teatro

Son et Lumière

Questa qui sotto è un’immagine de La Notabile Fabrica. Con una B sola.

NotFab

Storia del Manufatto del Bertazzolo a Governolo, in forma di son-et-lumière, commissionata per l’inaugurazione dei restauri del Manufatto, appunto, nel 2008. Rispondo di testo, metà della regia (per l’altra metà rivolgersi a Flavia Ferrari) e luci.

La cosa più vasta che mi sia mai capitato di dirigere. Cinquanta persone tra cast and crew. Prove lunghissime e laboriosissime. Uno spazio enorme da riempire e da gestire… Dalla consolle luci a dietro le quinte e con la… er, postazione sopraelevata comunicavamo con i cb.

E i costumi… oh, i costumi. Avevamo tanti di quei costumi e di quei cambi che era una disperazione. Alcuni li avevamo persino fatti noi… Sì, anch’io. No, dico davvero: non ridete. Ad ogni modo, nonostante i nostri sforzi, a qualcosa come tre ore dal metaforico levarsi del sipario, mancavano ancora otto costumi di tutte azzurro polvere per le Ninfe nella danza di corte. La sarta aveva l’aria di essersi volatilizzata – o quanto meno, non rispondeva alla grandinata di telefonate della coreografa imbufalita. Poi, a un certo punto, ricordo di avere incrociato una delle Ninfe.

Con addosso un costume color..

Color…

Color… tulle2

Oh, non ho parole per definirlo. Ecco, immaginate qualcosa sul genere dell’illustrazione qui accanto – solo un pochino più violento, più sfacciato, più abominevole. Azzurro piscina è l’unica descrizione che mi viene in mente – ma ancora non copre l’orrore. Ricordo ancora la ballerina che si morde il labbro. “Oh cavolo. Sei qui… Speravamo di riuscire a non farteli vedere…”

E qui immaginate la Clarina che fissa l’accecante apparizione con occhi tondi come piattini da tè e “Avevo detto azzurro polvere…” balbetta.

E la ballerina le fa pat-pat sulla spalla. “Magari, una volta sotto le luci si noterà meno…”

Al momento di puntare le luci, la danza di corte fu la scena su cui passammo più tempo, modificando il disegno ancora e ancora alla ricerca di una combinazione in cui i dannati costumi non interferissero troppo con la navigazione aerea.

E poi c’era la battaglia fluviale. Una scena molto barocca, in cui delle navi di compensato dipinto venivano mosse su e giù per il palcoscenico, in mezzo a lunghissime “onde” di stoffa azzurra agitate ai due estremi dalle Ninfe (misericordiosamente fuori luce).

Con le giuste luci e la musica era qualcosa di bello a vedersi – if I say so myself – il pezzo visivamente centrale dell’intera faccenda. Solo che aveva dei tempi abbastanza complicati, e avevamo dovuto sostituire due portatori di navi all’ultimo momento. Dopo lunghi strologamenti, prove cronometrate, pasticci misti assortiti e nervi tesi (chè il caldo era notevole e le navi tutt’altro che leggere) decidemmo che servivano dei segnali visibili da parte di qualcuno provvisto di cronometro.

Ebbene, alla fine la soluzione fu questa: al momento della battaglia, alla mia postazione alla consolle luci,  salivo su una sedia e da lassù, armata di torcia elettrica e cronometro, dispensavo segnali al momento giusto: a patto che i portatori di navi si ricordassero l’ordine, ai tempi pensavo io.

Suona tremendamente macchinoso, vero?

E invece funzionò perfettamente. O meglio, no: non perfettamente, perché ci furono intoppi e guai – ma funzionò con efficacia. E tutto era bello a vedersi, e i costumi delle Ninfe parzialmente neutralizzati dalle luci, e gli applausi furono abbondanti, e tutti vissero felici e contenti.

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Caccia alle Orfanelle

Orphans_of_the_Storm-241716294-largeSono a caccia.

Non un libro, questa volta – o almeno non in senso stretto, perché stiamo parlando di una sceneggiatura. Quella di Orphans of the Storm, film muto diretto da D.W. Griffith nel 1921, con entrambe le sorelle Gish. È una storiellona di affetto fraterno, ingiustizia, amore, fanatismo e crudeltà sullo sfondo della Rivoluzione Francese… Melodramma allo stato puro – se non fosse per una certa qual tendenza del regista alla predicazione. Ad ogni modo, il film è visivamente molto bello, e la vicendona è attraente, alla sua gonfia e purpurea maniera.

Ciò detto, dal mio punto di vista il fascino maggiore di questa storia sta nelle fonti.

