libri, libri e libri · Utter Serendipity

Piovono Libri

books-illustrationLa triste verità è che non leggo più come un tempo…

In realtà credo che il tempo che dedico alla lettura tout court non sia necessariamente diminuito, perché leggo un sacco per lavoro, per studio e per documentazione, e la lettura è lettura – ma ci sono stati tempi, anni, decenni in cui divoravo felicemente romanzo dopo saggio dopo romanzo…

Ricordo che da implume, quando mi si chiedeva dei miei hobbies, non mi passava nemmeno per il capino di citare la lettura, perché la lettura non era uno hobby – era… oh, non so: una forma di respirazione?

Ah, bei tempi. Adesso sono ridotta al triste punto in cui due-tre giorni, o al massimo una settimana di letturaletturalettura costituiscono la mia più felice, desiderabile e dorata idea di vacanza, da concedermi un paio di volte l’anno nella migliore delle ipotesi.

raining booksIeri sera, tuttavia, ho avuto una specie di pioggia di perseidi libresche.

È capitato che partissi presto per la città, nell’intento di pasare, prima delle prove, in biblioteca a ritirare un prestito bibliotecario appena arrivato: John Donne – Life, Mind and Art, dell’elisabettianamente nomato John Carey. E mentre me ne venivo via col mio bottino (un grazioso librino, proveniente dalla Sala Borsa di Bologna – e prima, a giudicare dai timbri, dal British Council), mi si chiama da casa per comunicare che un corriere ha appena consegnato un pacchetto di Amazon.  Ed è The Master, di Colm Toìbin – un romanzo che ha per protagonista Henry James, con particolare enfasi, I think, sul suo fiasco teatrale.

Bizzarra coincidenza, penso tra me – e tanto più perché so che c’è un pacchetto della Historical Novel Review ad aspettarmi in Teatrino.

Ora, forse vi ho già detto e forse no che, dalle mie rurali parti, la consegna della posta è così inaffidabile, lenta ed erratica che, dopo un paio di disguidi che hanno rischiato di costarmi il lavoro, ho cominciato a farmi spedire i pacchi della HNR presso amici che abitano in città. Ebbene, sabato E. mi aveva telefonato per comunicarmi che era arrivato “un libricino” per me, e che me lo avrebbe lasciato in Teatrino… C0sì, appena giunta, ho cercato nel cassetto in biglietteria, e ho scoperto che il “libricino” era in realtà un pacco enorme, contenenti due grossi hardback per un totale di ottocentosettanta pagine. a58537d99af4544c9d73962306ea2f58

“Laggiù sull’Isoletta temevano che ti annoiassi?” ha sghignazzato M., guardandomi aprire il malloppo ed estrarre i tomi. “Leggi, leggi!”

E quello è stato l’istante in cui mi sono resa felicemente conto di quanta lettura ho davanti nel prossimo paio di settimane – grazie alle scadenze della HNR, ai tempi di restituzione dei prestiti interbibliotecari e a cose del genere.  In realtà per Toìbin non ci sarebbe nessuna fretta – ma date le circostanze, perché non infilarlo tra le Perseidi ed estendere la maratonetta di lettura?

Una biografia, un giallo storico, un romanzo biografico, un fantasy storico… E ci sono di mezzo un saggio e un festival teatrale: suona perfettamente felice, vero?

romanzo storico · Storia&storie

Storia e Storie

387px-Rudyard_Kipling

Se la storia s’insegnasse sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe mai.

Questo lo diceva Kipling, e voi sapete che a Kipling io tendo a dare retta. L’idea mi piace molto, e vorrei che fosse così – in un certo senso lo è. Ma fino a che punto?

Vediamo un po’.

Secoli fa – troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione – sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com’è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d’Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film… non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?

La risposta era “Non necessariamente”, e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l’idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l’interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un’interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta…), dall’esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c’è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.

Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.

Detto ciò, qual è l’impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciAvete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli – e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c’è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. “E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano…” racconta Sara. “Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita.” E, ci dice la signora Burnett, persino l’ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un’impressione più vivida della storia, dall’altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni – un’età che non molte bambine di dodici anni considerano giovanile… Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Ms. Burnett o l’autore del libro che si suppone Sara abbia letto? Ma non è del tutto rilevante, e comunque l’episodio rimane significativo.

