gente che scrive · Poesia

Heaney A Virgilio, Heaney & Virgilio

seamus heaney, virgilio, bann valley eclogueSeamus Heaney torna a Mantova – e per la precisione torna a Virgilio.

Ci torna per incontrare gli studenti dei Licei, sabato mattina – e dite se non è un’occasione straordinaria per questi ragazzi, che non solo lo ascolteranno parlare di Poetrty Stories – the Strange and the Familiar, ma avranno anche modo di rivolgergli delle domande e di interagire con lui…

E poi domenica Heaney incontrerà il pubblico generale all’AvisPark di Cerese per una conferenza a tre su Virgilio nella poesia contemporanea, insieme a Pietro Andreotti di Alias e a Giorgio Bernardi Perini dell’Accademia Nazionale Virgiliana. E sarà anche l’occasione per presentare Seamus Heaney – Virgilio nella Bann Valley, bel librino di traduzioni e saggi cui ho collaborato anch’io.

E adesso indovinate: chi sarà l’interprete di Heaney in queste intense giornate?

Ebbene sì, o Lettori: c’est moi.

Dire che sono elettrizzata è sottovalutare la situazione in grande stile…

Ci vediamo, se siete nei paraggi e se vi va di sentir parlare uno dei grandi poeti del nostro tempo, domenica mattina alle dieci a Cerese.

L’invito in PDF – con tanto di cartina – lo trovate qui.

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angurie · cinema · Storia&storie

L’Organista & Il Marinaio – Una Storia Degli Antipodi

Non so voi, ma personalmente ho sempre creduto che l’età eroica in cui cinema e teatri avevano il loro organo fosse terminata col tramonto dei film muti. Ebbene, scopro che non è affatto così.

O almeno, non dappertutto.

A quanto pare, all’inizio degli Anni Sessanta, strumenti e pratica sopravvivevano ancora. Le sale cinematografiche avevano organi di vario prestigio e varia potenza, e un organista residente che non accompagnava più i film, ma suonava durante gli intervalli, prima o dopo le proiezioni, oppure tra uno spettacolo e l’altro. Mi par di capire che la prassi variasse, ma gli organisti delle grandi sale erano artisti apprezzati e applauditi. billy budd, peter ustinov, prince edward theatre, sydney, noreen hennessy

E adesso arriva l’aneddoto antipodeo…

Dovete sapere che a Sydney c’era il Prince Edward Theatre, un elegante cinema/teatro da millecinquecento posti, costruito nel 1924 e tutto parato di velluto azzurro. Ci si proiettavano film e ci si tenevano spettacoli musicali dal vivo, c’erano paggi e usherettes in uniforme, e ragazze in abito da sera bianco che distrubuivano programmi agli spettatori nelle occasioni importanti, e posacenere d’argento massicio nel foyer, un organo teatrale Wurlitzer e un’organista titolare che era una star cittadina: Noreen Hennessy.

billy budd, peter ustinov, prince edward theatre, sydney, noreen hennessyNoreen era una signora vivace e un tantino svanita, che per tutta la sua carriera prestò servizio in improbabili abiti di chiffon, chiari e vaporosi come tante meringhe. Noreen non guardava quasi mai gli spettacoli. Verso la fine della proiezione andava a sedersi al suo organo Wurlitzer e, quando un occhio di bue segnalava che era giunto il suo momento, si alzava, s’inchinava al pubblico, annunciava “And my song for you tonight is…” si sedeva accomodandosi attorno le pieghe della meringa e poi suonava per la delizia generale. Una volta finito, raccoglieva gli applausi, sorrideva, faceva la riverenza e si ritirava fino all’intervallo successivo.

Ebbene, nel 1962 il Prince Edward ospitò la prima australiana del Billy Budd di Ustinov, con tanto di serata di gala e raccolta di fondi per non so quale causa benefica. Era una di quelle occasioni di cui si diceva: ragazze in bianco nel foyer, signore in abito da sera, uomini in abito scuro, la Sydney bene e la Sydney artistica raccolte nelle poltroncine di velluto azzurro… 

Ecco, poi sappiamo tutti come va a finire Billy Budd, giusto?

Va a finire in modo tale che, quando Noreen entrò di soppiatto a una decina di minuti dai titoli di coda, il pubblico era occupato a singhiozzare con gran gusto…

Oh, poveri agnellini – benedetti i loro cuori teneri! dovette dirsi Noreen. Adesso ci penso io a risollevare millecinquecento animi afflitti…

E senza preavviso, sulla scena che conclude tragicamente un film per nulla allegro, la signora in chiffon color giunchiglia attaccò – poiché di Marina si trattava – Anchors Aweigh!

