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Si Eseguono Rammendi, Orli E Cuciture.

Con l’eccezione del Marchese di Lantenac in Novantatré, Victor Hugo aveva per massima di mandare i suoi protagonisti al camposanto prima dell’ultima pagina. E a dire il vero, non solo i protagonisti, visto che nell’Hugo medio si fa prima a contare i sopravvissuti che i trapassati…

Ma a Victor Hugo pareva di seguire così i suoi personaggi fino alla fine, di non lasciare domande senza risposta, di non abbandonare la sorte della sua gente immaginaria al caso.

O – anche se questo non poteva saperlo – agli autori di sequel.

Perché non c’è nulla da fare: lasciare in pace i classici è quasi impossibile. Prima o poi la tentazione di metterci penna è più forte di ogni altra considerazione. E siamo sinceri: non vi siete mai domandati che ne sarà di Isabel Archer dopo l’ultima pagina di Ritratto di Signora? O che cosa farà Orazio dopo il funerale di Amleto? O che ne sarebbe stato di Grantaire, se non fosse morto con Enjolras a barricate cadute? O come crescerà Alice dopo il Paese delle Meraviglie? O come sarebbe invecchiato Julien Sorel se non fosse stato condannato a morte? O da dove saltavano fuori di preciso Fagin, Jago e Brian de Bois-Guilbert?

Io sì, lo confesso. Tutto il tempo. E a quanto pare sono in buona compagnia, visto il diluvio di seguiti, antefatti, rinarrazioni, stravolgimenti – e fanfiction, ma questa è un’altra faccenda. Parliamo di narrativa pubblicata: romanzi che riprendono un classico e ci danzano attorno in vari possibili modi.

Il più ovvio è il seguito. Si prende la storia dove l’autore l’ha lasciata e si va avanti – perché onestamente non c’è lieto fine che tenga: che cosa succede dopo? Tra gli autori più saccheggiati a questo proposito c’è Jane Austen, e non è nemmeno troppo sorprendente. Visto che tutti i suoi romanzi si chiudono con un matrimonio, la domanda “e come funzionerà il matrimonio in questione?” viene quasi da sé. Per cui c’è tutta un’abbondanza di romanzi che esplorano in ogni possibile luce (dal giallo all’erotico, passando per la saga generazionale) le vicende matrimoniali delle eroine austeniane – in particolare Lizzie Bennet in Darcy, ma non solo. Mi viene in mente una cosa di cui non ricordo né titolo né nome, la cui protagonista è Susan, la sorella minore dell’insopportabile Fanny di Mansfield Park. Ma poi ci sono anche Georgiana Darcy (la timida cognatina pianista di Lizzie), le altre sorelle Bennet, Marianne ed Elinor Dashwood e chi più ne ha più ne metta.

Anche Dickens ha avuto la sua parte, con Evrémonde, di Diana Mayer, che si concentra sul figlio di Charles e Lucie Darnay – ma non prima di averci mostrato Charles prigioniero e in attesa di esecuzione. Yet again. Considerando che ho sempre trovato due processi capitali nel corso di una decina d’anni un’improbabilità non indifferente, confesso di non essere ansiosissima di leggere un seguito che ne impila un terzo sulla testa del povero Charles – ma resta il fatto che il seguito c’è.

Così come c’è Scarlett, il seguito ufficiale di Via Col Vento, che la Margaret Mitchell Foundation commissionò ad Alexandra Ripley, con discutibile successo. Non ho letto, e mi si dice che sia così così, ma non negate: tutti ci siamo chiesti che cosa avrebbe fatto Rossella l’indomani, che era un altro giorno…

E, ironicamente, il drastico metodo di cui dicevamo, non è bastato a salvare Hugo dai seguiti. François Cérésa ne ha pubblicati addirittura due a I Miserabili, mostrando ai lettori come, dopo la purissima fiamma della passione adolescenziale, Mario e Cosetta non fossero poi fatti per intendersi troppo*. Ma forse questo non sarebbe bastato a sollevare le proteste dei lettori e dei discendenti di Hugo: ci voleva la ricomparsa dell’Ispettore Javert. Ma come? Non si era suicidato? Ebbene no, dice Cérésa: ci aveva ben provato, ma era stato salvato all’ultimo momento.

Forse ancora più diffusi sono gli antefatti. Come si è arrivati alla situazione di partenza? Che cosa ha reso il tale personaggio così come lo conosciamo? Cosa è successo prima? E allora ecco Finn: a novel, che racconta le vicende dell’eponimo Huckleberry prima di Tom Sawyer, o Peter and the Starcatchers, che segue Peter Pan… be’, immagino tra Kengsington Garden e L’Isola Che Non C’è. O ancora Flint and Silver, di John Drake, che immagina la storia dei due pirati in questione prima di Treasure Island, operazione simile a quella autorizzata nel 1924 dagli eredi di Stevenson per Portobello Gold. Parte antefatto e parte rinarrazione di Jane Eyre è Wide Sargasso Sea, di Jean Rhys, che racconta la storia di Bertha Mason: come è finita nella soffitta la moglie pazza e piromane di Mr. Rochester? E simile in intento è La Bambinaia Francese** di Bianca Pitzorno, che invece si concentra sulla dolce amante francese di Mr. Rochester. Si direbbe che la caratterizzazione del protagonista maschile come abbandonatore seriale di donne abbia scatenato gli istinti rinarrativi di un sacco di gente.

O forse non solo di quello si tratta, visto che JE conta ogni genere di rinarrazioni, dal fantascientifico Jenna Starborne, al goticone Rebecca (che ha a sua volta un seguito: Mrs. DeWinter), al giovanilistico Jane, al vampiresco Jane Slayre, in cui l’eroina è una cacciatrice di vampiri part-time. Oh, never look so shocked. Non avete mai sentito parlare di Pride, Prejudice and Zombies? O di Sense, Sensibility and Sea Monsters? Mescolare classici e paranormale è l’ultima moda in fatto di rinarrazioni – e sia Grahame-Smith che Winters ci mettono tanta ironia da dipingerci un ponte, sconfinando decisamente nella parodia.

Un altro filone rinarrativo, meno recente ma duraturo, è quello di prendere un personaggio minore e mostrare la storia dal suo punto di vista. Vi dicevo che Wide Sargasso Sea e La Bambinaia Francese cominciano come antefatti e poi approdano qui, e lo stesso vale per La Vera Storia del Pirata Long John Silver (Björn Larsson) e Jacob T. Marley (W. Bennet) che, ci crediate o no, racconta Canto di Natale attraverso gli occhi del defunto socio di Scrooge – quello con le catene. Rinarrazione in senso più stretto, per tornare a Jane Eyre, è Rochester, che è esattamente quel che dice l’etichetta: la stessa storia, raccontata da Mr. R. Qualcosa di simile (anche se si tratta in realtà di un’operazione leggermente diversa) ha fatto anche Stephen Lawhead, che ha preso la storia di Robin Hood, l’ha spostata nel Galles e l’ha raccontata tre volte, incentrandola prima sul protagonista, poi su Will Scarlet e poi su Frate Tuck. E immagino che in questa categoria ricada anche Gertrude and Claudius, un punto di vista alternativo su Amleto, immaginato da John Updike.