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciMi è tornato in mente di recente, quando M. mi ha fatto notare che l’Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. “Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero…” E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell’uno o dell’altro personaggio, sui Romani descritti dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie… e non c’è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.***

Per cui è saggio concludere che la Storia non s’impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi.

E però questo non significa affatto che Kipling abbia torto, sapete? Perché dopo che avete studiato, c’è qualcosa d’altro che potete cercare.

Nel suo The Time Traveller’s Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell’interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all’epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all’Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl’Inglesi che per mesi avevano temuto l’invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d’isolamento dell’Isoletta governata da un monarca femmina e di (forse) dubbia legittimità… 

Vero, vero, vero. Armada

Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell’Inghilterra all’accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l’impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano…

E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l’età della principessa di Lamballe può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l’impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po’, siamo tutti Sara Crewe – e, guarda un po’, dopo tutto Kipling aveva ragione.

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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn – need I say more?

** E questo mi fa venire in mente l’irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all’ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell’orribile carretta… “A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento,” replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l’idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie…

*** Yes well, potrei considerare l’ipotesi di offendermi un nonnulla perché M. sembra disposto a dare retta a qualsiasi altro romanziere prima che a me, ma fingiamo di nulla…

 

grilloleggente

Leggereleggereleggere

Speed-reading-vs-slow-readingIn linea generale, con la HNR siamo organizzatissimi – soprattutto adesso che ho trovato il modo di aggirare parzialmente i danni delle Poste&Telegrafi – e recensire tre titoli per numero è cosa che funziona liscia e comoda.

Questa volta, però… Non so, questa volta io ho sbagliato qualche calcolo, l’editor-in-chief ha spedito le mie copie con più flemma del consueto, le P&T ci hanno messo del loro e, fra tutti quanti, siamo riusciti a combinare un pochino di pasticcio.

Il risultato è che mi sono ritrovata a dover leggere e recensire due tomi di rispettabili dimensioni – circa settecentocinquanta pagine in totale – nel giro di… be’, all’atto pratico, tre giorni utili.

E siccome recensire sulla base di una lettura a campione non mi piace, è andata a finire che le ho lette proprio tutte e settecentocinquante, le pagine – in tre giorni.

Tuttavia, se avete anche solo la minima intenzione di pensare “povera ragazza!” o cose del genere, fermatevi pure. Perché non dico che non sia stata una galoppata, e non dico di non essere arrivata all’ultimissimo momento utile – ma il fatto è che mi sono divertita un mondo.

Si capisce, il fatto che fossero due romanzi storici ha aiutato. Il fatto che almeno uno dei due mi sia piaciuto un sacco* ha aiutato ancora di più – ma a parte tutto, da quanto tempo non mi capitava di leggereleggereleggere per una giornata intera e poi leggereleggereleggere anche tutt0 l’indomani?

No, d’accordo – è il genere di cose che faccio per Natale – o meglio, subito dopo Natale: mi prendo qualche giorno di vacanza, m’insedio davanti al camino acceso con un gatto sulle ginocchia e leggoleggoleggo per giornate intere, interrompendomi soltanto per aggiungere legna sul fuoco o farmi un’altra tazza di tè. O per cambiare libro quando ne finisco uno.**Readreadread

Però quella è vacanza, un’occorrenza equinoziale, ed è anche il tipo di (in)attività da cui la famiglia sente l’urgenza di strapparmi a intervalli regolari. Invece, se devo farlo per la rivista… be’, allora non mi si può strappare alla lettura a nessun tipo d’intervallo, e persino la famiglia deve rassegnarsi a lasciarmi leggereleggereleggere.