Il pubblico sobbalzò al repentino cambio d’atmosfera, spalancò collettivamente millecinquecento paia di occhi lustri e poi si sciolse in un’altrettanto collettivo convulso di risate. Non so quanto fossero soddisfatti Ustinov, lo spirito aleggiante di Melville e la gente della Allied Artists, ma Noreen si ebbe una standing ovation più lunga della sua esibizione, e si ritirò inchinandosi ad ogni passo e sorridendo come un faro nella notte.

Ah, cos’è che non si può fare, con la giusta dose di nonsense? 

grillopensante

Finali – Un’Altra Volta

Vi ricordate di questo post? Ci si parlava di lieto fine, e di come sia un passatempo cui non indulgo facilmente – perché in linea generale non mi ci riconosco.

Ebbene, in seguito è capitato che Davide Mana riprendesse l’argomento sul suo blog– no, non strategie evolutive, ma l’altro. Quello in Inglese, che si chiama Karavansara*.Se non ci avete mai fatto un salto, è il momento di provare: ne vale decisamente la pena.

Ma fatelo dopo, magari. Per il momento, il punto è che nel suo post su Karavansara, Davide approfondiva la questione del lieto fine e del finale aperto. Perché ogni storia è per forza di cose una sezione, un segmento, una carotatura di una storia più vasta, e si potrebbe dire che nessuna storia finisca mai davvero. Ma, dice Davide, in un certo senso ogni finale aperto è una sorta di lieto fine provvisorio. Le cose sono quel che sono, ma per il momento abbiamo salvato il mondo/rotto l’assedio/conquistato la città/salvato la principessa e va bene così. Domani è un altro giorno… er, no. Wrong story.

E poi neanche troppo sbagliata, a ben pensarci: il finale di Via col Vento è aperto. Un finale triste – per oggi. Dopodiché tutti sappiamo che razza di donna sia Rossella, e già la vediamo asciugarsi gli occhi, pizzicarsi le guance per apparire meno pallida e partire alla riconquista di Rhett Butler con la determinazione di un furetto. Per cui si potrebbe quasi dire che non esiste finale aperto veramente tragico. O finisce bene o, se finisce male, è comunque un male aperto a correzione.

Dopodiché, devo confessare di avere sempre qualche perplessità nei confronti dei finali aperti. È vero, lasciano spazio a sviluppi, ma non permettono quel senso di chiusura e di compimento che, da buona occidentale (in parte inconsapevolmente) tirata su ad Aristotele, mi piace trovare alla fine di una storia. Mi piace che i sipari si chiudano del tutto. Mi piace avere la certezza che ai miei personaggi non capiti nulla di veramente brutto – come mediocrità, demenza senile, disastri nucleari… E per definizione, ogni lieto fine è un finale aperto, per cui…

Ma sto divagando. Quel che volevo dire è che poi Davide ha sollevato la questione del perché. Non tanto del perché scrivere finali tragici, quanto del perché scrivere affatto con la prospettiva pressoché fissa** di un finale tragico. Diceva Davide (e spero che mi perdoni la traduzione):

Ma limitarsi a dire “la vita fa schifo e poi si muore”, e fermarsi lì suona vuoto – almeno per me.
Quel che resta fuori è che si può reagire, si può fare qualcosa prima di morire, e si può fare la differenza. Il singolo potrebbe persino fare la differenza semplicemente cercando di fare la differenza – il che è grandioso.
Se neghiamo tutto questo – se neghiamo all’individuo la possibilità di fare la differenza, di trovarci gusto e di farne trovare agli altri – perché disturbarsi a scrivere?

Già, perché?

Ecco, suppongo di essere una pessimista. Suppongo di avere maturato la convinzione che nessuno ottenga mai davvero quello che vuole. Che non vada a finire bene. Che ci sia sempre un prezzo dannatamente alto – e in genere diversissimo da quello che ci si aspettava – da pagare per qualsiasi cosa. Non è che i miei personaggi non si sforzino di fare la differenza. Ci provano come dannati, e ci trovano gusto – e il fatto che alla fine non funzioni non toglie nulla all’intensità dei loro sforzi. Anzi. Alcuni di loro sanno perfettamente di battersi per cause perdute, ma non per questo si siedono ad aspettare il compiersi del fato crudele. Quel che fanno conta in sé, nonostante le scarse probabilità di successo. E talvolta, per alcuni di loro, conta ancora di più proprio perché le possibilità di successo sono scarsine.