Griffith, pescò prima di tutto un dramma francese celeberrimo – Les Deux Orphélines di Adolphe d’Ennery ed Eugène Cormon, e la sua Orphansaltrettanto celebre traduzione inglese, The Two Orphans. La storia è quella di due sorelle adottive, arrivate a parigi per cercare una cura alla cecità di una delle due. Dopodiché, nella migliore tradizione di queste cose, le due fanciulle restano separate – una preda di un marchese lussurioso&malvagio, l’altra sfruttata da una megera che la spedisce a mendicare… Ma vogliamo che due angeliche e bellissime fanciulle non trovino un cavaliere senza macchia e senza paura? Ci pensano da un lato un bell’aristocratico di sani principi e dall’altro un povero arrotino zoppo di buon cuore – e naturalmente alla fin fine si aggiusta tutto, con tanto di agnizione per cui le due sorelle proprio sorelle non sono, ma finiranno cugine acquisite. Din don dan.

Come vi dicevo, questa cosa piaceva enormemente. Innumeri spettatori, di qua e di là dall’Oceano, si erano commossi sulle lacrimevoli avventure di Henriette e Louise, e quando Griffith arrivò a interessarsene, il dramma era già stato trasformato in un romanzo, un’opera e non in uno, ma in sei film muti uno dietro l’altro.

No, davvero: sei film. Millenovecentosei e Sette, due volte nel Millenovecentodieci, e poi Millenovecentoundici e Millenovecentoquindici. Ve l’ho detto che la storia piaceva?*

OrphansofthestormEbbene, Griffith arrivava tardi, in apparenza… Ma, essendo Griffith, fece qualcosa a cui nessuno aveva pensato prima. Una volta acquisiti (faticosamente) i diritti del dramma, lo trascinò di qualche anno in avanti – dal 1784 al 1789 e dintorni – certo pensando che , arrivando a Parigi alla vigilia della Rivoluzione, Henriette e Louise potessero avere molte più occasioni per mettersi nei guai.

E in effetti, in questa versione Henriette si trova ad avere a che fare niente meno che con Danton (rivoluzionario buono) e Robespierre (rivoluzionario cattivo), e finisce processata in compagnia del suo aristocratico innamorato e finirebbero entrambi sulla ghigliottina, se non fosse per un salvataggio dell’ultimo minuto molto à la Griffith… Ma non tutto viene dalle Due Orfanelle. Ci sono di mezzo almeno altri quattro drammi, un romanzo (Le Due Città di Dickens) e, secondo me, un libretto d’opera – perché il Danton di Griffith, con il suo tentativo di salvataggio e la perorazione in tribunale, somiglia al Carlo Gérard dell’Andrea Chenier. Orphans_of_the_Storm_(1921)_-_L_Gish_&_Schildkraut

Insomma, ammettetelo: è una favolosa insalata di fonti – e vi dirò che è piuttosto divertente anche solo riconoscere la provenienza dei singoli incidenti o personaggi… Al momento sto cercando di raccogliere tutto quel che posso. Le Due Città non hanno bisogno di rilattura, e in fatto di drammi sono a buon punto, grazie al Project Gutenberg e a Internet Archive.

Quel che mi manca è il passaggio intermedio, l’anello di congiunzione tra la parola scritta e lo schermo: la sceneggiatura – ed è di questo che sono a caccia. Ancora non ho le idee ben chiare su quanto sarà difficile. Qualche ricerca preliminare non ha condotto a nulla. Farò ancora qualche tentativo, e poi inizierò a seccare i contatti Oltreoceano… Stiamo a vedere, ma ho qualche fiducia. E intanto, anyway, ho una caccia al tesoro in corso – ed è già bello di per sé.

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* E non pensate che fosse finita lì. Post Griffith, tra America, Francia, Spagna, Italia e Egitto, tra film e telefilm, le orfanelle titolari torneranno sullo schermo nel 1933, 1942, 1944, 1947, 1949, 1950, 1954, 1961, 1965, 1976 e 1971. Poi basta. Uno o due di questi in Italia vanno sotto il nome de Le Due Orfanelle – e non lo so per certo, ma credo che siano della varietà senza Rivoluzione. C’è anche una parodia – credo – con Totò.

 

musica · Poesia · teatro

Gus, il Gatto del Teatro

CatsPerché qui oggi siamo d’umor teatrale.

Che novità, eh?

Ma tant’è – e allora perché non Asparagus “Gus” the Theatre Cat da… be’, originariamente da Old Possum’s Book of Practical Cats, di T.S. Eliot, poi musicato da Andrew Lloyd Webber.

