anglomaniac · Arte Varia · elizabethana · Storia&storie

Vite Immaginate

UnknownVi ricordate uno sketch di tanti anni fa, in cui si vedeva un Raimondo Vianello in costume rinascimentale che posava per un ritratto, mentre Sandra Mondaini si lamentava della spesa folle di avere ingaggiato un pittore maiuscolo e costoso come Tiziano? O forse era Leonardo – devono essere passati trenta o trentacinque anni, per cui non mi sentirei di giurare sui particolari. Ad ogni modo, il marito protestava che si trattava di denaro ben speso – in immortalità, e la moglie era molto acida in proposito. Fade to un museo moderno, con un gruppo di visitatori in contemplazione del ritratto. “Leonardo da Vinci/Tiziano,” annunciava la guida. “Ritratto d’ignoto.” Ulteriori – seppure incorporei – brontolamenti della moglie, buio, risate.

Solo che io, essendo quel che sono fin da bambina, lo trovavo triste. L’idea del ritratto sopravvissuto senza nome e senza identità, del committente defraudato della sua fetta di immortalità, mi metteva malinconia… E a dirla tutta, qualche forma di questa malinconia mi coglie sempre di fronte ai Ritratti d’Ignoti nei musei e nei libri d’arte. Di solito rimedio cercando d’immaginare chi, cosa, dove e come – il che, a parte tutto il resto, è sempre un buon esercizio e/o un bel gioco.

Ad ogni modo, da decenni non avevo più pensato all sketch di cui vi dicevo – fino ai primi di dicembre, quando ho scoperto l’esistenza di Imagined Lives, Portraits of Unknown People, un piccolo libro pubblicato dalla National Portrait Gallery nel 2011. Credo di avervi già detto molte volte come la NPG sia uno dei miei musei prediletti – e adesso lo è ancora di più, considerando che ha preso una manciata di ritratti d’ignoti e poi ha commissionato a otto romanzieri dei bozzetti biografici per gli ignoti soggetti. ImaginedLives

John Banville, Tracy Chevalier, Julian Fellowes, Alexander McCall Smith, Terry Pratchett, Sarah Singleton, Joanna Trollope e Minette Walters hanno messo insieme un’incantevole collezione di piccole biografie, lettere, narrazioni in prima persona e lemmi d’enciclopedia in una varietà di voci e stili. Sono piccole cose, nemmeno racconti veri e propri – ma sono incantevoli. E il librino aggiunge delle bellissime riproduzioni dei ritratti, per intero e per dettagli, più informazioni sui singoli quadri e un saggio di Tranya Cooper, curatrice della Portrait Gallery, su come l’identità del soggetto di un ritratto possa andare perduta, malinterpretata e, in qualche caso, recuperata.

È, lo ripeto per l’ennesima volta, tutto un po’ malinconico – perché queste persone, o coloro che hanno commissionato i loro ritratti, credevano di ipotecare una fettina di immortalità, e invece guardate com’è andata a finire. Ritratto d’ignoto. Nobildonna ignota. Musicista… Ma è di gradevolissima (e rapida) lettura, è bello a  vedersi, dà da pensare e accende storie a sciami.

E se a questo punto siete incuriositi, lo trovate qui.

 

grilloparlante · Shakespeare Year

Malvagi

Da dove arrivano i malvagi di Shakespeare? Che parentela c’è tra un pastorello scita, un usuraio maltese e un principe gobbo? Cos’è che vuole davvero Shylock quando pretende la sua libbra di carne – vicino al cuore? Quale gelosia precipita al disastro il Moro di Venezia e tutti quelli che gli stanno intorno? Contro cosa combatte Edmund, il bastardo di Gloucester? Che cosa è più potente dell’ambizione, dell’avidità, della gelosia e della vendetta? Ed è vero che non ci sono più i cattivi di una volta? C’erano una volta quattro pessimi soggetti…

Ne parliamo oggi pomeriggio alla Libera Università del Gonzaghese, con il primo incontro di Malvagi, Amici, Amanti – alla scoperta dei personaggi di William Shakespeare.

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libri, libri e libri · Storia&storie

Josephine, Richard e la Storia

Josephine_Tey_ancestry_ed._frame_jpgMi sto preparando per lunedì e i Malvagi Shakespeariani a Gonzaga, e naturalmente Riccardo III è del picnic. E ogni volta che parlo del Richard shakespeariano, non posso fare a meno di pensare a  quel delizioso libro che è La Figlia del Tempo.