E dunque ho avuto tre giorni di letturaletturalettura pressoché ininterrotta, e alla fine ho scritto le mie tre recensioni*** e le ho spedite a mezzo sospiro dal termine, ed è stato bellissimo. È stato quasi un ritorno alle campagne di lettura dell’infanzia, quei pomeriggi estivi alla fine dei quali si emergeva dal libro col respiro corto e un vago senso di disorientamento – per non parlare della nostalgia immediata per il libro appena finito. No, dico sul serio, e posso provarlo: stamattina al risveglio, il primo pensiero è stato “Oh, oggi non devo leggere.” Be’, posso leggere, se voglio e soprattutto se ne trovo il tempo, ma non posso più farlo sotto l’egida della HNR. E il secondo pensiero è stato che sentivo vagamente la mancanza di Pearce, della sua nave e della Flotta del Mediterraneo…

E sì, per il futuro cercherò di evitare di ridurmi in tempi così stretti, calcolerò meglio i miei margini e sarò sensata e ragionevole. E tuttavia, se dovesse proprio succedere, se qualche glitch logistico mi costringesse di nuovo a leggereleggereleggere per tre giorni… non diciamolo alla famiglia, e nemmeno all’editor-in-chief – ma potrei quasi considerarlo un regalo di Natale fuori stagione.

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* David Donachie, con le avventure naval-tardosettecentesche del Tenente Pearce. L’altro… be’, diciamo che ne parleremo.

** A mia madre, persona preternaturalmente attiva, fa impressione il modo in cui posso starmene seduta immobile per ore senza muovere altro che le dita necessarie a girare pagina. “Dò per scontato che tu stia ancora respirando, ma a volte è un atto di fede…”

*** Sì, tre – ma un libro l’avevo già letto in precedenza. Arrivano a ondate.

 

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grillopensante · romanzo storico

Che Cosa Non È Un Romanzo Storico?

hnrmay09cover.jpgC’era una volta, un paio di anni fa, una lettrice (ed ex collaboratrice, se ho ben capito) di Historical Novels Review, che scrisse alla rivista una lettera furibonda, sollevando la questione di che cosa fosse di preciso un romanzo storico – e di che cosa invece non lo fosse affatto. Il romanzo storico è un genere ben definito, sosteneva la signora in questione, al quale non appartengono romanzi rosa in costume, fantasy a sfondo storico, viaggi nel tempo, ucronie e via dicendo.

HNR, rivista angloamericana specializzata, seguiva e segue una politica molto aperta in materia, e rispose alla lettrice sostenendo che negli ultimi anni la definizione del genere si era allargata a comprendere un certo numero di sottogeneri, la cui natura varia selvaggiamente. Fenomeno difficile da ignorare – ma soprattutto, si chiedeva il redattore nella risposta, era saggio e lungimirante volerlo ignorare?

Non è un caso che la discussione sia nata in ambito anglosassone, nel contesto di un mercato editoriale molto più segmentato del nostro, ma l’argomento è interessante. Al di là della politica editoriale di HNR, è assolutamente vero che il romanzo storico, come genere, si è ramificato in modo notevole, negli ultimi otto o dieci anni.

È lontana l’arcadia candida e un po’ strettina in cui Sir Walter Scott, Dumas e Manzoni, con i loro seguaci, imitatori ed epigoni, esaurivano più o meno il panorama. C’era l’ambientazione in secoli passati, c’era una guerra/battaglia/pestilenza/cospirazione/sollevazione armata, c’era una maggiore o minore libertà rispetto alle fonti, c’era un malvagio destinato alla sconfitta, c’era una giovane coppia destinata all’altare, et voilà: romanzo storico.

Per molto tempo, l’unica distinzione era stata quella tra romanzi storici e romanzi storici per fanciulli – alle volte con risultati bizzarri: sapete tutti che questo è a pet peeve of mine, ma davvero: chi può voler considerare Il Signore di Ballantrae di Stevenson un romanzo per fanciulli?).

Arcadia, come dicevo: adesso si può contare facilmente una decina di sottogeneri.

1. Romanzo rosa storico. Oppure romanzo storico rosa, a scelta. E sì, lo so: tutti pensiamo subito a qualche Harmony in cui personaggi dalla mentalità e dal comportamento contemporanei indossano costumi di un’epoca a scelta, e questo è quanto. Ad ovest della Manica, in realtà, si trovano commercializzati come historical romance dei romanzi di caratura molto superiore (per qualità di scrittura e accuratezza di ambientazione), che da noi sfuggirebbero alla classificazione “rosa”, ma in cui l’elemento sentimentale ha un’importanza prevalente.