Qui a cantarlo sono Susan Tanner e nientemeno che Sir John Mills:

E non so che farci, adoro il vecchio gatto che si crogiola nelle sue glorie passate (Frorefrorfiddle, il Mostro della Brughiera…) e si lagna delle produzioni moderne (che sì, sì, non hanno niente che non va – ma vogliamo mettere?) e dei giovani gatti di teatro (che si credono in gamba perché sanno saltare dentro un cerchio)…

E poi ho un debole per i gatti soriani, e poi è da ieri mattina che ho in mente questa canzone e seguito a canticchiarla, e quindi ecco qui.

E buona domenica.

il Palcoscenico di Carta · teatro

E… Sipario

Untitled 4E così ieri pomeriggio abbiamo chiuso il nostro sipario immaginario (ooh… quasi una rima interna: da qualche parte, Noël Coward mi guarda e sorride) su Romeo e Giulietta.

Eravamo in tanti – comprese alcune facce nuove, nonostante piovesse a cani e gatti. E, come avevate già sentito dagli spiriti, è stato di notevole soddisfazione. Il che, mi rendo conto, detto così suona rimarchevolmente come se su SEdS ci dessimo alle sedute spiritiche  ma in realtà sapete che cosa intendo.

E adesso non ho intenzione di andare per le lunghe, perché qualcosa avete già letto, e per altri particolari ho dei progetti – ma una considerazione a caldo la vorrei proprio fare.

E la considerazione è questa: funziona.

No, davvero.

Funziona il fatto di riunirsi per leggere. Funziona disporsi in cerchio. Funziona mescolare esperti e neofiti. Funziona redistribuire le parti ogni volta. Fondamentalmente funziona il teatro, I think. Funziona la sorpresa di quanto sia diverso leggere sulla carta e leggere ad alta voce, in interazione con altri lettori.Valentine Melik

Funziona al punto che siamo già tutti decisi a riprendere in autunno – e credo di poter promettere ulteriori sorprese. Perché un conto è leggere un testo conosciuto, ma scoprire qualcosa di nuovo? Sarà interessante vedere se sarà diverso – e, se sì, come.

Già adesso siamo curiosi. Alla fine della lettura abbiamo invitato i partecipanti a scrivere le loro impressioni e comunicarcele via sito – insieme ad eventuali desiderata per le prossime letture… staremo a vedere, sotto entrambi gli aspetti.

LogosuBiancoIntanto Romeo e Giulietta – nell’ottima traduzione di Salvatore Quasimodo – è giunto a compimento, portato in vita da una piccola truppa di attori, neofiti, entusiasti, ragazzini, librai e spettatori che ci si sono divertiti, qualche volta sorpresi e – mi si dice – emozionati. Non sembra una brutta maniera di passare un’ora la settimana, vero?  Per cui magari, se siete in quel di Mantova, potreste considerare di unirvi a noi in autunno.

Vi farò sapere.

 

 

anglomaniac · LeggerMangiando · teatro

MangiarLeggendo: i Sandwich al Cetriolo di Algy Moncrieff

Expo, giusto?

Cose mangerecce in ogni dove… E allora, mi chiedo, perché noi no?

Dopo tutto nei romanzi e a teatro si mangia spesso e volentieri, giusto?

E allora che ve ne parrebbe se, a partire da oggi, ce ne andassimo settimanalmente in esplorazioni letterario-culinarie? Non faccio promesse sulla durata della faccenda: intanto cominciamo, poi si vedrà.

10123_2E cominciamo da Oscar Wilde, e dall’Importanza di Chiamarsi Ernesto, in cui si prende il tè due volte nel giro di tre atti, si sgranocchiano lingue di gatto, si beve limonata e ci si scambiano innumerevoli inviti a cena – con e senza musica. Principe di questa abbondanza culinaria è Algy Moncrieff, l’uomo che non sopporta chi non è serio in fatto di pasti. E infatti il primo tè lo si prende proprio a casa sua, accompagnato da pane e burro (nelle case migliori, I’ll have you know, la torta proprio non usa più) e sandwich al cetriolo fatti preparare espressamente per la terribile Zia Augusta. In realtà poi i sandwich Lady Bracknell non li vedrà nemmeno, avendoli Algy divorati prima dell’arrivo degli ospiti… E allora l’impassibile cameriere Lane interverrà lamentando la straordinaria mancanza di cetrioli al mercato.

Ora, se avete soggiornato per qualsiasi quantità di tempo nelle Isole Britanniche, odds are che i sandwich in questione li abbiate assaggiati. Altrimenti non inorridite, per favore: fatti come si deve sono assolutamente deliziosi, leggeri e molto freschi. Di ricette ne esistono molte, ma vediamo di andare sul semplice e sul tradizionale, volete?