Ne avevamo già parlato? Abbastanza diffusamente? Forse no – ed è tempo di rimediare.

Allora, Josephine Tey (1896-1952) è una scrittrice scozzese, autrice di gialli, di drammi teatrali e anche di qualche romanzo storico. Un’altra Christie, pochissimo nota in Italia, e non so dire perché, visto che i suoi libri sono davvero scritti deliziosamente, con ottime trame e dialoghi strepitosi.

Qualcuno ha visto Giovane e Innocente? E’ un film di Hitchcock, pre-Hollywood, girato in economia ai Pinewood Studios, con una squadra di attori inglesi sconosciuti e bravi… Ebbene, è tratto da A Shilling for Candles, della Tey. Che poi non si chiamava affatto così: il suo vero nome era Elizabeth Mackintosh, ma pubblicava come Josephine Tey, Gordon Daviot e Craigie Howe. Daviot era il suo nom de plume per il teatro, e non parliamo di teatro qualsiasi: fu con il suo Richard of Bordeaux che John Gielgud si affermò come stella sui palcoscenici inglesi.King_Richard_III.jpg

Di suo, Mondadori e Salani hanno pubblicato una mezza dozzina di titoli fra gli Anni Trenta e Cinquanta, con l’occasionale ristampa ogni tanto… Più di recente, mi pare nel 2000, Sellerio ha riproposto La Figlia del Tempo, e qualche anno fa Mondadori ha ripreso i gialli con delle bellissime copertine vintage.

Ecco, appunto: La Figlia del Tempo – che secondo me della Tey è il romanzo più significativo. La figlia in questione è, secondo Francis Bacon, la verità, destinata a emergere prima o poi – a patto che le si lasci il tempo di farlo. E a caccia di verità va l’ispettore Alan Grant, l’investigatore abituale di JT. Solo che, per una volta, deve andarci metaforicamente. Tutto comincia con una riproduzione del ritratto qui accanto. Immobilizzato in un letto d’ospedale da un incidente e annoiato a morte, Grant si rifiuta di credere che l’uomo del ritratto sia un assassino, e si mette a investigare sul caso dei Principi nella Torre: è vero o no che Riccardo III fece assassinare i suoi due nipoti per salire al trono?

Book coverCon l’aiuto di una schiera di collaboratori, Grant esamina i fatti, ricostruisce i motivi, disseziona le tesi del Vescovo Morton, di Thomas More e di Shakespeare come quelle di altrettanti testimoni inattendibili, e un po’ per volta… Sembra noioso? Non lo è. Grant e compagnia (dall’infermiera con i libri di scuola sullo scaffale, alla celebre attrice del West End, al giovane storico americano) sono una delizia. I dialoghi sono brillanti (di quella naturalezza e perfezione che fanno ritornare indietro e rileggere le battute per il gusto di farlo) e, benché sappiamo tutti come va a finire, c’è un discreto numero di dubbi e di sorprese lungo la strada.

Ora, non so dire nulla sulle traduzioni, perché non e ho lette – e posso soltanto sperare che voce e tono siano rimasti… Regardless, vale di sicuro la pena di dare un’occhiata a questo libro, affascinante dal punto di vista storico, ben scritto, appassionante come giallo, e popolato di gente simpatica. E se tutto ciò non bastasse, pieno di idee e di domande sul modo in cui si formano luoghi comuni, leggende nere e convenzioni storiche. Che si può volere di più da un libro? Se insegnassi – se insegnassi storia, credo proprio che lo farei leggere a tutti i miei alunni.

scribblemania · scrittura · Vitarelle e Rotelle

Blocco dello Scrittore II

NnovelI. mi fa notare che questo post è carino, ma non molto utile. “Qualsiasi cosa va bene, grazie tante! Ma se il problema è che uno proprio non sa neanche da dove cominciare?”

Incasso il rimprovero, chino contrita il capino, e cerco di essere più specifica e più utile. Comincio intanto col dire che quel che funziona per una persona bloccata non necessariamente funzionerà per tutti – e non necesariamente in tutte le circostanze.