Poi ci sono i cosiddetti companion books, come March, in cui Geraldine Brooks segue le vicende del padre delle Piccole Donne nella Guerra Civile, ovvero quel lato della storia che nel romanzo arriva solo sotto forma di lettere e cattive notizie. Non la stessa storia – ma qualcosa di tanto strettamente correlato da avere un’influenza sulla storia del romanzo ed esserne influenzato.

E infine voglio citare una forma più metaletteraria del gioco: la storia del romanzo fusa in un modo o nell’altro con la vita del suo autore – nella forma di incidenti più o meno autobiografici, più o meno reali, che possono averla ispirata. È il caso di Foe, in cui Coetzee fa incontrare (De)foe e un’ulteriore compagna di naufragio di Robinson Crusoe, oppure di Becoming Jane Eyre, che Sheila Kohler intesse intorno al periodo in cui Charlotte Brontë scrisse il suo romanzo più celebre.

E dunque vedete che non c’è limite a quel che si può fare a partire da un buon vecchio classico. Funziona? Dipende – ma il genere ha i suoi limiti. Da un lato, chi ha amato l’originale può riservare al rimaneggiamento reazioni che vanno dal disprezzo preconcetto allo sdegno più incendiario, mentre chi non ha letto o non ha conservato un particolare attaccamento, tende a nutrire un interesse limitato. Dall’altro, lavorare su un altro libro richiede un serio lavoro di equilibrismo tra omaggio e originalità – tanto in forma quanto in sostanza. Uno dei problemi più diffusi è il perenne tentativo di imitare lo stile dell’originale, operazione né facile né sempre necessaria. All’estremità opposta della gamma, interviene il livore, quando non si tratta tanto di omaggio quanto di catarsi. Se una delle principali debolezze del Marley di Bennet è quella di suonare terribilmente come un Dickens annacquato, d’altro canto la Pitzorno, nella sua ansia di correggere politicamente le innumeri riprovevolezze di Jane Eyre, fa della Bambinaia una raccapricciante collezione di anacronismi psicologici***…

Ma ci sono anche le gemme, e in ogni caso, nonostante tutte le difficoltà e i limiti, non vedo all’orizzonte un declino del sottogenere. Dopo tutto, la pulsione ad aggiustare, abbellire, ricamare, inclinare a 45° e tingere di violetto le storie è vecchia come l’umanità – e guai se non fosse così, o che ne sarebbe della letteratura?

E voi? Se vi saltasse l’uzzolo di continuare, spiegare, riraccontare o altrimenti riprendere in mano un classico, che cosa fareste?

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* E a dire il vero, chi è che, leggendo come la felicità per Cosetta fosse ascoltare Mario che parlava di politica, e per Mario ascoltare Cosetta che parlava di nastri, ha pensato che tutto ciò fosse una solida base per un matrimonio felice e duraturo?

** Sì, sì, sì: quella Bambinaia Francese. Ho le mie ragioni.

*** E sì, sì, sì: sapevate che ci sarei arrivata. E ve l’avevo detto, che avevo le mie ragioni…

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Theatre – Being Julia

Intanto che elencavo #personaggidilibri, mi è tornata in mente Julia Lambert, l’adorabile e impossibile protagonista creata da Maugham per Theatre – che in Italia è stato tradotto per Adelphi come La Diva Julia.*

Ebbene, Istvan Szabo nel 2004 ne ha tratto un incantevole film, Being Julia, con Annette Bening (perfetta) e Jeremy Irons (un po’ meno perfetto), cui questo trailer in realtà non rende giustizia – ma tant’è:

Se ne aveste voglia e foste incuriositi, credo che, digitando “Being Julia”, su YouTube se ne trovino fette abbastanza vaste.

E se poi voleste leggere il libro, c’è sempre Amazon: qui trovate l’originale in cartaceo, qui la versione Kindle, e qui la traduzione: in cartaceo e kindle.

Buona domenica.

grilloleggente

30 Personaggi di Libri

C’era questo hashtag che girava per Twitter, sabato scorso, ma io al momento ero prigioniera di un tiranno manipolatore di quasi tre anni, cui pareva cosa brutta che la madrina Chia’a stesse al computer anziché farsi tiranneggiare…

E invece un elenco di #30personaggidilibricheamo snocciolato in altrettanti tweet distinti è una cosa che richiede un po’ di tempo e un po’ di pensiero.

Pazienza, mi son detta, ci posterò su la settimana prossima.

E adesso è la settimana prossima, e ci posto su. Niente strologamenti&bizantinerie, for once. Solo uno spudorato elenco in nessun ordine particolare – con l’unica restrizione (autoimposta) di attenermi ai personaggi di romanzi:

1) Lord Jim (Conrad)

2) Alan Breck Stewart in Kidnapped (Stevenson)

3) l’Ispettore Javert ne I Miserabili (Hugo)

4) Charlotte Bartlett di Camera con Vista (C.M. Forster)*

5) la Regina ne La Sovrana Lettrice (Bennet)

6) il Sergente Dodd nei Carey Mysteries (P.F. Chisholm)

7) Scout ne Il Buio Oltre la Siepe (Harper Lee)

8) Isabel Archer in Ritratto di Signora (Henry James)

9) Larry Durrel in vari libri di suo fratello Gerald

10) Rupert von Hentzau ne Il Prigioniero di Zenda e relativo seguito (A. Hope)

11) Sonja in Guerra e Pace (Tolstoj)

12) Robert Moore in Shirley (C. Brontë)

13) James Sands in The Player’s Boy (Bryher)

14) Heinrich Muoth in Gertrud (Hesse)

15) Sydney Carton ne Le Due Città (Dickens)

16) Princess Arjumand in To Say Nothing of the Dog (C. Willis)

17) Julia Lambert in Theatre (La Diva Julia) (W. S. Maugham)

18) Emma (J. Austen)

19) il Marchese di Carabas in Neverwhere (N. Gaiman)

20) Sarah Thane in The Talisman Ring (G. Heyer)

21) L’Innominato nei Promessi Sposi (Manzoni, just in case…)

22) il Colonnello Francis Burke ne Il Signore di Ballantrae (Stevenson)

23) il Gatto del Cheshire in Alice’s Adventures… (L.Carrol) e il ciclo di Thursday Next (J. fforde)

24) Etienne Gerard in The Exploits of Brigadier Gerard (A.C. Doyle)

25) I fratelli Turbin** ne La Guardia Bianca (Bulgakov)

26) Konradin von Hohenfels ne L’Amico Ritrovato e Un’anima Non Vile (Fred Uhlman)

27) Kit Marlowe in A Dead Man in Deptford (A. Burgess)

28) Dick Heldar in The Light That Failed (Kipling)

29) Zénon Ligre ne l’Opera al Nero (M. Yourcenar)

30) il Cardinale Richelieu ne I tre Moschettieri (Dumas)

Et voilà. E sono certa che non è una lista completa, e non è straordinariamente facile trovarne trenta che potete dire in tutta serietà di amare, o limitarvi a trenta che vi piacciono proprio tanto, o combinare le due cose…

E voi?