2. Fantasy storico. Probabilmente, il caso più famoso è il bellissimo Jonathan Strange & il Signor Norrel, di Susanna Clarke, che ipotizza l’impiego della magia a fini militari nel corso delle guerre napoleoniche. Personalmente, trovo irresistibile l’idea dei maghi dell’esercito inglese impegnati a spostare colline, strade, fiumi e villaggi della Spagna per confondere le idee ai Francesi! Ad ogni modo, si tratta di trame che associano elementi fantastici agli avvenimenti storici, oppure creano mondi immaginari basati su un periodo storico. Se vogliamo, il Calvino de Il Cavaliere Inesistente ricade in questo genere. All’interno del quale, in teoria, bisognerebbe distinguere…

3. Horror storico, il cui punto di forza sono gli onnipresenti vampiri, calati in un’epoca a scelta*. Pensate a Intervista con il Vampiro di Anne Rice – ma non dimenticherei nemmeno licantropi, zombie e streghe. 

4. Giallo storico. Questo non ha quasi bisogno di spiegazione: delitti e indagini in qualche epoca passata. Citiamo Il Nome della Rosa di Umberto Eco, e anche le indagini di Fratello Cadfael di Ellis Peters. Persino Agatha Christie si lasciò tentare, già nel 1945, ambientando C’era una volta (Death comes as the end) nell’antico Egitto. Una variante particolarmente fortunata di questo genere vede personaggi storici all’opera come detectives – e per un esempio italiano citerò La Sposa di Annibale, di Guglielmo Colombero – ma la produzione in questo campo è molto varia – dal fratello di Shakespeare a Jane Austen, da Abigail Adams al Dr. Johnson…

5. Romanzo storico militare. Anche questo è piuttosto autoevidente: protagonisti militari e abbondanza di guerre e battaglie. Bernard Cornwell e Valerio Massimo Manfredi rientrano in questo genere. Un sottogenere è costituito dalla cosiddetta Naval Fiction. Ne abbiamo parlato di recente.

6. Multiperiod. Romanzo che alterna vicende accadute in secoli diversi, e più o meno correlate tra di loro. Mi viene in mente il (mediocre) The Intelligencer, di Leslie Silbert, i cui capitoli si dividono tra la Londra elisabettiana di Christopher Marlowe e la Washington contemporanea, con lo stesso mistero al centro. Se posso essere spudorata, il mio Lo Specchio Convesso insegue l’elusivo Ammirabile Critonio tra la Mantova cinquecentesca, la Scozia del XVII Secolo e la Londra di Dickens. Diverso da…

7. Saga familiare, che segue diverse generazioni della stessa famiglia attraverso il corso degli anni (o dei secoli). Rilevante ai nostri fini quando gli anni in questione appartengono a qualche passato, come i cicli dei Courteney e dei Ballantynes di Wilbur Smith e, più vicino a noi, La Spilla di Janesich, di Antonio Della Rocca.  

8. Viaggio nel tempo. Il nostro eroe, per un motivo qualsiasi, volutamente o per caso, si ritrova in un’epoca diversa dalla sua. I risultati possono variare dalle buffe complicazioni (il capostipite è forse Un Americano alla Corte di Re Artù, di Mark Twain), ai cavoli amari, come in Timeline, di Michael Chricton.

9. Romanzo storico per ragazzi. Citiamo R.L. Stevenson con Il Ragazzo Rapito e Lino Piccolboni con I Cannoni di Venezia, autore e titolo che, per una volta ci consentono di sorvolare sul modo in cui, negli autori italiani di questo sottogenere, l’ansia per il politically correct nuoce al rigore storico.  

10. Ucronia. Ovvero, ipotesi di storia alternativa. Il re del genere è Harry Turtledove, il cui romanzo ucronico più conosciuta in Italia forse è Per il Trono d’Inghilterra, ma c’è, per esempio, Roberto Farneti, con la saga di Occidente.

Il mercato americano distingue ancora almeno due sottogeneri: il western storico (devo spiegarlo davvero?) e il romanzo storico cristiano (a forte contenuto spirituale), che in Italia praticamente non esistono. E si possono aggiungere ancora le “psedudostorie”, come L’Isola del Giorno Dopo di Eco, o Il Viaggio dell’Elefante di Saramago, che narrano avvenimenti storici filtrati attraverso una voce autoriale moderna o a-storica.