Quindi direi che mi disturbo a scrivere perché, pur essendo pessimista, sostengo fermamente che le scarse possibilità di successo non sono una ragione per smettere di reagire, fare qualcosa, fare la differenza, fare del proprio meglio – e trovarci gusto.

E – spero – farcene trovare ai lettori.

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Dopodiché, essendo gli scrittori quel che sono, questa faccenda è destinata ad avere uno sbocco teatrale, un’aggiunta a un play metashakespeariano (e, a voler vedere, anche metagautieriano) in cui si tratta di… be’, di lieto fine e di fine non così lieto…

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* Sì, con la maiuscola.

** Il che non è del tutto il mio caso. Ogni tanto scrivo anche qualcosa che finisce bene. Bibi, per esempio.

cinema

Billy Budd Secondo Ustinov

Sapevo vagamente dell’esistenza di questa versione cinematografica Anni Sessanta di Billy Budd. Quello di cui non avevo idea è l’onnipresenza di Peter Ustinov nel film.

Non solo Ustinov interpreta il Capitano Vere, ma è anche regista, co-produttore e co-autore della sceneggiatura adattata da Melville…

E il risultato è ottimo. Asciutto, teso, fedele al libro e bello a vedersi. Anche soltanto dal trailer, l’elettricità minacciosa di questa storia d’innocenza, malvagità, giustizia e legge è palpabile.

Mi piacciono in particolare la fotografia e il Claggart sottilmente minaccioso di Robert Ryan – e di certo non guasta il fatto che le navi siano navi vere. Che dire? Peter Ustinov sapeva quel che faceva.

Buona domenica a tutti.

angurie · considerazioni sparse · scribblemania

Premio Speciale Della Giuria

A Stagionalia.

Un’altra volta.

Lo so, lo so…

È sempre il premio speciale della giuria*…

Ma comincio a pensare che sarà sempre così finché mi ostinerò a scrivere questo genere di cose.

Quale genere di cose, dite?

Be’, giudicate voi:

Cliff era il proprietario dell’unica agenzia funebre express del Maine.

E questo sono io.

No, non Cliff. Io sono “Cliff era il proprietario dell’unica agenzia funebre express del Maine.”

Sono un romanzo. O almeno, si suppone che lo diventi. Per il momento sono dieci parole. Se lo chiedete a me, credo che dovrei essere un racconto. A parte tutto il resto, alla velocità con cui mi sta scrivendo, sarò fortunato se arrivo a 2000 parole prima che lei abbia settant’anni. Cortino, come romanzo.

Per di più, lei non sa un bel niente di agenzie funebri, e ancora meno del Maine. Mi ha buttato giù un pomeriggio, cinque mesi fa o giù di lì, perché ha letto questa faccenda dei funerali express, che l’ha fatta sobbalzare. E cinque mesi dopo se ne sta qui a mordersi il labbro con l’aria di chi medita un assassinio.

Il mio assassinio.

Per qualche ragione, per la mancanza di feminicidi, amori difficili, abbandoni e abusi, perché non c’è nulla di più cruento che qualche giocattolo narrativo smontato**, si direbbe che io dia l’impressione di non fare sul serio. 

È come per i romanzi storici. In qualche maniera, non è serio. Non è the genuine article.

Oh be’…

Il resto de Le Morte Stagioni & La Presente, premio speciale della giuria a Stagionalia, lo potete scaricare e leggere qui.

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 * “E che titolo!” mi ha detto Davide Bregola… Già. Che titolo.

** In realtà una guerra c’è. Sullo sfondo e di ter- no, quarta mano, ma c’è. E c’è anche un certo numero di morti – data la professione di Cliff… Si vede che non basta.

bizzarrie letterarie · Vitarelle e Rotelle

Mantellina Scarlatta

Che ne dite di una sfida?

Ebbene, state a sentire: nel 1957 James Thurber scrisse The Wonderful O, che narra di una lettera eliminata dalla lingua inglese. Tutta la vicenda è scritta senza usare questa lettera, ed è una delizia.

