Shakespeare Year · Storia&storie · teatro

Coriolano

Avevo detto che mi sarei messa a caccia di Shakespeare che non avevo mai visto in scena, giusto?

Coriolanus2Ebbene, ho cominciato con il Coriolanus del 2013 al Donmar Warehouse. E dopo averlo visto posso solo dire che è un peccato che non lo si rappresenti di più.

Nel mondo anglosassone gode di più attenzione, ma in Italia? Pressoché nulla – e secondo me è un peccato. Titolo tardo, di datazione incerta tra il 1605 e il 1610, ultimo tra i Roman Plays, e ispirato a un Plutarco  malsicuro di cui gli storici moderni dubitano un nonnulla, Coriolano è una storia potente con un protagonista singolare.

Il Caio Marzio di Shakespeare è un aristocratico generale romano, soldato di prim’ordine, patriota e onest’uomo che, nell’atto primo, strappa ai Volsci la città di Corioli quasi da solo. Di conseguenza se ne torna a Roma in trionfo, e il Senato gli tributa il cognomen onorifico di Coriolano, e tutto andrebbe bene – se non fosse che Marzio ha due problemi: una madre ingombrante e un’assoluta incapacità per le pubbliche relazioni.

Uomo di rara arroganza, con un’avversione per il governo popolare e nessuna timidezza nel farlo sapere, l’ormai Coriolano sarebbe ben contento di continuare a fare il generale e tempestare occasionalmente contro la plebe e i suoi tribuni – ma la mamma, la temibile matrona Volumnia, lo spinge a correre per il consolato… e lui alla mamma proprio non sa dire di no. Coriolanus

Il guaio è che per diventare console bisogna corteggiare il voto della plebe… E Coriolano ci si lascia indurre, ma con tale malagrazia che, pur dopo averlo acclamato per meriti di guerra, il popolo si lascia rapidamente convincere a ritrattare dai tribuni Bruto e Sicinio. Chiamato a difendersi e accusato di tradimento, Coriolano s’infuria e dice tutto quello di cui i suoi nemici hanno bisogno – e si ritrova bandito da Roma.

Ferito nell’orgoglio, non trova di meglio che rivolgersi proprio ai Volsci, proponendo loro di condurli contro quella città ingrata che è Roma… Apparentemente i Volsci riconoscono un generale quando lo vedono, e ben presto Roma si ritrova addosso i vecchi nemici in avanzata travolgente. Inizia la processione di supplicanti, ma Coriolano respinge al mittente commilitoni e amici – finché qualcuno non ha il colpo di genio: mandiamogli la mamma!

E lo dicevamo: alla mamma Coriolano non sa dire di no. Volumnia riesce dove tutti gli altri avevano fallito. Per amor suo Coriolano depone la sua furia e si adopera per una pace tra Romani e Volsci. Ma naturalmente non tutti i Volsci sono contenti, soprattutto il generale che aveva accolto Coriolano esule… Come dire? Non va a finire bene.

Ecco, in teoria questa dovrebbe essere la storia di un aspirante despota che disprezza il popolo e grida e pesta i piedi ogni volta che le cose non vanno come vuole lui, e in effetti è così che molti registi moderni l’hanno interpretata – Berthold Brecht per dirne uno. Ma il fatto è che il Coriolano di Shakespeare non è affatto un mostro. È sprezzante e abrasivo – e al tempo stesso onorevole, umano e capace di generosità. Alla sua arroganza si contrappone la doppiezza meschina dei tribuni, e la sua ferocia vendicativa si risveglia di fronte a quello che ritiene un oltraggio mortale e incomprensibile – salvo poi sciogliersi di fronte alle suppliche di Volumnia. E d’altra perte questo è lo Shakespeare maturo, dove nulla è mai solo bianco o nero. Coriolano è un pericolo per sé e per il prossimo, ma c’è spazio per le sue ragioni.