Nei commenti al post di lunedì c’è chi ha suggerito un metodo che non vedo l’ora di provare alla prossima occasione… Er, no. Detto così non suona bene. Ovviamente non è che non veda l’ora di ritrovarmi nella necessità di provare il metodo in questione. Chi è che non vede l’ora di impigliarsi? E dico “impigliarsi” perché il Metodo D. mi sembra più adatto agli impigli che ai blocchi… Ma questo non sta né qui né lì – e farò bene a tornare in carreggiata prima che I. mi sgridi. prompts

Allora, mettiamola così: qui, di fronte al granitico, inscalfibile, indigesto Blocco, è dove si parrà l’utilitate di tutti quegli esercizi di scrittura che a volte suonano francamente dissennati. I cosiddetti writing prompts. Di solito li si guarda e ci si domanda perché una persona sana di mente dovrebbe voler scrivere cose simili… Quando si è Bloccati, tuttavia, ecco che la cosa assume una prospettiva diversa: per rimettersi a scrivere dopo lunga siccità, uno stimolo eccentrico può essere più efficace di un’oretta di buoni propositi.

Questo per vari motivi – non ultimo il fatto che è liberatorio: ok, non sto cercando affannosamente di aggiungere 200 parole all’opera della mia vita, è solo un gioco, solo una quisquilia che butto giù per… be’, per buttarla giù. Posso rilassarmi. Ed è qui che le parole ricominciano a fluire.

dictionaryUno dei miei giochi preferiti, sotto questo aspetto, consiste nel prendere il mio beneamato Gabrielli (Dizionario dei Sinonimi e dei Contrari), aprirlo a caso e tirare giù la prima e l’ultima parola della pagina. Tipo:

Grifagno – Guadagnare

Ossame – Ostendere

Sartia – Saviezza

Adesso l’ho fatto tre volte a titolo d’esempio, ma parte del sugo della faccenda sta nel fermarsi alla prima coppia di parole e fare con quella, qualunque cosa sia. Fare cosa? Programmare un timer perché suoni dopo dieci minuti e scrivere. Scrivere qualsiasi cosa l’associazione tra le due parole faccia saltare in mente. Scrivere e basta, senza fermarsi a rivedere, senza censurarsi, senza preoccuparsi troppo di quello che salta fuori.Who Said...? "To see him act is like reading Shakespeare by flashes of lightning."

Supponiamo di scegliere la prima coppia (comunque è quella che mi piace di più fra le tre) e di cominciare: credo che partirei con delle suggestioni shakespeariane o marloviane… sì, lo so che quello del moneylender ebreo e grifagno è un luogo comune, ma è il luogo comune su cui si dà il caso che Marlowe eShakespeare abbiano costruito rispettivamente Barabbas e Shylock. Quindi forse sarei spinta a immaginarmi l’incontro tra uno dei due – diciamo Marlowe* – e l’originale del suo usuraio. Non in Inghilterra, magari. Reims, perché no? Vicoli grigi, giornata piovosa e un’improvvisa necessità di denaro. Può capitare a una spia di avere bisogno di denaro, no? E se dapprima avevo pensato a qualcosa nel punto di vista di Marlowe, dopo tutto cambio idea: perché non Marlowe La Spia Inglese come appare agli occhi dell’usuraio, invece? Un usuraio di mezza età, sagace, disincantato, grifagno (ça va sans dire), abituato a vedersi passare davanti gli agenti di Walsingham, avvezzo ai pregiudizi dei cristiani, e ansioso di convincersi che non gl’importa. Che cosa cambia a lui, dopo tutto, cattolici o protestanti? L’importante è guadagnarci. Ma al lettore arriva l’amarezza dell’uomo, così come il suo giudizio sul giovane Marlowe…

E adesso è meglio che mi fermi, sennò mi ritrovo con una storia intera. Visto? Non so quante parole siano, e certo non ci ho messo dieci minuti, e non ho scritto nessun particolare capolavoro. Però ho disseppellito un’idea che, se avessi voglia di lavorarci, si potrebbe evolvere in un racconto.

Gentile-Bellini-263956Poi ci si può complicare un po’ la vita associando il tutto a un argomento preciso (studio di carattere di un personaggio, contesto di una storia, svolta della trama…) oppure no. Chiariamo: non si tratta di scrivere un pezzo di quello che si stava scrivendo quando ci si è Bloccati, solo di lavorarci attorno e, magari, cavarne qualche buona idea. Se avessi dovuto applicare Guadagnare-Grifagno alla Mela Rossa,** credo che mi sarei concentrata sul mercante d’olio. Credo che avrei fatto provare al Sultano un certo stupore davanti all’apparenza insignificante e giovanile del traditore. Il Sultano si sarebbe aspettato un’aria più malevola e grifagna per un uomo che guadagna e specula sulla pelle dei suoi correligionari e, non contento, li vende proprio al nemico… d’accordo, adesso mi fermo di nuovo, ma intanto questa è un’idea che mi annoterò. Non so se la userò, ma stiamo a vedere.pen

