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Il Mostro Multicipite

Crowd1La folla è una di quelle cose che supplicano di essere scritte. Trovatemi il romanzo storico che, prima o poi, spesso in qualche momento altamente climatico, non se ne esca con una bella scena di folla in tumulto. D’altra parte, le folle si prestano bene alla bisogna: le folle rumoreggiano, ruggiscono, s’infuriano con facilità, osannano, si fanno trascinare, sbandano sotto la paura, si sollevano, fanno un gran chiasso, festeggiano, assaltano, distruggono, incendiano, portano in trionfo, calpestano, linciano… È come avere un elemento naturale, però senziente (almeno in parte), e con una psicologia tutta sua. Ammettiamolo: una tentazione irresistibile. Per non parlare poi delle battaglie, perché cos’è in definitiva una battaglia, se non folle organizzate in armi che si muovono per nuocersi vicendevolmente?

Ma sorvoliamo su tattica e strategia, per il momento, e concentriamoci piuttosto sulle folle in furia disordinata, i tumulti di piazza, le sollevazioni, i tafferugli.

Francamente, D’Annunzio non è il mio autore preferito, e credo anzi che sia un’eresia grossa se dico che tra i suoi lavori la mia predilezione va alle Novelle della Pescara. In una delle Novelle, La Morte del Duca d’Ofena, la folla assalta il palazzo di un feudatario molto odiato.

“La moltitudine […] irrompeva su per l’ampia salita, urlando e scotendo nell’aria armi ed arnesi, con una tal furia concorde che non pareva un adunamento di singoli uomini ma la coerenta massa d’una qualche cieca materia sospinta da una irresistibile forza. In pochi minuti fu sotto al palazzo, si allungè intorno come un gran serpente di molte spire, e chiuse in un denso cerchio tutto l’edifizio. Taluni dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi, come fiaccole, che gittavano su i volti una luce mobile e rossastra, schizzavano faville e schegge ardenti, mettevano un crepitìo sonoro. […] “

Per la gente del palazzo non si mette bene. Il maggiordomo del duca si affaccia al balcone e…

“Un urlo immenso l’accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati dalla bramosia della strage, l’acciaro degli schioppi, i ferri delle scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell’aria, disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda, spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali.”

La folla si muove come una forza cieca, come un serpente, e gli occhi luccicanti nelle facce infarinate hanno poco di umano. Tra il duca dissoluto e tirannico e la folla animalesca, l’autore non distribuisce simpatie: registra i colori, le luci, le urla e la paura, e ce li mette davanti agli occhi, vivi e paurosi.Crowd32

Passiamo altrove e in altri tempi: la Milano secentesca di Manzoni, con la folla che assalta la casa del Vicario alle Provvigioni e cerca di abbattere la porta.

“Chi con ciottoli picchiava su’ chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali, e scarpelli e martelli, cercavano di lavorar più in regola; altri poi, con pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, con l’unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro, e s’ingegnavano di levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata dei lavoranti”

Espressivo e pittoresco, assai meno viscerale di D’Annunzio. A Manzoni non importa mostrarci la folla malvagia e pericolosa. Ce la descrive, invece, la analizza, descrivendone gli estremi, i rimestatori e i pacieri, e la massa che si fa manovrare:

“Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini che più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno o dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e d adprare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo”.

Vivido e acuto, ma distaccato, e sempre lievemente ironico, Manzoni è pur sempre il nipote degl’Illuministi.

Crowd33Infine, passiamo la Manica per uno dei due soli romanzi storici di Dickens, il poco noto Barnaby Rudge. Barnaby è un semplice che, nel 1780, si trova suo malgrado coinvolto in una sollevazione anticattolica nelle strade di Londra. Ecco quello che Gashford, uno dei malvagi, vede da una finestra:

“Avevano delle torce accese, e si distinguevano bene i volti dei capi. Che venissero dall’aver distrutto qualche edificio era chiaro, e che si fosse trattato di un luogo di culto cattolico si capiva dalle spoglie che portavano a mo’ di trofei, facilmente riconoscibili per abiti talari e ricchi arredi d’altare in pezzi. Coperti di fuliggine, e sudiciume, e polvere e  calce, con gli abiti a brandelli e i capelli scarmigliati, con le mani e i volti insanguinati per i graffi dei chiodi arrugginiti, Barnaby, Hugh e Dennis venivano per primi, con l’aria di pazzi furiosi. Li seguiva una folla densa e furibonda, di gente che cantava e dava urla trionfanti, e rompeva in liti, e minacciava gli spettatori ai lati della strada, e brandiva gran pezzi di legno, su cui scatenava la sua rabbia come se fossero stati vivi, facendoli a brani e gettandoli per aria, gente ebbra, dimentica delle ferite ricevute nel crollo di mattoni, pietre e travi, che portava a braccia, su una porta divelta, un corpo avvolto in un panno tarlato, forma inerte e spaventosa.  Così turbinava la folla: una visione di facce rozze, macchiata qua e là dalla vampa fumosa di una torcia, un incubo di teste diaboliche e occhi feroci, e bastoni e spranghe levate in aria e roteate, uno spaventoso orrore di cui si vedeva così tanto eppure così poco, che pareva breve e interminabile al tempo stesso, così fitto di visioni spettrali, ciascuna incancellabile dalla mente, e tutte insieme impossibili da cogliere a una sola occhiata – così turbinava la folla, e in un istante passò oltre.”

Dickens fa qualcosa di diverso ancora: parte da una descrizione fisica e dettagliata, in cui si riconoscono persone e oggetti, per poi scioglierla gradualmente in una visione da incubo, immagini confuse e spaventose, di durata e consistenza oniricamente incerte.

Insomma: tre autori, tre libri, tre folle impegnate allo stesso modo, ma molto diverse tra loro e, soprattutto, tre sguardi ben distinti. Non viene voglia di provare?

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Quello Che Vedevano

Osserviamo il mondo e ci domandiamo se stiamo vedendo quello che vedevano i nostri antenati nel passato irraggiungibile. Se i colori siano ancora gli stessi. Se qualcosa, a parte gli alberi, le nuvole e il mare, abbia esattamente lo stesso aspetto di un tempo. Se nulla sia rimasto uguale a com’era un tempo.

CummingE questa era Laura Cumming, in The Vanishing Man – meraviglioso, meraviglioso libro su Velàzquez e su John Snare, il libraio inglese cui, a metà Ottocento, un ritratto del pittore spagnolo scardinò la vita. Lo ripeto un’altra volta: è un libro meraviglioso, splendidamente scritto e pieno di idee e di pezzetti luccicanti come quello qui sopra. Osserviamo il mondo e ci domandiamo…

Non ditemi che non vi è mai capitato. Un paesaggio, un edificio, una stanza, una strada… Con i quadri va relativamente bene. Se sono ben conservati, se sono ancora là dov’erano o se abbiamo un’idea di come fossero esposti, non è difficile guardarli e pensare che li stiamo guardando – vedendo – allo stesso modo. I Caravaggio in San Luigi dei Francesi, per esempio. Sì, d’accordo, noi possiamo accendere la luce con una monetina – ma otherwise siamo come gli osservatori nei secoli passati. Per i paesaggi ci vuole più fortuna e forse più immaginazione. Ho ricordi di una sera a Cortona, e di un albergo la cui terrazza dava sulla valle del Trasimeno. E al tramonto, quando la luce d’oro e un nonnulla di foschia confondevano a sufficienza  i segni e il rumore del XXI secolo, ci si poteva azzardare a pensare che Annibale non avesse visto nulla di troppo diverso. Gli edifici… Confesso che in fatto di edifici l’esercizio mi mette una certa dose di angoscia. Immaginate di essere un antico Romano, di ritrovarvi per un meccanismo qualsiasi nel 2016 – e di vedere quel che resta dei Fori a Roma, di Aquileia, dei templi colossali di Baalbek… Immaginate la desolazione e l’angoscia di non trovare altro che rovine. E dovevano sembrare eterni, i templi. Fatti per resistere intatti ai millenni, per ripetere all’infinito “qui è passata Roma”.

Quindi guardiamo il mondo, ci domandiamo se stiamo vedendo quello che vedevano i nostri antenati – e per lo più la risposta è no. E specularmente ci viene da domandarci che ne sarà, tra un millennio o due – o anche solo tra qualche secolo – di quel che adesso ci Baalbeksembra inscalfibile e definitivo. Dà un certo qual senso d’impermanenza, vero?

E però ci sono le parole.