Una bizzarria? C’è chi ha ne ha fatte di più estreme: nel 1969 il Francese G. Perec scrisse  La Disparition, due centinaia di pagine senza utilizzare la lettera E. La trama è incentrata su tale Anton Voyl, che sparisce e dà il via a una serie d’incidenti. Perec, che faceva parte di una clique letteraria assai incline a sperimentare, diceva che il limite accende e ispira la fantasia.

Pare anche a me: aggirare i limiti spinge a cercare, e semmai creare, strade alternative.

E quindi, la sfida: cercare di scrivere pezzi senza una lettera a scelta, e riuscire a limitare le bizzarrie linguistiche. E’ stupefacente quel che si riesce a fare…

C’era, tanti e tanti anni fa, una bambina detta da tutti Mantellina Scarlatta, a causa della cappa che teneva sempre sulle spalle. La bambina viveva assieme alla mamma in una casetta al limitare della selva. Grandmaman, invece, viveva dall’altra parte, e per raggiungere la sua casa si passava per sentieri bui, lunghi e malsicuri, stretti tra gli alberi antichi e i cespugli carichi di spine. Accadeva raramente che Grandmaman si ammalasse, e in quei casi Mamma mandava da lei Mantellina Scarlatta. Prima che la bimba partisse, Mamma metteva in un paniere le ciambelle appena fatte, e ripeteva: guai a fermarsi nella selva, guai a parlare agli estranei! E specialmente, attenta ai lupi! Mantellina Scarlatta stava a sentire e rideva. Dite la verità: qual è la bambina che, prima di partire per una gita nella selva, dà retta alla mamma in ansia?

Basta, grazie, perché la faccenda richiede una certa fatica.

Chi altri tenta? Fatemi sapere i risultati!

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E a questo punto spero che apprezziate il fatto che in tutto il post qui sopra, se non mi è sfuggito qualcosa, ci sono soltanto cinque O, e nessuna di esse è mia: due sono nel titolo di Thurber, una nel titolo di Perec e due nel nome del suo protagonista. Qui sotto ci sono le note relative a due particolari che ho sottolineato: niente asterischi, perché non ho avuto la pazienza di scrivere anche le note senza O, e non volevo scoprire le mie carte troppo presto…

Voyl: Voyl-Voyelle, got it? Immagino che sia Anton Vocal nella traduzione italiana (La Scomparsa, Guida, 1995, trad. di Piero Falchetta), che non ho letto. Esistono anche traduzioni in Inglese (A Void), Tedesco, Spagnolo, Olandese, Svedese e Turco, quanto meno, e non mi stupirei se ce ne fossero altre: dev’essere il genere di sfida che un traduttore sogna per tutta la vita.

Clique letteraria: per ovvie ragioni non potevo scrivere “movimento letterario“, ma c’è la consolazione che una delle auto-non-definizioni di OuLiPo (che sta per Ouvroir de Littérature Potentielle) è quella di non essere un movimento letterario. Quando si è detto che a OuLiPo sono appartenuti autori come Calvino e Queneau, le cose diventano, je crois, un pochino più chiare.

teatro · Vitarelle e Rotelle

Cronache Della Vita Teatrale

E così è finita.

Contando la prova generale e quattro repliche, significa che ho visto cinque recite di Bibi & il Re degli Elefanti in una settimana. Da martedì sera a domenica pomeriggio ho pressoché abitato al Teatrino d’Arco – e tutti sono stati molto carini e non mi hanno mai fatta sentire underfoot.

Martedì sera sono arrivata in punta di piedi, perché in linea generale Capitan Grace non vuole autori attorno… ma, come mi si è fatto notare, ormai era troppo tardi per rompere le scatole anche se avessi voluto farlo – e giuro: davvero non volevo. Ho aspettato in fondo alla platea vuota e davanti al sipario aperto, e adesso ho una teoria nuova in proposito. Un teatro vuoto la sera della prova generale ha un’elettricità tutta sua. Ecco. E ho visto, e mi sono incantata – e sapevo benissimo che il bello doveva ancora venire, ma che devo dire? In teatro non si finisce mai di stupirsi.

Così, quando giovedì sera alle 6 la regista mi ha fatto sapere per vie traverse che sarebbe stata cosa buona e giusta che mi presentassi con qualche anticipo e uno straccio d’introduzione ad uso del pubblico, io stavo rivedendo bozze*, e allora ho abbandonato le bozze e mi sono messa a preparare l’introduzione. E tutti sanno che il segreto delle introduzioni è dare l’impressione (ma soltanto l’impressione) di tirare fuori dal blu un’idea dopo l’altra in una combinazione di brillante ispirazione e ferrea progressione logica. Vale a dire che la faccenda richiede una certa quantità di preparazione e qualche ripetizione a voce alta… Stavo ancora ripetendo a voce alta quando sono arrivata a teatro. Arrivata in anticipo. E ho fatto la mia introduzione (e dopo tutto non ho perso pezzi e non mi sono impantanata troppo irrecuperabilmente) e poi mi sono seduta in prima fila e ho guardato il miracolo che succedeva un’altra volta.