Se non bastasse, esistono poi romanzi che mescolano vari sottogeneri. Il Teschio di Cristallo di Manda Scott (sì, quello…) è un multiperiod con forti elementi fantasy e una trama pseudogialla. Personalmente non mi azzarderei a definirlo un romanzo storico, ma è pur vero che per metà si svolge nel Cinquecento, e quindi, per dire, rientra nei criteri di HNR, che peraltro lo ha recensito, seppur senza eccessivo entusiasmo.

Insomma, il romanzo storico, come tutti i generi letterari, è in continua evoluzione, in una dialettica continua tra sperimentazione e mercato. E, tornando alla domanda iniziale, che bisogna fare di questa fioritura fuori dalle aiuole?

Ecco, a me sembra che la fioritura sia qui per restare, e che volerla ignorare sia un genere di esercizio singolarmente futile – oltre che miope. A che serve rinchiudere un genere letterario in un quadratino? A mio timido avviso il discrimine è altrove, tra il tentativo di ritrarre in modo onesto e plausibile i modi, gli usi e la mentalità di un’epoca e le collezioni di anacronismi psicologici in crinolina – ma anche questa è una valutazione d’altro tipo, che non può funzionare come criterio pratico per la delimitazione del genere…

E allora trovo ragionevole la definizione di HNR:

Per essere considerato storico ai nostri fini, un romanzo deve essere stato scritto almeno 50 anni dopo gli eventi narrati, o da qualcuno che non era vivo all’epoca in cui gli eventi si sono svolti, e quindi le conosce soltanto attraverso la ricerca.

E la distanza di cinquant’anni può essere arbitraria, ma in fondo è tutto quel che serve: al di là di quel limite c’è spazio per tutte le evoluzioni, gli esperimenti, le ibridazioni e le ipotesi che possono mantenere vivo il genere. 

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*Non credo che sia stato tradotto in Italiano, ma esiste un ciclo di romanzi che ritraggono il Barone Rosso e i suoi piloti come una squadriglia di supervampiri… giuro!

 

 

libri, libri e libri

Di Libri E Libroni

SchuitenBook.jpgCome ve la cavate con quei libroni da molte, molte centinaia di pagine? Qual’è il libro più lungo che abbiate mai letto? E com’è andata? Intanto, in cerca d’ispirazione, leggete qui:

Da Historical Novel Review. N° 54 – Novembre 2010. Susan Higginbotham sull’invasione degli ultratomi.

Brevità… è bella, la brevità, bella nella sua semplicità, nella sua brevità. Eppure tanti sembrano a disagio con la brevità. Appartenete alla categoria? Ammettere il problema è il primo passo verso la soluzione, e allora passate in rassegna questi 12 sintomi per capire se il romanzo storico che state leggendo (o scrivendo) non sia magari appena un pochino troppo lungo…

1. In fase di pubblicazione il libro ha richiesto non solo un editor deputato all’acquisizione, un editor generale e un editor di revisione, ma anche un editor di continuità.

2. Non solo nessuno dei personaggi del primo capitolo è ancora vivo alla fine, ma nessuno – inclusi voi e i personaggi superstiti – si ricorda più chi diamine fossero.

3. Cominciate a individuare un’inequivocabile correlazione tra le vostre sessioni di lettura e le sedute dal fisioterapista.

4. Le compagnie aeree si ostinano a considerare il libro come un collo di bagaglio a mano.

5. In libreria il lettore dice al commesso: “Non so il titolo né l’autore, e non mi ricordo bene di che cosa parli, ma è un libro molto, molto grosso.” E il commesso capisce al volo di che libro si parla.

6. I lettori lamentano non tanto la mancanza di un un albero genealogico o di una lista dei personaggi, ma di un indice analitico.

7. Sul vostro forum letterario preferito, il vostro status, alla voce “sto leggendo” indica lo stesso libro per più di sei mesi – e non perché vi siate dimenticati di aggiornarlo.

8. In conversazione, cominciate a suddividere la vostra vita in “Prima che iniziassi a leggere X” e “Dopo avere iniziato a leggere X”.

9. Membri della famiglia con il pallino del fai-da-te si offrono di aggiungere un buon, solido arco rampante allo scaffale dove riponete questo specifico romanzo.