Le parole ci permettono di sapere che per Omero il mare era color del vino, e che i cani riconoscevano i padroni dopo tanto tempo… E così quando vediamo il mare scurirsi, quando vediamo un cane svegliarsi di botto perché il padrone è in fondo alla strada – ecco, allora sì che stiamo vedendo quel che i nostri antenati vedevano. E d’accordo – non è come se le parole non si sgretolassero, non cambiassero colore, non andassero perdute – ed è sempre possibile che siamo noi a non vedere più con gli stessi occhi. A non guardare. A non capire. Ma le parole, quelle che sopravvivono, offrono sempre una finestra – o quanto meno un ponte attraverso i secoli e i millenni. Poesia, miti, narrativa, trattati, lettere, teatro, memorie, saggi, preghiere, tutto quel che è scritto, tutto quel che sopravvive ci restituisce i paesaggi, gli edifici, i quadri, i posti, le persone… Qualche volta ci lascia vedere quel che era nell’irraggiungibile passato, e qualche volta ce ne fa riconoscere il colore nel mondo che osserviamo.

 

Vitarelle e Rotelle

Strati

Mail:

Ho fatto leggere il mio romanzo a un’amica, e lei mi ha detto, in mezzo ad altre cose, che parla di una cosa sola. Ok, le ho detto, è una cosa buona. Invece salta fuori che lei non voleva lodare la mia bella storia coerente, ma dire che è un po’ smunta, un po’ pochina. Io le ho tirato dietro un cuscino, però adesso mi viene da pensare, perché mi sono sforzata proprio tanto di tenere la mia storia lineare, di focalizzarmi sulla mia trama, di non confondere il lettore, e invece sta’ a vedere che ho sbagliato tutto?

Onegin1Well… Dipende. Dipende da un sacco di cose – tra cui le dimensioni della storia. In un racconto, soprattutto un racconto breve, concentrare tutto attorno a un’idea tende ad essere una scelta saggia. Ma qui parliamo di un romanzo, giusto? E allora forse per un romanzo una singola idea rischia di avere il fiato corto. Il che non significa assolutamente confondere il lettore, ammassare temi e sottotrame come se piovesse, infilarci dentro tutto tranne il secchiaio di cucina…

Quel che intendo è diverso – e mi viene in mente in proposito una discussione, tanto tempo fa, a proposito dell’Evgeni Onegin. Si usciva da un teatro dopo avere visto l’opera di Tchaikovskji d’après Pushkin, e si discuteva se si tratti o meno di una storia di presunzione punita.

Sì, naturalmente, perché Evgeni – per ennui o poco meglio – rifiuta con supponenza l’amore della giovane e ingenua Tatjana quando la conosce in campagna, ma poi, ritrovandola maturata, raffinata e principessa a Mosca, è lui a innamorarsi e lei a rifiutarlo. Evgeni capisce troppo tardi che sono proprio le qualità della ragazzina di campagna a fargli amare la principessa, ma lei adesso è la moglie leale di un altro uomo. Per cui sì: lui si credeva molto dappiù, ed è punito proprio quando si rende conto del suo errore.

E tuttavia l’Onegin è anche una storia d’amore, anzi, più d’una considerando anche Olga e Lenskij; ed è anche una storia di amicizia (Evgeni e Lenskij), di rimorso, di peso delle convenzioni sociali, di rinuncia, di maturazione, di occasioni perdute…

Le buone storie tendono a non essere mai storie di una cosa sola. La complessità che fa di una storia un piccolo mondo nasce dalla stratificazione di temi diversi e correlati, dall’incrociarsi e intralciarsi – vicendevole e più o meno volontario – degli scopi contrastanti di diversi personaggi, e dal modo in cui ciascun aspetto illumina o modifica parzialmente gli altri.Onegin3

Il povero Lenskij è un poeta e sogna un idillio campagnolo con Olga, la sorella allegra di Tatjana. Nel primo atto Evgeni non sa troppo bene che cosa vuole, ma la sua annoiata vaghezza di propositi finirà per scontrarsi tragicamente con il sogno di Lenskij. Tatjana, considerata una specie d’intellettuale da amici e vicini, appare ad Evgeni come il prototipo della piccola provinciale cresciuta a romanzi. Il fatto che Evgeni incarni l’uomo ideale che Tatjana ha atteso e sognato rende ancora più amaro il gelido rifiuto di lui… E via dicendo, in un continuo intersecarsi di prospettive. Ed è questo che fa dell’Onegin una buona, soddisfacente, ricca e commovente storia.