Perché tutto quello che alla generale era sembrato solo bello, all’improvviso era vivido ed emozionante…

La scena scarna e tutta bianca, che si bagna di luci oblique quando Bibi immagina il suo mondo speciale.

Sara Spagna, la Bibi quintessenziale.

Anna Laura Melotti, Giovanna immaginata, severa e piena di dolcezze improvvise.

Matteo Bertoni, che fa un Bogus tenero e buffo.

E l’affiatamento perfetto tra questi tre, che ogni volta guadagnano l’applauso a scena aperta sul loro In battaglia!

E la Mamma fragile e spaventata di Alessandra Mattioli.

E la deliziosa Nonna piena di fantasia di Francesca Campogalliani.

E gli adorabili, giovanissimi Alice Spagna e Davide Cantarelli.

E il Dottore rassicurante di Valentino Staffoli.

E l’Infermiera dolce e comprensiva di Martina Ginelli.

E il silenzio profondo del pubblico tutt’attorno.

E il calor bianco degli applausi.

E la platea che, all’accendersi delle luci, è tutta una costellazione di occhi lustri.

E la gente che viene a dire “Guardi, mi ha fatto piangere…”

E le cene su, su, su sopra il teatrino, a ridere dei piccoli inciampi tra una fetta di salame e un bicchiere di vino. 

E il tutto visto da dietro le quinte – in un’altra prospettiva, diversa e magica.

E le lasagne di Bogus – e la sua fidanzatina di peluche.

E il fiato sospeso per una battuta che tarda un istante.

E la tensione degli attori che prendono fiato un istante prima di entrare in scena.

E il ritmo che si fa più sciolto di recita in recita.**

E due recite sold out – e le altre poco ci mancava.

E le chiacchiere nei camerini.

E l’irrealtà sospesa di vedere chi aspetta in quinta, nella penombra, al di là dello spazio incantato del palcoscenico.***

E gli spettatori commossi che ringraziano.

E il ciondolo-Bogus, regalo della mia primattrice.

E non vedere l’ora che sia sera per tornare a teatro un’altra volta.

E rendersi conto che il Re degli Elefanti (in esilio) è diversissimo da come lo si era immaginato scrivendo – ma così perfetto che quell’idea iniziale è quasi del tutto svanita a confronto di quel che di vivo e tridimensionale e colorato ne hanno fatto attore e regista.

E poi è tutto finito – e oggi, alla fine, sul palco e dietro le quinte avevamo tutti gli occhi lustri.

E adesso si torna alla vita normale, ma una cosa è certa: I want some more.

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* As a matter of fact, bozze in parte mie. Bozze di qualcosa di cui riparleremo.

* “Alla prima c’è tensione, alla seconda c’è paura. Dalla terza in poi le cose prendono il passo giusto.” (R. Avanzi)

*** E dannazione, perché non mi sono portata una macchina fotografica?

musica · teatro

It Is A Far, Far Better Thing…

Oh be’, a titolo di congedo da A Tale Of Two Cities

And yes, Sara, there is a musical…

It is a far, far better thing that I do than I have ever done. It is a far, far better rest than I go to than I have ever known.

E lo so che è così gonfio, così ottocentesco e melodrammatico*… ma che posso farci? Mi ci commuovo sempre un pochino.

E buona domenica.

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* Non questo. Il libro. Sì, ok, anche questo è gonfietto la sua parte – ma intendo il romanzo.

anglomaniac · grillopensante

The T2C Project – Tempo Di Bilanci

E così mercoledì pomeriggio, dopo sei mesi di episodi settimanali, abbiamo archiviato Le Due Città alla UTE di Mantova.

E com’è andata? vi chiederete voi.

Mah, non straordinariamente bene, temo – ma parliamone.

Se vi ricordate, qualche dubbio sull’opportunità di scegliere proprio questo romanzo lo nutrivo. A quanto pare, non avevo tutti i torti.

