elizabethana · teatro

PBD – Hop!

Sembrava che ci fosse un piccolo inghippo, e invece l’abbiamo saltato in corsa.

Ed è possibile che nel saltare l’inghippo io abbia usato il Sonetto 43 in maniera eterodossa, ma ha senso teatralmente, e dunque va bene.

In questo senso, forse ne avevamo già parlato, il teatro è come il diritto internazionale consuetudinario: ciò che funziona è buono.

angurie · guardando la storia

Di Viaggi Nel Tempo E Buone Alternative

gianconiglio_blog.jpgRicordate quando eravamo bambini e leggevamo il Corriere dei Piccoli? Ricordate il meraviglioso Gianconiglio, di Carlo Peroni?

Be’, c’era questo episodio in cui tutta la popolazione di Belpelo veniva invitata nel castello dello scienziato pazzo Professor Dindon. Nel castello c’era una biblioteca, che invece di libri aveva porte, e ogni porta era l’ingresso in una storia…

Dico tutto ciò perché qualche notte fa, in una di quelle conversazioni che si fanno aspettando di veder cadere le stelle cadenti, si è venuti a parlare di viaggi nel tempo, e dell’epoca che ciascuno di noi vorrebbe visitare se potesse. Confesso che, dopo avere lungamente esitato tra la Seconda Guerra Punica, l’età napoleonica, gli ultimi mesi di Costantinopoli, la prima Guerra di Vandea, la seconda sollevazione giacobita, il Siglo de Oro e una decina di altre possibilità, ho rinunciato al mio viaggio nella Macchina del Tempo in favore dell’accesso alla biblioteca del Professor Dindon.

“Sei matta???” hanno reagito in coro i miei co-conversatori, e forse hanno ragione. Non sono sicurissima di avere fatto una scelta saggia, ma il fatto è che non posso fare a meno di domandarmi questo: preferirei incontrare l’Alan Breck storico o quello di Stevenson? Oh, d’accordo, esempio mal scelto: non c’è gara fra i due. Allora diciamo, piuttosto: il Belisario storico o il Count Belisarius di Graves? In realtà, la risposta è entrambi, perché ancora meglio che incontrare uno dei due sarebbe poter confrontare l’originale con l’immagine che ne ha creato lo scrittore.

“Allora,” mi si è detto, “l’ideale è davvero la biblioteca. Se vuoi l’originale devi solo entrare in una biografia…” Ma non so, perché nella biografia non incontrerei il Belisario originale, bensì l’immagine ricostruita dal biografo. E tutti sappiamo che cosa sono capaci di combinare gli storici. “Cronache del tempo, allora?” Anche qui c’è da vedere. Che Annibale incontrerei entrando in Polibio? Non certo quello che mi aspetto. Nemmeno se Polibio avesse incontrato Annibale di persona, invece di discuterne con gli Scipioni. Persino nella cronaca di Sosila, se fosse giunta fino a noi, non troveremmo l’Annibale “vero”, ma l’immagine che di lui aveva Sosila. Forse, però, potremmo trovarci un Sosila passabilmente aderente al vero, o quanto meno alla percezione che Sosila aveva di se stesso. Ciò che mi fa pensare che la cosa migliore sarebbe poter entrare in versioni diverse della stessa storia per vederla da vari punti di vista… Sono abbastanza certa che, se potessi entrare nella Vita di Charlotte Brontë della signora Gaskell, nelle lettere di Charlotte e in quelle di Emily, incontrerei tre Charlotte del tutto diverse. E ho il sospetto che mettere a confronto le tre sarebbe più interessante che limitarsi a incontrare la “vera” Charlotte.

Quindi sì, devo confessare che alla fin fine, tra la Macchina del Tempo e la Biblioteca del Professor Dindon, il mio voto va ancora alla biblioteca.

E voi, invece?

Consideratelo un giochino ferragostano: Macchina o Biblioteca? Quale epoca? Quale libro?

elizabethana · scribblemania · teatro

Piccolo Bollettino Diurno

Il Chi È Chi si sta risolvendo quasi da solo…

Quasi.

Quindi ormai questa bacheca su Pinterest è più affollata di quanto sia strettamente necessario.

E tuttavia sapere che cosa sono i personaggi, e non chi, ha il suo genere di fascino. Ma d’altra parte, you know, parliamo di teatro, e di una situazione in cui c’è tutto il margine di manovra che si vuole: per una volta, efficacia batte rigore storico senza nemmeno pensarci troppo…

O quasi.

Perché voglio dire, in realtà, dovendo scegliere tra due soluzioni parimenti efficaci, quale miglior criterio della plausibilità storica? 

E se state pensando che ci sono ricascata, è possibile che non abbiate tutti i torti.

Oh well. Magari ne riparleremo.

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Luisa Miller

L’aver fatto debuttare a Roma la Battaglia di Legnano era stata, come abbiamo visto, una benedizione dal punto di vista della censura, ma aveva creato non pochi problemi con la direzione del San Carlo di Napoli, che su Cammarano&Verdi – ma soprattutto su Cammarano – vantava qualche diritto in virtù del contratto del 1845.

Cosicché, con Cammarano minacciato di azione legale e addirittura di carcere, Verdi decise di scrivere un’opera per Flaùto – a inderogabile condizione, si legge in una lettera, che nulla accadesse al povero poeta, già indebitato di suo e padre di cinque. 

