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Leggendo In Inglese

Ricevo una mail che, tra molte altre cose, dice anche questo:

Sul fatto che tu legga solo libri inglesi e americani, non dico niente. Sono fatti tuoi e ciascuno legge quel che gli/le pare e poi ne scrive sul suo blog. Quel che mi domando è perché tenere un blog in italiano e poi recensire libri che in italiano non sono stati tradotti. […] Tutti i tuoi lettori sanno l’inglese abbastanza bene per leggere le cose che recensisci? Io ti leggo da un po’ meno di due anni, e noto che ultimamente ti sei messa a recensire cose non tradotte. In tutta sincerità, quando trovo un post così, mi fai venir voglia di leggere e poi alla fine scopro che non posso. Ci resto male, non è divertente, e sinceramente ti fa anche sembrare un po’ snob. Possibile che non trovi niente di tradotto, che possiamo leggere anche noi?

Ah già, le recensioni di libri non tradotti…

Ok, parliamone. Ho raccontato qui*, come e perché una ventina d’anni fa io abbia cominciato a leggere in Inglese e sia rimasta folgorata dall’esperienza. La versione breve della storia è che negli ultimi due decenni ho letto tutto quello che potevo in lingua originale – in Inglese, ma anche in Francese e, in anni più recenti, in Spagnolo. Sul Tedesco sto ancora lavorando, ma nutro speranze.

All’inizio è stata una faccenda di pura esuberanza, entusiasmo da scoperta. Ho riletto in originale libri che avevo già letto in Italiano, per il gusto del diverso colore della lingua, e per la quantità di parole, modi idiomatici, costruzioni e colloquialismi che si potevano assorbire. Il che può essere parzialmente responsabile delle sfumature dickensian-austenesche del mio Inglese, ma questa è un’altra storia.

Dunque, per un po’ di anni ho letto anche in Inglese, anche perché non è che fosse facilissimo procurarsi edizioni in lingua originale. A Pavia sì, ovviamente. A Cardiff e a Londra il problema non si poneva. Una volta tornata a Mantova… oh well, stendiamo un tulle misericorde.

Ma nel frattempo avevo scoperto internet e Amazon, e le possibilità si erano allargate enormemente – e anche di questo abbiamo già parlato.

Poi ho scoperto un’altra cosa. E cioè che, se volevo leggere nel mio genere, in Italia non c’era gran trippa per gatti. E non sto parlando di nulla di spaventosamente esoterico: romanzi storici.

Alas, non c’è paragone tra la scelta di romanzi storici italiani e romanzi storici inglesi e americani, in fatto di abbondanza, di varietà di periodi storici e ambientazioni e anche di qualità generale. Di tutto questo bendidio in Italia si traduce poco – qualche romanzo storico propriamente detto, un po’ di saggistica, pochissimi gialli storici – e quel poco non sono particolarmente ansiosa di leggerlo in traduzione, ma non è questo il punto. Il punto è tutto il resto che non si traduce affatto: treni merci di straight historicals, gialli ambientati nei secoli più improbabili, saggistica meravigliosa e fantasy storici.

Quindi, o Corrispondente, non leggo in Inglese perché sia snob, ma perché molto di quel che mi piace leggere si trova in Inglese o non si trova affatto e, se anche volessi leggerlo in traduzione, non potrei. Quanto alle recensioni…

Lo confesso: ho esitato prima di cominciare a dedicare post interi alla recensione di titoli non tradotti – e finora credo di averlo fatto non più di un paio di volte. Interesserà a qualcuno se lo faccio? Si sentirà maltrattato chi non legge in Inglese? A decidermi è stata la lettura di una certa quantità di ottimi fantasy storici e fantasy of manners, generi trascuratissimi alle nostre latitudini e, a mio timido avviso, meritevoli di scoperta. Perché sono diversi, perché tendono ad essere originali, intelligenti e ben scritti. Perché mostrano alcune affascinanti direzioni che può prendere la narrativa a sfondo storico se non vuole anchilosarsi.

E allora sì: credo che continuerò a recensire libri non tradotti – titoli recenti e classici da riscoprire, e bizzarrie vecchie e nuove, perché… be’, perché c’è un mondo là fuori. E perché leggere resta il mio modo preferito di imparare ed esercitare una lingua. E perché penso che valga la pena di sapere che ci sono altre possibilità.

Ecco, alla fin fine è questo il punto: credo davvero che ne valga la pena.

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* E a dire il vero un pochino anche qui

 

grilloleggente · libri, libri e libri

Indulgenze Letterarie

Sto leggendo due libri dall’identico titolo di The School Of Night – del che riparleremo, perché insieme costituiscono un’affascinante lettura comparata e portano a farsi più di una domanda – e, nell’approssimarmi all’ultima pagina del primo, mi sono sorpresa a sorprendermi che mi piacesse, pur pieno com’era di difetti che in genere mi irritano parecchio.

