musica · Storia&storie · tradizioni

Gli Stendardi del Re

Vexilla regis prodeunt,brigandsdubocage
fulget crucis mysterium,
quo carne carnis conditor
suspensus est patibulo.
Confixa clavis viscera
tendens manus, vestigia
redemptionis gratia
hic inmolata est hostia.
Quo vulneratus insuper
mucrone diro lanceae,
ut nos lavaret crimine,
manavit unda et sanguine.
Inpleta sunt quae concinit
David fideli carmine,
dicendo nationibus:
regnavit a ligno Deus.
Arbor decora et fulgida,
ornata regis purpura,
electa, digno stipite
tam sancta membra tangere!
Beata cuius|brachiis
pretium pependit saeculi!
statera facta est corporis
praedam tulitque Tartari.
Fundis aroma cortice,
vincis sapore nectare,
iucunda fructu fertili
plaudis triumpho nobili.
Salve ara, salve victima
de passionis gloria,
qua vita mortem pertulit
et morte vitam reddidit.

Gli stendardi del re avanzano e rifulge il mistero della croce, dice questo inno del sesto secolo, legato alla liturgia del Venerdì Santo.

Non fa meraviglia che nel 1793 i ribelli vandeani, cattolici e monarchici, lo avessero scelto per la loro (malguidata e peggio finita) sollevazione contro la Repubblica. La versione conosciuta e cantata dai contadini “bianchi”, armati di falci e col rosario avvolto intorno al polso, era quella tradizionale gregoriana. Adesso mi piacerebbe inserire un video o due, ma il mio computer (aka l’Innominatino) e YouTube hanno deciso di concerto di essere quaresimali e punitivi, e quindi mi sa che dovrete andare a sentirlo qui.Ostensione Sacri Vasi Mantova

E ne parliamo oggi perché il VR è musica da venerdì santo: a Mantova lo si canta ancora il pomeriggio del Venerdì, per la solenne esposizione dei Sacri Vasi, due reliquiari che, secondo una di quelle tradizioni antiche e un tantino macabre di cui è ricco il cattolicesimo, sarebbero stati usati da San Longino per raccogliere il sangue di Gesù sotto la croce.

Sacri Vasi a parte, nel corso dei secoli il Vexilla è stato ripreso e musicato in altre versioni.

Un’elaborazione polifonica di Palestrina.

All’inizio della Via Crucis di Liszt.

E poi Bruckner, qui anche in versione per ottoni (non ho idea di che cosa sia il pigolio a 0.21).

È quel genere di musica che suggerisce processioni notturne a lume di torcia, vero? Suggestivo anche per i miscredenti…

Storia&storie

Fantasmi Mantovani, all’Appello!

Italiano: Due fantasmi rappresentati nella lor...E quindi stasera c’è Agnese e Nulla Più… vi ricordate, vero?

“L’unico fantama ufficiale di Mantova,” dicevamo. Eppure…

Forse sarebbe il caso di dire l’unico fantasma Gonzaga – perché non è possibile immaginare una città che abbia un solo, singolo, solitario, unico fantasma. Ed è possibile che da queste parti abbiamo un’immaginazione pigra o una scarsa propensione alla paura – ma andiamo! Stiamo parlando di un posto dalla lunghissima e ricchissima storia:  possibile che in tutti questi secoli e secoli e secoli abbia prodotto solo una storia di fantasmi?

Ebbene, mi rifiuto di crederci.

Dite la verità: chi di noi non ha fatto esperienza di una di quelle serate tra amici in cui, per un motivo o per l’altro, la conversazione cade sulle storie di fantasmi – e c’è sempre qualcuno il cui cognato ha una zia acquisita che abitava in una casa antica, e ogni anno, in una certa data, a mezzanotte… eccetera?

È capitato a tutti. Così, off the top of my head, posso contare almeno sei persone, nel mio giro di amicizie, con una storia di fantasmi da raccontare.

Ed è vero che nessuno di loro abita in città – ma sono certa che lo stesso vale entro le (ormai metaforiche) mura di Mantova.