E dopo qualche infruttuoso tentativo con L’Assedio di Firenze – che comunque prometteva di diventare non meno pericoloso e censurabile della Battaglia – i due si decisero per Schiller un’altra volta: Kabale und Liebe, sotto il titolo di Luisa Miller.

E francamente non so vedere tutto questo miglioramento rispetto a Firenze o Legnano. Schiller era il tipo di scrittore che non sapeva fare nemmeno la lista della spesa senza farcirla di vagonate di critica sociale e incendiarietà politiche assortite, e Kabale, con la sua vicenda di scontro tra vecchia nobiltà e borghesia emergente, non faceva eccezione.

Ma Cammarano, pover’uomo, aveva già i suoi guai, e così forse non dobbiamo stupirci troppo che annacquasse il tutto in una storia d’amore contrastato in salsa tirolese…

Atto Primo – L’amore.

Tirolo, ameno villaggio, e il coro, guidato dalla contadinella Laura, va a cantare gli auguri di compleanno alla dolce Luisa, figlia dell’ex soldato Miller. Il quale è preoccupato, perché Luisa si è innamorata di uno sconosciuto venuto da fuori – e a lui, come dicesi dalle mie parti con rustica ma efficace espressione, balla un occhio.

Non ha neanche tutti i torti, ma questo noi ancora non lo sappiamo, e Luisa non ci vuole credere. Per convincere il padre gli ripete con sopranile logica che si sono visti appena e già si amano di tenerissimo amore… né noi né il padre siamo terribilmente rassicurati, ma non c’è tempo per agitarsi ulteriormente, perché chi ti compare tra i contadinelli che offrono fiori di campo a Luisa, se non l’innamorato misterioso? Dubbi del padre, felicitazioni del coro, cinguettio dei due giovani – ed è mai possibile che, pur cinguettando d’amore, debbano riuscire a parlar di morte due volte nel giro di otto versi? Che vorrà mai dire? Avrà forse ragione il vecchio Miller, che non sa qual voce infausta entro il suo cor favelli?

Ma lasciamo che Luisa, il suo giovanotto e il coro se ne vadano in chiesa, e guardiamo entrare Wurm, il castellano del conte von Walter. Ora, da uno che di nome fa Verme che cosa possiamo aspettarci? Come minimo, che sia innamorato a sua volta di Luisa e chieda a Miller di convincerla a sposarlo volente o nolente. Ma Miller, padre affettuoso e Schilleriano, inorridisce: e che! un consorte – che poi si deve tenere finché morte non separi – si può scegliere solo in tutta libertà, e Luisa è innamorata di un altro.

Un altro, eh? sibila Wurm. E lo sa Miller che quell’altro si finge un cacciatore, ma in realtà è il figlio del conte von Walter, signore del luogo? E poi il verme se ne va, lasciando Miller a crogiolarsi in uno di quei momenti da io-l’avevo-detto.

Anche noi ce ne andiamo, e seguiamo Wurm al castello, intento a fare la spia con il conte, che non può credere alle sue orecchie. Ma come? Lui si dannerebbe l’anima per vedere felice l’amatissimo figlio, e lo sciagurato ragazzo lo ricambia innamorandosi di una contadinella? E considerando che questo è il XVII Secolo, a noi il conte pare più turbato di quanto la circostanza giustifichi, vero? Be’, prendiamone nota e mettiamo da parte. Ne riparleremo poi.

Ma quando arriva il rampollo Rodolfo, che è (ma lo sapevamo già) il moroso di Luisa, il conte finge di nulla e gli annnuncia gaiamente di avere qui pronta da dargli in moglie la cugina Federica, amica d’infanzia, duchessa, ricca, bene introdotta a corte e anche innamorata… che si può volere di più?

Ma io non l’amo, protesta Rodolfo, e non ho ambizioni particolari, non so che farmene di lei…

Il padre rimbrotterebbe, ma eccola che arriva, Federica. E sappiatelo: Federica è bella, buona e virtuosa.* Solo che non è Luisa e, quando conte e coro si ritirano strategicamente per andare a caccia, Rodolfo si affretta a informarla che non può sposarla perché ama un altro.

Non ci aspettavamo che Federica la prendese bene, giusto? Se tu mi pugnalassi, sibila al cugino, ti perdonerei perché ti amo. Ma questo è imperdonabile e me la pagherai.

Hell hath no fury – con quel che segue.**

Ma torniamo a casa Miller, dove Luisa guarda dalla finestra i cacciatori in arrivo dal castello, e si stupisce di non vedere tra loro il suo giovanotto. Chi arriva, invece, è Miller, a svelare l’identità del bugiardo. Luisa, naturalmente, non vuole crederci, ma ecco Rodolfo, che confessa e però giura che il suo cuore appartiene solo e soltanto a Luisa.

Miller chiede, non irragionevolmente, chi proteggerà tutti e tre dall’ira del conte. E Rodolfo comincia a spiegare di avere buon materiale ricattatorio in mano… 

E a noi potrebbe venir da levare un sopracciglio all’idea di un eroe d’opera che ricatta il babbo – ma mentre ancora ci pensiamo, ecco giungere il conte in persona. E appena giunto, chiama Luisa una venduta seduttrice. Luisa semisviene, Rodolfo non passa alle vie di fatto solo perché si tratta di suo padre, ma Miller non soffre di questo genere di compunzioni.