La sorpresa veniva, prima di tutto, da un certo qual senso di déjà-vu, perché nel dirmelo mi sono ricordata di aver pensato qualcosa di simile a proposito di Entered From The Sun di George Garret e, seppure in misura minore, di Christoferus, or Tom Kyd’s Revenge. Ora, una volta capita e due sono una coincidenza, ma in tre volte comincia ad emergere un fenomeno – e i fenomeni vanno studiati.

Così la prima domanda è se l’età mi stia rendendo soffice. E può anche essere. Forse sto diventando un po’ meno intransigente in fatto di fabula, e questa potrebbe non essere una cattiva evoluzione. E tuttavia resta il fatto che, in diversi gradi nei diversi casi, stiamo parlando di finali flosci o mancanti, di sovrano disprezzo del punto di vista, di acrobazie linguistiche, di erudizione letteraria e filosofica sparsa a manciate… tutti peccati abbastanza capitali. E allora?

Allora, domanda successiva: i tre libri in questione sono in Inglese – non sarà che sono sfacciatamente parziale nei confronti di tutto ciò che è scritto in Inglese? Perché per esempio, l’erudizione esibita è una magagna maiuscola che The School Of Night (I) ha in comune con il detestatissimo e francese L’Eleganza Del Riccio

Ma tutto sommato mi sento la coscienza pulita, visto che ho praticamente stroncato gli ultimi tre libri (in Inglese, of course) che ho recensito per HNR. Tre di fila. Vero è che tutti e tre esibivano peccati di natura ben diversa, peccati d’incompetenza e inaccuratezza… E vero è che in Alan Wall non c’è la minima traccia della complice superiorità con cui Mme Barbery tratta il lettore (“lascia, O Lettore, che ti elargisca il segreto della Cultura e dell’Eleganza, lascia che ti mostri come salvarti da questo Gretto e Meschino Occidente!”)*…

Domanda numero tre: sono forse portata a una colpevole indulgenza per tutto ciò che è elisabettiano – specie se vi compare il nome di Christopher Marlowe? Ammetto che potrebbe essere.

Ma, e lo dico con un certo sollievo, forse sono abbastanza innocente anche di questo. Dopo tutto, ho detestato lo shakespeariano (e ben scritto ma self-complacent) The Book Of Air And Shadows e i marloviani The Slicing Edge Of Death e The Intelligencer.

Ciò detto: e allora?

E allora si direbbe che la qualità della scrittura redima molte cose ai miei cinici occhi. La qualità dell scrittura, personaggi con cui riesco a identificarmi, qualche genere di ironia** e un’impressione di deliberata competenza. Wall, Chapman Garret scrivono da molto bene a divinamente, fanno cose sorprendenti con l’aria di farlo apposta e senza troppo sforzo, non annaspano e, se mi conducono in tondo, lo fanno in una maniera che sembra calcolata per il mio diletto, e non per gratificare il loro ego. E riescono a farmi affezionare ai loro personaggi anche se non voglio. E riescono a farmi ingoiare difetti che normalmente detesterei, e che anche in loro considero difetti, ma che sono compensati da altre qualità o dalla efficace spudoratezza con cui sono perseguiti.

Forse sto diventando soffice con l’età, ma con un barlume di coerenza: in fondo ho sempre pensato che scrivendo si possa fare tutto e rompere qualsiasi regola – a patto di sapere molto bene quel che si fa.

E voi? Con quali peccati linguistico-narrativi siete indulgenti? Qual è l’autore a cui perdonate tutto? Quali sono state le vostre sorprese di lettura – libri che in teoria avreste dovuto detestare, e invece…?

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* Would you believe quanto sono ancora acida a proposito di questo libro? Cattiva, cattiva Clarina!

** Alan Wall e il suo protagonista accatastano elizabethiana e rimuginamenti storico-filosofici in quantità massicce alla maniera di un malinconico dato di fatto. Sembra quasi di vederli dare una scrollatina di spalle con fare di scuse…

anacronismi · romanzo storico · Utter Serendipity

L’Invasione Degli Ultra-Anacronismi

La mia fede nell’editoria anglosassone sta vacillando un nonnulla. Quando pensavo ai produttori di parallelepipedi over the Channel e Over the Pond, li facevo spudorati e spregiudicati quanto quelli nostrani, ma attenti. Accurati, se capite quel che intendo.

Ma la messe di anacronismi che ho mietuto nel corso dell’ultimo giro di recensioni per HNR mi lascia in una selva di angosciosi dubbi, almeno per quel che riguarda l’Isoletta. La messe copre senza pregiudizi e omissioni molte delle anacronocategorie possibili.

Pensieri: se siamo nel III Secolo a. C., se la narrazione è in terza persona limitata, se si suppone che il punto di vista sia quello di un giovane aristocratico cartaginese, può la Voce Narrante definire una particolare vicenda col medievalissimo termine “ordalia”? Ripetete con me: Bizmillah, no! Mamma mia, mamma mia!