Coriolanus3Dopodiché molto dipende dalle intenzioni registiche e dal carisma del prim’attore. Josie Rourke ha costruito una produzione asciutta e piena di ritmo, in cui qualche sedia, una scala e un po’ di vernice restituiscono un’antichità scura, sanguinosa, tutta spigoli. E in tutto ciò il giovane Coriolano di Tom Hiddleston funziona alla perfezione. Noi spettatori storciamo il naso davanti alla sua superiorità sprezzante e assoluta incapacità di vedere le ragioni altrui, e però non fatichiamo troppo a capire la sua riluttanza a umiliarsi. Rabbrividiamo davanti alla sua sete di vendetta, ma comprendiamo il suo risentimento nel sentirsi tradito…

Insomma, una storia sullo scontro tra l’individualità potente e le necessità della politica, sull’incapacità di comprendere il resto del mondo, sul significato della lealtà, sul prezzo delle scelte, sull’impossibilità di certa coerenza… Coriolano meriterebbe più attenzione – al di là delle letture ideologiche.

romanzo storico · scribblemania

E Due!

Da un po’ non aggiornavo il contaparole della seconda stesura – ma non perché fossi ferma.

Mentre il contaparole sonnecchiava indisturbato, io sono andata avanti e ieri mattina, O Lettori, ho concluso la seconda stesura.

Jig
Date le circostanze, una giga mi sembra adatta…

Hooray, Eugè, Din Don Dan, e altre consimili espressioni di letizia.

Centoduemilasettecentoottantaquattro parole. Un po’ tantine, soprattutto perché devo ancora aggiungere qualche scena che ho lasciato indietro. Ma, se tutto va bene e con un po’ di editing rigoroso, una volta che avrò aggiunto tutto quel che manca, tolto quel che ridonda, deciso che cosa fare di un personaggio e tirato il tutto a lucido, conto di ritrovarmi con centomila parole – una misura ragionevole per un romanzo storico sul mercato anglosassone.

Ma questo è lavoro per la metà di aprile, dopo un paio di settimane di decantazione.

Nel frattempo, rejoice with me: ho finito la seconda stesura!

Sono soddisfatta del risultato? Ragionevolmente.

Ci ho messo troppo tempo? Oh, sì.

È valsa la pena di cominciare invece di agitarmi come un millepiedi che non sa più che zampa muovere per prima? Perbacco, sì!*

Adesso, se sono bravina, per un paio di settimane mi dimenticherò di Ned. E sì, per carità, so che faccio sempre di questi propositi, e poi mantenerli è un’altra faccenda – ma questa volta ho due cose e mezza di cui occuparmi intensamente. Cose di teatro – cose, tra parentesi, di cui verrete informati a tempo debito…

Per ora inclino a non essere del tutto insoddisfatta di me stessa. Dopo tutto, ho finito la seconda stesura, giusto?

_________________________________________

* E, mentre siamo qui, grazie D., per avermi dato una spinta quando a me sembrava una follia…

Oh… e no: non è, non è e non è un pesce d’aprile.

grilloleggente

Rane di Carta

Bullfrog_Diaz_EssenceMi piacciono le rane.

Le rane. Le rane sono simpatiche. Le rane sono gente. Appartengo alla categoria di persone che nelle strade di campagna, dopo il tramonto, frenano bruscamente per non investire le rane che attraversano balzellon balzelloni. Figurarsi se potrei mai mangiare una rana assassinata e cotta…

Un tempo succedeva più spesso. Di dover frenare per strada, intendo. Dalle mie parti le strade corrono tra fossi doppi e risaie, èer non parlare di un paio di seri fiumi che, da qualunque parte ci si volti, sono sempre nelle vicinanze. Un tempo, certe sere d’estate erano piene dei concerti  di rospi, rane e raganelle. E le rane bue – oh, l’epico muggito delle rane bue!

Poi… be’, poi l’inquinamento, i gamberoni della Louisiana e i pesticidi hanno decimato la popolazione batracica al punto che l’occasionale rospo in cortile si accoglie come la Regina d’Inghilterra in visita di stato. Al pari delle lucciole, a dire il vero, e dei ricci.