Non tutte le storie complesse sono necessariamente belle, ma di sicuro una storia di cui, alla domanda “di che cosa parla?” si può rispondere con una parola soltanto, faticherà molto di più a catturare il cuore del lettore – e a tenerlo prigioniero per due o trecento pagine.

angurie · cinema · Poesia · Shakespeare Year

Era una Giornata Bigia e Tempestosa

brigadoon-jane-heronIl 29 di febbraio mi è sempre parso un equivalente di Brigadoon nel calendario… Voglio dire, appare solo una volta ogni quattro anni – per un giorno, perché è, per l’appunto, un giorno – e per il resto del tempo non c’è. Brigadoon.

Dev’essere bizzarro compiere gli anni in un giorno che c’è solo ogni tanto… Rossini, William Wellman, Balthus, Tim Powers: tutti nati il 29 di febbraio. Ripeto: dev’essere bizzarro.

Dopodiché non so come sia dalle vostre parti, ma qui piovono cani e gatti – e soprattutto tira vento da tre giorni. Magnifico, epico, glorioso vento…

E così ho pensato che sarebbe bella una tempesta in versi. Shakespeare, si capisce. Re Lear, atto 3, scena II.

LEAR
Soffiate, venti, a squarciarvi le guance!
cateratte del cielo ed uragani,
rovesciatevi a fiumi sulla terra,
fino a sommergere le nostre guglie
e ad annegarne i galli giravento.
Voi, fuochi di zolfo,
guizzanti rapidi come i pensieri,
avanguardie dei fulmini
che schiantano le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
E tu, tuono, che tutto scuoti e scrolli,
percuoti la rotondità del mondo
fino a schiacciarla tutta, fino in fondo,Lear-in-the-Storm-ONeal-November-2015
stritola le matrici di natura,
spargi e disperdi in aria
tutti i germi che generano l’uomo,
mostro d’ingratitudine!
[…] Ròmbati il ventre, cielo! Sputa fuoco!
Scroscia, tu, pioggia! Pioggia, vento, tuono,
guizzi di fuoco, non sono figlie mie:
non vi posso accusar d’ingratitudine;
a voi non diedi un regno,
né vi chiamai mai figli. Voi elementi
non mi dovete obbedienza di sorta;
e allora rovesciate sul mio capo
i vostri orrendi sfoghi, a sazietà!
Io son qui, vostro schiavo, un pover’uomo
vecchio, debole, infermo, derelitto…
Vi chiamo tuttavia vili strumenti
al servizio di due figlie degeneri,
che scatenate dall’alto del cielo
le vostre schiere su una vecchia testa
canuta come questa. Oh, oh, è infame!

Be’, qui non abbiamo fulmini, tuoni e fuoco vario – ma nemmeno figlie snaturate. D’altra parte oggi è un giorno per le cose che non ci sono, giusto? E comunque è questione di poesia. La potenza, la furia. Animo umano e natura scatenata.

Oh well, buon 29 di febbraio, buon giorno che non c’è – o quanto meno, c’è di rado. E buon vento, se tira anche dalle vostre parti.

Shakespeare Year · teatro

A Caccia di Shakespeare

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E mi rendo conto che, alla fin fine, di Shakespeare ho letto parecchio e visto relativamente poco.

No, davvero. Facciamo due conti – e non in ordine cronologico, perché va’ a ricordarsi.

In teatro…

– Macbeth. Il mio primo Shakespeare, un sacco di anni fa – ma proprio un sacco. A Verona. Lavia e Guerritore.

– Amleto. Almeno due volte. A Verona e una produzione studentesca a Cardiff.

– La Bisbetica Domata. Again, due volte, entrambe al Teatro Romano di Verona. Melato & Branciaroli, magnifici, e un po’ di anni dopo Anna Galliena – meno magnifica.

– Romeo e Giulietta. In un bellissimo cortile a Verona, anni e anni fa.

– La Tempesta. Glauco Mauri al Romano. Spettacolo assolutamente magico.

– Antony and Cleopatra. Vanessa Regrave, superlativa.

– The Winter’s Tale. A Edimburgo. Non ricordo la compagnia, ma era una produzione stellare.

– Sogno di Una Notte di Mezza Estate. Almeno due volte – entrambe firmate Campogalliani.

– La Dodicesima Notte. Ancora Campogalliani. Incantevole.