Parole: non sarò certo io a negare che Annibale avesse ogni genere di straordinaria qualità, ma persino nella mia cieca adorazione dubito che fosse un veggente. O un precursore del Vangelo. Per cui, quando definisce il giovane protagonista scomparso e ricomparso un “figliol prodigo”, mi si allappano i denti. Davvero. Idem quando un ufficiale settecentesco parla di “serendipità” vari decenni prima che Horace Walpole nasca, cresca e conii la parola. Anacronismo a parte, poi, ce lo vedete l’ufficiale in questione che parla di “serendipità” con il suo sergente e una vivandiera – e quelli lo capiscono al volo? Ma questo è un peccato di plausibilità, non un anacronismo, per cui stiamo sconfinando. E però lasciatemi anche osservare che un ufficiale di carriera (specialmente uno particolarmente sveglio) non dovrebbe proprio confondere tattica con strategia…

Opere: scrivere un romanzo storico implica il disturbo di farsi un’idea degli usi sociali dell’epoca – e renderli in forma narrativa per il lettore. La gente nel Cinquecento non si presentava a casa della rispettabile giovane vedova conosciuta la sera prima portandole un cesto di frutta; non la conduceva pubblicamente da una sarta per regalarle un vestito nuovo; meno ancora la invitava a cena a casa propria per un tète à tète o la conduceva fuori città in una romantica gita a due. Non faceva nulla di tutto ciò se non intendeva comprometterla – e certo non se aveva intenzione di chiederla in moglie. Se poi la rispettabilità vera o presunta della signora in questione è uno dei cardini della vicenda, trattarne in questo modo disinvolto ottiene un risultato solo: spingere the discerning reader a dimandarsi perché, perché, perché ambientare a metà Cinquecento quella che in definitiva è una storia contemporanea…

Omissioni – as in “omissioni di ricerca”. Perché, nella Napoli del 1564, far mangiare ai protagonisti pomodori a tutti pasti e mettere il calico sugli scaffali dei mercanti di stoffe, quando entrambi non sono documentati nell’Italia meridionale prima del tardo Seicento? E perché mettere in mano a uno scriba del III Secolo a. C. una penna d’oca – svariati secoli prima che l’arnese venga in uso? Anche ammesso di non saperlo, non sono particolari difficili da scoprire…

L’unica cosa che manca (o quanto meno è largamente evitata) è il peccato mortale: quel genere di travesty in cui i personaggi che pensano period sono tutti malvagi e osteggiano l’eroina “appassionata e anticonvenzionale” e, in generale, tutti i buoni che pensano, agiscono e sentono come gente dei giorni nostri*. E questo è già qualcosa, ma non abbastanza. Bisognerebbe che gli autori fossero più attenti – anche se Clio sa che l’anacronismo è una bestiaccia subdola e facile a sfuggire. E però non c’è romanzo storico che non si concluda con una o più pagine di Acknowledgements, in cui l’autore ringrazia legioni di amici, altri scrittori, agnati e cognati, agenti letterari, editor, vecchi professori di storia, esperti, archivisti, bibliotecari e storici di varia natura – tutta gente che “ha letto il libro con lusinghiero entusiasmo e offerto preziose osservazioni.” Possibile che mai nessuno in questo diluvio di gente qualificata in vari gradi e a vari livelli, faccia caso al figliol prodigo o alla penna d’oca? 

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* In realtà questa è una specialità più diffusa al di fuori del mondo anglosassone – ma non sconosciuta over the Channel & over the Pond. Purtroppo l’idiozia da politically correct è un morbo che non conosce confini.

romanzo storico · scribblemania · Spigolando nella rete · Utter Serendipity

Serendipità Storica

assedio di costantinopoli, mehmed secondo, romanzi storici, diana gabaldonÈ successo di nuovo.

Vi ricordate del mio romanzo/due romanzi/trilogia sull’assedio di Costantinopoli, eterno work in progress? E vi ricordate del mercante d’olio?

Ebbene ieri sera, nel corso di una di quelle campagne notturne a caccia di informazioni oscure, mi è capitato sotto il mouse un articolo di una rivista americana a proposito di Ciriaco da Ancona. Ora, Ciriaco da Ancona era un erudito quattrocentesco, forse precettore del sultano Mehmed e forse no, ma quello che mi ha dato la pelle d’oca è stato trovare, in una nota all’articolo, un riferimento a un segretario greco, al servizio di Mehmed durante l’assedio, di nome Dimitrios Apocaucos Kiritzis. 

Perché il fatto è che la mia prima stesura contiene un segretario greco di nome Demetrios – solo che di Kiritzis non sapevo nulla. A quanto pare è una figura molto oscura, citata in un paio di fonti di scoperta relativamente recente, e non se ne parla in nessuno dei miei autori di riferimento. Il mio Demetrios era del tutto fittizio – o così credevo.

Per cui sì, è remotamente possibile che ne abbia letto di sfuggita in qualche tomo di storia ottomana o bizantina. E poi invece è possibile che sia successo di nuovo quello che Diana Gabaldon chiama historical serendipity, ovvero particolari fittizi che, ex post facto, si rivelano non solo plausibili, ma, in qualche misteriosa maniera, veri.