Naturalmente non va molto lontano, perché il conte fa arrestare lui e Luisa.

Se la incarcerate, vado con lei, minaccia Rodolfo.

Il babbo risponde che si accomodi.

Prima di vederla incarcerata, la uccido di mia mano, è la seconda minaccia.

Di nuovo, il babbo risponde che si accomodi.

E tutti pensiamo: adesso minaccia di uccidersi lui, giusto? Perché questo sì che farebbe sobbalzare il conte…

E invece no: visto che proprio non c’è altro modo, Rodolfo sussurra di sapere come il padre sia diventato signore di Walter e se ne  va di corsa. E si vede che era proprio buon materiale, perché il conte cede all’istante e se ne va con i suoi, trascinandosi via Miller, ma lasciando libera Luisa.

Sipario.

Atto Secondo – l’intrigo

Ecco il coro che porta a Luisa pessime nuove: gli uomini del conte stanno portando via suo padre, e non per una gita panoramica… E poi ecco Wurm, che caccia via tutti e spiega a Luisa come stanno le cose: vuole suo padre salvo? E allora, per ordine del conte, che scriva una lettera in cui dice di non avere mai amato Rodolfo, di non averlo mai creduto un povero cacciatore, di averlo sedotto per ambizione, di essere in realtà innamorata di Wurm… E sarà l’amor filiale, sarà che è una mozzarella, ma Luisa cede prima di subito e scrive. Non basta: Wurm le fa giurare di non smentire mai la lettera, e di mostrarsi innamorata di lui davanti alla duchessa Federica.

Luisa non è contenta, ma che può fare, povera ragazza?

E noi torniamo al castello con Wurm, e lo ascoltiamo mentre, con il conte, si raccontano l’un l’altro come anni prima abbiamo cospirato per assassinare il cugino e predecessore del conte… credevano di avere fatto tutto in gran segreto, ma si direbbe che Rodolfo sappia tutto e non si faccia scrupoli particolari a servirsene… Ci mancava solo questo accidente di Luisa, vero? Né Wurm né il conte si sentono terribilmente sicuri, né si fidano granché l’uno dell’altro…

Ma ecco la duchessa, davanti a cui Wurm trascina Luisa. Le due si squadrano in cagnesco, ma a dire il vero Federica è una cara ragazza, ed è più interessata alla verità che altro, e Luisa, pur gelosa e angosciata, finirebbe col confidarsi, se non fosse per Wurm e il conte che le stanno con il fiato sul collo… Ma alla fine la povera fanciulla riesce ad essere convincente, la duchessa è ingannata e felice, Wurm e il conte esultano.

Intanto, in un giardino pensile del castello (chissà poi perché un giardino pensile…), Rodolfo riceve la famosa lettera per mano di un contadino prezzolato (ma non  volevano tutti un gran bene a Luisa?) e s’infuria e manda a chiamare Wurm. Non è ben chiaro se abbia in mente un duello o un duplice suicidio, ma di sicuro ha due pistole, e Wurm pensa bene di scaricarne una in aria, facendo accorrere tutti – padre compreso.

E al conte bisogna riconoscere qualche sottigliezza, perché, trovando il figlio sconvolto, finge di cedere e di acconsentire alle nozze con Luisa – proprio quando Rodolfo non la vuol più nemmeno sentir nominare. E, con tutto il suo prestigio ristabilito e un’apparenza di generosità, può suggerire pronte nozze con Federica, senza che lo sbigottito Rodolfo tenti nemmeno di ribellarsi.

Atto Terzo

Torniamo a casa Miller, dove Luisa scrive e se ne sta mesta. La lettera è una semiconfessione per Rodolfo, la mestizia si deve alle intenzioni suicide.

Poi, come fa la gente che in realtà non intende suicidarsi davvero, affida la lettera (aperta) al babbo da consegnare. E Miller legge, naturalmente, e se ne resta lì trambasciato e silenzioso, e impiega un’era geologica ad afferrare il senso della lettera, e poi quando lo afferra piange e supplica e dissuade, e Luisa si pente e desiste – a patto di andarsene via. E così, padre e figlia risolvono di andarsene raminghi e poveri dove il destin li porta, magari mendichi, ma insieme. Miller va a schiacciare un pisolo prima della partenza, Luisa prega…

E chi sarà mai lo sconosciuto amnmantellato che entra di soppiatto? E perché versa il contenuto di un’ampolla nella tazza di latte che così convenientemente il direttore di palcoscenico ha preparato sul tavolo? E che sarà mai quella lettera che si trae dalla manica – il tutto senza che Luisa se ne accorga?

Forse stava pisolando anche lei, ma bisogna che l’uomo misterioso si palesi come Rodolfo, la chiami e le metta la lettera sotto il naso perché Luisa dia cenno di essere ancora con noi. E alla domanda se l’abbia scritta lei, la dannata lettera, la poveretta non può fare altro che dir di sì – perché ha giurato, ricordate?

E allora Rodolfo finge di stare poco bene, e di aver bisogno di un sorso di latte (gli ardono, vedete, le fauci…), e beve, e poi fa bere Luisa… E poi, dopo avere sparso un po’ di maledizioni equamente distribuite tra sé stesso, Luisa, il padre e il fato cinico e baro, annuncia di avere avvelenato entrambi.