E tutto ciò è molto triste. Francamente, uno dei motivi per cui l’anno scorso ho messo in piedi uno stagno è una vaga speranza che, se lo costruisco, possano ritornare. Le rane, sia chiaro – non i fantasmi.* Non è come se avesse funzionato, ma ho intenzione di ripetere l’esperimento. Vi terrò aggiornati. Nel frattempo, a voler batraci, pare proprio di doverseli cercare nei libri.batracomiomachia-di-leopardi-guida_064891e8b6d140a3986332f3f49c6a45

Come Re Gonfiagote e le sue rane nella giocosa parodia omerica della Batracomiomachia – in cui, tra parentesi, le rane le prenderebbero di brutto dai topi, non fosse per l’intervento divino in forma di granchi… E anche Gonfiagote, letalmente distratto, pusillanime e bugiardo, non è proprio il batrace della mia vita.

Anche le rane di Esopo, temo, non saranno mai candidate al Nobel per la Fisica. O fanno pessime scelte politiche tra Re Travicello e la Gru, o cercano di gonfiarsi a misura bovina – con risultati… er, esplosivi.

Per fortuna che a riscattare il buon nome dei batraci ellenici pensa Aristofane, le cui Rane, eponime pur con una scena sola, battibeccano con Dioniso meritandosi il titolo di più incantevole e spassoso tra i cori greci. Brekekekèx-koàx-koáx!

Dan'lA Dan’l Webster, il ranocchio saltatore di Twain, va decisamente peggio – ingozzato di pallini di piombo per impedirgli di vincere la scommessa del suo padrone… Twain non dice che cosa ne sia del povero Dan’l alla fine, ma dubito che l’indigestione possa avergli fatto bene.

Poi però c’è Mr. Toad of Toad Hall, ne Il Vento tra i Salici, l’egocentrico signorotto in tweed, con un debole per le mongolfiere, i punts e le automobili. E sì, Mr. Toad è un pericolo per sé e per gli altri, ma il suo entusiasmo, i suoi occasionali pentimenti e la sua assoluta mancanza di buon senso lo rendono, nonostante tutto, adorabile.

Oh – e non dimentichiamoci Puddeneen Wheelan! Sospetto che non siamo in tantissimi a ricordarci di Pat O’Shea – ma tra le deliziose creature che, ne La Pietra del Vecchio Pescatore, assistono Pidge e Brigit contro gli esseri più feroci dei miti celtici, c’è anche questo rospo spudorato, simpaticissimo e con un accento irlandese da tagliarsi con il coltello.FrogPrince

E poi ci sono principi/ranocchi a non finire… Quello originale dei Fratelli Grimm, a dire il vero, è trasformato in giovanotto di sangue blu da una biglia incantata. Ma bisogna ammettere che, tra una biglia che cade a una principessa sventata e un bacio, story-wise non c’è competizione.

E sì, credo che alla fine mi terrò Aristofane per consolazione – perché le rane di carta col lieto fine si contano sulle dita di una mano. Ne verranno ad abitare nel mio stagno? Come ho detto, vi farò sapere. Magari intanto potrei ricorrere alle rane origami? Brekekekèx-koàx-koáx…

_________________________________

* E adesso ho quest’immagine mentale di ranocchi che giocano a baseball nel mio stagno…

Arte Varia

In Giro Per Velàzquez

Velazquez_figurandoOggi è Pasquetta, giusto?

Giornata di scampagnate, giringiro e musei, giusto?

Ebbene, siccome il tempo è quello che è, e in ogni caso i picnic virtuali sono di scarsa soddisfazione, che ne dite di una mostra? Una mostra che non esiste del tutto, what’s more?

E allora vi propongo Velàzquez. Diego Rodriguez de Silva y Velàzquez, per dirla tutta (e che nomi meravigliosi hanno questi Spagnoli…), pittore dei Re e dei mendicanti, dei santi e dei buffoni di corte, dei papi e delle sguattere… Inventore di quello spazio indefinito e luminoso in cui i le figure sono ancorate solo dalla loro ombra, l’uomo la cui tecnica impalpabile e la cui vita eludono del pari gli storici dell’arte.

Velàzquez, ciambellano oltre che pittore del suo re, dipinse relativamente poco – e di alcune sue opere si sono perse le tracce. Ma di quel che c’è, gran parte di può vedere senza muoversi da casa – meraviglie della Rete!