Ecco, se si è molto Bloccati magari è meglio iniziare sul semplice e aspettare un po’ prima di tornare a lavorare (anche solo indirettamente) sul romanzo/racconto/play su cui è precipitato il Blocco. All’inizio l’importante è perseverare: due parole e dieci minuti al dì. Tanto si può essere certi che succederà da sé, prima o poi: la storia abbandonata tornerà a fare capolino – e quello sarà un gran buon segno.

Così va meglio, I.?

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* Sorpresi, ain’t you? 

** Sì, lo so – storia vecchia. Ma mi perdonerete se non ho voglia di giocare ad essere Bloccata con la revisione-in-corso. Scampi&liberi, in fact.

scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Blocco dello Scrittore

writer'sbRicevo questa mail che dice, tra l’altro:

Trovi tutti questi siti che dicono che il blocco dello scrittore non esiste, che è solo un mito. Sarà, ma io è da settembre che non scrivo un cacchio. Vorrei tanto, ho questo racconto che mi piace, e mi pare anche una buona idea, e non è che non ci provi. Però non mi viene proprio: mi siedo lì, guardo il foglio, giocherello con la biro, disegno un alberello in un angolo, poi un gatto sotto l’alberello, e poi, visto che faccio pure schifo a disegnare, mi metto a giocare a filetto da sola. Quindi, per riassumere, il blocco dello scrittore è un mito, e io si vede che ho il mito, ma in forma grave.

Sì, li ho visti anch’io, i siti che sfatano il “mito”. Siti e libri in abbondanza. E allora diciamo pure che il blocco non esiste, ma esistono i momenti/giornatacce/lunghi mesi in cui dai inutilmente la caccia a qualche idea, ne catturi solo di asfittiche e comunque fa lo stesso, perché non riesci a metterle giù nemmeno a piangere in Cinese. I momenti in cui giochi a filetto da sola. Io un tempo giocavo al solitario del computer, a dire il vero – poi ho disinstallato tutti i giochi dal computer. Quindi adesso, quando ho quella cosa che non esiste, vado per le vaste praterie di Internet a caccia della versione elisabettiana di un toponimo che forse – forse – mi servirà fra venti o ventidue capitoli… Oppure ci sono sempre Pinterest e TVtropes… Writer'sblC&H

E comunque li ho visti anch’io, quei siti lì, e li detesto un pochino. Vogliamo dire che il Blocco non esiste? Diciamolo pure, ma questo non cambierà il fatto che è capitato a tutti, a tutti capita e capiterà sempre. Di solito è una fase che passa* , ma stare ad aspettare che passi non è divertente. Magari è come il raffreddore che, dicono gli Inglesi, se non lo curi passa in una settimana. E se lo curi? Ah well, allora passa in una settimana.

Confesso di avere sempre aspettato che passasse, smaniando, lacrimando e rendendo variamente infelice la famiglia, fino a quando non ho trovato un libro che diceva che il blocco esiste eccome, e l’unico modo per uscirne è riprendere a scrivere.

Writer'sblockGrazie tante, Monsieur de La Palice, ho pensato – però il libro era in prestito, e non ho potuto scaraventarlo contro la parete più vicina. Il che è stato un bene, perché poi dava consigli un tantino più concreti su come riprendere a scrivere. Il più sensato di tutti, quello che mi è tornato utile un’infinità di volte, è questo: porsi un piccolo obiettivo quotidiano, concreto e fattibile, tipo cinquecento parole al giorno. Non è tanto, due o tre paragrafi, mezza pagina circa in TNR corpo 12. O anche solo duecento, basta che sia un obiettivo da raggiungere. E poi non è detto che debba essere parte del romanzo o racconto o play, o qualunque cosa si stesse scrivendo prima del blocco. Una descrizione, un abbozzo di personaggio, qualche battuta di dialogo, una pagina di diario, qualsiasi cosa va bene, e se poi sono più di cinquecento parole, tanto meglio, ma una volta raggiunte le cinquecento, din don dan! Per oggi ho scritto.

Sembra una sciocchezza, ma intanto si rimette in piedi l’abitudine, la disciplina alla scrittura e, presto o tardi, il filo del discorso che si era perduto torna a farsi vivo e, quasi senza accorgersene, si è ripreso a scrivere.