E magari non è che Luisa accolga la notizia proprio con esultanza, ma il sollievo con cui, sentendosi sciolta in extremis dal giuramento, confessa la verità, è tanto repentino da essere quasi buffo.

Ops…

Adesso sì che Rodolfo vorrebbe averle concesso almeno il beneficio del dubbio…

Il resto è… come dire? Un nonnulla frenetico

Entra Miller, c’è uno scambio triangolare di richieste di perdono e poi Luisa muore – ma questo è ancora nulla, perché a questo punto entra tutto il cast (tranne Federica) per il gran finale, e nel giro di quattro versi quattro, Rodolfo uccide Wurm, maledice ancora una volta il padre e cade morto ai suoi piedi.

“Figlio!” esclama il conte, che non ha avuto il tempo di capire che cosa stia succedendo.

“Ah!” chiosa costernato il coro e, senza por tempo in mezzo, il sipario cala.

Sì, be’, ecco. A dire la verità, di Schiller rimangono qualche nome e, grosso modo, l’intreccio. Cammarano ha sacrificato l’ambientazione cittadina, tedesca e settecentesca, la contrapposizione borghesia-nobiltà, l’aspetto moral-religioso, l’amante del principe, la madre ambiziosa, molto dell’abbondante fuoco e la maggior parte delle non numerosissime sottigliezze dell’originale per sanitizzare il tutto in un’innocua e vaga vicenda d’amore e morte a prova di censura, spinta in un vago e innocuo Seicento tirolese…

In qualche maniera, funzionò. Scrivendola come la scrisse, quasi sotto ricatto e facendo la spola tra Parigi, Busseto, Roma e Napoli, non ci si può aspettare che Verdi componesse con soverchio ardore, e l’opera è musicalmente ineguale. Però così il contratto fu rispettato, il povero Cammarano non fu sbattuto in gattabuia e tutto finì passabilmente bene. Che con questa storia Flaùto e il San Carlo tutto si fossero conquistati la simpatia di Verdi, però, non si può dire: con un’abortita eccezione di cui parleremo, la Luisa è l’ultima opera verdiana a debuttare a Napoli.

 

 

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* Badateci: l’Altro Uomo è un verme, mentre l’Altra Donna è un semiangelo. Rodolfo ha tutte le scelte, e Luisa non ne ha nessuna.

** E no, non l’ha scritto Shakespeare.

 

elizabethana · scribblemania · teatro

PBD

Visto, qui a sinistra?

Il contaparole nuovo, quello rosso?

Teatro – tanto per cambiare. Ve l’avevo detto che ho intenzione di concentrarmi sul teatro fino alla fine dell’anno?

Ecco. Per ora ci sono qualche centinaio di parole e un Who’s Who più intricato del previsto su una lavagna di sughero – ma abbiamo iniziato e tutto va bene.

Wish me luck. Vi terrò informati.

blog life · Storia&storie

Cinque Anni!

senza errori di stumpa, quinto anniversario, storia e storie, anacronismi, romanzi storiciIeri SEdS ha compiuto cinque anni.

1188 post, quarantanove MB di spazio – e a dire il vero non ho mai contato le parole, ma pochissime non devono essere…

Però credo che la pianterò di stupirmi ogni volta perché Senza Errori di Stumpa è durato un altro anno…

E credo anche che invece vi ringrazierò dei vostri crescenti numeri. È piacevole pensare che tre o quattro volte la settimana siate così tanti a passare da queste parti per una bagola di storia, storie, libri e teatro, scrittura, elisabettianerie, opera, anglomania varia e ossessioni miste assortite.senza errori di stumpa, quinto anniversario, storia e storie, anacronismi, romanzi storici

Festeggiamo, volete?

Anche quest’anno, candeline, vino bianco e torta sono virtuali, e il cotillon lo è un po’ meno.

Lasciate che vi presenti… Storia&Storie.*

Storia&Storie.pdf raccoglie una decina di post apparsi nel corso degli anni in materia di storia, romanzi storici e anacronismi – che non sempre sono quel che sembrano – ed altre questioncelle che probabilmente non levano il sonno a nessuno tranne i romanzieri storici, ma potrebbero rivestire qualche interesse per chiunque si ritrovi qualche gusto per la Storia e/o la scrittura.

E odds are che, se siete arrivati qui, apparteniate alla categoria…  

Quindi, buona lettura, o Lettori – e grazie per questi cinque anni.

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* In teoria, dovreste poter scaricare il PDF cliccando sull’immagine qui sopra, ma siccome non si sa mai, c’è anche il link…

grillopensante

Troppa Immaginazione

Il piccolo John Masefield, nell’Inghilterra del secondo Ottocento, era un ragazzino che cresceva felice e leggeva molto. Poi rimase orfano, e la sua tutrice, una zia che pareva uscita da un romanzo di Dickens, lo spedì sulla Conway, la nave scuola della Marina Mercantile, “per curarlo dalla mania dei libri”.

Perché il piccolo John aveva “troppa immaginazione.”

E a lui il mare piaceva anche, ma proprio non aveva il fisico per le durezze del servizio. Sarebbe potuta finir male. Invece John diventò sottufficiale, fece un primo viaggio transoceanico, rischiò di lasciarci le penne, la zia lo costrinse a imbarcarsi di nuovo e lui, dopo un altro viaggio complicato, disertò a New York.