Per cominciare, se contavo che, a titolo di motivazione per uscire di casa nel tardo pomeriggio, la curiosità nei confronti di un romanzo meno conosciuto potesse valere come il piacere di sentir rileggere qualcosa di già letto e arcinoto, mi sbagliavo di grosso.

All’inizio, a ottobre, le letture settimanali di T2C contavano un buon numero di partecipanti, che poi hanno cominciato a disperdersi e calare fino a ridursi a quattro o cinque prima di Natale. Un po’ mogi, avevamo deciso di “sospendere” tutto – il che era un modo carino per dire “abbandonare”. Era un pomeriggio piovoso (uno dei tanti, but more of that later), e noi cinque ci eravamo chiusi in biblioteca a celebrare un funeralino per il ciclo di letture. E quando siamo usciti in direzione aula magna per annunciare la sospensione, il primo della fila si è fermato di colpo. Io sono andata a sbattere contro di lui e, siccome Stelio è alto, non vedevo che cosa lo avesse bloccato sul posto.

“C’è gente,” mi ha detto.

E io ho ripetuto “c’è gente” alla persona che nel frattempo era venuta a sbattere contro di me, e via così, e quando siamo emersi tutti nell’aula magna abbiamo visto che “gente” significava una ventina di persone. Il che, in uno di quei semi-finali che solo nelle commedie americane, ha salvato le letture – ma il nostro pubblico non si è più allargato, e da gennaio in qua abbiamo letto per dodici, quindici o venti persone al massimo, a seconda delle giornate.

Vero è che abbiamo dovuto combattere con gli interessantissimi concerti dei Mercoledì del Conservatorio, e con il Club del Cinema, e con qualche conferenza, e poi con il tempo. Ah, il tempo. Voi non avete idea: ogni benedetto mercoledì pomeriggio, fino a un paio di settimane fa, il clima è peggiorato con micidiale puntualità giusto in tempo per scoraggiare qualsiasi zelo dickensiano. Non so se fosse lo spirito di Dickens, in un malguidato tentativo di fornire atmosfera, ma fatto sta ed è che abbiamo avuto nebbia fitta, pioggia, neve, nevischio, vento e gelo in ogni possibile combinazione. Dal punto di vista meteo, non ci siamo fatti mancare proprio nulla e, contando anche aprile, abbiamo avuto quattro mercoledì non troppo orribili su ventitre.

Ma a parte le circostanze esterne, c’è stato modo di interrogare un certo numero di transfughi, e le risposte alla domanda “Perché non vieni/e più?” sono state varie e istruttive:

– Perché il romanzo non mi piace.

– Perché mi piacerebbe anche, ma faccio fatica a seguire.

– Perché con tutti quei nomi stranieri non mi raccapezzo.

– Perché ho perso uno o più episodi e ritornando non riuscivo a riprendere il filo.

– Perché è una storia che non conosco.

Prima di scandalizzarvi, considerate che stiamo parlando dell’Università della Terza età, e quindi l’età media del pubblico non era precisamente adolescenziale.

E poi, come curatrice, ho fatto almeno due errori fondamentali. Tre. Be’, due più uno.

In primo luogo, la traduzione 1911 di Silvio Spaventa Filippi non è quel che ci vuole per riconciliare un pubblico moderno con Dickens, che già di suo era soprannominato Mr. Popular Sentiment ai suoi tempi – figuratevi oggidì, e in una traduzione che calca sciaguratamente la mano su ogni tratto sentimentale di una scrittura già alquanto gonfia, raggiungendo qua e là vertici ai limiti del purpureo.* A mia discolpa posso soltanto dire che, all’apertura del progetto, non c’era granché d’altro a disposizione. Un’altra traduzione più moderna è uscita alla fine dell’anno, quando era già tardi per chiudere la stalla: i buoi non solo erano scappati, ma avevano avuto il tempo di installarsi in Conservatorio per non muoversene più.

In secondo luogo, se dovessi rifarlo, non impiegherei due mesi ad accorgermi che il concetto di “lettura integrale” non è poi scolpito nel marmo, e che qua e là si può – e anzi, si deve – sfrondare. Se dovessi rifarlo, capitozzerei energicamente il Libro Primo, per concentrarmi sul secondo e sul terzo, che sono molto più interessanti e densi.