No, questa era una bugia: non succede quasi senza accorgersene. Succede per volontà, determinazione, per disciplina e per passione. Perché chi dice che per scrivere (o per praticare qualsiasi forma di arte, se è per questo) serve solo l’ispirazione e non la disciplina, mente come chi dice che il blocco dello scrittore è solo un mito.

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* Oddìo, c’è il caso di Edwin che, in New Grub Street, di blocco dello scrittore finisce per morire, ma non credo che capiti spessissimo.

angurie · grilloleggente · libri, libri e libri · romanzo storico

Dentro Un Libro

12647153_504376653067983_4012154964606394078_nLa cosa qui a sinistra mi è giunta via Facebook – a me e ad altra gente – da parte di M. E quindi è tutta colpa sua, vedete? Non mi si può coinvolgere in una cosa del genere e pensare che mi limiti a rispondere con un titolo e basta…

E non si può perché da piccola leggevo Gianconiglio ed ero innamorata della biblioteca del Professor Dindon – che invece dei libri aveva delle porte che permettevano di entrarci, nei libri… E perché anche adesso che piccola non sono più, l’idea di quella biblioteca continua a sembrarmi almeno tanto attraente quanto quella del viaggio nel tempo. Se non addirittura lievemente di più.

Quindi non era come se potessi giocare a questo gioco a cuor leggero, giusto? O magari dapprincipio ho pensato di sì – ma dopo avere resistito alla tentazione di rispondere Lord Jim…

Sì, lo so. Non sembro nemmeno io. Ma il fatto è che ho affrontato la tentazione e ho resistito. O quanto meno… Qualche anno fa avevo scritto un piccolo racconto in proposito: la prossibilità di entrare in un libro, Lord Jim, il non-naufragio del Patna, la tentazione di interferire – ma poi… che ne sarebbe della storia se si interferisse a quel punto? Non era precisamente il tipo di esperienza su cui investire un desiderio usa-e-getta. Desktop-tablet-book-wallpapers-The-Book-of-Secrets-thumbnail

Quindi, dicevo, a quella tentazione ho resistito e, mentre consideravo possibilità alternative, ho cominciato a pormi domande di tipo tecnico. Per dire, che significa di preciso “un giorno”? Un giorno all’interno della storia – e se è così, lo scelgo io o mi capita in sorte? Oppure un giorno della mia vita – e allora a quanto corrisponde in termini del libro? Quel che posso leggere in un giorno o che altro? E mentre ponderavo questo genere di particolari, ecco che mi capita fra capo e collo la risposta di F., cui piacerebbe entrare in Uccelli di Rovo, nel ruolo di Mary Carson.

book-characters-coming-to-life-as-boy-reads-bmpE questo cambia le cose, perché avevo pensato che nei libri ci si entrasse come osservatori neutrali (e magari incorporei ed invisibili) oppure come personaggi aggiuntivi… Se invece ci si entra nel ruolo di un personaggio già scritto, è tutta un’altra faccenda. Per esempio, che succede al mio giorno quando il personaggio in questione non è in scena?  Perché se non voglio il ruolo del protagonista, odds are che sia fuori scena per parti consistenti della trama… Ammettiamo che scelga Rapito: non posso entrarci nei panni di Alan, perché Alan lo vorrei incontrare, e di sicuro non vogli entrarci nei panni di quell’idiota ottuso che è David – ma quale altro personaggio è in scena e a contatto con i protagonisti per un “giorno” intero? *

Ed ero a questo punto quando è arrivata l’ulteriore risposta di D., che invece nei libri vorrebbe book_world-1680x1050entrarci come sé stesso (I think) per visitare i posti descritti nei libri – certo di trovarci tutte le avventure che si possono volere. E questa è un’ulteriore e interessante possibilità, a dire il vero – anche se nel mio caso si tratterebbe più di tempi che di posti.

Altri tempi – o, più precisamente, la visione di altri tempi. Il Medioevo pittoresco e irreale di Scott? L’era elisabettiana da fondali dipinti di Josephine Preston Peabody? O quella tramontante e malinconica di Bryher? O quella amarognola e brillante di Burgess? O la Corfù nonsense di Durrell? O le fiamme notturne dei Gordon Riots secondo Dickens?