E basta, credo – il che significa nove su trentotto… Davvero pochine. Teleshakespeare

Considerando anche cinema e televisione, posso aggiungere una certa quantità di Enrici, Riccardo III (più d’uno), Pene d’amor perdute, il Mercante di Venezia, Molto rumor per nulla, Othello (più d’uno) e Re Lear (più d’uno) – ma sono ancora decisamente indietro.

E così ho deciso di impiegare parte di questo anno shakespeariano colmando le lacune. Mi piacerebbe dire che vedrò tutto quel che mi manca su un palcoscenico. Mi piacerebbe dirlo. Potrei dirlo – potrei dire qualunque cosa – ma temo che non porterebbe a granché.

In Italia, ahimé, di Shakespeare si rappresenta proprio pochino, e sempre gli stessi titoli. Non credo di poterci contare granché. C’è sempre l’Inghilterra – e il Globe è nei miei piani, così come la Wanamaker Playhouse e Donmar Warehouse… Ma onestamente c’è un limite alla quantità di viaggi a Londra che posso aspettarmi da qui a dicembre. Ma never fear: ci sono sempre i dvd, la BBC e cose come Globe Player, Digital Theatre, National Theatre Live et caetera similia.

Riuscirò, da qui alla fine dell’anno, a vedere tutto lo Shakespeare che mi manca? In teoria non dovrebbe essere terribilmente complicato… Mettiamola così: farò del mio meglio per vederne più che posso. Vi farò sapere.

 

elizabethana · Poesia · Shakespeare Year · Storia&storie

Ritratto d’Ignoto

FairYouthSapete quale è – pur senza immagini – un ritratto d’ignoto, nel senso beffardo e triste – o forse invece triste e beffardo – che discutevamo qui? Il Bel Giovane dei Sonetti.

No, davvero. Provate a considerare cose come il Sonetto 55:

Né marmo né gli aurei monumenti
Di principi, vivran quanto i miei versi possenti,
Ma in questi brillerete di più vivo splendore
Che in un sasso sconciato dalle sozzure del Tempo.
Quando la Guerra rovinosa travolgerà le statue,
E le muraglie verranno sradicate nei tumulti,
Né la spada di Marte né i suoi fuochi veloci struggeranno
Il vivente monumento della vostra memoria.
Contro alla morte e contro ogni nemico oblio
Voi durerete, le vostre lodi troveranno luogo
Ancora agli occhi di quei posteri estremi
Che condurranno questo mondo al finale sfacelo.
Così, sin quando al Giudizio sorgerete in persona,
Voi qui vivrete, o abiterete negli sguardi degli amanti.

Oppure il Sonetto 81:

Sia ch’io viva a dettare il tuo epitaffio,
Sia che tu sopravviva mentre io marcirò in terra,
Non potrà morte di qui sradicar la tua memoria,
Pur quando ogni mio merito sarà dimenticato.
Di qui il tuo nome trarrà vita immortale,
Anche s’io debba, morto, non lasciar più ricordo,
La terra a me darà sol la fossa comune,
Mentre tu avrai tomba degli uomini negli occhi.
Tuo sepolcro saranno i miei versi soavi,
Che occhi non ancor nati leggeranno,
E le lingue future parleran del tuo essere,
Quando tutti che in questo mondo respirano saran morti,
Tu continuerai a vivere – tal virtù ha la mia penna –
Là dove l’alito vitale spira sulle bocche degli uomini!

Ed è chiaro che – con tutti i suoi discorsi di fosse comuni e nessun ricordo – il Poeta ha in mente l’immortalità dei suoi versi, più che quella del Bel Giovane, ma nonetheless…  Immaginate di essere giovani, di sentirvi promettere un’eternità destinata a gente non ancora nata, al di là dei guasti e delle distruzioni, fino all’orlo estremo del tempo. Mette i brividi, vero? A chi non girerebbe la testa? Chi non vorrebbe crederci…? Shakespearemain

No – d’accordo: non fino alla fine dei giorni, magari, ma doveva dare la stessa sensazione di un ritratto del pittore giusto. E invece… Quattrocento anni e moneta più tardi, il Poeta – o quanto meno l’autore – è uno dei nomi più celebri della storia della letteratura, e chi sia il Bel Giovane non lo sappiamo più. Non sappiamo granché nemmeno dei Sonetti, a dire il vero. Quando sono stati scritti di preciso? Per chi? In che ordine? Sono davvero una sequenza unica? Raccontano davvero la storia che hanno l’aria di raccontare? Quanto sono autobiografici? Chi sono i personaggi? Nel Poeta possiamo davvero cercare William Shakespeare da Stratford? E la Bruna Signora? Emilia Bassano? Mary Fitton? Rosa/Aline Daniel? E il Poeta Rivale? Marlowe? Chapman? Barnfield? Barnes? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo più – o forse, nella più ottimistica delle ipotesi, non lo sappiamo ancora…