E allora, che ne direste se facessimo una specie di censimento dei fantasmi mantovani?

Se conoscete qualche storia del genere, per esperienza diretta, per averla sentita da amici, famigliari o conoscenti, vi va di raccontarla qui sotto nei commenti? Spettri, larve, fantasmi, spiriti, voci e cose così.  E in teoria sarei curiosa dei fantasmi di città – ma non limitiamoci. Solo, per favore, chi chiedo di specificare nel commento se la vostra è una storia cittadina o di provincia…

Sarà interessante, che ne dite?

E intanto, questa sera, vi aspetto al Teatrino D’Arco.

grilloleggente

L’Uomo dal Guanto – Pag. 31

copj170.aspE sì – un diario di lettura.

Quindi forse è bene avvertirvi qui: se, oltre a non avere letto L’Uomo dal Guanto – storie shakespeariane, il romanzo postumo di Jesùs Covarrubias, avete intenzione di leggerlo, vi conviene saltare a pie’ pari la serie di post che inizia con oggi – e magari tornare a leggerla dopo, per confrontare le impressioni. Perché un diario di lettura è proprio quel che c’è scritto sulla scatola: impressioni, gioie e frustrazioni in corso, mano a mano che la lettura procede.

Non lo facevo da secoli. Mi è capitato di farlo con libri che ho detestato e libri che mi sono piaciuti tantissimo. Questo… francamente non lo so. Non ancora – in fondo è presto per dire – ma ammetto di non essere partita con la migliore disposizione possibile.

Voglio dire: un altro libro sulla vera identità di Shakespeare… E no, per carità: apparentemente qui Shakespeare è proprio Shakespeare – ma a sentire Covarrubias le cose non stanno per niente come tutti abbiamo sempre pensato. Come stiano in realtà si capisce abbastanza presto, tant’è vero che a pagina 31 ci siamo già arrivati.

Siamo partiti dal Sacco di Roma del 1527, e dalla morte dell’amante di Baldassarre Castiglione. Si salva invece la figliolina Ilaria. Che Baldassare_Castiglione,_by_Raffaello_Sanzio,_from_C2RMF_retouchedc’entra con Shakeaspere? Ci arriviamo – e con questo arriviamo alla mia prima perplessità.

Fin qui pare che la storia segua due piani temporali a capitoli più o meno alterni, saltellando tra il XVI secolo e oggidì… E secondo voi che cosa succede oggidì? Vi darei tre tentativi per rispondere, ma in realtà non c’è n’è bisogno: oggidì il docente universitario Salvatore Grottarossa (get it?) e il suo migliore amico mantovano inciampano nel Documento Destinato A Cambiare Shakespeare Come Lo Conosciamo.

E sì. Un’altra volta.

Per un romanzo celebrato per la sua sconcertante originalità, dovete ammettere che non cominciamo troppo bene. Andiamo, quante, quante, quante volte abbiamo già visto questo specifico escamotage narrativo applicato a questa specifica storia? Così, off the top of my head, mi vengono in mente almeno cinque romanzi – ma di sicuro sono ben di più.

L’originalità non sta nemmeno tanto nella connessione italiana (già fatto) – ma in questa connessione forse sì. A pagina 31 abbiamo già visto…

[e ve lo dico per l’ultima volta: se proprio non volete anticipazioni, questo è l’ultimo momento utile per fermarvi]

gonzagaA pagina 31 abbiamo già visto, dicevo, un certificato di battesimo cinquecentesco, relativo al figlio di Gertrude Gonzaga e dell’assente Giovanni Scespe. Naturalmente Giovanni è John Shakespeare, e Gertrude è figlia di Ilaria Castiglione – la stessa che, bambina, sopravvisse al Sacco di Roma.

E quindi eccoci qui: uno Shakespeare in parte italiano, con sangue mantovano, Gonzaga e Castiglione… Questo, lo ammetto, è potenzialmente originale. Come si svilupperà? Che ripercussioni avrà questa ancestry sul giovane Guglielmo/Will? Come sarà arrivato a Mantova il guantaio del Warwickshire? Come c’entra (perché a quanto pare c’entra) il Tiziano in copertina? E come reagirà il mondo accademico alla tellurica scoperta di Salvatore&Silvio? Presumibilmente cercheranno anche qualche appoggio più solido per la loro teoria?