E allora ecco diegovelazquez.org, che riporta le opere complete… Forse fin troppo, perché secondo Laura Cumming degli autoritratti – con l’eccezione del pittore in mezz’ombra de Las Meninas – potrebbe essere sano dubitare un po’ e non tutte le attribuzioni sono così universalmente accettate come il sito ha l’aria di implicare. E tuttavia c’è di che farsi un’idea. Ay de mi, le riproduzioni non sono così grandi e definite come potremmo desiderare, e allora…

Wikipedia offre una buona quantità di riproduzioni migliori – dipinti e schizzi. Vi si accede dalla lista ragionata in Inglese o in Spagnolo*.

E tuttavia le riproduzioni migliori si trovano sul meraviglio sito del Museo del Prado. Naturalmente c’è solo quel che appartiene al museo, ma c’è di che passare ore ad osservare i particolari più minuti, quasi pennellata per pennellata (anche se, considerando la tecnica di Velàzquez questa è un’iperbole più di quanto lo sia in altri casi).

Ecco qua. Un viaggio nel Seicento spagnolo asciutto e vivido – e alla fin fine malinconico – di uno dei pittori cui dobbiamo in buona parte la Spagna Come La Immaginiamo. Ci sono modi peggiori di passare un pomeriggio di Pasquetta – che ne dite, O Lettori?

__________________________________________

* In realtà c’è anche in Italiano, ma – forse per differenze di attribuzione – è più ridotta…

 

 

musica · Storia&storie · tradizioni

Gli Stendardi del Re

Vexilla regis prodeunt,brigandsdubocage
fulget crucis mysterium,
quo carne carnis conditor
suspensus est patibulo.
Confixa clavis viscera
tendens manus, vestigia
redemptionis gratia
hic inmolata est hostia.
Quo vulneratus insuper
mucrone diro lanceae,
ut nos lavaret crimine,
manavit unda et sanguine.
Inpleta sunt quae concinit
David fideli carmine,
dicendo nationibus:
regnavit a ligno Deus.
Arbor decora et fulgida,
ornata regis purpura,
electa, digno stipite
tam sancta membra tangere!
Beata cuius|brachiis
pretium pependit saeculi!
statera facta est corporis
praedam tulitque Tartari.
Fundis aroma cortice,
vincis sapore nectare,
iucunda fructu fertili
plaudis triumpho nobili.
Salve ara, salve victima
de passionis gloria,
qua vita mortem pertulit
et morte vitam reddidit.

Gli stendardi del re avanzano e rifulge il mistero della croce, dice questo inno del sesto secolo, legato alla liturgia del Venerdì Santo.

Non fa meraviglia che nel 1793 i ribelli vandeani, cattolici e monarchici, lo avessero scelto per la loro (malguidata e peggio finita) sollevazione contro la Repubblica. La versione conosciuta e cantata dai contadini “bianchi”, armati di falci e col rosario avvolto intorno al polso, era quella tradizionale gregoriana. Adesso mi piacerebbe inserire un video o due, ma il mio computer (aka l’Innominatino) e YouTube hanno deciso di concerto di essere quaresimali e punitivi, e quindi mi sa che dovrete andare a sentirlo qui.Ostensione Sacri Vasi Mantova

E ne parliamo oggi perché il VR è musica da venerdì santo: a Mantova lo si canta ancora il pomeriggio del Venerdì, per la solenne esposizione dei Sacri Vasi, due reliquiari che, secondo una di quelle tradizioni antiche e un tantino macabre di cui è ricco il cattolicesimo, sarebbero stati usati da San Longino per raccogliere il sangue di Gesù sotto la croce.

Sacri Vasi a parte, nel corso dei secoli il Vexilla è stato ripreso e musicato in altre versioni.

Un’elaborazione polifonica di Palestrina.

All’inizio della Via Crucis di Liszt.

E poi Bruckner, qui anche in versione per ottoni (non ho idea di che cosa sia il pigolio a 0.21).

È quel genere di musica che suggerisce processioni notturne a lume di torcia, vero? Suggestivo anche per i miscredenti…

grillopensante

Che Cosa Stiamo Facendo

FlamevSuccedono cose terribili.

Succedono ancora e ancora, e – semmai fosse rimasto qualche dubbio – è sempre più chiaro che continueranno a succedere.