Per dodici piccoli sandwich*:

– Sei fette di pane bianco da tramezzini (quello soffice e non gommoso, per capirci)
– Mezzo cetriolo sbucciato (o intero – dipende dalla dimensione)- Sale
– Pepe bianco
– Burro (non salato) a temperatura ambiente

Tagliate i cetrioli a fettine, metteteli in un colino, salateli e lasciateli dove sono per una decina di minuti. Intanto imburrate CucumberSandwichleggermente le vostre fette di pane. Recuperate i cetrioli, scolateli per bene, asciugateli delicatamente con la carta da cucina e poi disponeteli su metà del pane, sovrapponendo un poco le fettine. Cospargete di pepe bianco – senza esagerare, e coprite con il resto del pane imburrato. Infine tagliate ciascun sandwich in quattro – a triangolini, quadratini o rettangoli – facendo attenzione a non lasciar sfuggire le fettine di cetriolo.

Servite subito con il tè. Se dovete aspettare, coprite i sandwich con un tovagliolo leggermente umido.

Semplice, no? Esistono variazioni che richiedono il pane scuro invece di quello bianco, oppure fanno marinare le fette di cetriolo nell’aceto per un po’, oppure sostituiscono il formaggio spalmabile al burro, o ancora condiscono il cetriolo con una spruzzata di limone e foglie di menta… Gli Americani mettono (gasp!) la maionese invece del burro – ma non è colpa loro: è che sono nati sul lato sbagliato della Tinozza.

Sperimentate, sperimentate – ma fate attenzione al pepe. A suo tempo, per un debutto dell’Importanza, preparammo (preparai) davvero un piatto di questi arnesi per la prima scena. Essendo Lady Bracknell, non arrivai ad assaggiarne nemmeno l’ombra, ma il nostro Algernon, che doveva mangiarne a quattro palmenti, per poco non si strozzò con il pepe. D’altra parte, Jack/Ernest gli aveva appena chiuso una mano nel pianoforte, per cui… Debutto interessante – ma mi si disse che, pepe a parte, i  sandwich erano buoni.

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* Sto assumendo che abbiate qualche ospite per il tè.

 

teatro

E Luce Fu

MarivauxÈ stato più o meno un secolo fa – o forse non proprio, ma di sicuro in un altro secolo.

Ero una ragazzina di belle speranze con una passione per il teatro, solo che non capivo granché. Credevo di voler recitare… Anyway, una sera un’insegnante ci porta tutti a vedere un Marivaux. Il Gioco dell’Amore e del Caso, diretto da Massimo Castri.

Bellissimo.

Tutto: regia, interpretazioni, scene, costumi… e luci.

Dopo più di vent’anni, quel che ricordo con precisione è come le luci della prima scena, ricreino meravigliosamente una mattinata estiva su una terrazza di pietra. E il resto a seguire. Niente colori, niente effetti particolari. Un uso di toni di bianco e – presumo – giallo per mostrare l’avanzare del giorno. E luci di taglio… Ah, le luci di taglio.

Vorrei ricordare chi fosse l’autore del disegno luci. So che i tecnici erano gente del CTB, ma l’autore? All’epoca nemmeno avevo ben chiaro che ci fosse qualcuno a disegnare le luci. Come ho detto prima, non capivo granché. Ma davvero, vorrei tanto averci badato, perché quello è stato il mio imprinting in fatto di luci. Lighting-Grid-

Ho impiegato del tempo ad accorgermene. Lustri, really. C’è voluto che smaltissi l’infatuazione per la recitazione. Che scrivessi un romanzo il cui protagonista fa gavetta da tecnico delle luci. Che smettessi di occuparmi di teatro. Che riprendessi da autrice. Che iniziassi una specie di gavetta mista assortita – un po’ assistente di regia, un po’ stage-manager*, un po’ tappabuchi… Non mi ricordo bene come sia arrivata alle luci, ma a un certo punto mi sono ritrovata ad avere funzioni semi-ufficiali connesse con le luci in generale, il disegno luci e la doma della gente alla consolle.

lightsE fin da subito ho tentato di ricreare quel che ricordavo a forza di bianco e di giallo e di arancione – e fin da subito ho scoperto che la curva di autoapprendimento in materia è ripida, ripida, ripida. Si va per tentativi ed errori. Molti tentativi e molti errori. Lavorare con una compagnia che non ha un teatro proprio e si sposta spesso aggiunge tutta una serie di affascinanti problemi. Di fatto, nella maggior parte dei casi vi ritrovate a lavorare con un gente di un service che non ha un briciolo di familiarità con il testo e tanta esperienza di teatro quanta se ne può mettere in equilibrio sulla lama di un coltello. Avreste bisogno di essere guidati – e invece dovete cercare la strada a tentoni e trascinarvi dietro un tecnico o due. lights3