E se è così, è la seconda volta che succede. E se è la seconda volta che succede, si direbbe che questo libro voglia proprio essere scritto. E se questo libro vuole proprio essere scritto, chi sono io per ignorare tutti questi segni del destino?

E sì, lo so: mi sto incartando in discorsi dalle allarmanti sfumature new age… è che non capita tutti i giorni questa gradevole sensazione di essere sulla giusta strada. Non capita spesso che la storia dia di queste strizzatine d’occhio. Non capita spesso di incappare in serendipità siffatte. Lasciate che mi ci crogioli un po’.

 

libri, libri e libri

Di Libri E Libroni

SchuitenBook.jpgCome ve la cavate con quei libroni da molte, molte centinaia di pagine? Qual’è il libro più lungo che abbiate mai letto? E com’è andata? Intanto, in cerca d’ispirazione, leggete qui:

Da Historical Novel Review. N° 54 – Novembre 2010. Susan Higginbotham sull’invasione degli ultratomi.

Brevità… è bella, la brevità, bella nella sua semplicità, nella sua brevità. Eppure tanti sembrano a disagio con la brevità. Appartenete alla categoria? Ammettere il problema è il primo passo verso la soluzione, e allora passate in rassegna questi 12 sintomi per capire se il romanzo storico che state leggendo (o scrivendo) non sia magari appena un pochino troppo lungo…

1. In fase di pubblicazione il libro ha richiesto non solo un editor deputato all’acquisizione, un editor generale e un editor di revisione, ma anche un editor di continuità.

2. Non solo nessuno dei personaggi del primo capitolo è ancora vivo alla fine, ma nessuno – inclusi voi e i personaggi superstiti – si ricorda più chi diamine fossero.

3. Cominciate a individuare un’inequivocabile correlazione tra le vostre sessioni di lettura e le sedute dal fisioterapista.

4. Le compagnie aeree si ostinano a considerare il libro come un collo di bagaglio a mano.

5. In libreria il lettore dice al commesso: “Non so il titolo né l’autore, e non mi ricordo bene di che cosa parli, ma è un libro molto, molto grosso.” E il commesso capisce al volo di che libro si parla.

6. I lettori lamentano non tanto la mancanza di un un albero genealogico o di una lista dei personaggi, ma di un indice analitico.

7. Sul vostro forum letterario preferito, il vostro status, alla voce “sto leggendo” indica lo stesso libro per più di sei mesi – e non perché vi siate dimenticati di aggiornarlo.

8. In conversazione, cominciate a suddividere la vostra vita in “Prima che iniziassi a leggere X” e “Dopo avere iniziato a leggere X”.

9. Membri della famiglia con il pallino del fai-da-te si offrono di aggiungere un buon, solido arco rampante allo scaffale dove riponete questo specifico romanzo.

10. Una volta finito il romanzo sentite la necessità di trovarvi qualche hobby per riempire l’improvvisa abbondanza di ore vuote.

11. Il vostro circolo di lettura, una volta finito questo romanzo, decide di passare a Guerra e Pace, tanto per cambiare ritmo con qualcosa di breve.

12. Avete aggiunto “Finire Questo Romanzo” alla vostra lista di Dieci Cose Da Fare Prima Di Morire.

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Susan Higginbotham ha deciso che presto leggerà quella saga multigenerazionale da mille pagine che da cinque anni prende polvere sul suo scaffale. Uno di questi giorni lo farà. O forse l’anno prossimo. O forse quando andrà in pensione.

 

Non Del Tutto Serio

Da Cozza A Diva In 10 Facili Passi

Dal N° 46 di Historical Novel Review – Novembre 2008. Traduzione mia.

LA STORIA E’ DONNA: dieci passaggi per trasformare la vostra Cenerentola in un’Eroina Perfetta, di Susan Higghinbotham.

C’è qualcosa che non va nella vostra protagonista femminile? Seguite questi dieci semplici consigli e, se non riuscite a tirar fuori un’eroina che fa sembrare Eleonora d’Aquitania una sguattera, allora è meglio che lasciate perdere la narrativa e torniate a scrivere quelle pessime poesie che componevate da ragazzini. (Inutile negare: sappiamo che le componevate. Vostra madre le ha ancora tutte in soffitta.)

1. Nessun personaggio femminile (o maschile, se è per questo) può essere più bello della vostra eroina – a meno che non sia destinato a una fine precoce e sanguinosa. 

2. Se la vostra eroina si sposa all’inizio del romanzo, lo sposo non può assolutamente essere degno di lei, nemmeno da lontano, e nessun matrimonio combinato può essere felice. Senza eccezioni. L’eroina deve trovare l’amore alle sue condizioni, e con l’uomo scelto da lei. Però, prima di trovarlo, può fare sesso in copiosa abbondanza – a patto di non rendersi mai ridicola.