Qui sotto nei commenti o sul vostro blog, chi sono i trenta (o, se proprio volete, anche meno di trenta… non siamo fiscali, qui) personaggi di romanzi*** che amate?

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* Argh. Qui al n° 4 ci avevo messo Greville de La Pazzia di Giorgio IV – poi mi sono accorta che è teatro… No, non è vero: me l’hanno fatto notare, e allora ho fatto una sostituzione. Povero Greville.

** Tutti e tre. Sì, sto barando. So sue me.

*** Di teatro, storia e cinema parliamo un’altra volta…

angurie · tecnologia

Le Centraliniste, I Treni E Il Furor Io Canto

Era una notte buia e tempestosa…

No, non è vero: in realtà faceva un caldo inverecondo, però erano quasi le undici post meridiem e, pur essendosi quasi la metà di luglio, l’orario e la luce naturale si qualificavano come “notte buia.”

Anyway.

Era una notte buia e afosa quando la Clarina si pose alla caccia di un biglietto ferroviario, quel genere di talismano che, debitamente esibito e corredato dei giusti rituali, consente di viaggiare con quei siderei destrieri che scorron le ferrate vie in perenne scalpito – in qualsivoglia direzione.

Avvegnaché, forse, “in qualsivoglia direzione” sia forse espressione un nonnulla grandiloquente, qualora trattisi di scorrere per le vie ferrate da quel di Mantova a quel di Cuneo… Sappiate, o lettori, che Mantova e Cuneo son due di quei punti tra i quali la via più breve è l’arabesco – o non si spiegherebbe perché il sidereo destriero debba impiegare sei ore (quando va bene) per scorrere i trecento chilometri e qualcosa che separano i due punti in questione.

E perdonate la divagazione, O Lettori: essa era necessaria per spiegare come, scrutando nelle profondità cristalline de L’Innominatino (nel ruolo de La Sfera di Cristallo) in quella notte che si diceva, la Clarina si sentisse già esausta in advance al pensiero di quel che avrebbe trovato sul Loco di Sidereidestrieritalia – la magica entità che dispensa i talismani di viaggio.

E invece – oh gaudio! oh sorpresa!!! oh diletto sommo e inenarrabile!!! Sidereidestrieritalia, con voce suadente e coro di sirene in sottofondo, prometteva alla Clarina di depositarla a Cuneo in cinque ore e tre quarti, cambiando tre soli destrieri! E in cambio di tutto questo, non pretendeva anime, né regni, né ombra – solamente ventiré talleri e ottatacinque. 

Incredula, la Clarina si stropicciò gli occhi, si mise gli occhiali da vista, ripeté la richiesta, ma per quanto si sforzasse, la stessa risposta giungeva dalle profondità cristalline: Mantova-Cuneo, tre treni, cinque ore e tre quarti, ventitré talleri e ottantacinque.

E il merito, vedete, il merito era di un incantesimo potente: la Tariffa Economy del Destriero Ferrato Frecciarossa, che detto fra noi, fa tanto John Wayne & C., ed è tremendamente fuori genere, ma fingiamo di nulla. La Clarina aveva udito parlare della Tariffa Economy come di una leggendaria occorrenza, ma mai aveva avuto occasione di constatare la sua esistenza. Ora, trovandosela davanti come il viandante che, viandando per le dolci colline d’Irlanda inciampasse nella pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno, la Clarina fece ciò che v’immaginate facilmente: afferrò l’occasione.

Bizzarramente, ad occasione afferrata, nessun e-piccione dal piumaggio iridato venne come d’usato a becchettare all’inesistente porticina dell’Innominatino, recando la e-conferma dell’acquisto del talismano. Tuttavia, poiché nei recessi del Loco di Sidereidestrieritalia, trovavasi scritto e-ner su e-bianco che la Clarina aveva acquistato un talismano per scorrere a dorso di SD da Mantova a Cuneo, la bizzarria pareva potersi imputare all’ora semi-tarda e, quizàs, alle abitudini tutto sommato diurne dei piccioni?

La Clarina decise di sì, e decise di poter attendere l’indomani, e decise di considerarsi titolomunita per il viaggio, e di passare il resto della serata a leggere Connie Willis.

L’indomani mattina, tuttavia, non essendosi comparso verun e-piccione, ella si allarmò lievemente. Possibile che qualcosa fosse andato storto? Possibile che fosse stato troppo bello per esser vero? In sottofondo, il Coro Greco mugugnava tristi presagi, ma da tempo la Clarina aveva deciso di non prestare più orecchio ai mugugni dei mugugnatori ellenici. Tuttavia, tornò al Loco a constatare l’esistenza del Viaggio e, forte di quella, ma ulteriromente impensierita dal fatto che la relativa pdfergamena-voucher rifiutava ostinatamente di aprirsi,  ricercò il recesso del Loco di Sidereidestrieritalia in cui si depositano dubbi, lagni e querimonie. Si sporse oltre la e-vera dell’e-pozzo, e diede voce al suo rovello:

“Ho acquistato un viaggio -aggio -aggio, così e così, il giorno tale, all’ora tale -ale -ale… Perché non me ne vien conferma -erma -erma? Distinti saluti -uti -uti…”

Tempo un’oretta e – tac-ta-ta-tac – ecco un piccione becchettare.

“Quale efficienza,” si compiaccque la Clarina. “Quale sollecitudine, quale magnificenza di servizio!”

E, non essendo nuova al procedimento, avrebbe potuto evitar di compiacersi. Il piccione non era un vero piccione, e di certo non risolveva rovello veruno. “Gentile Cliente,” tubava l’Autopiccione Standard con meccanico ticchettio, “le confermiamo di avere ricevuto la sua Richiesta di assistenza. Cordiali saluti.”

Hm, cordiali saluti. Richiesta con la Erre maiuscola… mah. La Clarina cominciava a temere che il Coro Greco – sempre mugugnante in sottofondo – fosse da prendersi sul serio. E tuttavia, essendosi in partenza per un paio di giorni, diretta (con mezzi che non erano né equini né ferrei) a lidi sprovvisti di tecnologici prodigi, decise di concedere ai Signori dei Siderei Destrieri una fettina di beneficio del dubbio. Oltretutto era sabato – giornata sulla cui qualità festiva-non festiva-semifestiva non è sempre facilissimo intendersi – e magari, rincasando il martedì, avrebbe trovato l’e-piccione risolutivo ad attenderla.