Cartoon Characters Coming Out Of A BookEcco, sì: credo che alla fin fine questo dovrebbe essere il mio criterio di scelta. Come R., che invece ha scelto il Segreto del Bosco Vecchio in cerca di un’atmosfera, farei bene ad andarmene in cerca dell’interpretazione di un’epoca. Di colori e luci e pittoresche occorrenze. E poi, una volta là – una volta allora – di certo le avventure arriverebbero.

Quanto a scegliere un libro… oh, non ho nemmeno cominciato. Ma almeno adesso ho un’idea di come provare a scegliere.

E voi, o Lettori? In che libro vi piacerebbe passare una giornata?

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* Be’, forse in realtà ci sarebbe Cluny MacPherson…

 

 

scrittura · teorie · Vitarelle e Rotelle

Circhi, Sipari e Strozzature

Parlavamo del sipario della conoscenza, ricordate?

Ebbene, per gentile concessione dello scrittore e insegnante di scrittura creativa Larry Brooks, il papà del favoloso sito Story Fix, ecco a voi la traduzione di un’interessante variazione sulla struttura narrativa aristotelica. Struttura in due Punti Trama, due Strozzature e uno Snodo Centrale.

A parte il fatto che è presentata a forma di tenda da circo (a tre piste), la struttura non è diversissima da Tre Atti & Tre Disastri, ma lo schema è pieno di acute osservazioni sulla progressione della storia. Personalmente sono affascinata in particolare dallo Snodo centrale – quel terremoto nella comprensione del protagonista di cui, per l’appunto, parlavamo lunedì – e dalle due Strozzature, aperture sul punto di vista dell’Antagonista.

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LEGENDA:

I Punto Trama: è il singolo evento più importante di tutta la storia, è ciò che guida o spinge il protagonista attraverso tutti gli alti e bassi a seguire. E’ dove la storia inizia, dove il conflitto principale fa la sua comparsa in scena. Dovrebbe arrivare circa a un quarto dall’inizio, alla fine della fase di preparazione.

I Strozzatura: qualcosa di semplice e rapido, mostrato al lettore dal punto di vista dell’antagonista, per ricordargli che l’antagonista è là fuori, con cattive intenzioni nei confronti del protagonista. Circa a 3/8 della storia.

Snodo Centrale: è dove il sipario della conoscenza si scosta per il protagonista e/o il lettore. A cambiare non è tanto la storia, quanto la comprensione di ciò che sta accadendo da parte del protagonista e/o del lettore. Se è messo a parte dell’epifania, il protagonista passa qui dall’atteggiamento di reazione a quello di attacco.

II Strozzatura: attorno ai 5/8 della storia, è il momento di dare un’altra occhiata al punto di vista dell’antagonista, per mostrare al lettore che ci sono buone o cattive sorprese in serbo per il protagonista.

II Punto Trama: è l’ultimo momento utile per aggiungere alla storia informazioni che consentiranno al protagonista di fungere da catalizzatore per la conclusione della storia. Dopo questo punto – attorno ai 3/4 della storia, non c’è più posto per ulteriore esposizione: si usano solo informazioni e personaggi già in campo.

È logico, non si tratta di prescrizioni tassative, ma dell’esposizione di una serie di principi che si sono solidificati in millenni di narrazione. Per di più, è un’esposizione originale, intelligente e più percettiva della media, piena di buone domande che, nel progettare la struttura di un romanzo, sarebbe salutare porsi prima o poi.

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Qui potete vedere – e scaricare – il PDF originale, opera della grafica Rachel Savage.

scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Il Sipario della Conoscenza

curtainNon lasciatevi spaventare dal titolo – è una faccenda di vitarelle e rotelle.

E della revisione, anche.

Sì – la mia revisione, ricordate? In proposito ci eravamo lasciati ai primi di dicembre – con poche speranze di finire la seconda stesura entro l’anno. E in effetti non solo non l’ho finita affatto – ma, dopo quell’ultimo bollettino ci ho lavorato ben poco. C’è stato dicembre, c’è stata una bronchite, c’è stato altro, c’è stato Natale, c’è stata una commissioncella di cui avrete notizie…

Ma adesso ho ricominciato – e, benché forse non lo meritassi del tutto, ho cominciato che meglio non si sarebbe potuto. Ho cominciando trovando quello che Larry Brooks chiama lo Snodo Centrale – quella scena cruciale in cui si scosta il postonimo* sipario della conoscenza. Quel centro che dovrebbe capitare a metà del secondo atto. Il momento in cui non è che la storia cambi necessariamente – ma cambia il modo in cui la vede il protagonista. E – se tutto va bene – anche il lettore…