3. La bellezza e il carisma della vostra eroina devono essere tali da non consentirle di entrare in una stanza senza che ogni singolo uomo eterosessuale presente reagisca come un cane antidroga in un magazzino pieno di cocaina. Se poi anche gli omosessuali fanno lo stesso, meglio ancora.

4. Qualche potere speciale, come la Mano Guaritrice o la Seconda Vista, è sempre un’ottima cosa, e aiuta molto nel creare un’eroina a tutto tondo. Attenti a non esagerare, però, o finirete col ritrovarvi una strega – tipo Elizabeth Woodwille, e questo proprio non va*.

5. Non si può pretendere che il lettore – anima semplice! – afferri da solo la bellezza, il fascino, lo spirito, la grazia, l’intelligenza, la vitalità e la tostaggione della vostra eroina. Per assisterlo in questo ci sono gli altri personaggi, che assolveranno questo compito fondamentale enumerando le virtù dell’eroina ogni venti pagine o giù di lì. (Fino a un massimo di trenta pagine, se il romanzo è lungo o ha ambizioni letterarie).

6. A un certo punto, la vostra eroina dovrà Salvare Eroicamente qualcuno o qualcosa. L’ideale sarebbe farglielo compiere: a) per mezzo dei suoi semi-miracolosi poteri di guaritrice; b) compiendo – travestita da uomo – una missione pericolosissima, oppure c) per mezzo delle sue straordinarie doti di guerriera, arciera** o amazzone.

7. La vostra eroina non può – proprio non può – partorire con un qualsiasi grado di facilità, perché è giunto il momento per lei di soffrire come nessun’altra donna ha mai sofferto prima, e di sopportarlo col massimo dello stoicismo e del coraggio. Potete, volendo, farle avere un aspetto orribile durante il travaglio, a patto di farle recuperare la sua botticelliana perfezione in tempo per allattare al seno il suo bimbo (compito che non va mai – mai! – delegato a una balia.

8. Ogni eroina è accessoriata con una devota confidente multiuso. La confidente è molto utile, tra l’altro, per: a) tessere le lodi dell’eroina quando non c’è nessun altro attorno per farlo; b) essere incantata della bontà dell’eroina, che si degna di notare una creatura inferiore come la confidente stessa. Guai alla confidente che mostra il minimo segno di personalità individuale: va eliminata immediatamente – prima di diventare una minaccia incontrollabile. Punti extra se, nel processo, la confidente usa il suo ultimo fiato per tessere le lodi dell’eroina.

9. Non importa quanto una particolare minoranza fosse universalmente impopolare all’epoca della vostra eroina: lei tratterà “quella gente” con aperto rispetto e tolleranza. Naturalmente, chiunque altro verrebbe ostracizzato per un comportamento del genere, ma non la vostra eroina,  che anzi ci guadagnerà in ammirazione generale.

10. In ogni guerra civile ci sono i Buoni e i Cattivi, e la vostra eroina deve essere dalla parte dei Buoni. A meno che, naturalmente, non sia impegnata in una Missione Eroica, nel qual caso può essere dalla parte dei Cattivi (purché in realtà li stia solo spiando – e lo stia facendo con notevole flair). Nota Bene: in nessun caso potete consentire alla vostra eroina di nutrire il benché minimo dubbio su chi siano i Buoni.

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Susan Higghinbotham sta lavorando a un romanzo ambientato durante la Gerra delle Due Rose, ed è in grande difficoltà con il punto 10. Però si sta impegnando al massimo.

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* NDT: E’ Elizabeth Woodwille (cognata di Riccardo III) che non va, non le streghe. Figurarsi, di questi tempi!

** Lo so che non è il femminile di arciere, ma abbiate pazienza…

grillopensante · guardando la storia

Accuratezza Storica – Requiescat In Pace

Dal N° 50 della Historical Novel Review – Novembre 2009. Traduzione mia.

Dieci Idee Per Vivacizzare La Storia di Susan Higginbotham

rip.jpgSiete stanchi di scavare tra pile di volumi polverosi? Magari è ora di liberarsi di questo giogo – l’accuratezza storica. Lasciate perdere i tomi accademici, procuratevi qualche cioccolatino e un bicchiere della vostra bevanda alcolica preferita e seguite questi dieci facili consigli verso la LIBERTA’!

1. Mettete sempre in dubbio la legittimità della nascita di chiunque. Dopo tutto, la maggior parte dei bambini vengono concepiti in privato, per cui chissà chi era davvero nel letto di chi? Non fatevi scrupoli nell’affibbiare la paternità a qualcuno che era morto, decisamente troppo giovane o lontano mille miglia al momento del concepimento. Questa è narrativa, gente!

2. Alterate pure di una decina d’anni l’età di un personaggio storico, a seconda delle vostre necessità. Oltre ad aiutare con il punto 1, spesso la variazione aprirà tutto un mondo di possibilità per vivacizzare la vita sessuale dei vostri personaggi.

3. Un personaggio storico è morto in circostanze non assodate? Fatene un omicidio, e assicuratevi che il biasimo ricada su qualcuno che non vi piace.