Ma in fondo a nessuno di loro Shakespeare/il Poeta aveva promesso l’immortalità. Al Bel Giovane sì – ma anche lui è sprofondato tra le pieghe di quel tempo da cui i Sonetti avrebbero dovuto difendere il suo nome. Henry Wriothesley, conte di Southampton? William Herbert, conte di Pembroke? Il misterioso giovane attore Willie Hughes? Chiunque fosse il bel ragazzo arrogante e sleale, i versi soavi – e anche quelli meno soavi – dei Sonetti sono un sepolcro senza nome.

Ritratto d’ignoto, indeed. Di un ignoto senza cuore e, alla fin fine, mediocre – capace di tradire il suo amico/amante/poeta in tutti i modi possibili… Non è un ritratto lusinghiero. Va detto che non lo è nemmeno l’autoritratto del poeta – se autoritratto è – e non dobbiamo prendere per buono tutto quel che dice la meravigliosa, irragionevole e occasionalmente lamentosa voce narrante – ma sono capaci di vendette lunghe e crudeli, questi poeti, vero?

Shakespeare Year

Amanti

“Può il teatro mostrarci la vera natura dell’amore?” chiede la Regina nel bel mezzo di Shakespeare in Love – e la risposta di Stoppard, Norman & Hall è sì – a patto che il poeta conosca il vero amore…

Ma allora, poniamoci la domanda speculare: se Shakespeare mostrava nelle sue opere la sua idea della vera natura dell’amore, qual’è la natura dell’amore che emerge dal canone shakespeariano? Il Sonetto 18? La scena del balcone di Romeo e Giulietta?  O sono soltanto parole e, come dice Touchstone, la più sincera poesia è la peggior finzione? Che immagine dell’amore ci offre l’autore dei Sonetti, della Bisbetica Domata, di Antonio e Cleopatra? Chi se la cava meglio, secondo il Bardo – Orlando che appende poesie agli alberi, o Touchstone che bacia le pastorelle a tradimento?

Ne parliamo domani pomeriggio, a chiusura del ciclo shakespeariano della Libera Università del Gonzaghese.

Loc

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La libertà di non dover scegliere

TimVPer la maggior parte del tempo c’è Pif che, sullo sfondo di un cielo stellato di schermi televisivi multicolori, ci racconta come sia meraviglioso vedere la televisione grazie a Tim.  Il punto è che si può vedere tuttotuttotutto: “una galassia sconfinata” – nientemeno – “fatta di calcio e intrattenimento di ogni tipo” da vedersi a piacere. L’idea, apparentemente, è quella di poter vedere di tutto sempre, comunque e ovunque.

Anche a voi l’idea di questa onnipresenza e onniaccessibilità televisiva sembra più che un po’ inquietante – almeno in potenza? Ma questo è ancor nulla, perché tutti sappiamo che i mezzi sono buoni o cattivi a seconda di come li si usa, e alla fin fine la questione si riduce all’individuale discernimento e all’individuale senso della misura.

Peccato che poi Pif prosegua informandoci in tono estatico che…

“Le nuove tecnologie ci stanno dando la libertà di non dover scegliere… Non è fantastico?”

Altro cielo telestellato, musica, logo, informazioni pratiche, fine.

Ecco, appunto: non è fantastico?

Er… no.

Per niente, perché la “libertà di non dover scegliere” ha inevitabilmente degli echi orwelliani da far accapponare la pelle. Ricordate il discernimento individuale di cui si diceva un paio di paragrafi più sopra? Ecco, Tim ci informa allegramente che non abbiamo bisogno di farne uso: le nuove tecnologie ce ne dispensano – e siamo caldamente invitati a gioirne. Honestly, non riesco a guardare questa pubblicità senza pensare a 1984, e voi?Nineteen

E poi in realtà so benissimo che chiunque abbia scritto questa campagna non aveva in mente nulla del genere. Suppongo che l’intenzione fosse proporre un’immagine di spensierato e sconfinato intrattenimento, una sorta di gioioso telebengodi senza patemi. “Noi, a differenza di altri, non poniamo confini al vostro intrattenimento. Non avete bisogno di scegliere perché noi vi offriamo tuttotuttotutto…”

Solo che a questo punto a qualcuno è scivolata la penna e, invece di “Vi offriamo una scelta illimitata”, noi sentiamo “Lasciate che pensiamo per voi, abdicate a una delle fondamentali caratteristiche umane, non affaticatevi a scegliere, divertitevi e basta…” – e non suona terribilmente bene, you know.