Ma, alas, martedì sera il messo alato non c’era, né ne produsse alcuno un’altra notte di attesa – e il dì della partenza approssimavasi… Che fare dunque? La Clarina armossi di un di quegli arnesi che consentono di tener conversazioni con gente situata a considerevole distanza e, una volta indovinata la giusta combinazione di numeri, si ritrovò a colloquiare con una donzella deputata a udir che cosa non andasse in fatto di biglietti ferroviari.

Sia detto subito, la donzella era cortese e disponibile e paziente – ma non del tutto competente , o forse non del tutto informata delle intricatezze del sistema.

“Non esiste nessun biglietto a suo nome,” ella pigolava. “Lei non ha acquistato nessun viaggio e pertanto non può viaggiare.”

“Ma al Loco dicono di sì!” protestava appassionatamente la Clarina. “Dicono che ho acquistato eccome, anche se… oh, aspetti! Prodigio! Ora la pdfergamena apresi. Senta, senta: dettagli del biglietto, orari, codice del biglietto…”

“Ha un PNR?” chiedeva la donzella.

“No, ma ho un codice biglietto…”

“Non serve a nulla. C’è il PNR?”

“Non so, c’è un altro codice alfanumerico…”

“Non serve a nulla nemmeno quello. C’è il PNR?”

“No, tutti i codici che ho glieli ho detti.”

“Ma nella mail che ha ricevuto…”

“Le ho detto che non ho ricevuto nessuna mail, ed è proprio per questo che…”

“Ma allora dove lo vede il voucher?

“Come le ho già detto una dozzina di volte, nell’area clienti del Loco, cui accedo con il mio userID e la mia password, e lì c’è l’elenco dei miei viaggi, e…”

“Ma quale area clienti del Loco? Lei usa un userID, per entrarci?

“Sssssssì, e una volta dentro…”

“Ma è sicura di avere immesso il nome giusto?”

“….”

Per farla breve, la Clarina andava infuriandosi vieppiù e la donzella annunciò sconsolata che non eravi nulla da fare, tranne acquistare un altro biglietto e poi, semmai, richiedere un rimborso later.*

Pur digrignando un poco i denti, essendosi la partenza fissata per l’indomani, la Clarina altro non poté che piegarsi alla necessità. Per un poco ascoltò la donzella all’altro capo della Conversazione A Notevole Distanza mormorare tra sé incanti e grimori per la creazione di un secondo biglietto.

“Ecco fatto,” annunciò giuliva la donzella. “Domani lo ritira al Marchingegno d’Autoservizio alla locanda di posta…”

“Ma, O Donzella, alla locanda di posta di Mantova non havvi alcun marchingegno di tal sorta.”

“…?”

“Non. Havvi. Alcun…”

“Non havvi marchingegno? Non havvi marchingegno! Marchingegno non havvi. Non? Havvi? Marchingegno? Non può essere che non vi sia un marchingegno?”

“Davvero non ne ho idea né colpa, ma resta il fatto che non havvi marchingegno.”

La donzella s’udì per qualche battito di cuore in trepida e perplessa consultazione con qualche Unseen Knowing One. E poi, più gaia di prima,

“È tutto a posto,” annunciò. “Può ritirarlo direttamente alla locanda di posta, presso garzone preposto ai biglietti.

“Bene. E il prezzo rimane lo stesso?”

“Certo! Quarantasei talleri e cinquantacinque.”

“Quaranta… ma no, O Donzella,” insorse la Clarina. “La settimana passata ho pagato ventitré e ottantacinque!”

La donzella scoppiò in cachinni e disse che no, non era possibile, non poteva darsi che per i tre Siderei Destrieri in questione, uno dei quali portator del fiero nome di Frecciarossa, costassero così poco. A meno che…”

“Non avrà per caso acquistato la tariffa economy?”

“Er… sì.”

“Ah, ecco. Lo vede? Ecco che cosa è successo. Avrei dovuto capirlo prima, mi dispiace. La tariffa non era più disponibile.”

“Ma era in vendita!”

“Eh, può ben darsi, ma non significa che ci fossero biglietti. Lo fa tutto il tempo. Lo fa anche con noi – solo che poi il sistema va in blocco…”

“Ma non è andato in blocco nulla! Ho finalizzato l’acquisto, ho dato i dati della carta di credito, il Loco dice che…”

“Lo so, O Cliente Imbufalita. Ha tutte le ragioni, ma purtroppo vanno così le cose e non si puote ciò che si vuole. E più non dimandare. E stretta la foglia e larga la via, tralalalalala…”

E la Clarina non poté far altro che salutare a denti stretti la donzella, interrompere la Conversazione A Notevole Distanza, coprire dentro di sé Sidereidestrieritalia con ogni grado e sfumatura d’insulti elisabettiani di cui era a conoscenza, crearne sull’istante qualche dozzina di nuovi…

E tuttavia, l’indomani, quando venne il momento di partire, la Clarina decise, on a whim, di portarsi anche una stampa della pdfergamena piena di numeri che, a detta della donzella A Notevole Distanza, non contavano nulla. Se la portò e, una volta giunta alla locanda di posta, una volta fatta una piccola coda per nulla, grazie alla chiusura dello sportello nel momento perfetto, una volta fatta una seconda coda più lunga, una volta venuta a conversare con il garzone preposto, la Clarina mostrolli la stampa prima di dar voce al magico PNR che dissigillava il secondo e più costoso viaggio.

“Può spiegarmi bene cosa è questo?” ella dimandò al garzone.

Il garzone prese la pdfergamena, la guardò bene da entrambi i lati, la consultò per il diritto e anche per il rovescio, e poi scrollò le spalle e pronunciò:

“Questo è il suo biglietto. Buon viaggio.”

“Ma, O Garzone,” mormorò sconcertata la Clarina, “non ha intenzione di esigere un PNR?”

“E perché mai, se qui non havvi FR di sorta?” si stupì il garzone. “Questi son tre Siderei Destrieri regionali che recano le genti a Cuneo in poco men che sei ore sei. Pagati. E pertanto reitero il sentimento: buon viaggio!”

“Ma sul Loco mi dissero trattarsi di due regionali e un Freccia Rossa… E la donzella A Notevole Distanza disse che l’incantesimo doveva avere fatto cilecca, perché non eravi viaggio veruno a nome mio, e me ne fece acquistare un altro nuovo…”

“E quando le ha detto i numeri, non ha capito trattarsi d’altrettanti regionali?”

“Parrebbe di no…”

“Ah,” il garzone scosse il capo. “Mai fidarsi del Loco, e fidarsi così così anche delle donzelle ANV. Chieda il rimborso del biglietto che non usa. Buon viaggio ancora e tante belle cose. Avanti il prossimo!”