Staremo a vedere. Lasciatemi sperare che non ci siano bieche congiure oscurantiste in vista…

Da questo punto di vista, non so come prendere l’introduzione della traduttrice e curatrice Martha L. Canfield, secondo cui Covarrubias era sinceramente convinto della sua teoria, ma gli pareva che non ci fosse abbastanza a sostenerla se non in forma di romanzo… Anche questa è musica già sentita – e non so ancora se considerarla una premessa un nonnulla allarmante…

Di nuovo, staremo a vedere. E, dopo avere osservato en passant, che per ora la scrittura (o quanto meno la traduzione) non è davvero nulla di che, per ora mi fermo.

Vi farò sapere.

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La lettura prosegue: Pagina 152, Pagina 238, Pagina 309.

 

Festivaletteratura

Piccolo Bollettino Festivaliero

programmaMantova in questi giorni è in piena fibrillazione festivaliera, e sto festivaleggiando anch’io.

Un certa quantità di eventi, scelti per varie ragioni e – fin qui – con esito variabile.

Questo è un rapido bollettino su come è andata (o non è andata) in questo paio di giorni.

1. Tutto il resto è storia. Alessandro Barbero e Bianca Pitzorno a bagolare di romanzi storici. I libri di Bianca Pitzorno, lo sapete, non mi piacciono nemmeno un po’ – anzi. Barbero in compenso mi piace davvero tanto, come pure i suoi libri – e l’argomento era decisamente after my own heart, così sono andata. Sentire la signora Pitzorno scagliarsi contro la pratica dell’anacronismo psicologico è stato un momento davvero surreale… Il genere di cose che porta a farsi delle domande. Domande di questo genere: ma davvero non si renderà conto di quanto i suoi romanzi siano pieni di sesquipedali anacronismi psicologici? Mah. Barbero in compenso è sempre una delizia. Come ha commentato la diciassettenne S., “ha una luce negli occhi quando parla di storia”. Colto, gradevolissimo, brillante – e con questo entusiasmo che trascina: che si può volere di più da un divulgatore e occasionale romanziere storico? Non che sia emerso alcunché di terribilmente originale in fatto di romanzi storici, ma nel complesso un gradevole evento. Devo rimarcare una cosa, però: qualità delle “domande dal pubblico” davvero abissale.

2. Scrittura femminile e scrittura maschile? Paolo Colagrande ed Elisabetta Bucciarelli, moderati da Afro Somenzari. A questo, confesso, sono andata perché penso che la distinzione sia, in gran parte e nel modo in cui viene usata, una fiera del luogo comune – ed ero curiosa di sentirne discutere in modo sistematico. In realtà la faccenda si è rivelata un esempio del motivo per cui il Festival a volte mi lascia alquanto perplessa. La discussione è stata condotta più o meno così: “Si dice che ci siano una scrittura maschile e una femminile; che cosa ne pensano i nostri scrittori?” E i nostri scrittori… mah. La Bucciarelli ha elencato qualche luogo comune in proposito – e poi ben presto ha cominciato a parlare del suo libro. Colagrande ha fatto qualche sforzo in più, divagando simpaticamente, confessandosi dubbioso sull’esistenza stessa del problema, e suggerendo la possibilità che le scrittrici contemporanee siano più brave/interessate/coraggiose nell’esplorare l’animo e il punto di vista maschili di quanto la controparte maschile sia nel fare l’operazione speculare. Dopo la seconda domanda, Somenzari ha abbandonato ogni pretesa che l’incontro avesse a che fare con il suo titolo. A suo credito, Colagrande ha parlato del suo libro solo dietro sollecitazione del moderatore, non si prende troppo sul serio ed è davvero simpatico – cosa che la Bucciarelli e Somenzari tentavano di essere a tutti i costi. Con risultati modesti.