Non è un corso d’azione che mi senta di raccomandare in via generale, ma John conservò la sua passione per i libri e il suo eccesso di immaginazione (due tratti che tendono ad andare di pari passo), si mise a scrivere e, col tempo, diventò poeta laureato d’Inghilterra.

A leggere la sua biografia, è chiaro che la Conway e i bassifondi di New York erano ambienti più congeniali e incoraggianti di quello famigliare…

Ora, che sarebbe successo se, say, gli istruttori navali avessero visto un potenziale sociopatico nel ragazzino sempre occupato a leggere e a inventare storie – e avessero deciso di salvarlo da se stesso?

Forse nulla – ed è probabile che una passione che sopravvive a un’orrida zia di quel calibro sia in grado di sopravvivere a tutto – o forse invece non avremmo mai avuto le Salt-Water Ballads, Dead Ned, e un’eclettica quantità di altri libri in una quantità di generi, in prosa e in poesia…

Ma  se, anziché sul cadetto quindicenne, qualcuno avesse deciso di praticare lo stesso genere di salvataggio sul piccolo John quando aveva tre o quattro anni?

E ve lo chiedo – e me lo chiedo – perché l’argomento è riemerso in modo vario ed allarmante nei commenti a questo post.

Ma andiamo con ordine. Forse ve l’avevo raccontato o forse no, ma il fatto è che qualche mese fa le maestre hanno bandito dall’asilo il compagno immaginario del mio figlioccio di nemmeno quattro anni. La scusa è stata un piccolo incidente con un altro bambino, ma pare che le maestre non aspettassero altro, a giudicare dal tono di trionfo con cui hanno annunciato alla madre perplessa che il distacco da Otto il Leprotto era un passo fondamentale nella crescita del pargoletto.

La madre perplessa ha sconcertato queste zelote della realtà precoce obiettando che Otto è parte della famiglia – ma d’altra parte anche lei è cresciuta sentendosi dire che aveva troppa immaginazione…

Come me, del resto. Ho ricordi infelicissimi di un asilo in cui saper leggere era un’anomalia da punire, e i giochi d’immaginazione un’attività illecita al pari della menzogna… però stiamo parlando di trentacinque anni orsono, e mi azzardavo a sperare che le cose fossero cambiate.

Devo ammettere che le ricerche sui compagni immaginari che avevo fatto in vista di Bibi e il Re degli Elefanti non erano state spaventosamente incoraggianti – rivelando come avevano rivelato l’esistenza di orde di mammine angosciate dagli amici immaginari e, a monte di questo, di un diffuso atteggiamento pedagogico ostilissimo.

Poi però, dopo avere raccontato la storia di Otto il Leprotto nel presentare la prima di Bibi ad aprile, una maestra mi aveva avvicinata per dirsi indignata davanti a tanta chiusura mentale – ed ero tornata a sperare.

Poi però ancora, nei commenti al post di cui parlavamo prima, Cily raccontava delle maestre d’asilo che vogliono mandare dallo psicologo la sua bambina che ha, you guess it, “troppa immaginazione.”

E quindi non si trattava di un caso isolato…

E allora vengono in mente tante altre cose, come il bambino che non vuole animali di peluche in regalo perché “non fanno niente e sono noiosi”, e gli adulti che non leggono, e gli studenti di ogni ordine e grado che non sanno astrarre, e il Dizionario dei Luoghi Immaginari che, come dice Davide Mana, in Italia è un quarto di quanto sia altrove, e la generale snobbishness  nei confronti della narrativa d’immaginazione, e le anziane signore che guardano la De Filippi perché “sono fatti veri”, e i giovani (e meno giovani) scrittori che sfornano soltanto storie autobiografiche ai limiti dell’asfittico* o fantasy che saccheggiano modelli culturali altrui, e i lettori che chiedono all’autore quanto ci sia del suo vissuto, e le fascette con la scritta “Da una Storia Vera”…

E tutto ciò è molto triste, ma non può meravigliare poi tanto in un posto in cui le maestre d’asilo vengono addestrate a predicare che l’immaginazione non è nemmeno un capriccio o un lusso, bensì una tendenza pericolosa da curare, reprimere o, potendosi, eliminare del tutto.

Ecco, c’è questa ossessione nei confronti della realtà. La realtà è migliore. La realtà è sana. La realtà è onesta. La realtà sì, che… E poco importa quanto spesso sia soltanto una pretesa di realtà: l’importante è rivendicarla, agganciarcisi come patelle a uno scoglio, esibirla.

Poi, si capisce, l’immaginazione è inutile, malsana e anche un po’ disonesta. Chi credi d’imbrogliare con le tue storie farlocche ambientate a Costantinopoli, o scrittore che non hai mai messo piede in Turchia? E, per contro, non venirmi poi a raccontare che non condividi gli orridi pregiudizi e il fanatismo religioso del tuo protagonista quattrocentesco! O che conosci la grammatica meglio del tuo scaricatore di porto impermeabile ai congiuntivi…

E vien da domandarselo: ma tutta questa gente ossessionata dalla realtà sarà passata per le mani dello psicologo all’asilo, per farsi asfaltare la capacità d’immaginare alcunché?