È uno di quei punti che tutti sappiamo di dover mettere in una storia. E io avevo una scena graziosa ma un nonnulla insipida e una rivelazione vagante e non correlata. E quando le due si sono improvvisamente incastrate l’una nell’altra… Bang! La scena ha improvvisamente acquisito vita, conflitto e una serie di radici sparse per i primi sette capitoli – e la rivelazione, per parte sua, è andata a cadere esattamente a metà della storia. snake

E badate – non è un caso e non è un miracolo: è il segno che la storia sta prendendo la giusta forma, ha un arco ragionevole e rispetta le leggi della fisica narrativa. Non negherò che la cosa comporti un certo grado di soddisfazione.

On the other hand, questo significa che è quasi la fine di gennaio e io sono solo a metà della seconda stesura – e questo non è particolarmente bello. Posso trovare consolazione nel fatto che, apparentemente, sto andando nella direzione giusta.

Evviva.

E adesso al lavoro, perbacco.

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* Che devo dire? “Eponimo” sembrava un po’ troppo, nelle circostanze…

grillopensante

Il Daesh non “giustizia”

Giustiziare v.tr. [der. di giustizia] (io giustizio, ecc.) – sottoporre a esecuzione capitale, in seguito a regolare condanna penale, e più generica, in esecuzione di una condanna a morte: g. un criminale; i due traditori furono giustiziati all’alba. Erroneo l’uso del verbo nel sign. di uccidere, mettere a morte, assassinare.

TreccaniE questo era il Treccani.

E lo riporto perché sono davvero stanca di leggere e sentire che il Daesh  “giustizia” le sue vittime.

Non succede a tutte le pagine che il Treccani specifichi un uso erroneo. Erroneo, badate. Non improprio, non dialettale, non meno diffuso, non uno scivolamento semantico – no: erroneo.

Le parole significano qualcosa – con maggiore o minore nettezza, e cambiano di significato attraverso i secoli o i decenni… Ma giustiziare significa una cosa sola – e non è quello che fa il Daesh.

Quello che fa il Daesh è uccidere, mettere a morte, trucidare, sterminare, assassinare – nella più barbara delle maniere. Non ha nulla a che vedere con l’atto di giustiziare o con la giustizia – in nessun modo possibile o immaginabile. E non è solo una questione di precisione semantica. È un paravento concettuale che non mi piace veder concedere a questo genere di barbarie.

Che ne dite, o Lettori? Vogliamo fare un piccolo apello alle signore e ai signori della stampa e dell’informazione?  Usiamo le parole giuste. “Giustiziare” non appartiene alla categoria.

 

gente che scrive · grilloleggente

Prismi Narrativi

dilemma

Questo post è per M., con cui si parlava di Uhlman, qualche giorno fa, e… E M. mi perdonerà, credo, se per cominciare la prendo un po’ alla lontana.

Ecco, allora – per cominciare, ci sono storie, periodi o personaggi a cui ci si appassiona al punto che raccontarli una volta sola non basta. Ci sono casi in cui la scelta delle forme narrative è quasi un’amputazione. Adottare un taglio, un punto di vista, un tipo di finale esclude necessariamente una quantità di altre possibilità alternative.

Qualche volta ci sono solide ragioni narrative che rendono scelte ed esclusioni quasi necessarie, altre volte si riescono a salvare punti di vista alternativi complicando la struttura della narrazione – altre volte ancora la scelta deve essere netta per l’economia del racconto, ma le alternative sono tutte ugualmente solide o quanto meno ugualmente attraenti.

Che cosa si fa allora? Nella maggior parte dei casi si rimpiange un pochino e si passa oltre; qualche volta si rielaborano le possibilità scartate in altri contesti e altre storie; e infine, caso più raro, si racconta la stessa storia più di una volta.

Non sto parlando dell’avere individuato una nicchia di successo e riscrivere lo stesso libro ancora e ancora finché il pubblico divora – intere carriere letterarie sono state costruite così, ma quello che intendo è diverso. Ci sono scrittori che non riescono a staccarsi da una storia, e dopo averla scritta una volta, magari a distanza di anni, la riprendono in mano ed esplorano i lati che hanno dovuto scartare in precedenza.Reunion

Un caso celebre e viscerale è la Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, composta di tre volumi che, a distanza di anni l’uno dall’altro, raccontano tre volte la stessa storia – con variazioni.