3. Dialogare in scena. Magdalena Barile ha tempestato di ottime domande Michele Santeramo. Un dialogo intelligente tra autori teatrali – in fatto di rapporto tra scrittura e scena, di metodo, di stile, di lavoro con le compagnie, di mestiere e di ispirazione. In più, Santeramo ha letto (bene) una versione ridotta del suo monologo “Storia d’Amore e di Calcio” – che è forse è più un racconto che altro, ma originale, intelligente e molto ben scritto. Ottimo.

4. Le parole della distanza. Beppe Severgnini e Stefania Chiale hanno raccontato il giornalismo di viaggio da America Primo Amore di Soldati ai reportage d’oggidì. Raccontato e letto, in dialogo frizzantino e con ottimo accompagnamento musicale al pianoforte. Brioso e gradevolissimo.

5. Mille anni di scrittura occidentale. Paolo Cammarosano, medievalista e diplomatista e Matteo Motolese, storico della lingua, hanno raccontato del rapporto strettissimo tra l’evolversi tecnico e tecnologico della scrittura e quel che con la scrittura si fa. Tra Boccaccio pessimo copista di se stesso e le colorite ingiurie in volgare registrate dai notai, tra grammatica, ortografia, abbreviazioni e invenzioni, è stato un excursus colto e brillante su come s’intreccino tecnica, arte, pensiero e necessità quotidiana. Interessantissimo – e un livello di domande del pubblico che ha stupito i relatori. Cultori di paleografia e diplomatica – lettori di romanzi storici, 5-0.

Insomma, se scontiamo l’irritazione profonda per il n° 2, direi che il bilancio per ora è decisamente positivo. In più, posso dire che l’atmosfera in città è animata e piacevole, e che il gelato della Maison du Chocolat è un’esperienza da fare una volta nella vita – magari tra un evento e l’altro…

libri, libri e libri · posti

Biblioteche

BibltEssendo cresciuta con la benedizione di una casa stracolma di libri, sono giunta alla tenera età di 23 anni senza essere mai entrata in una biblioteca per piacere. In biblioteca si cercavano i testi di studio che non si potevano o volevano comprare, e questo era quanto.

D’altra parte, alla pur bellissima Teresiana di Mantova, quando ero una ginnasiale timida e impressionabile, mi sentivo sempre lievemente in colpa, prim’ancora di avere fatto alcunché, tanta era la severità con cui il personale guardava gli studenti, questi vermicelli di terra, e questo non alimentava precisamente il piacere di leggere; e la biblioteca di Giurisprudenza a Pavia era funestata dalla presenza di una bibliotecaria la cui missione sembrava essere quella di piazzarsi nel punto da cui tutti la potevano sentire e ululare i fatti suoi per ore e ore ogni giorno, il che non era propizio alla concentrazione.

Il mio primo amore in fatto di biblioteche è stata la Humanities Library dell’Università del Galles, College of Cardiff. Dopo avere biblcappurato che la mia stanzetta nel pensionato poteva contenere un numero limitato di libri, ero dovuta correre ai ripari, e cercarmi una fonte di letture che potessi restituire una volta terminate. Confesso che alcuni libri li ho restituiti proprio malvolentieri, ma considerando che nel corso del mio anno Erasmus ho letto tutta Jane Austen, tutto Conrad, tutto Kipling, tutto Walter Scott (tranne The Heart of Midlothian), tutte le sorelle Bronte, tutto Forster, una buona quantità di Thackeray, Henry James, Dickens, le signore Gaskell e Radcliffe, George Eliot, Thomas Hardy, Hope e un certo numero di altri sparsi e vari, credo che i miei genitori mi siano stati grati di non avere comperato e poi spedito a casa tutto ciò. Tra l’altro, la HL era completamente informatizzata, ed era tutto così semplice, ragionevole, efficiente…