Certi giorni non è facile sedersi e scrivere di storia, di libri, di teatro… Certi giorni viene da chiederselo: che cosa stiamo facendo?

C’è qualche conforto in risposte come questa di Charles De Lint, citato su Karavansara, secondo cui quel che facciamo nello scrivere storie è accendere piccole luci nell’oscurità.

L’immagine mi piace. E aggiungo che quel che si spera sempre è che le fiammelle accese inducano qualcuno a pensare. Non a pensare qualcosa in particolare – il lettore può condividere oppure no, ma non è questo il punto. Si spera che qualcuno ogni tanto, dopo avere letto, si faccia qualche domanda, porti a casa un dubbio nuovo, vada a cercare notizie di un autore o di un personaggio, legga un libro mai sentito nominare prima, si trovi d’accordo o non lo sia per nulla, discuta, si arrabbi, contesti, accenda altre fiammelle…  Si spera di far pensare e di pensare. Anche in mezzo alle cose terribili.

È questo. È questo che stiamo facendo. O che almeno cerchiamo di fare, scrivendo, parlando, facendo teatro. Raccontando storie.

considerazioni sparse · teatro

Potere del Teatro…

Reminiscenza sparsa – abbiate pazienza.

CardiffQuando studiavo a Cardiff, andai a teatro a vedere The School for Scandal, di Sheridan. Quella sera una mia compagna d’appartamento dava una festa e mi aveva invitata – ma io avevo il biglietto per Sheridan da mesi, e nessuna intenzione di rinunciare. Tanto meno per una festa perché, confesso, non sono mai stata un animale da feste. Per cui, quando la coincidenza di date saltò fuori, feci del mio meglio per nascondere che ero molto meno dispiaciuta della mia coinquilina.

“Ma non preoccuparti,” mi disse lei. “Quando torni saremo ancora qui.”

Ecco, a questo non avevo pensato – ma sull’Isoletta si a a teatro presto e si finisce presto… Il che significava che, invece di tornarmene in tempo per salutare e ritirarmi nella mia stanza, mi sarei ritrovata nel bel mezzo di una festa piena di sconosciuti in buona parte brilli anzichenò. D’altra parte, non c’era modo di evitarlo.

La sera in questione, dopo avere aiutato a fare le tartine, indossai il mio abitino blu da teatro e da concerto, salutai le mie flatmates, presi l’autobus e sbarcai davanti al New Theatre. Avevo un buon posto di platea, e lo spettacolo fu incantevole. Regia, interpreti, luci, scene, costumi… Oh, le meravigliose voci – e vorrei tanto ricordarmi chi fosse l’attore che interpretava Joseph Surface. In realtà all’epoca tenevo un diario, e volendo potrei cercarlo e risalire. Forse ci ritroverei persino dentro la locandina… Ma sono pigerrima e quindi accontentatevi  di sapere che Joseph ci conquistò tutti e che l’insieme fu delizioso e perfetto. Sheridan

Uscii da teatro nella più felice delle disposizioni, e nemmeno il fatto di avere perso l’autobus bastò a scalfire il mio entusiasmo. Era una sera primaverile deliziosa, così m’incamminai a piedi strologando sulla possibilità di mettere in scena Sheridan prima o poi e sull’opportunità di far interpretare Joseph Surface al protagonista di ciò che stavo scrivendo (un attore, manco a dirlo…) e altre amenità del genere. Ero così presa dalla mia bolla teatral-narrativa che ero persino decisa a divertirmi a quel che restava della festa. Non era possibile essere a disagio o men che festevoli nello spirito in cui ero, giusto? Per una volta nella mia vita, auspici Sheridan e Talia, mi sarei divertita a una festa in cui non conoscevo quasi nessuno – e che diamine!