10. Una volta finito il romanzo sentite la necessità di trovarvi qualche hobby per riempire l’improvvisa abbondanza di ore vuote.

11. Il vostro circolo di lettura, una volta finito questo romanzo, decide di passare a Guerra e Pace, tanto per cambiare ritmo con qualcosa di breve.

12. Avete aggiunto “Finire Questo Romanzo” alla vostra lista di Dieci Cose Da Fare Prima Di Morire.

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Susan Higginbotham ha deciso che presto leggerà quella saga multigenerazionale da mille pagine che da cinque anni prende polvere sul suo scaffale. Uno di questi giorni lo farà. O forse l’anno prossimo. O forse quando andrà in pensione.

 

Non Del Tutto Serio

Da Cozza A Diva In 10 Facili Passi

Dal N° 46 di Historical Novel Review – Novembre 2008. Traduzione mia.

LA STORIA E’ DONNA: dieci passaggi per trasformare la vostra Cenerentola in un’Eroina Perfetta, di Susan Higghinbotham.

C’è qualcosa che non va nella vostra protagonista femminile? Seguite questi dieci semplici consigli e, se non riuscite a tirar fuori un’eroina che fa sembrare Eleonora d’Aquitania una sguattera, allora è meglio che lasciate perdere la narrativa e torniate a scrivere quelle pessime poesie che componevate da ragazzini. (Inutile negare: sappiamo che le componevate. Vostra madre le ha ancora tutte in soffitta.)

1. Nessun personaggio femminile (o maschile, se è per questo) può essere più bello della vostra eroina – a meno che non sia destinato a una fine precoce e sanguinosa. 

2. Se la vostra eroina si sposa all’inizio del romanzo, lo sposo non può assolutamente essere degno di lei, nemmeno da lontano, e nessun matrimonio combinato può essere felice. Senza eccezioni. L’eroina deve trovare l’amore alle sue condizioni, e con l’uomo scelto da lei. Però, prima di trovarlo, può fare sesso in copiosa abbondanza – a patto di non rendersi mai ridicola.

3. La bellezza e il carisma della vostra eroina devono essere tali da non consentirle di entrare in una stanza senza che ogni singolo uomo eterosessuale presente reagisca come un cane antidroga in un magazzino pieno di cocaina. Se poi anche gli omosessuali fanno lo stesso, meglio ancora.

4. Qualche potere speciale, come la Mano Guaritrice o la Seconda Vista, è sempre un’ottima cosa, e aiuta molto nel creare un’eroina a tutto tondo. Attenti a non esagerare, però, o finirete col ritrovarvi una strega – tipo Elizabeth Woodwille, e questo proprio non va*.

5. Non si può pretendere che il lettore – anima semplice! – afferri da solo la bellezza, il fascino, lo spirito, la grazia, l’intelligenza, la vitalità e la tostaggione della vostra eroina. Per assisterlo in questo ci sono gli altri personaggi, che assolveranno questo compito fondamentale enumerando le virtù dell’eroina ogni venti pagine o giù di lì. (Fino a un massimo di trenta pagine, se il romanzo è lungo o ha ambizioni letterarie).

6. A un certo punto, la vostra eroina dovrà Salvare Eroicamente qualcuno o qualcosa. L’ideale sarebbe farglielo compiere: a) per mezzo dei suoi semi-miracolosi poteri di guaritrice; b) compiendo – travestita da uomo – una missione pericolosissima, oppure c) per mezzo delle sue straordinarie doti di guerriera, arciera** o amazzone.

7. La vostra eroina non può – proprio non può – partorire con un qualsiasi grado di facilità, perché è giunto il momento per lei di soffrire come nessun’altra donna ha mai sofferto prima, e di sopportarlo col massimo dello stoicismo e del coraggio. Potete, volendo, farle avere un aspetto orribile durante il travaglio, a patto di farle recuperare la sua botticelliana perfezione in tempo per allattare al seno il suo bimbo (compito che non va mai – mai! – delegato a una balia.

8. Ogni eroina è accessoriata con una devota confidente multiuso. La confidente è molto utile, tra l’altro, per: a) tessere le lodi dell’eroina quando non c’è nessun altro attorno per farlo; b) essere incantata della bontà dell’eroina, che si degna di notare una creatura inferiore come la confidente stessa. Guai alla confidente che mostra il minimo segno di personalità individuale: va eliminata immediatamente – prima di diventare una minaccia incontrollabile. Punti extra se, nel processo, la confidente usa il suo ultimo fiato per tessere le lodi dell’eroina.