Poi, siccome è evidente che imparo con molta lentezza, sono dovuti passare altri due lustri e mezzo prima che trovassi una nuova biblioteca con cui fidanzarmi. Da qualche anno, tuttavia, sono felicemente accasata con la Biblioteca Baratta di Mantova, che è quasi una reincarnazione della HL in un edificio molto più bello: informatizzata, efficiente, tranquilla, provvista di personale disponibilissimo e capace… Ha anche l’aria condizionata e una macchinetta che vende piccole lattine di coca-cola ben fresca, dettagli da non disprezzare quando si passano molte giornate estive a fare ricerche bibliografiche.

biblbarattaOrmai ho imparato la procedura: cerco anticipatamente quello che mi serve  sul sito del Sistema Bibliotecario Nazionale, arrivo in biblioteca con il mio elenco di titoli e collocazioni, compilo le mie richieste ed è fatta. Se poi qualcosa proprio non c’è, esiste questa meraviglia, il prestito interbibliotecario. Ormai al Baratta mi conoscono. Sanno che me ne arrivo con richieste eccentriche di libri all’altro capo del continente o robe prestate per l’ultima volta nel 1934, oppure rastrello tutte le traduzioni disponibili di una data opera, oppure mi accampo lì per giornate inter prendendo in consultazione mezze dozzine di libri per volta… Ormai sono rassegnati a me, occasionalmente un pochino incuriositi, ma sempre, sempre sempre d’aiuto.

In realtà, di recente e dopo una lunga ristrutturazione, ho cominciato a riscoprire anche la Teresiana, dove le cose non sono più com’erano durante la mia impressionabile adolescenza… O forse sono io che sono cresciuta – ma ormai mi sono affezionata al Baratta – dove, tra l’altro e non del tutto trascurabilmente, è molto più facile parcheggiare.Boo

Qualche volta ci vado anche a scrivere. Non tanto spesso quanto potrei, dovrei o vorrei, forse. Perché una volta installata là, senza distrazioni e senza interruzioni, finisco sempre con lo scrivere parecchio – solo che tante volte la pigrizia e i venti km tra qui e la città finiscono per avere il sopravvento. Mi dico sempre che col tempo diventerò più brava, ma… hm. Per ora, più che altro, è una fonte di libri.

Per dire, l’altra settimana ho passato una giornata intera a lavorare con una certa tragedia ottocentesca per una cosa di cui vi saprò dire in un prossimo futuro, mentre sabato ho restituito una traduzione del Faustus e prolungato il prestito di un’altra, ne ho consultate altre due e presa in prestito una terza – e, mentre ero lì, ho ritirato Stage to Screen, un favoloso libro sull’utilizzo di tecniche teatrali nel cinema muto… E sì, lo so: li devo restituire quando li ho finiti, ma non credo di poterlo davvero considerare un difetto del Baratta.

E voi, o Lettori? Quali sono le vostre biblioteche preferite? Ci andate per studio? Per documentazione? Per lavoro? Per diletto? Per leggere? Per scrivere? Do tell…

elizabethana

Shakespeare & Marlowe A Casa Andreasi

CasaAndreasiE cominciamo con il dire che Casa Andreasi è una magnifica dimora quattrocentesca nel bel mezzo di Mantova, con un incantevole giardino rinascimentale – nonché sede dell’attivissima Associazione per i Monumenti Domenicani, una delle realtà culturali più vivaci e interessanti di Mantova.

Ogni estate, l’Associazione organizza le Serate in Giardino, una serie di conferenze nel giardino rinascimentale di cui vi dicevo. Lo vedete in fotografia: bel posto, vero? Immaginatevelo di sera e d’estate, fiorito, illuminato…

Ebbene, quest’anno le Serate sono dedicate a Shakespeare&Marlowe – e tra i relatori ci sono anch’io.

Ma andiamo con ordine.

Si comincia il 25 giugno, mercoledì prossimo, con Giovanni Pasetti che parla di “Shakespeare e Marlowe, Gemelli Diversi – da Faust ad Amleto.”

Il 23 di luglio sarà il mio turno, con “Kit Marlowe: Vita, Morte e Misteri.” E poi di nuovo il 20 di agosto, con “Ai Posteri l’Ardua Sentenza – la fama postuma di Shakespeare e Marlowe.”