4. Se non avete fatti sufficienti per sostenere un’affermazione, fatela lo stesso. Se i vostri lettori volessero prove, se ne starebbero in tribunale a seguire i processi, giusto?

5. Le teorie della cospirazione sono i migliori amici di un romanziere. Anzi, quelli che la menano con l’accuratezza storica sono parte di una vasta rete internazionale che cospira per tenere tutti quanti all’oscuro della Verità. (Rivelata qui per la prima volta)

6. Solo perché qualcuno è morto dieci anni prima di un certo evento, non è una buona ragione perché non dobbiate includerlo nell’evento stesso. Che si diano da fare, questi morti, invece di occupare spazio sotterraneo a ufo.

7. Se due persone hanno lo stesso nome, è il Cielo che vi offre l’opportunità di confonderli liberamente ad ogni pie’ sospinto. Visto che i loro genitori non hanno avuto la previdenza d’imporre alla prole un nome diverso…

8. Se non siete certi di un fatto, guardatevi bene dal controllarlo. Affidatevi al vostro istinto e dateci dentro, specialmente se con questo potete rovinare la reputazione di un personaggio storico.

9. Se un evento ha una spiegazione innocente e una spiegazione sinistra, la spiegazione sinistra ha l’assoluta precedenza. Ricordatevi: nessun personaggio storico merita il minimo beneficio del dubbio, a meno che non sia il vostro protagonista. (E solo se è straordinariamente bello)

10. Il fatto che nessuno storico abbia mai considerato l’ipotesi che un certo personaggio storico fosse un maniaco sessuale, un alcolizzato irrecuperabile o un omicida seriale, non è assolutamente una buona ragione perché non dobbiate farlo voi. E’ quella cosa chiamata immaginazione, sciocchini! A che vi serve se non la usate almeno un po’?

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Susan Higginbotham ha appena pubblicato il suo terzo romanzo, The Stolen Crown – ma avrebbe fatto mooolto prima a scriverlo, se solo avesse seguito queste dieci regole.

 

grillopensante · guardando la storia · libri, libri e libri

La Bambinaia Francese

Bambinaia.jpgNel corso del finesettimana ho avuto modo di discutere di uno specifico tipo di anacronismo – il tipo che scatena in me violente reazioni allergiche, che considero il peccato mortale in materia e che permea completamente La Bambinaia Francese, di Bianca Pitzorno.

So di averne già parlato, ma abbiate pazienza mentre analizziamo la trama in dettaglio.

Si comincia nella Parigi degli Anni Trenta dell’Ottocento, con la piccola Sophie, figlia di operai che, nella loro illuminata sete di progresso, fanno studiare la figlioletta. Poi il destino malvagio si accanisce sulla famigliola, Sophie perde i genitori in rapida successione, deve lasciare la scuola e mettersi a lavorare e – colpo di fortuna! – si ritrova alle dipendenze di Madame Céline, danseuse celebre e madre di una bambina. Il padre, un gentiluomo inglese, ci viene subito presentato come un uomo duro d’animo, gretto, ottuso, pieno di pregiudizi e non particolarmente intelligente.

Madame Céline, al contrario, è un angelo privo di difetti che accoglie come altrettanti figli Sophie e Toussaint, il piccolo schiavo di colore regalatole dall’amante inglese. Entrambi i ragazzini studiano nell’eccentrica scuola del Cittadino Marchese, un nobile che persegue i più nobili (e più traditi) ideali della Rivoluzione inculcando Rousseau e Voltaire a un gruppetto di piccoli operai, borghesi e aristocratici.

Tutti vivono molto felici in questa arcadia – con l’occasionale batticuore di una visita dell’Inglese, cui bisogna far credere che le distinzioni sociali siano debitamente rispettate – fino al secondo disastro, che è in realtà una combinazione di disastri. Alla morte del Cittadino Marchese, i di lui avidi e malvagi nipoti accusano Céline di un reato che non ha commesso per poterle sottrarre la parte di eredità lasciatale dallo zio. La poveretta, imprigionata alla Salpétrière, perde anche la memoria. L’Inglese ricompare soltanto per portarsi via bambina e bambinaia, e Toussaint deve nascondersi per non essere venduto, visto che la sua lettera di affrancamento non si trova più.

Il romanzo diviene a questo punto epistolare, perché Sophie scrive a Toussaint dall’Inghilterra, raccontandogli le sue numerose infelicità: deve vivere in un cupo maniero di campagna, fingersi analfabeta, sopportare che la piccola Adèle venga trattata con un certo distacco, capire chi è la misteriosa signora rinchiusa in un’ala della casa, e guardare mentre quella cretina incapace di sentimenti dell’istitutrice inglese s’innamora del padrone…

Qualcosa comincia a suonarvi familiare? Dovrebbe, perché l’istitutrice inglese altri non è che Jane Eyre, e il bieco Monsieur Edouard è naturalmente Mr. Rochester, con la moglie pazza rinchiusa nella soffitta. Solo che nulla è come credevate voi e Jane, perbacco! D’altra parte, Jane è una sciocca accecata in pari misura dai suoi pregiudizi inglesi e dal suo “amore da serva”. Il vero volto di Rochester l’abbiamo già visto, e la moglie pazza – tenetevi forte – non è pazza affatto! Il suo unico difetto è quello di avere sempre sostenuto la libertà degli schiavi e di essere stata innamorata in gioventù di un mulatto. Rochester la tiene rinchiusa solo perché, con i suoi discorsi di uguaglianza e libertà, Bertha è socialmente imbarazzante.