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* E, per limitata competenza, esito un nonnulla a pronunciarmi in materia – ma sbaglio nell’avere l’impressione che anche vaste fette del cinema italiano siano afflitte da una tendenza all’autobiografismo piccino picciò?

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: La Battaglia Di Legnano

giuseppe verdi, la battaglia di legnano, anno verdiano, salvadore cammaranoEra il 1848, e tutti sappiamo che razza di tempi fossero.

Verdi, l’uomo che aveva già infiammato i cuori dell’Italia patriottica con cose come il Nabucco, i Lombardi e il Macbeth e l’Attila, decise che ci stava bene qualcosa di proprio incendiario, thank you very much.

Probabilmente si sarebbe rivolto al solito Piave – povero Piave! – se a quello non fosse saltato per il capo di arruolarsi a Venezia. Ma con Piave in armi, Solera in Spagna e Maffei mai più per carità, chi restava se non Cammarano?

In un primo momento ci provarono con il Cola di Rienzo di Bulwer-Lytton*, ma proprio non funzionava, e allora misero insieme una storia napoleonica di Mery con L’Assedio di Firenze del buon Guerrazzi, e quel che ne uscì fu La Battaglia di Legnano – in cui, capite, gli Italiani le danno di santa ragione ai “barbari” del Barbarossa e, per di più, i Teutoni in campo son gente malvagia e spregevole.

Ma vediamo un po’.

L’Atto Primo (intitolato, secondo la maniera di Cammarano, Egli Vive!), si svolge a Milano nel 1176.

All’aprirsi del sipario, sono in arrivo i rinforzi da Verona, Vercelli, Novara, Brescia e Piacenza, e il coro milanese fa loro tutte le festevoli accoglienze del caso.giuseppe verdi, la battaglia di legnano, anno verdiano, salvadore cammarano

Viva Italia! un sacro patto
Tutti stringe i figli suoi:
Esso alfin di tanti ha fatto
Un sol popolo d’Eroi!
[…]
Viva Italia forte ed una
Colla spada e col pensier!
Questo suol che a noi fu cuna,
Tomba sia dello stranier!

Canta fra l’altro questo festevole coro – e immaginatevi l’effetto che versi del genere potevano avere nell’Italia del Quarantotto…

Ma non distraiamoci, e notiamo invece che tra i Veronesi marcia Arrigo, il nostro tenore. Per prima cosa, egli c’informa che, dopo la lunga convalescenza di una ferita di guerra, è ben contento di essere tornato a Milano, dove spera di ricongiungersi con la sua amata.

Intanto però si ricongiunge con il suo grande amico Rolando (duce milanese) che, come tutti, l’aveva creduto morto in battaglia, e a cui non par vero di ritrovarlo vivo. Gran commozione reciproca, ma badateci: Rolando, ahilui, è un baritono, e all’opera le amicizie tenore-baritono non sono mai destinate bene.

giuseppe verdi, la battaglia di legnano, anno verdiano, salvadore cammaranoPoi arrivano i Consoli di Milano a dare il benvenuto ai nuovi arrivati, e tutti cantano ancora un po’ di roba incendiaria come:

S’appressa un dì che all’Austro
Funesto sorgerà,
In cui di tante ingiurie
A noi ragion darà!

E poi noi ci spostiamo in un loco ombreggiato, dove la bella e nobile Lida, sola tra tutti i Milanesi, se ne sta solinga e pensosa invece di esultare. Le sue dame se ne stupiscono. Lei risponde che, dopo avere perduto in guerra genitori e fratelli, non è più capace di esultare – e a noi pare che le sue dame potrebbero anche saperlo, ma si sa che i cori sono né più né meno che espositori prezzolati, giusto?

E mentre Lida lamenta tra sé di non potersi più nemmeno augurare di morire presto perché adesso ha un bambino, entra Marcovaldo**, che è un prigioniero alemanno – nonché un baritono della varietà peggiore. Costui, veniamo a scoprire, è prigioniero di Rolando, della cui generosità approfitta per corteggiare la di lui consorte Lida. Lei lo respinge indignatissima, e lui è occupato a masticare amaro quando arriva Rolando con la stupefacente novella che Arrigo è qui!! 

Sensazione.

Lida avvampa, Arrigo per poco non sviene e si salva in corner con la scusa dell’imperfetta guarigione – e Marcovaldo vede e capisce tutto. Perché, vedete, è proprio Lida la bella con cui Arrigo era così ansioso di ricongiungersi – e lei è… come dire? Un nonnulla maritata a Rolando.

Rolando invece non capisce nulla e, alla notizia che gli Imperiali avanzano, commette il Peccato Capitale Operistico: se ne va lasciando insieme un tenore e un soprano.

Arrigo, si capisce, non è contento. È così occupato a maledire la fedifraga Lida, che a quanto pare gli aveva promesso di amarlo per sempre, aspettarlo se fosse vissuto e seguirlo nella tomba se fosse morto… così occupato a maledirla, dicevo, che nemmeno ascolta alle sue proteste d’innocenza: lei lo credeva morto, che diamine, e il padre moribondo le aveva imposto di sposare Rolando! Che cosa può fare una povera ragazza?

Ma Arrigo non la considera una giustificazione e, dopo avere maledetto ancora un po’, se ne va annunciando l’intenzione di morire in battaglia. Sipario.