E adesso mi chiedo se il terzo errore, probabilmente quello fatale, non sia stato proprio la scelta de Le Due Città. Perché io posso nutrire tutta la predilezione del creato per questo romanzo, ma devo ammettere che è così inglese in concezione, così poco conosciuto, così intricato (seppur relativamente lineare per essere Dickens)… È inutile: alle letture della UTE si va per ritrovare le vecchie letture scolastiche, non per scoprire qualcosa di nuovo. Se il dubbio c’era – e c’era – adesso ne abbiamo avuto conferma. A ottobre sapevo bene di avere cambiato le regole del gioco, e mi domandavo: funzionerà?

La risposta, alas, sembra essere: non troppo.

dopodiché, devo dire che non dimeno l’avventura ha avuto la sua parte di soddisfazioni. I fedelissimi si sono appassionati davvero – così come i bravissimi lettori dell’Accademia Campogalliani, ed è stato bello vedere qualche scettico convertito a Dickens, qualche membro del pubblico occupato a fare proselitismo in famiglia, qualche signora con gli occhi lustri sul finale… E, bear with me, per due volte ho dovuto (con un certo batticuore) sostituire Francesca Campogalliani e cimentarmi nella lettura. Spero di non avere sfigurato troppo spaventosamente, ma di certo mi sono divertita un sacco a leggere Madame Defarge, Miss Pross e la Cucitrice – per non parlare del finale ad effetto.

Dopodiché mi piacerebbe poter dire che è stato istruttivo, che la prossima volta farò di meglio, che adesso ho le idee molto più chiare… ma non so troppo bene se mai si ripresenterà l’occasione di leggere ad alta voce Le Due Città – con una traduzione migliore e dei tagli più smaliziati – ma, Dickens a parte, temo molto che la mia carriera di curatrice di letture alla UTE sia franata a valle.

 

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* E non è che non lo sapessi anche prima di iniziare, ma pensavo che, se erano sopravvissuti alla lettura del Cuore, dovevano essere vaccinati contro qualsiasi livello di saccarina…

teatro · tecnologia

Microfono III – Una Tecno-Epopeuzza

Il mio microfono a gelato, quello che uso per registrare di tutto un po’, dal testo dei booktrailers al sonoro dei laboratori didattici, era defunto qualche tempo fa, dopo non lunghissimo ma onorato servizio.

Era defunto ai tempi del reading di Strada Nuova, a ben pensarci… Registrava bene per una decina o quindicina di secondi e poi la voce cominciava a farsi metallica e distante e andava a sfumare in nulla.

La cosa non mi aveva per nulla divertita, ma ho dato per scontato che fosse normale tear&wear dell’arnese – e quindi, all’approssimarsi del nuovo laboratorio – che, detto en passant, culminerà in uno spettacolo intitolato Il Benefico Burbero – ho acquistato un microfono nuovo e molto simile.

Lunedì dovendosi iniziare la registrazione, domenica sera l’ho provato con lo spartanissimo registratore di suoni di The Beastie, il mio beneamato netbook. Ho registrato una poesia di Kipling due volte di fila e tutto è andato bene. Buona qualità, uso semplicissimo… Che si poteva volere di più?

Ecco, magari si sarebbe potuto volere che funzionasse.

Perché lunedì mattina, quando mi sono presentata in classe con tutta la mia attrezzatura e ci siamo messi al lavoro, la prima registrazione di prova è andata perfettamente e la seconda anche. E poi, quando eravamo tutti molto felici e stavamo riascoltando quella che consideravamo la versione definitiva del primo segmento… you guess it: le voci si sono fatte metalliche e distanti, e sono andate a sfumare in nulla.

E non dovete credere che abbiamo registrato ore e ore di sonoro: un segmento di un paio di minuti, e qualche strofa del Sant’Ambrogio giustiano, a titolo di prova. Tutto lì. Pronta a biasimare The Beastie, ho collegato il microfono al computer della LIM, e tutto è parso andare bene per tutta la prova giustiana. Gli implumi hanno registrato di nuovo il segmento e… metallico, distante, sfumante in nulla. 

Furore tremendo.

Una volta al Ginnasio mi hanno affibbiato un tema così concepito: L’ira è un vento maligno che soffoca e spegne la fiamma della ragione. Lo ricordo ancora con profonda infelicità, quel tema, ma bisogna dire che non fosse del tutto campato in aria. Se il furore tremendo, stretto parente dell’ira, non mi avesse soffocato e spento la fiamma della ragione, forse mi sarei ricordata di che cosa succede al commercio il lunedì mattina – e me ne sarei ricordata prima di scapicollarmi per dodici miglia fino al magazzino dove ho comprato il microfono…

Ma non era come se si potesse far finta di nuolla, tornare a casa e mettersi a intrecciare coroncine di margherite, perché il programma del martedì mattina prevedeva altre quattro ore di registrazione – con due classi. E allora, nel pomeriggio, seconda scampagnata.