Aggiungete il fatto che per la prova tecnica non c’è mai – ma mai tempo. O meglio, magari il tempo ci sarebbe, ma viene sempre fagocitato da attori e registi in cerca della perfezione ultima. E voi potete strillare, supplicare, piangere, minacciare quanto volete: ci si riduce sempre a fare i puntamenti al galoppo nell’ultimo quarto d’ora disponibile, con gli organizzatori che vi fiatano sul collo perché è troppo tardi, bisogna iniziare, iniziare, iniziare, e avete avuto tutto un pomeriggio per questa roba…

Questa roba.

Poi leggete cose come Backstage di Judith Cook, e spargete lacrime di consolazione nello scoprire che i problemi sono esattamente gli stessi alla Royal Shakespeare Company – solo su scala sesquipedalmente più vasta… Ma in realtà, mentre cercate di improvvisare una variazione e spiegare quel che va fatto durante i frettolosissimi puntamenti, i guai della RSC sono l’ultimo dei vostri pensieri.

lights4Aggiungete poi l’infelicità di ritrovarvi con un impianto luci in cui non si può fare assolutamente nulla perché il suo funzionamento si riassume in acceso/spento. Oppure un impianto luci che consiste di coppie di faretti fissi nelle delicate sfumature puffo, anas, sangue di bue, sciroppo-di-menta e itterizia e ah-ma-i-cursori-mica-funzionano. Oppure un impianto che consente di variare tra diciotto colori fissi pensati per i concerti rock e un gazillione di sfumature intermedie, ma non c’è tempo per cercare e fissare quelle giuste, e in fondo il-giallo-è-giallo…

Avete presente tentare di riprodurre un acquerello con un pacchetto di evidenziatori?

Ecco.

E voi magari avete letto in proposito, e avete affrontato il corso online di lighting-design del MIT, e pianto un pochino di fronte a diagrammi pensati per il Metropolitan. E nondimento sognate di poter lavorare per una volta – una volta – con due americane di tagli e piazzati… lightboard

E poi un po’ per volta cominciate a capire con quale service preferite lavorare, e i tecnici si abituano a voi e alle vostre eccentriche richieste, e acquisite quel tanto di prepotenza che serve per ritagliare mezza prova tecnica ogni tanto, e fate ancora un sacco di errori e di tentativi, e ogni volta imparate qualcosa di nuovo, e rischiate alternativamente l’omicidio e il linciaggio, e studiate, e ogni tanto capita che vi piazzino a una consolle da soli, e qualche volta va bene e qualche volta no – ma non importa.

O meglio, importa eccome, ma non vi ferma affatto, e voi… voi continuate imperterriti a sperimentare con i tagli (ah, i tagli!), a chiedere del bianco caldo, del giallo giusto e dell’arancione, e adorate quando si recita all’aperto e si può avere un pochino di fuoco in scena, e strologate su Pinterest, e vi cercate un nonnulla di apprendistato…

lights2Perché in fondo la vostra è una quête – alla ricerca della luce del sole.

 

 

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* Nulla di amministrativo. Lo stage manager (o direttore di palcoscenico) se ne sta dietro le quinte, risolve problemi e tiene insieme le cose con il nastro isolante e le spille da balia.

teatro

Spiriti di Carta

DSCN1107È sera. Nello studio semibuio, lo Spirito del Bardo aleggia attorno al teatrino faticosamente costruito dalla Clarina con le sue mani. Lo Spirito di Kit se ne sta in poltrona e fuma la pipa, guardando pigramente le volute di fumo azzurrastro che s’innalzano verso il soffitto. La Clarina è al computer, ancora intenta a compiacersi di quanto sia andato bene il debutto del PdC. Poi si gira, appoggia i gomiti sullo schienale della sedia e guarda lo Spirito del Bardo che aleggia.

La Clarina: “Dillo.”

Lo Spirito del Bardo: “Eh?”

C. “Avanti, dillo.”

SdB “Che cosa, di grazia?”

C. “Dì che sei compiaciuto.”

SdB “Sì, è un grazioso teatrino–”

C. “Fiddlesticks! Quello che intendo…”DSCN1111

Lo Spirito di Kit “Oh, non fare finta di non volere complimenti per il teatrucolo, per favore. Hai impiegato una vita a farlo perché hai la manualità di un paguro, e hai anche rovesciato mezzo barattolo di colla.”