E poi arrivai alla residenza, e la festa era ancora in corso, e l’appartamento era pieno di sconosciuti brilli anzichenò, e a nessuno interessava men che nulla della mia meravigliosa serata a teatro – ma d’altra parte la musica era altissima e non c’era modo di parlare nemmeno volendo – e il mio abitino blu e le mie scarpette col tacco erano del tutto inadatti alla situazione, e mancavano ancora due ore abbondanti all’orario limite che la mia coinquilina era riuscita a strappare al responsabile…

Così, con la scusa di andarmi a cambiare, me ne fuggii in camera e mi misi a scrivere, ragionevolmente certa che nessuno avrebbe sentito la mia mancanza. All’ora in cui la musica finì il mio protagonista aveva incantato Londra con il suo Joseph Surface, e io avevo recuperato la certezza di non essere un animale da feste, né passibile né, tutto sommato, specialmente desiderosa di diventarlo.

“E intendi trarre una morale da tutto ciò, o Clarina?”

Una morale? Santo cielo, no – ma potrei osservare che, per quanta fiducia si nutra nel potere del teatro, forse è meglio non aspettarsene cose irragionevoli. Euforia, idee, capitoli decenti – sì. Mutamenti repentini dell’umana natura… not so much.

 

 

 

Storia&storie · teatro · virgilitudini

Enea nei Balcani, ovvero: l’Illuminazion Tardiva

Shaw.jpgConfessione: benché G.B. Shaw sia uno dei miei numi tutelari, e benché nel corso degli anni abbia letto il suo Le Armi E L’Uomo (Arms And The Man) un’infinità di volte, ho impiegato un’invereconda quantità di tempo prima di rendermi conto che la connessione virgiliana andava più a fondo della citazione nel titolo.

Non tantissimo più a fondo, perché l’interesse di Shaw non risiede, come c’era da aspettarsi, nell’obbedienza al volere del fato e nelle magnifiche sorti e progressive di Roma, ma nel demolire l’idea romantica della guerra – non senza lanciare i consueti strali alla società inglese del suo tempo.

Tuttavia, state a sentire: figlia di maggiorente fidanzata (con più soddisfazione della madre che del padre) a brillante e bell’eroe di guerra; arriva estraneo fuggiasco e tutt’altro che sentimentale, ben accolto dal padre; estraneo mostra interesse alla fanciulla con disapprovazione della madre; brillante fidanzato rivela tratti assai meno ideali del previsto, ma non è disposto a cedere fanciulla; estraneo si rivela erede e continuatore di grandi fortune; estraneo e fanciulla convolano.

Poi naturalmente Shaw è Shaw. Il tutto è ambientato in Balcani da semi-operetta, durante la fulminea guerra Bulgaro-Serba del 1885, e i personaggi sono molto più inglesi che bulgari. Raina è una Lavinia solo per posizione: romantica, viziata, manipolatrice – maturerà prima del sipario, ma intanto non aspetta certo che altri decidano per lei. Sua madre Caterina è un’Amata senza tragedia, ossessionata dal passare per una signora viennese e dal maritare Raina al bellissimo e affascinante Sergius. Il maggiore Petkoff è un Latino da macchietta, il padre benevolo e non troppo intelligente, del tutto manovrato dalle sue donne, rassegnato a Sergius per amor di pace e vecchia consuetudine, ma pronto a simpatizzare con Bluntschli, l’Enea della situazione, un mercenario svizzero pratico, efficiente e disincantato – l’antitesi del fiammeggiante, deleterio e bel Sergius/Turno.

Nessuno muore, il duello finale tra i due pretendenti finisce col non farsi, Bluntschli (il cui cognome non è casuale) eredita un impero alberghiero, Caterina non si suicida nemmeno un po’ e persino Sergius trova rapidamente un’altra fidanzata nell’ambiziosa servetta Luka. Ma dopo tutto questa Arms And The Man, per tagliente e caustica che sia, è una commedia. ArmsandtheMan.jpg

Eppure il parallelo è lì, anche se la critica tradizionale sembra ignorarlo allegramente, evidente nella trama, nei personaggi e anche a livello tematico. Se Enea è lo strumento del fato imperscrutabile che cambia le sorti dell’Italia (e del mondo), Bluntschli è l’uomo moderno che rovescia il piccolo mondo balcanico e tradizionale dei Petkoff a colpi di volontà individuale e senso pratico.

Ecco, Mr. Shaw: ci ho messo qualche decennio, ma alla fine sono arrivata.

blog life · teatro

E le Cronache Teatrali?