9. Non importa quanto una particolare minoranza fosse universalmente impopolare all’epoca della vostra eroina: lei tratterà “quella gente” con aperto rispetto e tolleranza. Naturalmente, chiunque altro verrebbe ostracizzato per un comportamento del genere, ma non la vostra eroina,  che anzi ci guadagnerà in ammirazione generale.

10. In ogni guerra civile ci sono i Buoni e i Cattivi, e la vostra eroina deve essere dalla parte dei Buoni. A meno che, naturalmente, non sia impegnata in una Missione Eroica, nel qual caso può essere dalla parte dei Cattivi (purché in realtà li stia solo spiando – e lo stia facendo con notevole flair). Nota Bene: in nessun caso potete consentire alla vostra eroina di nutrire il benché minimo dubbio su chi siano i Buoni.

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Susan Higghinbotham sta lavorando a un romanzo ambientato durante la Gerra delle Due Rose, ed è in grande difficoltà con il punto 10. Però si sta impegnando al massimo.

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* NDT: E’ Elizabeth Woodwille (cognata di Riccardo III) che non va, non le streghe. Figurarsi, di questi tempi!

** Lo so che non è il femminile di arciere, ma abbiate pazienza…

grillopensante · guardando la storia

Accuratezza Storica – Requiescat In Pace

Dal N° 50 della Historical Novel Review – Novembre 2009. Traduzione mia.

Dieci Idee Per Vivacizzare La Storia di Susan Higginbotham

rip.jpgSiete stanchi di scavare tra pile di volumi polverosi? Magari è ora di liberarsi di questo giogo – l’accuratezza storica. Lasciate perdere i tomi accademici, procuratevi qualche cioccolatino e un bicchiere della vostra bevanda alcolica preferita e seguite questi dieci facili consigli verso la LIBERTA’!

1. Mettete sempre in dubbio la legittimità della nascita di chiunque. Dopo tutto, la maggior parte dei bambini vengono concepiti in privato, per cui chissà chi era davvero nel letto di chi? Non fatevi scrupoli nell’affibbiare la paternità a qualcuno che era morto, decisamente troppo giovane o lontano mille miglia al momento del concepimento. Questa è narrativa, gente!

2. Alterate pure di una decina d’anni l’età di un personaggio storico, a seconda delle vostre necessità. Oltre ad aiutare con il punto 1, spesso la variazione aprirà tutto un mondo di possibilità per vivacizzare la vita sessuale dei vostri personaggi.

3. Un personaggio storico è morto in circostanze non assodate? Fatene un omicidio, e assicuratevi che il biasimo ricada su qualcuno che non vi piace.

4. Se non avete fatti sufficienti per sostenere un’affermazione, fatela lo stesso. Se i vostri lettori volessero prove, se ne starebbero in tribunale a seguire i processi, giusto?

5. Le teorie della cospirazione sono i migliori amici di un romanziere. Anzi, quelli che la menano con l’accuratezza storica sono parte di una vasta rete internazionale che cospira per tenere tutti quanti all’oscuro della Verità. (Rivelata qui per la prima volta)

6. Solo perché qualcuno è morto dieci anni prima di un certo evento, non è una buona ragione perché non dobbiate includerlo nell’evento stesso. Che si diano da fare, questi morti, invece di occupare spazio sotterraneo a ufo.

7. Se due persone hanno lo stesso nome, è il Cielo che vi offre l’opportunità di confonderli liberamente ad ogni pie’ sospinto. Visto che i loro genitori non hanno avuto la previdenza d’imporre alla prole un nome diverso…

8. Se non siete certi di un fatto, guardatevi bene dal controllarlo. Affidatevi al vostro istinto e dateci dentro, specialmente se con questo potete rovinare la reputazione di un personaggio storico.