C. “Ssssì. Tuttavia, quello che intendo è, O Spirito del Bardo, ammettilo: sei compiaciuto del Palcoscenico di Carta?”

SdB “Non sono insoddisfatto.”

SdK (snorts) !

C. “E direi, perbacco! Hai visto quanta gente c’era? E che entusiasmo?”

SdB “In effetti…”

C. “E che varietà di età? E di esperienze? Dagli attori semiprofessionisti all’implumino novenne al suo primo Shakespeare.”

SdB “Devo ammettere…”

DSCN1105C. “Implumino che si è portato a casa il copione per leggerlo al papà, questa sera.”

SdB “Vero, vero…”

C. “E attori deliziati dalla prospettiva di sperimentare personaggi mai provati prima.”

SdB “Lo so, lo so…”

C. “E il ritmo? Che mi dici del ritmo? Harry Newman lo aveva detto – ed è proprio vero: appena abbiamo cominciato a leggere, la faccenda ha assunto una vita propria. Ritmo! Efficacia! Vita!”

SdB “Non dico di no…”

C. “E vorrei vedere! Quindi sei compiaciuto?”

SdK “Dille che sei compiaciuto, Will, o non ne usciamo più.”

C. (facendo occhi da cocker) “Ma non lo sei, in realtà?”DSCN1113

SdB “Lo sono. Lo sono. Lo sono sul serio: insomma, quattrocento anni, e voi che vi riunite a leggermi… Sono compiaciuto.”

C. “Bene, perché non è come se avessimo finito. Tutti a fare progetti, oggi. Sulle prossime due settimane, e poi su settembre, e su che altro faremo, e su cosa aggiungeremo…”

SdK (Finge di tossire) “Edoardo II…” (Altro finto colpo di tosse.)

C. “Tu fa’ silenzio!”

SdK “E perché? Non è vero che avete parlato del mio Edoardo II per l’autunno?”

C. “Sì, ma…”

SdK “E non è vero che hai trovato modo di citarmi anche oggi nell’introduzione – benché c’entrassi come i cavoli a merenda?”

C. “Be’, in realtà…”

SdK “Ed è vero o no che era bello cominciare con il Bardo, – ma tu sei partita con lo scopo preciso di arrivare a leggere qualcosa di mio?”

DSCN1116C. “Sei una bestiaccia!”  (allo Spirito del Bardo) “Non dargli retta. È che… È solo…”

SdK (sottovoce, allo Spirito del Bardo) “Per Natale le hanno regalato una maglietta con la scritta My Heart belongs to Marlowe…”

C. “Niente affatto! Dice solo Marlowe, it’s an Elizabethan thing.”

SdB “Allora c’è davvero una maglietta?”

C. “Er…

SdK “Sei ancora così compiaciuto?”

C. “Non provarci nemmeno! Sono anni che porto al collo una Vita di Shakespeare in miniatura – e quindi semmai siamo pari. E abbiamo cominciato con Romeo e Giulietta, sì o no? E a settembre o giù di lì leggeremo Edoardo. E il PdC è o non è una meraviglia?”

Sdb “Be’, sì…”

C. “Kit?”

SdK (s’inchina alla spagnuola) “Non mi azzarderei a dir di no.”

C. “Bene. E il teatrino, lasciatemelo dire, non è brutto nemmeno per metà.”

SdK “Hear-hear…”

Soddisfatta, la Clarina se ne torna al computer, e gli spiriti riprendono ad aleggiare e fumare a loro gusto. Non sono gente incline a dichiararsi compiaciuta – ma lo sono entrambi, perché il PdC è cosa bella, ed è qui per restare.

 

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Turandot – Guida Men Che Seria

Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-19-630x358 Avete visto la prima della Turandot alla Scala, venerdì sera?

Bella edizione. Cast tra il discreto e l’ottimo – con menzione speciale per la Liù di Maria Agresta e il Ping di Angelo Veccia – magnifica direzione di Riccardo Chailly, bellissimo il finale di Berio, e visuals inconsueti ed efficaci. Confesso che, se l’avessi solo sentita descrivere, forse sarei un pochino inorridita dalle scelte registiche di Lenhoff – e invece no. Questa Cina stilizzata e immaginaria, tutta bianca, rossa e nera con l’occasionale pennellata d’oro, disseminata di elegantissimi dettagli, poteva risultare un nonnulla inquietante, ma funzionava molto bene.