TeaÈ mattina. Mattina presto. Praticamente il cuore della notte. È l’ora del post. La Clarina beve tè e fissa lo schermo con l’aria di chi si è strappato al sonno dei giusti prima di quanto le paresse bello – ma è così che va. Se la Clarina andasse a dormire prima, forse non andrebbe così – ma che vogliamo farci? La Clarina si rinfranca con un altro sorso di tè bollente, nella speranza che l’Earl Grey induca i neuroni a stropicciarsi tra di loro e generare qualche genere di scintilla… All’improvviso odesi dall’aere una voce che non s’udiva da tempo.

Senza Errori di Stumpa – Sai che cosa mi manca, o Clarina?

La Clarina (sobbalza, inala il suo sorso di tè, tossisce) – È il modo? Dopo mesi ti fai risentire e lo fai così?

SEdS – Non rovesciare il tè sulla tastiera, vuoi? Il latte non fa bene.

C – Sciagurato. Sconsiderato. Catastrofe. Disastro…

SEdS – Whatever. Anch’io sono contento di rivederti. E buongiorno anche a te. Ma dicevo – lo sai che cosa mi manca?

C – No…

SEdS – Lo sai che cosa manca a te e anche a me?

C – Sono in trepida attesa di scoprirlo.

SEdS – Lo sai che cosa manca a me, a te – e, scommetterei la testa, anche ai lettori?

C – Tu non hai una testa.

SEdS – Non essere letterale, o Clarina. Lo sai che cosa manca?

TheatreSDC – No, bloggerello. Non lo so. Illuminami. Che cos’è che manca a te, a me e ai lettori?

SEdS – Percepisco un nonnulla di sarcasmo…

C – Non so che cosa te lo faccia pensare, blogo – ma se non mi dici all’istante che cos’è che manca a tutti e a ciascuno, giuro che ti rifilo un post sulla differenza tra le edizioni 1923 e 1924 della Guida del Touring della Lombardia occidentale.

SEdS – Così acidognola la mattina presto…

C – Blogo…

SEdS – Acidognola e malmostosa.

C – Continua così e aggiungo anche l’edizione 1926.

SEdS – Come sarebbe Ventisei? E il Venticinque?

C – Niente Venticinque. Post zoppo, così ti rimane il rovello.

SEdS – Non lo faresti mai.

C – Vuoi scommettere?

SEdS – …

C – Appunto. E quindi dimmi: che cosa manca a tutti noi? Theatrecnf

SEdS (col sospiro di chi cede under duress) – Teatro, o Clarina. Ci manca il teatro.

C – Come sarebbe il teatro?

SEdS – Sarebbe che ci manca. Ci mancano quelle cose avventurose e pittoresche. Ci mancano le improbabilità, le trasferte, gli implumi, i disastri, lo Spirito del Bardo, persino lo Spirito di Kit… Ci manca vederti affannata e sconcertata. Ci manca la condizione naturale del teatro, i miracoli dell’ultimo minuto, i pulmini, gli applausi…

C – Oh.

SEdS – Non manca anche a te, tutto questo?

C – Sì… È che ultimamente succede un po’ di meno… E anche quando succede… er.

theatrebngSEdS – Non credere che non lo sappia, che queste storie ultimamente le scrivi su Scribblings.

C –  Stai per esplodere in una crisi di gelosia fiammeggiante?

SEdS – No…

C – Stai per aprire le opere idrauliche?

SEdS – No…

C – Stai per farti venire le convulsioni? Il deliquio? I vapori?

SEdS – No, no, no, no! Ma rivoglio il mio teatro. Rivoglio le mie storie backstage! Rivoglio il mio nonsense dietro le quinte! È parte del mio fascino, che cosa credi? Lo rivoglio, lo rivoglio, lo rivoglio!!!

C – Ecco, appunto. Niente vapori, vero?

SEdS (con voce lacrimosa che va svanendo nell’aere) – Lo rivoglio… -oglio… -oglio… -oglio…

C – Heavens above…

La Clarina svuota d’un fiato quel che resta del tè. Che blog temperamentale… Ma è possibile che non abbia tutti tuttissimi i torti? Ah well, o Lettori. Forse è ora di tornare alle Cronache Teatrali. Ebbene, ricompariranno.