Il gentilissimo commesso del magazzino mi ha sostituito prontamente l’arnese, ma non si è rivelato di grande aiuto nella mia quest for knowledge. Perché vedete, un decesso di microfono capita, ma due decessi identici e in relativamente rapida successione mi fanno pensare di avere sbagliato qualcosa…

“Dove sbaglio, secondo lei?”

“Da nessuna parte, credo. I microfoni muoiono.”

“Ma questo era nuovo…”

“Alcuni microfoni muoiono giovani.”

“Ma il fatto è che sono due microfoni diversi per tipo e per marca, e sono morti alla stessa maniera…”

“Coincidenza.”

“Ma cosa causa questo genere di deliqui?”

“Buona domanda.”

“Ma secondo lei è possibile che la presa di un computer surriscaldi o altrimenti frigga il jack…?”

“Mmm… no.”

E così me ne sono venuta via assetata di conoscenza come lo ero prima – ma provvista di un microfono nuovo. La cosa sensata sarebbe stata provarlo subito, ma che devo dire? Non mi ci sono saputa indurre. Non ho avuto il coraggio di connettere Microfono III a The Beastie: checché ne dica il commesso, qualche medievalissimo angolo della mia mente non sa fare a meno di immaginare in quella presa tanti minuscoli denti pronti a fare cose poco belle ai jack innocenti.

Cosicché ieri mattina me ne sono arrivata a scuola col microfono ancora imballato e la tentazione di intrecciare danze propiziatorie prima di vararlo. Gl’implumi ci hanno accolti entrambi con scetticismo.

“Non è mica il microfono di ieri, vero, Profe?”

“No, ragazzi. È un altro.”

“Ma è uguale?”

“No, è di un’altra marca.”

“L’ha pagato di più?”

“Er… no.”

E ho capito che il fatto di essere più economico del microfono difettoso non ha fatto nulla per lo standing di Microfono III agli occhi dei fanciulli. E non è che fossi fiduciosissimissima nemmeno io. E l’insegnante di lettere degli implumi cominciava a guardarmi con una certa dose di dubbio negli occhi – il genere di dubbio riservato al momento in cui comincia a sembrare umanamente impossibile che lo spettacolo sia pronto in tempo.

Per cui, quando abbiamo registrato il primo segmento della prima scena e tutto è andato bene, nessuno si è fidato troppo. Be’, ok, anche ieri all’inizio sembrava che tutto andasse bene, ci siam detti l’un l’altro – a voce o con lo sguardo. Così, visto che il primo segmento non era venuto poi troppo bene, abbiamo cancellato tutto e ri-registrato.

E di nuovo tutto è andato bene. Persino quando gl’implumi hanno cominciato a smanettare con le impostazioni audio per eliminare i rumori di fondo e a me è mancato un pochino il cuore – persino allora tutto è andato bene.

“Profe, vuole fare la prova? Come ieri? Con la poesia?” Mi ha chiesto a un certo punto l’implume deputato allo smanettamento. “Per sentire se non fruscia più?”

Con un principio di cauto ottimismo, me ne sono partita un’altra volta ancora con Vostra Eccellenza Che Mi Sta In Cagnesco, e sono andata avanti per quattro strofe, e quando abbiamo riascoltato, tutto andava bene, senza fruscii, senza allontanamenti, senza metallicizzazioni, senza cali a finire in nulla…

E così è stato che con una classe abbiamo registrato una scena intera, e con l’altra addirittura due, e tutto è andato bene, e gl’implumi hanno riacquistato fiducia, e l’insegnante di lettere ha spianato il cipiglio, e dopo tutto non sembra più umanamente impossibile che Il Benefico Burbero sia pronto in tempo.

Adesso sembra solo un tantino improbabile – il che, come ognun sa, in teatro e dintorni è una condizione normale, normalissima, quasi rassicurante. 

E il vero trionfatore di tutta questa storia è, io credo, Microfono III: entrato in scena a mo’ di cenerentolo, tra la sfiducia generale e nel Momento Più Buio – e poi ha salvato la giornata.

Se poi qualcuno di voi avesse idea di che cosa possa essere accaduto ai suoi predecessori, ogni suggerimento è il benvenuto.