E così la Clarina se ne venne via bemused, stringendo in mano la sua pdfergamena che, dopo tutto, contava un po’ più di nulla, e balzò a bordo del primo sidereo destriero sperando che il garzone avesse ragione e la donzella torto – perché aveva sviluppato una limitata fiducia in tutti coloro che parlavano per conto di Sidereidestrieritalia. E invece, abbastanza soprendentemente, tutto filò liscio, e solo una volta in sei ore di viaggio e tre destrieri qualcuno dimandolle conto delle sue carte e pergamene, e nessuno trovò da obiettare alcunché, e a tempo debito, seppur con lieve ritardo e abbondantemente lessata dal torrido clima a bordo, la Clarina sbarcò a Cuneo, resa più saggia dall’esperienza, e avendo maturato la certezza che, in fatto di siderei destrieri, non c’era d’aspettarsi di poter nutrire certezza alcuna – mai.

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* ADDENDUM assai poco lieto: la donzella A Notevole Distanza, a quanto pare, aveva trascurato di menzionare alla Clarina il non del tutto trascurabile vincolo in base al quale il concetto di “later” in questo caso era di fatto nullo. Infatti i rimborsi si possono chiedere solo fino a un’ora dalla partenza del treno. E siccome la validità del biglietto n°1 non era constatabile fino all’arrivo in stazione, e il biglietto n°2 contemplava una partenza immediatamente dopo l’orario del biglietto n°1, la faccenda diventava un nonnulla difficile. Non del tutto impossibile – anche se la combinazione di prontezza di riflessi delle donzelle ANV e delle tariffe della chiamata al call center da cellulari non è fatta per rendere economica una richiesta di rimborso dal treno – ma a dire il vero la Clarina non se ne era preoccupata troppo, sulla base dell’allegro “later” della donzella. Esiste la possibilità di inoltrare un reclamo, ma le possibilità di successo sembrano essere men che remote, e la Clarina teme l’effetto sui suoi nervi di una letterina di scuse da parte di Sidereidestrieritalia… Morale aggiuntiva: non fidatevi di una parola che vi si dice, non comprate secondi biglietti prima di avere parlato con più di una persona e badate che il minimo fraintendimento tende ad essere costosetto anzichenò. To the tune of quarantasei talleri e moneta.

 

anglomaniac · Lingue · lostintranslation

What’s In An Accent?

Tempo fa – molto tempo fa – si parlava di accenti inglesi, ricordate?

E si citava il solito G. B. Shaw, secondo il quale nessun Inglese può aprire bocca senza renderne infelici molti altri…

Sostituite “Inglese” con “Anglofono” e avrete un’idea.

Al link lì sopra trovate tutta una serie di altri link, che conducono (o dovrebbero condurre – mi vergogno ad ammettere di non averli controllati…) a una quantità di esempi del perché un anglofono non possa aprir bocca eccetera…

Ma per cominciare, se volete la versione breve, guardate – e soprattutto ascoltate – Peter Sellers che ne imita un certo numero, dalla RP al Cockney duro, passando dall’uno all’altro con camaleontica disinvoltura:

Ecco, quando fa queste cose, adoro Peter Sellers.

Have a nice Sunday!

 

grilloleggente · guardando la storia

Dieci Vite Di Gente Illustre

Non sono affatto certa che stia emergendo uno schema e che il lunedì sia il giorno delle reading lists, ma per oggi va ancora così.

E oggi parliamo di biografie.

Genere pericoloso, lo ammetto, perché può capitare d’inciampare in accidenti di sconsolante aridità, insopportabile agiografia o degenerazione nel pettegolezzo… ma quando funziona, quando l’autore non solo ha fatto la sua ricerca, ma riesce a trovare l’elusivo equilibrio tra fatti e intelligente speculazione, tra entusiasmo per il soggetto e ragionevole distacco, tra individualità e contesto, allora una biografia diventa una magnifica finestra aperta su un’altra vita e un altro secolo.

Per non dire una meravigliosa fonte d’ispirazione – ma questa è un’altra faccenda.

Perché, a parte tutto, è davvero difficile non cedere almeno un po’ al fascino dell’incontro. Incontro mediato dal taglio e dall’interpretazione del biografo, inevitabilmente – una sorta di visita guidata – eppure quei bei volumi spessi, pieni di vicende maggiori e minori, di lettere trascritte, di minuzie quotidiane, di programmi di concerti e ordini di battaglia, offrono, nella più magra delle ipotesi, almeno una manciata di glimpses su come doveva essere avere a che fare con quella gente.

Quale gente? Vediamo un po’ – e prometto che cercherò di tenermi sull’Italiano o sul tradotto, ma qualche eccezione ci sarà…

1) Daniela Pizzagalli, L’amica. Clara Maffei (che in realtà si chiamava Chiara e che gli amici chiamavano Clarina) tenne per decenni a Milano uno di quei salotti in cui si “fece” il Risorgimento. Fu una signora notevole, moglie separata di un poeta e librettista, amica di Verdi, Manzoni, d’Azeglio, Grossi, Hayez, Balzac e tanti altri, ardente patriota e anticonvenzionale quanto basta. Pizzagalli restituisce alla meraviglia il mondo dei salotti letterari, misto di esaltazione e di puntigli, di dispetti e di epiche discussioni sull’Arte, il Destino dei Popoli e i Massimi Sistemi – tutti in maiuscole.

2) Francesca Sanvitale, Il figlio dell’impero. Il Re di Roma, o Duca di Reichstad, o Napoleone II che dir si voglia. Nato erede dell’impero lampo e del tutto personale di suo padre e morto ventunenne, prigioniero dell’impero millenario e sonnolento di suo nonno. È una storia un po’ desolata, e Sanvitale la snoda ricostruendo la figura di un ragazzo debole e velleitario, schiacciato tra opportunità politica e fallimenti epocali, pronto a infiammarsi improbabilmente e incapace di agire, oggetto fuggevole delle speranze e dei terrori e delle delusioni di tutta l’Europa, affamato di affetti – e destinato a conoscerne ben pochi.

3) Juliet Barker, The Brontës. Avevo detto che avrei cercato di tenermi sul tradotto, ma questo in Italiano proprio non c’è, e non posso fare a meno di segnalarlo, perché è forse la più bella, approfondita, dettagliata e affascinante biografia letteraria che abbia mai letto. È una storia di tutta la notevole famiglia, a partire dai genitori Patrick e Maria (entrambi autori pubblicati, did you know?) per arrivare naturalmente alle tre celebri sorelle e al fratello dimenticato, il povero Branwell. In più, c’è tutta una folta popolazione di parenti, amici, parrocchiani, domestici, curati, insegnanti, compagni di scuola (delle ragazze) e di bagordi (di Branwell), editori, intellettuali, professori belgi, datori di lavoro, piccoli allievi… Perché il bello è che i Brontë erano tutti grafomani senza eccezione, e Barker ricostruisce la loro vita giorno per giorno sulla base di lettere, giochi giovanili, poesie, romanzi, elenchi di libri, liste della spesa, riviste, programmi, diari… Straordinario.