E tanto più perché la campagna ha chiaramente qualche pretesa, avendo in cima Tim Berners-Lee, l’apertura celestiale,  idee come quella che ogni bambino possa “inventare la sua scuola”… E se cercate gli spot su YouTube,  li trovate intitolati “Il futuro secondo [il testimonial di turno*]”…

Ecco, imperniare una campagna pubblicitaria su un’idea di futuro ha perfettamente senso per un’azienda come Tim – però è impegnativo. Non è solo questione di quel che si propone, ma anche di come lo si racconta. Bisognerebbe badare alle parole che si usano. Alle implicazioni di quel che si dice. E magari anche al passaggio di tono tra la visione generale e l’offerta di un servizio specifico.

Sennò poi si finisce coll’evocare Orwell, col dare l’impressione di voler anestetizzare neuroni, col risultare inquietanti – e, tanto dal punto di vista del consumatore quanto da quello del marketing, temo che non sia poi così fantastico.

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* E non so, magari sono io – ma qualcun altro ha avuto un certo senso di bathos passando da Berners-Lee a Fabio Fazio?

 

angurie · scribblemania

Scatole Cinesi

Sì, è MacBeth. E Sì, c'è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.
Sì, è MacBeth. E Sì, c’è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.

Mentre scrivevo questo post, a un certo punto,  è successo che mi è germogliata un’idea. Capita abbastanza spesso – e di solito citicchio* Shakespeare a chiunque mi capiti a tiro – o, in mancanza di pubblico, al soffitto: è una storia quella che vedo davanti a me? Amici e famiglia hanno imparato a non fare domande, a cambiare rapidamente discorso e a fingere di nulla mentre mi impadronisco del taccuino e della penna più vicini e butto giù gli appunti del caso.

Qualche volta ne esce davvero una storia, qualche volta no, qualche volta succede ad anni di distanza, quando ritrovo l’appunto – e ad ogni modo va bene.

Questa volta, però, è successo qualcosa di leggermente diverso, perché la storia in fondo veniva da un’impressione vecchia di trentacinque anni. Il ricordo di un’impressione, se vogliamo, che era già una storia in embrione – solo che allora non lo sapevo. E quindi…Ideasinside

È una storia quella che la piccola (e leggermente gloomy) Clarina sta porgendo a sé stessa adulta attraverso i decenni? Oh dear… vedete? Questa è già un’altra storia – dentro una storia. O forse attorno a una storia. Ne scriverò una? Le scriverò entrambe? Le combinerò tra loro per farne un’ulteriore storia? Perché, a ben pensarci… è una terza storia che vedo davanti a me?

Credo di avere un nonnulla di vertigini.

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* Right, è una parafrasi, ma ammettetelo: “citicchiare” ha un suo je-ne-sais-quoi.

grilloparlante · Shakespeare Year · teatro

Amici

Esiste davvero, l’amicizia? L’amicizia perfetta e virtuosa di Cicerone, l’amicizia dispari di Aristotele, l’amicizia idealizzata di Montaigne… A Shakespeare non interessavano le dispute filosofiche – ma le loro applicazioni nella vita e su un palcoscenico. E in un mondo che ancora si provava addosso il nuovo concetto d’amicizia post-feudale quando già era diventato (forse) un idillio fittizio, le opere del Bardo sono piene di amici che si perdono e ritrovano, si tradiscono e si uccidono, si contendono una donna e se la cedono a vicenda, rischiano la vita l’uno per l’altro. Veri e falsi amici, legati da uncini d’acciaio – come Polonio raccomanda a Laerte. Legati nel bene e nel male da vincoli che salvano, mettono nei guai o uccidono, né più né meno dell’amore… Oh – e a proposito: in tutto questo le donne dove sono?

Ne parliamo oggi pomeriggio alla Libera Università del Gonzaghese, nel secondo incontro del ciclo “Malvagi, Amici, Amanti.”

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