Atto Secondo – Barbarossa! giuseppe verdi, la battaglia di legnano, anno verdiano, salvadore cammarano

Per questo atterello fulmineo ci spostiamo a Como, dove Rolando e Arrigo arrivano in qualità di messaggeri per chiedere l’aiuto dei Comaschi contro il Barbarossa. Ma i Comaschi l’hanno a morte con Milano per vecchie rivalità e poi hanno un patto in essere col Barbarossa… del che, ritorcono i Nostri, dovrebbero vergognarsi con tutto il cuore, ma possono ancora riscattarsi unendo le loro spade a quelle della Lega Lombarda… Mentre son lì che battibeccano, entra un misterioso uomo ammantellato che, nel giro di tre secondi, si rivela essere il Barbarossa in persona, giunto con quell’esercito che i Milanesi credevano da qualche parte tra l’Adige e Pavia…

Ops.

E non è chiaro se i Comaschi siano più sgomenti per essere stati beccati a colloquio con i ribelli o più gongolanti per l’iradiddio che sta per abbattersi sui rivali storici, ma tant’è. Barbarossa tuona minacce con voce di basso, Rolando e Arrigo replicano sdegnosamente che non gli rispondono nemmeno e si rivedranno sul campo di battaglia.

TUTTI:
Guerra dunque!… terribile!… a morte!…
(Con grido ferocissimo)
Senza un’ombra di stolta pietà!

E… sipario!***

Atto Terzo – L’Infamia!****

Abbiamo approfittato dell’intervallo per tornare a Milano, nella cripta di Sant’Ambrogio, dove…

I Cavalieri della Morte scendono a poco a poco, ed in silenzio: ognun d’essi porta una ciarpa ad armacollo, su cui avvi effigiato il capo d’uno scheletro umano.

A questa gaia compagnia intende aggregarsi Arrigo, che viene accettato al volo. Rapida cerimonia d’iniziazione…

[I]l più anziano fra essi, che pone Arrigo in ginocchio a piè d’una tomba, e lo fregia della propria ciarpa: allora tutti i cavalieri incrocicchiano i brandi sul capo di Arrigo, quindi lo sollevano e gli porgono l’amplesso fraterno.

Incrocicchiano… credete che ci possa umanamente chiamare un gatto? Ma non divaghiamo. La cerimonia si conclude con un giuramento che vi riporto per intero:

giuseppe verdi,la battaglia di legnano,anno verdiano,salvadore cammaranoGiuriam d’Italia por fine ai danni,
Cacciando oltr’Alpe i suoi tiranni.
Pria che ritrarci, pria ch’esser vinti,
Cader giuriamo nel campo estinti.
Se alcun fra noi, codardo in guerra,
Mostrarsi al voto potrà rubello,
Al mancatore nieghi la terra
Vivo un asilo, spento un avello:
Siccome gli uomini Dio l’abbandoni,
Quando l’estremo suo dì verrà:
Il vil suo nome infamia suoni
Ad ogni gente, ad ogni età.

E di nuovo, immaginatevi l’effetto. Non è in fondo commovente pensare che un libretto del genere potesse passare indenne la censura?

Oh well, spostiamoci a casa di Rolando, dove Lida si aggira come una forsennata e, quando l’ancella Imelda le chiede a chi scrivesse poco prima, prorompe in una delle più convincenti scene di coda di paglia della storia del teatro musicale. E che Imelda la denunci pure, se crede – alla peggio la condanneranno a morte, e lei non brama altro, bla, bla…

Imelda non ha la minima intenzione di denunciare nessuno, ma ci mette meno di nulla a capire che si tratta di Arrigo. E infatti, Lida è angosciatissima all’idea che il giovanotto vada a cercare la morte tra la gente col teschio sulla sciarpa e così – of all stupid things – gli ha scritto una lettera.

Imelda andrebbe a consegnare, se non arrivasse Rolando che, alla vigilia della battaglia, arriva per congedarsi dalla moglie e dal frutto del loro imene.

Commosso e d’umor cupo, benedice il bambino che Imelda gli porta, e lo affida alle molteplici virtù della madre se lui dovesse morire in battaglia. Lida comincia a sentirsi una bestiaccia e se ne va col bambino. giuseppe verdi,la battaglia di legnano,anno verdiano,salvadore cammarano

Non contento, Rolando fa chiamare Arrigo e gli chiede, in nome della loro amicizia, di vegliare su Lida e sul bambino se lui dovesse morire. Naturalmente non sa che Arrigo si è appena arruolato tra quei morituri che in battaglia difendono la bandiera sul Carroccio – ma non è questo il punto. Anche Arrigo comincia a sentirsi una bestiaccia. Commosso e pieno di sensi di colpa, giura e suggella il giuramento abbracciando (pur con qualche riluttanza, bisogna ammetterlo) il povero Rolando. E poi se ne va singhiozzando.

E qui, signori della corte, vi prego di spendere un pensiero su quanto bravo, buono, leale, fiducioso e degno sia il baritono Rolando.

E ve ne prego adesso perché nella scena successiva arriva Marcovaldo ad annunciargli che tradito, offeso fu, vilipeso nell’onore…

Rolando inorridisce.

Lida e Arrigo…

Rolando rifiuta di credere.