4) Gianni Granzotto, Annibale . Sapevate che ci saremmo arrivati, vero? E ve l’ho detto un’infinità di volte: di Annibale si sa poco, e tutto attraverso gli occhi dei suoi nemici. Quel che Granzotto fa è di raccogliere queste fonti, aggiungerci letteratura e leggende (sulla base del principio che le leggende non nascono mai dal nulla, e che esprimono sempre una mentalità, un atteggiamento, una paura…) e su questa base ricostruire una personalità. “Vi porto Annibale in casa,” dice in apertura della prefazione. E il bello è che funziona. Biografia psicologica? Fate un po’ voi – ma leggete.

5) Eucardio Momigliano, Manfredi. Questa è una vecchia biografia Anni Sessanta – forse nemmeno facilissima da trovare. But still. Manfredi è uno di quei personaggi che arrivano equipaggiati di leggenda nera: parricida, usurpatore e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna c’è Dante che, in crisi di progressiva simpatia per gi Hohenstaufen, non solo lo piazza al Purgatorio, ma gli regala quella straordinaria immagine delle ossa insepolte – Or le bagna la pioggia e muove il vento, che trovo essere l’endecasillabo più strappacuore della letteratura italiana. Momigliano guarda dietro la leggenda e dietro Dante*, e si dà un gran da fare per ricostruire la figura di questo principe illegittimo, poeta, soldato, e buon sovrano. Oh d’accordo: confesso una parzialità nei confronti di Manfredi, ma come si fa a non essere parziali nei confronti di un uomo intelligente, colto, spregiudicato, bello e provvisto di finale tragico?

6) Charles Nicholl, The Reckoning. Anche qui niente traduzione, mi spiace. La biografia c’è, anche se Nicholl si concentra per lo più sugli ultimi anni di Marlowe, sulla sua carriera di spia e sulle circostanze che condussero alla sua morte. La quantità di ricerca e documenti è impressionante, e forse ancora di più lo è il ritratto dell’Inghilterra elisabettiana: un mondo piccolo e claustrofobico, in cui tutti conoscevano tutti, e tutti erano in qualche rapporto di parentela, amicizia, clientela, faida, complicità, commercio, dipendenza – e spesso più di uno per volta. Pagina dopo pagina si osserva la rete che si chiude attorno a Marlowe, e magari alle volte si è tentati di levare un sopracciglio davanti a certe conclusioni, ma poi non lo si fa e si continua per vedere che altro succede. Exciting fare.

7) Enzo Mandruzzato, Foscolo. Altra cosa vecchiotta, ma che vale la pena di cercare. Sì, d’accordo, l’Ugo Nazionale, ben è ver Pindemonte, la Ricciarda, l’Ortis, Zacinto… Ma l’uomo! “Uomo procelloso”, si diceva di lui, e poi tranchant, irragionevole, visionario, collerico e capace dei puntigli e dei capricci più piccini. Mandruzzato fa un gran bel lavoro, spigolando tra lettere e carteggi in cerca dell’Ugo geniale, fascinoso ed esasperante. Si vien via con un’idea diversa del poeta e dei versi. 

8) Edgarda Ferri, Giovanna la Pazza. I’m always of two minds, quando si tratta della Ferri, con quello stile così ornato da esser (quasi?) gonfio, e però con il dono delle atmosfere e dei chiaroscuri come pochi altri. Ma la sua Juana mi piace proprio tanto, a partire da quel prologo buio e ventoso che trascina nella storia come la miglior apertura di romanzo… Insomma, non so: può non essere la tazza di tè di tutti, ma se vi piace avventurarvi verso il confine** tra la biografia e il romanzo biografico, se volete provare la Ferri, potreste far di peggio che partire da qui.

9) Marta Boneschi, Quel che il Cuore Sapeva. Sembra un po’ il titolo di un romanzone sentimentale, e invece non lo è. Anzi, mi ricorda un po’ la Barker al n° 3. Biografia famigliar-letteraria, come dice il sottotitolo – anzi, plurifamigliar-letteraria: Giulia Beccaria, i Verri, i Manzoni, a partire dal babbo dei delitti e delle pene, fino alla prole trascuratella di don Lisander. E intorno tutta una Milano, tutta una Parigi, tutti i fermenti dell’epoca – no, del passaggio tra due epoche – intrecciati con i crucci famigliari e non di un certo numero di gente interessante. Rimarchevole.

10) Venerio Cattani, Teodoro Re di Corsica . A volte c’è gente la cui vita sconfina nell’improbabilità – e davvero Theodor Neuhoff, Freiherr in Westfalia, soldato, diplomatico, arruffapopoli, avventuriero, occasionalmente re di Corsica a spizzichi e bocconi tra il 1736 e il 1743 e morto di stenti a Londra, appartiene a pieno titolo alla categoria. Una vita da romanzo, o meglio una vita da libretto d’opera – infatti Paisiello gliene dedicò una. E trovo leggermente buffo che l’editore Bietti, nel pubblicare la biografia di Cattani, abbia sentito la necessità di commercializzarla come un romanzo. Come se ce ne fosse bisogno…

Oh, il titolo dice dieci,  vero? Peccato, perché non ho nemmeno citato Carolly Erickson, Harry Kelsey, Robert K. Massie e un sacco di altri biografi che mi piacciono proprio tanto… Ma per oggi ci fermiamo qui. Ne riparleremo. E parleremo di lettere e memorie, e di biografie fittizie, e di altre amenità del genere. Di qualcosa si deve morire – ma è difficile che sia per mancanza di reading material.

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* Admittedly, più dietro la leggenda che dietro a Dante, ma la sua simpatia per Manfredi non diventa mai fastidiosa.

** Non proprio al confine, sia chiaro: solo in direzione, fermandovi all’ultima locanda di posta.

cinema

The Artist

Ok, lo avevate già visto tutti – ma io ero influenzata quando è uscito, e ho dovuto aspettare le rassegne estive. E caspita, se valeva la pena di aspettare!

La storia è vecchia come le colline (ne parleremo), ma è raccontata in modo strepitoso, scritta, diretta, interpretata e fotografata divinamente. Interpreti sopraffini, un bianco e nero meraviglioso, tante citazioni cinematografiche da riempirci un fienile, un equilibrio perfetto tra dramma e humour, una colonna sonora incantevole… a questo film non manca davvero niente.

E il trailer non rende giustizia.