Capito che cosa ci teneva nascosto Miss Bronte? Vatti a fidare!

Ma never fear, la virtù non può non trionfare, di qua e di là della Manica e degli Oceani. In Francia, Céline viene liberata, riabilitata e guarita; i nipoti del Cittadino Marchese pagano per le loro malefatte; Toussaint viene dichiarato uomo libero e parte per l’Inghilterra per recuperare Sophie e la bambina. Seguono i noti eventi – il matrimonio interrotto tra Jane e Rochester, la fuga di Jane e l’incendio… solo che non è Bertha a scatenarlo, così come non è lei a morire. Bertha fugge con i Nostri che, ricongiunti e traboccanti di felicità, s’imbarcano per il Nuovo Mondo. In un finale degno di Love Boat, Sophie decide che Toussaint avrà di certo una parte nel suo futuro, mentre l’ex pazza Bertha non vede l’ora di ricongiungersi con il suo mulatto, e persino Cèline trova l’amore, nella persona di un opportunissimamente ricomparso amico del defunto padre di Sophie, un tipografo povero e brutto – ma istruito, intelligente e debitamente liberale. Non avevamo mai più sentito parlare di lui dopo pagina quattro? Ci eravamo bellamente dimenticati di lui? E’ tutto molto improbabile e improvviso? Fa niente: l’importante è che tutti vivano felici, uguali e contenti mentre la nave scompare nell’orizzonte indorato dal tramonto.

E quella gallina di Jane? Dopo tutto ha quello che si merita, visto che se ne torna scodinzolando dall’accecato e rovinato – e pure bigamo – Rochester. Fine.

Capito l’andazzo? Sorvoliamo pure sulla trama approssimativa e sulle coincidenze improbabili – dopotutto è un libro per fanciulli, si potrebbe obiettare – ma non sorvoliamo sulla caratterizzazione sommaria, perché è parte di un discorso più ampio.

In questo libro ci sono i Buoni (Sophie, l’angelica Céline, Toussaint, il Cittadino Marchese, Olympe e sua nonna, Bertha, la piccola Adèle) e i Malvagi (Rochester, i nipoti del Cittadino Marchese e svariati personaggi di contorno). Miss Jane è in una specie di limbo, parte vittima consenziente di Rochester, parte ottusa perché inglese, di certo nulla a che vedere con la giovane donna coraggiosa e intelligente che conoscevamo dal suo libro.

In realtà, tutte le caratterizzazioni che conoscevamo dal libro sono stravolte – per nessun motivo migliore della simpatia della Pitzorno per la Francia, a quanto pare – ma non è questo il punto.

Il punto è che tutti i Malvagi, maggiori e minori, pensano, ragionano, sentono e agiscono come gente della prima metà del XIX Secolo, incarnano e mettono in pratica le convenzioni, le idee e la mentalità prevalenti del loro tempo – e proprio per questo sono descritti come malvagi.

I Buoni, per contro, hanno tutti sensibilità del XXI Secolo. Anche quando professano teorie volterriane (per dirla con il Sagrestano della Tosca) o declamano le idee di Victor Hugo, poi le applicano in maniera del tutto contemporanea – e questo, nell’intenzione della Pitzorno, fa di loro i Buoni.

Sophie non è una piccola parigina ottocentesca, è una ragazzina dei giorni nostri immersa in una realtà del XIX Secolo, di cui si risente amaramente. Il modo in cui lo staff di Thornfield Hall tratta la bambina francese è esattamente quello in cui sarebbe stata trattata una bambina all’epoca e nella situazione: con un certo distacco (cui va aggiunto un quid d’imbarazzo dovuto alla nascita irregolare di Adèle). Le smanie di Sophie in proposito sono una reazione dei nostri tempi. E l’idea di Bertha – brava, buona e generosa – rinchiusa perché parla di concedere la libertà agli schiavi sfiora il grottesco.

Ma Bianca Pitzorno non è una principiante: da anni scrive romanzi storici ben documentati, e quindi non commette errori di prospettiva. Piuttosto, distorce deliberatamente la prospettiva, il che a mio avviso è ancora più grave. 

Nel momento in cui caratterizza come malvagi tutti i personaggi che incarnano la mentalità del loro secolo, e dà a tutti i buoni una mentalità del tutto anacronistica, La Bambinaia Francese cessa di essere un romanzo storico e diventa, nella migliore delle ipotesi, un’apologia della nostra mentalità illuminata e politically correct, così superiore a quella ottocentesca. Nella peggiore (e più probabile) delle ipotesi, il libro verrà frainteso e i giovani lettori crederanno che nell’Ottocento gli aristrocratici cattivi (specie se inglesi) dividessero la società in categorie, mentre gli operai buoni e qualche nobile illuminato consideravano tutti gli uomini e le donne liberi e uguali.