Chiuderà il ciclo, il 24 settembre, Rita Severi con “Mantova in Shakespeare: un itinerario.”

Vario e promettente, non vi pare? Tra tutti e tre, cercheremo di esplorare vita, opere, nachleben e questioni irrisolte dei due festeggiati – e lo faremo in un posto davvero perfetto per atmosfera. Personalmente, non vedo l’ora.

Vi ricorderò le mie date più avanti, perché sono spudorata e tutto quanto, ma se siete a Mantova e dintorni e l’argomento v’inuriosisce, credo proprio che valga la pena di seguire tutto il ciclo, a partire da mercoledì prossimo.

Intanto, qui* potete scaricare il programma dell’attività estiva dell’AMD.

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* O almeno spero. Se il link dovesse condurvi di nuovo alla homepage, fate caso ai rettangolini color grano maturo impilati sulla sinistra. Ce n’è uno che recita “Calendario Attività.” Cliccatelo, e vi ritroverete sulla pagina giusta, con un altro rettangolino che vi permette di scaricare il PDF del programma.**

** Nota alla nota: sì, lo so: ci sareste arrivati anche da soli. Però mi si è fatto notare che tendo a dare istruzioni un nonnulla criptiche, così questa volta ho cercato di essere chiara, esplicita ed esauriente. Ecco.

musica

Orfeo

Come oggi, quattrocentosei anni orsono, nella Sala dello Specchio di Palazzo Ducale a Mantova, Claudio Monteverdi finiva d’istruire cantori e cantatrici, danzatori e cori. E intanto si finiva di montar le scene, si davano gli ultimi ritocchi a pepli e calzari…

Il cremonese Monteverdi era nervoso: di lì a qualche ora, a torce accese, la compagnia avrebbe rappresentato per la corte del Duca Vincenzo Gonzaga la sua favola in musica Orfeo – quella che oggi consideriamo la prima vera e propria opera lirica.

Immaginiamoci allora con Vincenzo e la sua corte, ad assistere a questo spettacolo nuovo, mirabilmente complesso, raffinato e vivido… Qui in una bellissima versione del Liceu di Barcellona, diretta da Jordi Savall:

E, una volta tornati dal 1607 e dai festeggiamenti del carnevale gonzaghesco, buona domenica a tutti.

Festivaletteratura · Poesia

Festivaletteratura 1 – Seamus Heaney

Ok allora, funziona così: fino alla fine di questa settimana, anziché un post consistente ogni due giorni più il Bollettino Notturno, ci sarà un piccolo post quotidiano e festivaliero. Sul Bollettino non mi pronuncio – molto dipenderà da quel che riesco a fare, perché infilare cinque post come quello di ieri sera non mi pare né divertente né istruttivo.

festivaletteratura, mantova, seamus heaneyDetto ciò, onwards, e cominciamo con Seamus Heaney, ormai civis mantuanus. , come lui stesso si è definito nel discorso con cui ha accettato la cittadinanza onoraria.

Nonostante qualche apprensione della deliziosa Mrs. Heaney, ieri sera il Cortile della Loggia di Palazzo S. Sebastiano era pieno come un uovo. E un uovo festoso: Mantova si era già innamorata del suo nuovo Virgilio lo scorso anno, ed è accorsa in abbondanza, aspettandosi qualcosa di speciale.

Non è rimasta delusa.

Dopo una presentazione di Massimo Bacigalupo (Università di Genova), che dell’opera di Heaney ha messo in rilievo la dualità tra fondamenta classiche e rigore formale da un lato, e una qualità fisica, quasi terragna, dall’altro, il poeta in persona ha introdotto e letto sei delle sue poesie. Ad affiancarlo c’era il poeta e accademico virgiliano Mario Artioli, ottimo lettore delle traduzioni*.