Ma, come ognun sa, qui dalle parti SEdS siamo più che un pochino ossessionati dalle storie, e non siamo nemmeno capaci di goderci un’opera senza rimuginare tutto il tempo sulla tenuta narrativa del libretto… E non c’è nulla da fare: tra i grandi libretti pucciniani, questo è il più… mah. Turandot_Suite_Score_Cover

E badate che la fonte da cui si partiva, la fiaba-con-commedia-dell’arte di Gozzi, era un po’ convoluta, ma tutto sommato innocua. Obiettivamente, nonostante una certa quantità di decapitazioni e di torture, avrebbe funzionato meglio per un’opera buffa. Adami e Simoni presero la storia, aggiunsero amori incrociati, morte a carrettate, instabilità mentale  di qua e di là e un’abbondante dose di insufficienza cranica tenorile, facendo della fiaba una faccenda di travolgente passione tra una psicopatica omicida e un ossessivo manipolatore di supremo egoismo. Ah – e nel mezzo malcapita una povera ragazza con un complesso del martirio ai limiti del masochismo…

A ben pensarci, le potenzialità per una rivisitazione horror di questa storia sono maiuscole – ma passiamoci sopra.

Turandot2Voglio dire – partiamo dalla protagonista eponima. Turandot, principessa imperiale della China, non solo non vuole sposarsi, ma si diverte a mandare a morte un pretendente di sangue reale dopo l’altro perché ce l’ha con gli uomini. E sapete perché ce l’ha con gli uomini? Perché sente l’impellenza di vendicare su tutta la specie la triste fine di un’ava stuprata e uccisa la bellezza di un paio di millenni addietro.

Oddio, data l’insistenza del libretto sulle iperboli orientali in fatto di tempo, magari saranno anche solo un paio di secoli – but still, diciamo che il trauma non è dei più diretti. Nondimeno i pretendenti, ammaliati a distanza dalla bellezza di Turandot, seguitano a fioccare, a fallire e a rimetterci la testa uno dopo l’altro, per lo sconforto episodico dei sudditi, quello un filo cinico dei ministri e quello sincero dell’Imperatore. Ecco, questo Imperatore, che continua a ripetere di disapprovare nel profondo la carneficina e non poterci fare nulla per via di un Orrendo Giuramento…

Giuramento di che? A chi? Non lo sappiamo né lo sapremo mai – ma è ragionevole immaginare che Turandot la forte volontà l’abbia ereditata dalla madre. Calaf

Con queste premesse, se foste un principe tartaro in esilio, e capitaste a Pekino (dove infinite ciabatte stridono, sappiatelo), non cerchereste di tenere un basso profilo? Se mi dite di sì, è chiaro che non sarete mai eroi d’opera. Il nostro tenore Calaf – che, guarda caso, è proprio un principe tartaro in esilio, arriva giusto in tempo per veder decapitare l’ultimo mancato sposo, il bel principe di Persia, e maledire tra sé la crudele principessa che, sorda alle suppliche del popolo, manda a morte i suoi innamorati.

Poi, per la Terza Legge dell’Opera, in questa affollatissima piazza chi deve ritrovare il nostro eroe, se non il vecchio babbo detronizzato, sconfitto, esiliato e cieco? Il povero Timur, ridotto a mendicante, avrebbe già fatto una pessima fine se non fosse stato per le premure della giovane schiava Liù, che si è accollata da sé il compito di proteggere, guidare e sfamare il suo vecchio padrone – un po’ per buon cuore, e un po’ perché è innamorata di Calaf… È una vita dura, povera ragazza – ma adesso hanno ritrovato il principe, e le pene sue e di Timur sono finite, giusto?

Giusto?

Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-19-630x358Ennò, nemmeno per idea, perché proprio in quel mentre, Turandot ha la brillante idea di mostrarsi al verone. Colpo di fulmine. Calaf, dopo averla intravista da lontano per qualcosa come dieci secondi, decide che la vita non ha più senso senza la bella pluriomicida. L’ha appena maledetta per i suoi metodi? Fa nulla. Ha un Vecchio Babbo Cieco a cui provvedere? Dettagli. Liù si è sfiancata per questo e non ce la fa più? Ah ecco, giusto: Liù, piccina, ho troppo sofferto nell’ultimo minuto e mezzo e tu, se mi ami devi occuparti ancora del mio VBC a tempo indefinito, mentre io vado a rischiare (e probabilmente perdere) la vita per amore di un’assassina.