As I said, ne parleremo. Intanto non perdetelo se ne avete l’occasione. E buona domenica.

anglomaniac · grilloleggente · guardando la storia

Cattivi Gonzaga, Cattivi

gonzaga, shakespeare, thomas urquhart, william harrison ainsworth, rafael sabatini, clare colvinVerrebbe da pensare che sia tutta questione di nomi.

E no, so benissimo che non è così, ma non posso fare a meno di pensare che, a un orecchio anglosassone, il nome “Gonzaga” abbia il suono perfetto per il Malvagio Rinascimentale.

Gon-za-ga. Diciamo la verità: c’è qualcosa che evoca pieghe di mantelli, luccichii di Toson d’Oro su velluto nero, sussurri nell’ombra, boccette di veleno, sorrisi dissimulatori… Don’t you think?

Shakespeare sì, evidentemente: quando gli attori girovaghi capitano a Elsinore, Amleto fa rappresentare loro una revenge tragedy chiamata The Murder of Gonzago. Vero è che Gonzago è la vittima e non l’avvelenatore – ma volendosi una storia italiana di veleni, ecco che il nome salta fuori.

E poi naturalmente c’è il fatto dell’Ammirabile Critonio, che di sicuro non giovava all’immagine della famiglia nell’Isoletta. James Crichton of Cluny, sapete: quell’onnicompetentissimo avventuriero scozzese che giunse alla corte di Guglielmo Gonzaga nel 1582, ne divenne il favorito alla rapidità del lampo e altrettanto rapidamente incontrò una fine truce sulla punta della spada di Vincenzo Gonzaga – figlio di Guglielmo ed erede del Ducato. Ops. Poi in realtà il Critonio e Vincenzo erano fatti per detestarsi a vicenda, e il XVI Secolo era un tempo di passioni inconsulte e reazioni armate, ma forse non è del tutto incomprensibile che i narratori isolani dipingessero Vincenzo tanto nero quanto si poteva…*  

Il Vincenzo del cavalier e polemista secentesco Thomas Urquhart, per esempio, è un mostro di superbia e meschinità, che si rifiuta pervicacemente di apprezzare le superiori qualità dell’ineffabile Crichtoun, nutre la più biliosa gelosia per il purissimo (e corrispostissimo) amor tra il giovinotto e una nobile fanciulla mantovana dalle molte perfezioni e, quando decide di averne avuto abbastanza, tende un’imboscata dieci contro uno in un vicolo buio. E, badate bene, nonostante la disparità, andrebbe a finir male per la comitiva ducale, se non fosse che, dopo aver spacciato gli altri nove, il Critonio riconosce il suo nobile avversario, s’inginocchia e gli presenta la spada. E Vincenzo ne approfitta per infilzarlo come una quaglia allo spiedo. Vergogna! Tradimento! Disonore! Anatema! Delitto! Orrore orror! Ma che volete farci? Sir Thomas era fatto così…

Né fa granché di diverso il romanziere vittoriano William Harrison Ainsworth, che ambienta il suo (brutto) The Admirable Crichton alla corte di Francia, ma non si trattiene dal piazzarci un Vincenzo Gonzaga in trasferta, malvagio occasionale in cahoots con la perfidissima Caterina de’ Medici. Questo Vincenzo è un giovanotto pallido e olivastro, perennemente abbigliato di velluto nero, aggraziato e suadente, con occhi nerissimi in cui brilla un nonsoché sufficiente a smentire tutte le grazie apparenti. Poi siamo alle solite: il tenebroso Vincenzo, roso dall’invidia, congiura con Caterina (italiana anche lei, badate), traffica in pozioni poco salutari e magia nera e, nel complesso, davvero non è una cara persona.

Nè d’altronde c’era bisogno del Critonio per questo genere di caratterizzazione. Cambiamo secolo un’altra volta e arriviamo all’italoinglese Rafael Sabatini, che in Love-at-arms piazza un Gonzaga fittizio, “un membro esiliato di quella celebre famiglia mantovana che ha prodotto vari mascalzoni e un solo santo.” Romeo Gonzaga è biondocrinitochiazzurrino, per una volta, bello come una fanciulla (e sappiamo tutti che una cosa del genere in un romanzo inglese non promette nulla di buono), musicista squisito, affascinante, bugiardo, intrigante, sleale – e rivale in amore del prode, leale, sincero, coraggioso Francesco, conte d’Aquila. Indovinate chi dei due sposa quella perla d’eroina che è Valentina della Rovere?

E quasi un secolo più tardi, bisogna dire che le cose non siano migliorate granché, se in Masque of the Gonzagas (edito in Italia come La Musica dei Gonzaga), Clare Colvin ritrae il solito Vincenzo come un protettore delle arti sì, ma stravagante e sregolato e, quel che è peggio… stavo per scrivere “seduttore privo di scrupoli”, ma credo che “stupratore” renda meglio l’idea – povera Isabella.

E una volta o l’altra parleremo dell’immagine dell’Italia e degli Italiani nella letteratura anglosassone – ma intanto bisogna ammettere che, attraverso i secoli, i Gonzaga fittizi hanno giocato un ruolo buono a far rivoltare nella tomba qualunque defunto principe locale.

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* Credo di avere raccontato – no: sono certa di avere raccontato ripetutamente della signora che, a una presentazione de Lo Specchio Convesso, mi tagliò a cubetti perché nel romanzo descrivevo un Vincenzo men che simpatico “dando ascolto a quella gente su internet che non è mai stata a Mantova”. Eh…

libri, libri e libri

Storie Di Mare

storie di mare, musei della navigazione, tall ships races, patrick o'brian, c. s. forester, william golding, joseph conradPer lunghi anni ho organizzato le vacanze del mio gruppetto*. Si trattava sempre di quattro o cinque giorni in una città europea, e io cercavo voli, prenotavo alberghi, mi documentavo e strologavo il programma.

In cambio, avevo il tacito permesso di infilare infallibilmente tra i luoghi da visitarsi un museo della navigazione. I miei travelmates levavano un pochino gli occhi al cielo, ma nel complesso non obiettavano troppo a lasciarsi trascinare per un pomeriggio o una mattinata tra carte nautiche, modelli di cocche medievali e diagrammi di alberature. Incidentalmente, vi posso consigliare con calore una visita ai meravigliosi Drassanes Reials di Barcellona e un’occhiatina a una tappa qualsiasi delle Tall Ships Races** – ma non divaghiamo. 