Ascoltare un’opera dalle labbra del suo autore, così come l’autore l’ha concepita, con il ritmo, la voce, il colore e le enfasi (o mancanza di) con cui è stata pensata e voluta, è diverso da qualunque altra possibile lettura – a patto di essere fortunati e incappare nell’autore che sa fare questo mestiere. E Heaney lo sa fare con una meravigliosa spontaneità, autorevole e unassuming al tempo stesso. E per di più è un parlatore profondo, intenso e ironico, dalla voce ghiaiosa e dal sorriso pronto. Ascoltarlo mentre sollevava appena il velo dalla meraviglia dei suoi lavori, rivelando lampi d’ispirazione, aneddoti famigliari, ricordi di scuola, ostriche, aquiloni, tinche melmose e punti di vista sulla poesia, è stata un’esperienza affascinante oltre ogni dire.**

E sì, sono in completa adorazione nei confronti di quest’uomo e della sua poesia, ed è molto probabile che il resto delle mie cronache festivaliere sia un nonnulla meno lirico, ma lasciate che mi diffonda ancora su una qualità speciale della poesia di Seamus Heaney: l’iridescenza del linguaggio.

Bacigalupo ne ha parlato a proposito dei titoli heaneyani, che hanno sempre più di un significato – ma in realtà questo è vero di ogni verso, in cui le parole si allacciano sempre in un sovrapporsi di strati di significato, assumendo colori diversi a seconda di come li colpisce la luce dell’attenzione del lettore. Lo ripeto: iridescenza è l’unica parola adatta.

Magari potrebbe esservi venuta voglia di leggere qualcosa di questo straordinario poeta, e potete farlo sia in originale (caldamente consigliato) che in traduzione italiana. Qualche raccolta: Station Island, The Haw Lantern (La Lanterna di Biancospino), District And Circle, Electric Light, Human Chain (Catena Umana)…***

Ah no, scusate: ancora un’ultimissima cosa che mi sta molto a cuore. Mi è davvero piaciuto il modo in cui sia Bacigalupo che Heaney hanno insistito sul fatto che in poesia (ma si può dire in letteratura in generale, e in realtà in qualsiasi forma d’arte) la forma è sostanza. Arte = formalizzazione dell’esperienza.

E con questo ho davvero finito. A domani, Festival.

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*Nota di merito anche al bravo interprete – di cui, mi vergogno un filo ad ammettere, mi è sfuggito il nome.

** E qui potrei dire di avere goduto di questo genere di conversasione in forma privata per tre magnifici giorni lo scorso ottobre, quando sono stata la sua interprete e guida in occasione del Premio Virgilio. Potrei persino dire che oggi pomeriggio, durante l’acceptance speech, ha ricordato la mattina in cui la sua interprete e guida lo ha accompagnato a conoscere per la prima volta il Mincio di Virgilio… Ma non lo farò. Sperio che apprezziate l’eroico self-restraint di cui dò prova non facendolo. Perché è ovvio che le note non contano.

*** Sono tutte tradotte (mi pare per Mondadori). Dove non ho indicato un titolo in Italiano è perché la raccolta è stata pubblicata con il titolo originale.

Genius Loci · grilloleggente

Aspettando Festivaletteratura

Chiedo venia e imploro indulgenza. L’avete visto il bollettino?

Ecco, sono le tre e venti mentre lo pubblico, e ho tanto idea che domani mattina non sarò in piedi per postare in tempo.

festivaletteratura, mantova, seamus heaneyMi cospargo di cenere il capo, mi dò dell’improvvida e tutto – ma tutto quel che faccio è annunciarvi che mercoledì comincia il Festivaletteratura, e quest’anno sono riuscita a tenermi libera per occuparmene.

Ho prenotato tutta una serie di eventi tra poesia, storia, bibliorarità, libretti d’opera, metaletteratura…

Quindi in questi giorni aspettatevi post in materia – e si comincia con lo straordinario poeta irlandese Seamus Heaney, che torna a Mantova per ricevere la cittadinanza onoraria e per parlare di poesia, verità, fiducia e radici…

Intanto potete scaricare il programma del Festival qui.

considerazioni sparse · Genius Loci

Dell’Immaginario Mantovano

A Cuneo hanno le streghe masche, sul Rosengarten hanno Re Laurino e i suoi, a San Candido hanno lo Stambecco Bianco, sul Tagliamento hanno le Anguane, altrove hanno fate, folletti, gnomi, draghi, incubi diavoli e babau..