Dopodiché Calaf procederà per la sua strada con l’ottusa ineluttabilità di una carica di gnu, sordo a ogni dovere, misericordia e buon senso. I tre ministri gli faranno discorsi molto sensati, l’Imperatore lo supplicherà di non gettare via la sua vita, Turandot stessa non sarà mai men che odiosa e sleale nei suo confronti? E lui avanti.E gli enigmi li risolve anche, ma la gelida matta – che proprio non sa perdere – gli chiede un controenigma non protocollare, e lui glielo concede (insieme alla possibilità di decapitarlo) prima di subito. A questo punto Turandot perde definitivamente la testa: per scoprire la risposta che le serve minaccia di morte tutta Pekino, cattura Timur, fa torturare Liù che si uccide pur di non parlare… E credete che tutto ciò squota più di tanto il nostro amoroso forsennato? No, perché, you see, lui vuole Turandot. Turandot_2010_-ph-Hans-van-den-Bogaard-14-200x200

Io tendo a sorridere dei tenori  verdiani – ma ammettiamolo: Calaf è un deficiente in musica magnifica.

Sì, perché poi la musica è davvero meravigliosa, e il libretto dimostra di essere capace di humour incantevole e cattivello quando si concentra sui tre ministri Ping, Pong e Pang…

But still. E lo so che non si va all’opera per la logica narrativa, ma giochiamo per un attimo a Dopo Il Sipario. Lanterne rosse, incensi, offerte, giubilo, matrimonio imperiale, sollievo di tutti… E poi? Immaginiamoci che genere di prole possono produrre Turandot e Calaf, combinando i rispettivi senso di responsabilità, stabilità mentali e capacità di empatia…

Non so voi, ma io questa China immaginaria, la vedo proprio male.

teatro

E Adesso Si Legge!

PdC1  L’ho annunciato altre volte, lo so – ma questa volta si parte per davvero.

Germogliato dal progetto The Paper Stage, dell’Università del Kent, e realizzato in collaborazione con l’Accademia Teatrale Campogalliani, Il Palcoscenico di Carta , ha trovato casa e comincia la sua avventura.

Il luogo è la bellissima Libreria Galleria Einaudi, al n° 19 di Corso Vittorio Emanuele II – meglio noto ai Mantovani come Corso Pradella – e le prime tre date sono quelle del 7, 14 e 21 di maggio, dalle 18 alle 19.

Con il tempo esploreremo titoli meno noti, testi che hanno poche speranze di arrivare su un palcoscenico di legno e mattoni – ma si sa che ogni viaggio di scoperta parte da un porto conosciuto. Il nostro porto d’imbarco si chiama Romeo e Giulietta, forse la più nota opera shakespeariana, la più celebre, più citata, più rielaborata storia d’amore di tutta la letteratura.

E sì, lo so: la conoscete già – ma questa volta è diverso.R&J

Questa volta potete esplorarla… da dentro. Potete unirvi a noi nella lettura, entrare nella Verona immaginaria e pericolosa di Shakespeare, schierarvi con i Montecchi o i Capuleti, mescolarvi tra le voci di questa storia, immergervi nell’incanto del teatro. Oppure potete venire ad ascoltare per riscoprire la bellezza della lingua di Shakespeare, per vedere come diamine funziona questo Palcoscenico di Carta – o entrambe le cose…

Nell’uno e nell’altro caso, siete più che i benvenuti.

Come si partecipa?

Se volte ascoltare, non dovete fare altro che unirvi a noi. Se volete leggere, invece, visitate il sito del PdC, compilate il form che troverete arrivando, e fateci sapere che siete interessati. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Non sono necessarie prove, e non si richiede nessuna esperienza precedente.

Questo è un gioco, un’avventura, una scoperta.

Unitevi a noi. Vi aspettiamo.

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Isola del Tesoro Pop-Up

TreasureIsland2Toy Theatres, Stevenson e libri pop-up… che si può volere di più?

Ted Hawkins (notate il cognome, per favore…) favoloso esperto, costruttore e utilizzatore di teatrini, ha messo insieme e in scena questa incantevole versione di Treasure Island, che sfrutta meccanismi e aspetti visivi dei libri pop-up per raccontare la vecchia e affascinante storia di Jim Hawkins (ha!) , la storia di “bucanieri e oro nascosto” che, stando alla tradizione, Stevenson avrebbe scritto in due settimane di vacanze piovose.

E se si considera la giovanile passione di Stevenson per i teatrini (anche se non per le rappresentazioni), il gioco diventa assolutamente perfetto.

Ora, il video intero è troppo lungo e pesante per essere postato, per cui vi spedisco a vederlo qui. È in Inglese, naturalmente – ma dategli comunque un’occhiatina, anche solo a vedersi, è un’assoluta delizia.

E buona domenica.