perché ne parlo con ricorrenza ossessiva: l’anacronismo psicologico, ovvero personaggio nominalmente d’altri secoli che pensa, agisce, sente e giudica come un contemporaneo. È una patologia che conosce i suoi estremi nella Sindrome della Bambinaia Francese: i Buoni sono tutti anacronismi psicologici, incompresi, osteggiati e perseguitati dagli stupidi, malvagi e retrivi personaggi coerenti con la mentalità period. E qui davvero non c’è salvezza: delitto capitale quando è involontario, piucchecapitale se è praticato deliberatamente.

Nondimeno, come dicevo, ho fiducia nel giudizio di Marta, per cui l’ebook l’ho comprato lo stesso e lo leggerò – e magari avrò modo di ricredermi, nonostante le recensioni su Amazon – perché in fatto di letture il livello di non-negoziabilità è personalissimo.

Qual è il vostro, per esempio? Su che cosa non sapete transigere in fatto di letture? Per quali libri avete fatto eccezioni di cui non vi credevate capaci? E cosa vi ha spinto a farle?