Noi no.

Noi a Mantova siam gente di pianura, placida e difficile agli spaventi. Noi quella gente di dubbia esistenza che va attorno di notte facendo incantesimi e dispetti proprio non ce l’abbiamo.

Quando, una trentina d’anni fa, Stefano Scansani e Mario Setti si son messi a censire le creature leggendarie delle nostre valli* hanno raccolto una popolazione striminzitella tra il bizzarro e il campestremente prosaico.

Noi, per dire, abbiamo il Pidrüs (Chiavicus Verrarae Sylvestralis), che è più o meno un grosso maiale grigio incapace di marcia indietro o di visione laterale. Non fa molto più che dormire al riparo, ma guai ad arrivargli da dietro: se si accorge di voi e non ha modo di fuggire, userà con insospettabile efficacia gli speroni che porta sui talloni…

Oppure abbiamo il Galpédar (Gallus Petri Boriosus), gallo a quattro zampe di natura tanto tronfia quanto pusillanime, con una passione per le sagre di paese.

C’è poi il Marturèl (Martes Furba Deficiens), mustelide razziatore di pollai, creatura di varia e imprevedibile stupidità – di cui non si capisce troppo la funzione, vista la diffusione dei suoi cugini veri, le martore, da cui non differisce in nulla…

In compenso il Busatèl (Creatinus Ustaeprivus Fortis) è un “mirabile incrocio tra cavallo, asina, macaca delle Colonne d’Ercole e cane da pagliaio**”. E dal mirabile incrocio esce una bestia eccezionalmente fastidiosa, in perenne schizofrenica oscillazione tra un feroce istinto protettivo di femmina e prole e inspiegabili attacchi di wanderlust, a speciale danno dei campi di granturco.

L’imprevedibilità sembra essere, d’altra parte, il tratto più frequente delle bestie immaginarie mantovane, visto che del Dormalora (Profictator Omnis Velox) nulla sembra sapersi, se non che nulla di preciso se ne sa, e quindi alla fin fine vattelapesca. A mezza strada tra un lattonzolo e un grosso sorcio, il Dormalora dorme all’ombra – o forse no, essendo com’è “il compendio delle contraddizioni: pare affamato e invece è satollo, pare dormire e invece veglia, pare affabile e invece odia, pare malato e invece è sanissimo… A tal punto ognun direbbe che pare un Dormalora e invece non lo è e, nel contempo, pare non essere un Dormalora e invece lo è.”**

Tutto sommato, il Simsòn (Cimex Odorosus Orripilans) è intellettualmente riposante: almeno si sa che cosa aspettarsi da un insetto grosso, malvagio, puteolente oltre ogni dire e intento ad essere tanto dannoso e irritante quanto si può esserlo…

E profumata non è nemmeno la Bosma (Sus Scrofa Letamica), un altro suino immaginario che, se non altro è una bestia cautelativa. Orrida, repellente e subdola, la Bosma infesta letamai, buche per i liquami e pozzi neri – e vi trascina gli incauti che si avvicinano troppo, specie se gl’incauti sono gente non troppo ben lavata.

Quindi almeno la Bosma sappiamo a cosa serve – il che non è sempre il caso con la nostra popolazione immaginaria. Ecco mentre altrove hanno fate, folletti, stambecchi e diavoli, noi c’immaginiamo bestie di scarsissimo fascino e ancor più ridotto acume***, che non fanno alcunché di soprannaturale e solo di rado tengono i bambini lontani dai letamai…

Gente placida, noi Mantovani, e dal sonno indisturbato.

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* Sì, non fate come il mio babbo friulano, per favore: a Mantova abbiamo valli. Davvero.

** Così assicura il Bestiario Podiense, sui cui ci basiamo per la descrizione di tutte le bestie immaginarie citate nel post.

*** Non faticherete a immaginare che dare a qualcuno del pidrùs, del galpédar, del marturèl o del Dormalora non è precisamente un complimento…