Dovete sapere che anche ad Amsterdam dirottai le mie truppe allo Nederlands Scheepvaartmuseum, museo della navigazione allestito nel vecchio arsenale, con la riproduzione di un galeone settecentesco nella darsena. Un galeone della Compagnia delle Indie Orientali. In scala poco meno che 1:1. Non so se rendo l’idea. E così andammo, visitammo debitamente sale su sale di atlanti, dipinti, mappe, sestanti e tutto quanto, poi scendemmo alla darsena e salimmo a bordo dell’Amsterdam. Ci arrampicammo sul ponte popolato di figuranti in costume attraverso una passerella singolarmente poco solida. E anche il ponte, a dover essere sinceri, non dava una sensazione di straordinaria saldezza. Mi si disse che avevo un colorito verdognolo. Ero certa di stare bene? Risposi “sciocchezze” e feci strada con tutto l’entusiasmo di cui ero capace. Ci infilammo nel castello di poppa e negli alloggi del capitano e io feci per rivolgermi al travelmate più prossimo per chiedere “Volete suonare con me, Jack, vecchio mio?”*** Invece chiusi la bocca, infilai il boccaporto più vicino, tornai sul ponte, sbarcai e fuggii nel primo bagno disponibile – lieta di essere riuscita a non vomitare nella darsena… 

Capirete che, dopo essere stata male su un veliero ormeggiato in una darsena, il mio standing marinaro era franato un pochino a valle…

Perché la triste verità è che basta un materassino per mettermi fuori combattimento, e non potrò mai navigare altro che per sale di musei o sulla carta. Triste, vero?

La consolazione è che la navigazione sulla carta consente delle soddisfazioni, grazie a una solida tradizione narrativa di avventure di mare – soprattutto in ambito anglosassone.****E difatti, abbiate pazienza, per oggi ci occuperemo di autori inglesi.

È possibile che l’autore nautico più conosciuto dalle nostre parti sia Patrick O’Brian, con le storie di Jack Aubrey e Stephen Maturin. Probabilmente avete visto il film (che a mio timido avviso è un gran bel film), ma sappiate che alla base ci sono ventuno romanzoni ambientati tra il 1800 e il 1815, pittoreschi e avventurosi, con una voce narrante e dialoghi alquanto period, una vasta quantità di termini nautici e due protagonisti ben scritti. Jack Aubrey è un ufficiale che fa carriera nella Royal Navy, da capitano di prima nomina a reatroammiraglio, e Maturin è il suo grande amico irlandese, chirurgo di bordo, naturalista e agente segreto. Battaglie, tempeste, agguati, amori, traversate oceaniche, spionaggio, inseguimenti nella nebbia, imboscate, tradimenti, ogni possibile angolo dell’orbe terraqueo – e un affascinante senso del carattere individuale delle navi a vela e del multiforme talento necessario a capirne e condurne una. Qui trovate tutto quanto di tradotto, e qui in originale. 

Qualcosa di precedente (e in tutta probabilità un’ispirazione per O’Brian) è la non del tutto dissimile vicenda di Horatio Hornblower. Dodici romanzi, una carriera da guardiamarina a retroammiraglio e un protagonista del tutto diverso. Quanto Jack Aubrey è gioviale, socievole, rumoroso e sicuro di sé, tanto Hornblower è depressivo, complicato, rimuginatore e solitario. Per tutta la sua folgorante carriera non fa altro che dubitare delle sue (notevoli) capacità e considerarsi un codardo sleale e disonesto. Tutti adorano Hornblower tranne Hornblower. Se siete incuriositi da questa bizzarria ornitologica – l’eroe onnicompetente***** che si considera un disastro – cercate qui, in Italiano e in originale.

E poi c’è La Trilogia del Mare di William Golding, forse meno avventurosa e di certo meno conosciuta – e letterariamente superiore. Siamo di nuovo ai primi dell’Ottocento, ma la marina napoleonica se ne resta ben lontana dalla rotta del Britannia, un vecchio vascello da guerra diretto in Australia con un carico di passeggeri destinati alla colonia. Il narratore è il giovane Edmund Talbot, diretto a un promettente incarico di civil servant, e incaricato dall’aristocratico parente che lo ha raccomandato di tenere un diario della traversata. La forma dunque è diaristica, la narrazione in prima persona e la voce period – e però non lasciatevi ingannare dal carattere quasi austenesco della prima cinquantina di pagine del primo volume Riti di Passaggio: Golding è Golding, e il Britannia è il malandato guscio di un microcosmo sociale alla deriva. Non in senso letterale, si capisce, ma questa Inghilterra in miniatura che galleggia sulla via degli Antipodi ha le sue classi sociali e le sue ingiustizie, e un carico di ferocia che l’isolamento finirà col rendere esplosivo – mentre Edmund matura. Può non significare molto, ma a suo tempo ho letto i tre volumi in tre giorni e tre notti successive. Sia che vogliate ripetere l’esperimento, sia che vogliate tenere ritmi più sani, qui trovate la traduzione e qui una varietà di edizioni in originale.

E per finire Conrad. Lo sapevate che ci saremmo arrivati, ma per una volta (gasp!) non parliamo di Lord Jim. Parliamo invece di tre romanzi decisamente marittimi: la società in miniatura in circostanze eccezionali de Il Negro del Narcissus, l’eccitante battaglia tra l’uomo e la natura di Tifone e il coming-of-age tra l’autobiografico e il simbolico de La Linea d’Ombra. E a dire il vero, anche solo leggendo questo piccolo elenco tematico, viene da pensare che Golding abbia avuto in mente questi tre titoli conradiani nell’ideare la sua trilogia. Dopodiché, trattandosi di Conrad, si sa che cosa aspettarsi in fatto di scavo psicologico, complessità generale e mare ostile, magnifico e terrificante. Trovate le traduzioni rispettivamente qui, qui e qui. Gli originali invece li trovate nella pagina conradiana del Project Gutenberg.

Ecco qui. Non è che non ci sia altro – anzi. Ma qui c’è di che cominciare. Di che farsi, come dicono nei romanzi qui sopra, one’s sea legs.

Felice navigazione.

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* Il tono leggermente nostalgico di questo incipit deriva dal fatto che erano bei tempi, e che da tre anni non faccio un giorno di vacanza…

** Elenco delle tappe 2012, casomai vi trovaste nei paraggi:

Race One starts in Saint Malo (France) (Thursday 5 July to Sunday 8 July) to Lisbon (Portugal) (Saturday 19 July to Sun 22 July).

Race Two is from Lisbon to Cadiz (Spain) (Thursday 26 July to Sunday 29 July).

Cruise in company to La Coruña (Spain) (Friday 10 August to Monday 13 August).

Race Three from A Coruña to Dublin (Ireland) (Thursday 23 August to Sunday 26

The multi-national fleet will race from Dublin across the Irish Sea and dock in Liverpool from Thursday August 30 for a four-day event running until Sunday September 2.

*** Sì, lo so: nave sbagliata, flotta sbagliata, gente sbagliata, lato della Manica sbagliato, secolo sbagliato… non sottilizzate. Oltretutto, sono stata punita.

**** Sorpresa!!!

***** È il migliore del suo corso, ha una buona educazione classica, è un poliglotta astuto, pieno di talento militare e navale, un leader nato, un ottimo matematico e vince sempre a whist perché ricorda tutte le carte. Però è stonato come una campana e privo di qualsiasi grazia sociale.