Lettera…

E Rolando legge – e questa è una scena classica. Il baritono scopre che l’adorata moglie e l’amico fraterno lo hanno tradito e, col cuore spezzato, giura vendetta. La vedremo ancora in futuro. Ma francamente, potete biasimarlo, pover’uomo?

E Marcovaldo gongola…

Noi ci spostiamo nelle stanze di Arrigo, in cima ad una torre. Arrigo sta scrivendo alla mamma quando Lida arriva per dirgli che, proprio per riguardo alla mamma, non deve e non può andare a morte certa. Be’, protesta Arrigo in un esempio del più bieco ricatto morale, ma se lei non lo ama più, che vive a fare? Oh, ma lei lo ama, lo ama ancora. Non che a questo amore possano dar corso, ma…

E in quella si bussa. Ed è Rolando. E Arrigo nasconde Lida sul balcone. E Rolando è venuto a dire ad Arrigo che sa del giuramento e della Compagnia della Morte, ed è ora di andare, e apre la porta sul balcone per mostrargli le schiere in partenza e, come in una pochade francese, chi c’è sul balcone?

Lida e Arrigo, scoperti nel peggiore dei modi, supplicano Rolando di ucciderli, ma Rolando ha un’idea migliore. Li chiude dentro, così che Arrigo non possa raggiungere i suoi compagni e, mancando alla battaglia, sia disonorato.

Orrore orror! Questa sì che è una vendetta – o lo sarebbe, se Arrigo non si gettasse dal balcone pur di non rimanere indietro. Essì, in una scena che, francamente, sembra uscita da Braccobaldo Bau, Arrigo si butta dal balcone gridando “Viva Italia!” e Lida gli grida dietro “Arresta!” e poi cade tramortita. E il sipario cade.

Atto Quarto – Morire per la Patria!

Altro atto breve. In un tempio***** milanese, dove le imbelli donne, i tremuli vecchi, e gl’innocenti fanciulli aspettano nuove da Legnano, dove si è combattuto lo scontro decisivo tra la Lega e gli Imperiali. Ci sono anche Lida e Imelda, che discutono sottovoce di come Arrigo sia stato visto uscire dal fiume e raggiungere i suoi in tempo per la battaglia. Lida è tanto grata che si sente in colpa, e allora prega per Rolando, e anche per Arrigo, perché ehi! sono i due migliori capitani dell’esercito: supplicare il cielo di risparmiarli entrambi è altamente patriottico, giusto?

Ma odonsi grida di vittoria.

giuseppe verdi,la battaglia di legnano,anno verdiano,salvadore cammaranoArrivano i Consoli ad annunciare che il Barbarossa le ha prese di santa ragione in senso lato e in senso stretto, visto che il veronese Arrigo lo ha anche disarcionato…

Dall’Alpi a Cariddi echeggi vittoria!
Vittoria risponda l’Adriaco al Tirreno!
Italia risorge vestita di gloria!…
Invitta e regina qual era sarà!

esulta il coro, ma… che è quel corteo semifunebre che giunge? Ma che diamine! Sono i Cavalieri della Morte, che riportano uno dei loro ferito. Indovinate chi?

E Arrigo morente usa il suo ultimo respiro per chiedere a Rolando di perdonarlo e di credergli se dice che Lida è pura siccome un angelo. E perché Rolando dovrebbe credergli? Perché…

Non mente… error nefando
Saria mentir… spirando…
Chi muore per la patria
Alma sì rea non ha.

Anche Lida supplica, e Rolando si commuove e cede, e abbraccia entrambi e perdona.giuseppe verdi,la battaglia di legnano,anno verdiano,salvadore cammarano

Per rendere ancora più strappalacrime il momento, al suono del Te Deum entra trionfalmente il Carroccio. Il nostro giovanotto chiede di toccare un’ultima volta lo stendardo che ha difeso così bene e, accontentato, muore tra le braccia di Lida e Rolando.

Il coro costata il decesso, le campane squillano e il sipario cala.

Ora, prima ho detto che questo libretto, che per l’epoca era incendiario indeed, passò lo sbarramento della censura… Ma forse dovrei specificare che la passò nella Roma fuggevolmente repubblicana dell’inizio del ’49, dove La Battaglia debuttò al Teatro Argentina. E dove comunque, al successone di pubblico dovuto in buona parte all’argomento iperpatriottico, corrisposero gli strali della critica delusa da un lavoro musicalmente così così…

Nei mesi e negli anni successivi quest’opera circolò pochissimo, nonostante tutta una serie di tentativi di addomesticare l’argomento spostandolo a Calais, ad Arlem (Harleem, presumo…) ed altri luoghi più o meno improbabili.

Ma non servì a granché. A Verdi piaceva, a dire il vero, ma nessun altro ci si appassionò mai per davvero, e in conseguenza La Battaglia rimane uno di quei titoli semidimenticati.

 

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* Yes, yes: Edward Era-una-notte-buia-e-tempestosa Bulwer-Lytton.

** E così adesso sappiamo dove è andato a pescarlo Calvino.

*** Sì, col punto esclamativo! Mi sono lasciata trascinare da Cammarano, che semina punti esclamativi come se piovesse!

**** See? Che cosa vi avevo detto?

***** Ricordate? Parlare di “chiesa” nei libretti era proibito.