1971 – L’Amico Ritrovato: Hans Schwarz, Ebreo tedesco e alter ego dell’autore, trova e perde il grande amico della sua giovinezza, in una vicenda di affinità elettive, pregiudizi e storia che marcia senza badare a chi e cosa calpesta. L’epilogo è dolceamaro: a distanza di anni Hans scopre che Konradin, che si era allontanato da lui per simpatie naziste, è stato condannato a morte per avere partecipato a una congiura contro Hitler.

1979 – Niente Resurrezioni, Per Favore: anche Simon Elsas, come Hans (e come Fred) torna in Germania dopo un lungo esilio negli Stati Uniti e ritrova i compagni di classe e persino il suo antico amore, l’aristocratica Charlotte. Ma con nessuno di loro Simon riesce a superare il risentimento generato dai ricordi delle umiliazioni che avevano segnato la sua adolescenza. Simon è un Hans più disincantato e il finale non offre consolazioni di sorta.

1987 – Un’Anima Non Vile: è la volta di Konradin von Hohenfels, l’amico perduto, che, prima di salire al patibolo, scrive una lunga lettera a Hans, ricordando con rimpianto la loro amicizia e con rimorso il fatto di non averla saputa difendere. Prima di morire, Konradin cerca di riconciliarsi con Hans, non per giustificarsi, ma per chiedere di essere perdonato delle sue debolezze di ragazzo. Sembrerebbe di essere tornati alla parabola consolante del primo romanzo, se non fosse che il padre di Konradin contravviene alla richiesta del figlio e non recapita la lettera ad Hans.

Non ho mai letto una biografia vera e propria di Uhlman – nulla di più approfondito delle note biografiche sulla mia edizione Guanda (prestata e mai più rivista *sigh*), per cui ne so giusto abbastanza da essere certa che la vicenda esplorata nella trilogia è autobiografica.

Uhlman2Se dovessi azzardare un’ipotesi, tuttavia, direi che Uhlman ha scritto L’Amico Ritrovato per esorcizzare e risanare. La storia è dolorosa, la ferita aperta, ma la scoperta del fato di Konradin cambia tutto, perché l’amico perduto si è riscattato. Per scrivere questo piccolo romanzo, Uhlman ha dovuto scegliere tra il desiderio di redenzione e compimento e le vecchie amarezze non cicatrizzate – perché non tutto “si aggiusta”, non dopo un dramma devastante come la perdita di tutto un mondo. Niente Resurrezioni raccoglie le domande che non sono destinate a trovare risposta, l’irreparabilità e l’imperdonabilità, e offre un contraltare desolato all’atto di speranza dell’Amico Ritrovato. E Un’Anima Non Vile? Ho l’impressione di vederci due cose: da un lato, il punto di vista di Konradin meritava di essere esposto – dal punto di vista narrativo e in una forma tutta particolare di perdono. Dall’altro, la trilogia aveva bisogno di una chiusura, e non è così amara come potrebbe sembrare. Preso da solo, il terzo romanzo ha tutta l’aria di una sconfitta: il padre di Konradin, che aveva sempre disapprovato l’amicizia del figlio con un Ebreo, riesce ad esercitare l’interferenza definitiva trattenendo la lettera e negando a Konradin la sua redenzione. Ma noi sappiamo che la lettera non è necessaria: Hans saprà per altre vie come è morto il suo amico. Forse non arriverà a capire tutto, ma potrà perdonare, ben al di là del livore del vecchio von Hohenfels. E alla fine, ci dice Uhlman, è questo che conta.

On the other hand, nella maggior parte delle edizioni, la Trilogia viene presentata in un altro ordine: L’Amico Ritrovato, Un’Anima Non Vile e poi Niente Resurrezioni, ciò che cambia significativamente la luce che ciascun volume getta sugli altri… Mi domando – e cercherò di scoprire – se questo ordine fosse un’idea di Uhlman o no.

Morale? Non abbiamo a che fare con tre romanzi brevi – non davvero: Uhlman continua ad esplorare la stessa storia sotto angolazioni diverse, e attraverso scelte narrative complementari, in una serie di variazioni che si combinano in un’unica chiave di lettura. La Trilogia Del Ritorno non è l’ossessione di un sopravvissuto, né un’apertura di cuore spontanea e ripetuta: è una raffinata e intensa dimostrazione del fatto che, parlando di scrittura, la forma è sostanza.