9. Se un evento ha una spiegazione innocente e una spiegazione sinistra, la spiegazione sinistra ha l’assoluta precedenza. Ricordatevi: nessun personaggio storico merita il minimo beneficio del dubbio, a meno che non sia il vostro protagonista. (E solo se è straordinariamente bello)

10. Il fatto che nessuno storico abbia mai considerato l’ipotesi che un certo personaggio storico fosse un maniaco sessuale, un alcolizzato irrecuperabile o un omicida seriale, non è assolutamente una buona ragione perché non dobbiate farlo voi. E’ quella cosa chiamata immaginazione, sciocchini! A che vi serve se non la usate almeno un po’?

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Susan Higginbotham ha appena pubblicato il suo terzo romanzo, The Stolen Crown – ma avrebbe fatto mooolto prima a scriverlo, se solo avesse seguito queste dieci regole.

 

grillopensante · libri, libri e libri

Il Dilemma del Recensore

HNR_Header_Aug_21.jpgLe mie recensioni cominciano a uscire sulla Historical Novel Review – due negli ultimi due numeri.

Che posso dire? Scrivere per una rivista specializzata internazionale e quotata nell’ambiente è una gradevole sensazione di per sé, ma devo confessare che oggi, nel rileggere quanto sono stata severa in uno dei due casi, mi è venuta la tentazione di iperventilare un pochino. Sia ben chiaro: il romanzo in questione era davvero mediocre, scritto in modo molto approssimativo, pieno di personaggi mal caratterizzati ed errori fattuali grossi come stazioni ferroviarie (similitudine non casuale, visto che, tra l’altro, l’eroina viaggiava da Parigi a Roma su un treno diretto che passava per Napoli!), e tuttavia…

Tuttavia, un conto era leggere storcendo il naso, un conto era scrivere le mie 200 parole taglienti in preda allo zelo della novellina, e tutt’altro conto è stato vedere la mia disapprovazione stampata sulle pagine di una rivista vastamente diffusa tra lettori, autori, editor, ed editori di almeno tre continenti. Francamente, se avessi ricevuto una recensione come quella che ho scritto, al momento sarei molto in vena di harakiri.

E però sono certa che la recensione è puntuale e obbiettiva, e il libro la merita ampiamente. La mia responsabilità è di fronte alla rivista per cui lavoro, ovviamente, e verso i suoi lettori che si aspettano recensioni oneste, sulla base delle quali – almeno in parte – comprare o non comprare il libro in questione. Si può discutere del potere delle recensioni finché si vuole, ma devo ammettere che, quando ho comprato qualche libro nonostante una recensione modesta su HNR, magari perché i personaggi, il periodo o la trama mi attraevano, me ne sono sempre pentita. Per cui, sì: il pubblico si aspetta che chi scrive per HNR legga i libri per intero e sia in grado di valutarne oggettivamente pregi e difetti e di motivare i suoi giudizi; il pubblico tiene conto delle recensioni di HNR nei suoi acquisti.

La mia recensione negativa potrà avere qualche influenza sulle vendite del romanzo – e anche questa è una responsabilità. Una responsabilità diversa, nei confronti di questo specifico autore e del suo editore, così come nei confronti di tutti gli autori ed editori che spediscono i loro romanzi a HNR. In fondo, a loro devo una cosa soltanto: che del loro libro scriverò sempre e solo ciò che penso, nel bene e nel male, senza pregiudizi e al meglio delle mie capacità.

anglomaniac · libri, libri e libri · Vita da Editor

Piccoli Recensori Crescono

hnrmay09cover.jpgLasciatemi fare un annuncio: da oggi faccio ufficialmente parte del team della Historical Novels Review, rivista di recensioni e mercato editoriale della Historical Novel Society.

HNS è un’associazione internazionale (d’accordo, principalmente angloamericana) di scrittori, editori e lettori di romanzi storici, e HNR è una delle sue riviste. Qualche tempo fa ne avevo parlato qui. Hanno recensori su entrambe le sponde dell’Atlantico ma, per quanto ne so, la sottoscritta è l’unica non madrelingua. Da oggi faccio parte della squadra, alle dipendenze della redazione inglese. Naturalmente mi aspetta della gavetta, per cominciare (recensire i libri che nessun altro vuole, a quanto pare), ma ne  vado molto orgogliosa…

Il sogno, naturalmente, è che prima o poi qualcuno dei miei nuovi colleghi recensisca un mio romanzo. Campa cavallo, lo so, ma ehi! can’t blame a girl for dreaming!