In entrambi i casi, l’operazione intellettuale è dannosa.

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Birra in Bottiglia

dewitt500.gifA Dagger For Two, di Philip Lindsay, è il mio Libro Da Borsetta in carica. Essendo un paperback piccolino e vecchiotto* si presta a stare nelle borsette, in modo da essere a portata di mano per code, attese e ritardi imprevisti. D’altra parte, essendo un libro piacevole ma non la lettura della mia vita, non importa poi troppo se lo leggo a bocconi e spizzichi nel corso di parecchi mesi – che è quello che sta succedendo: sono certa di avere cominciato ADF2 l’autunno scorso…

Ad ogni modo, l’ultimo spizzico di lettura conteneva una scena di folla festante che, nel Rose theatre, attende rumorosamente l’inizio della rappresentazione. Siamo nel 1593, e la traduzione è mia:

… Chiacchiericcio, grida di amici che si cercavano da un capo all’altro del cortile, liti per i dadi e le carte, uno schiacciare di gusci di noce, un masticar di mele, un succhiare di arance, gli schiocchi sibilanti delle bottiglie di birra aperte, i richiami dei venditori ambulanti…

Bottiglie di birra? Bottiglie di birra che si aprono con uno schiocco sibilante nel 1593? All’improvviso l’immagine di un ragazzotto in jeans che apriva una bottiglia di Guinness con l’accendino mi ha scompigliato la scena tardo-cinquecentesca. Ugh, l’anacronismo! ho pensato, arricciando un labbro, e quando ho ripreso la lettura avevo una diversa considerazione del signor Lindsay e della sua storia.

Una volta a casa, però, colta dal dubbio, ho fatto qualche ricerchina, e ho scoperto questa storia: negli Anni Sessanta del Cinquecento, un vicario dello Hertfordshire sarebbe andato a pescare portandosi dietro della birra in una bottiglia di vetro tappata col sughero, e poi l’avrebbe dimenticata sulla riva del fiume. Tornò a riprendersela l’indomani (più per la bottiglia che per la birra, perché il vetro era costoso) e, quando volle aprirla, il tappo esplose via “con rumore di pistola, e non di bottiglia”. Il vicario aveva appena scoperto che la birra sottovetro ri-fermentava. Pittoresco, ma probabilmente non vero. Pare invece che, nella seconda metà del Cinquecento, i birrai inglesi sperimentassero con le bottiglie veneziane, ma probabilmente più per la fermentazione che per l’imbottigliamento di per sé, che non diventò pratica commerciale fino alla seconda metà del Seicento. In compenso, molta della birra che si consumava veniva prodotta in casa, e un libro di consigli domestici del 1615 si spiega alle brave massaie quali precauzioni prendere per conservare la birra nelle bottiglie.

Insomma, è tecnicamente possibile che, nel 1593, qualcuno se ne andasse a teatro con una bottiglia di birra in tasca e la aprisse con tanto di schiocco sibilante, o che le bottiglie si vendessero nel teatro stesso insieme alle arance**, alle mele, alle noci, ma di sicuro il particolare non giova alla credibilità della scena Lindsay parla addirittura di venditori di “birra fresca”, il che doveva significare che qualche locanda di Southwark (il distretto in cui sorgevano molti teatri, compreso il Rose) teneva in fresco una certa quantità di birra imbottigliata, da vendere in loco… Non so, davvero non so, ma in qualche modo mi sembra improbabile – e di sicuro fa sobbalzare il lettore.

Se Lindsay si è lasciato trascinare dall’entusiasmo, allora abbiamo un anacronismo vero e proprio; ma se invece ha pescato il particolare in qualche fonte contemporanea, abbiamo invece un animale di classificazione più difficile, un particolare legittimo ma oscuro&strambo che sembra un anacronismo e, alas, funziona come se lo fosse: una specie di nocebo storico-narrativo***.

Che fare in questi casi – se si è tanto fortunati da accorgersene? Se il particolare è davvero irrinunciabile, bisogna trovare il modo più sottile possibile per spiegare che ha tutti i diritti di trovarsi dov’è. Ma se non c’è modo di spiegare con sottigliezza è meglio rinunciare alla birra in bottiglia, perché non so che cosa sia più irritante: un anacronismo (vero o presunto) o una lezione di storia della birra incuneata a forza in una scena di romanzo.

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* Comprato a Londra, su una bancarella di libri usati, per qualcosa come 50 pence.

** C’entra fino a un certo punto, ma viene in mente Nell Gwynne, l’amante di Carlo II, che aveva cominciato la sua carriera teatrale come orange-girl, ovvero venditrice di arance in un teatro.

*** Come la mente diabolica di Annibale.