angurie · Shakespeare Year · teatro

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SiWLocMakingOfÈ un pomeriggio estivo, e la Clarina lavora freneticamente su PhotoFiltre. Lo Spirito del Bardo aleggia d’intorno, fischiettando Greensleeves, e ogni tanto si avvicina per guardare da sopra la spalla della Clarina.

Lo Spirito del Bardo – Così quella è la locandina?

La Clarina – Hm-hm.

SdB – Non è troppo raccapricciante.

C – Why, thanks.

SdB (stona la nota alta del ritornello) – ♫…

C – E più o meno…

SdB – E quella lì è l’esedra?

C – Sta per essa.

SdB – Ma non è mica curva.

C – Nemmeno quella per cui sta.

SdB – Ay, well. E quello lì sono io?

C – Eh sì.

SdB – Cercherò di non serbarti rancore. E quello è il titolo?

C – Shakespeare in Words.

SdB – Un po’ lo sospettavo. E quello sotto è il sottotitolo?

C (sospira) – Lo dice la parola stessa: sotto il titolo…

SdB – L’immoratlità delle parole.

C – L’immorTAlità delle parole.

SdB – Per niente, donna.

C- Che vuol dire l’immoratlità?

SdB – Se non lo sai tu che l’hai scritto… SiWLoCMakingOf2

C (riguarda meglio e…) – Pittikins, hai ragione… Ay de mi, tutto da rifare!

SdB – Ma no, lascialo così. Ha una certa qual marzialità.

C – Certo, come no? Venghino, siore e siori, ad assistere a L’ImmoraTlità delle Parole!

SdB – Ay, well…

C (disfa e rifà freneticamente) – Pittikins, pittikins, pittikins!

SdB – E però… Lapsus significativo, a suo modo. Come dire che l’uso che Antonio fa delle parole è immora(t)le. E anche Giovanna, insomma. Non è carino manipolare il prossimo a parole.

C – Disse l’uomo che proprio facendo quello si guadagnò l’immortalità…

SdB – Aspetta – ce l’ho! Sposta la T, ma mettila tra parentesi: L’Immor(T)alità delle Parole, eh?

C – Spiritosissimo. E guarda com’è tardi… Va a finire che Re Antioco s’innervosisce.

SdB – Non è più Re Antioco. Adesso è Bruto.

C – Giusto. E anche il Delfino di Francia… E nulla di tutto ciò gl’impedirà di innervosirsi. Ma adesso…. There! Pronto. Shakespeare in Words – l’Immortalità delle Parole.

SdB – Hm. Se chiedi a me, era più originale prima.

C – Ci accontenteremo della banalità, per questa volta.

SdB (sniffs) – Donna senza coraggio.

C – Che ci vogliamo fare? Mail. D’altra parte… Indirizzo. Anche tu…

SdB – Tira fuori Kit Marlowe e ti mordo.

C – Non puoi, sei uno spirito disincarnato. E… invio! Fatto.

SdB – La maniera in cui mi tratti a volte è del tutto immoraTle.

C – Ha ha.

SdB – Me ne spirito via in regale indignazione. Ma Clarina…

C – Sì?

SdB – Hai spedito la mail senza allegato.  (Spirita via)

C – Pittkins, pittikins, pittikins!

(Sipario)

angurie · Arte Varia

L’Arte dell’Elefante

elephantRembrandtUn po’ di tempo fa abbiamo parlato di elefanti di carta, ricordate?

E in chiusura di post citavamo l’abbondanza di elefanti artistici… Ecco, l’intenzione per oggi sarebbe stata quella di proporre una carrellata di elefanti dipinti, scolpiti, disegnati eccetera – ma ho scoperto (grazie, M.!) che c’è chi l’ha già fatto.

Quindi oggi gli elefanti si trovano altrove – e per la precisione su Didatticarte.

Vedrete che la rassegna è ampia ed eclettica, dalle statuette preistoriche a Dumbo, dalle monete greche alla pubblicità, passando per Rembrandt e i cristalli di Lalique…

Buona passeggiata artistico-elefantina – e buon compleanno, L.!

 

angurie

Zot!

writtSiede la Clarina e scrive. O meglio, ella revisiona. O meglio ancora, dovrebbe revisionare. All’atto pratico, appollaiata  nel suo angolo di divano, la Clarina fissa ferocemente un pezzetto di Capitolo Terzo sullo schermo del computer. E intanto si mordicchia il labbro, e agita le punte delle dita a un paio di centimetri dalla tastiera.

L’ospite P, insediata in poltrona, legge. E legge. E legge.

La Clarina sospira.

E P legge.

E la Clarina mugugna.

E P legge.

E la Clarina geme.

E P chiude il libro e contempla per un pochino la Clarina e poi…

P. “Perché, o Clarina, fissi ferocemente un pezzetto del Capitolo Terzo, e ti mordicchi il labbro, e agiti le punte delle dita a un paio di centimetri dalla tastiera, e sospiri, e mugugni, e gemi? Eh? Perché?

C. “Sono bloccata. Mi serve una battuta fulminante…”Zot

P. (prontissima) “Muori?”

La Clarina sussulta e si abbandona a un convulso di cachinni.

C. (tra un cachinno e l’altro) “Non… Non… non così drastica…”

P. (altrettanto pronta) “Be, allora Ti venisse un fulmine? È più soft, volendo.”

Eh. Volendo proprio tanto…

No, così. Perché queste cose a casa mia succedono davvero.

Dovevo mettervi a parte.

angurie · cinema · Poesia · Shakespeare Year

Era una Giornata Bigia e Tempestosa

brigadoon-jane-heronIl 29 di febbraio mi è sempre parso un equivalente di Brigadoon nel calendario… Voglio dire, appare solo una volta ogni quattro anni – per un giorno, perché è, per l’appunto, un giorno – e per il resto del tempo non c’è. Brigadoon.

Dev’essere bizzarro compiere gli anni in un giorno che c’è solo ogni tanto… Rossini, William Wellman, Balthus, Tim Powers: tutti nati il 29 di febbraio. Ripeto: dev’essere bizzarro.

Dopodiché non so come sia dalle vostre parti, ma qui piovono cani e gatti – e soprattutto tira vento da tre giorni. Magnifico, epico, glorioso vento…

E così ho pensato che sarebbe bella una tempesta in versi. Shakespeare, si capisce. Re Lear, atto 3, scena II.

LEAR
Soffiate, venti, a squarciarvi le guance!
cateratte del cielo ed uragani,
rovesciatevi a fiumi sulla terra,
fino a sommergere le nostre guglie
e ad annegarne i galli giravento.
Voi, fuochi di zolfo,
guizzanti rapidi come i pensieri,
avanguardie dei fulmini
che schiantano le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
E tu, tuono, che tutto scuoti e scrolli,
percuoti la rotondità del mondo
fino a schiacciarla tutta, fino in fondo,Lear-in-the-Storm-ONeal-November-2015
stritola le matrici di natura,
spargi e disperdi in aria
tutti i germi che generano l’uomo,
mostro d’ingratitudine!
[…] Ròmbati il ventre, cielo! Sputa fuoco!
Scroscia, tu, pioggia! Pioggia, vento, tuono,
guizzi di fuoco, non sono figlie mie:
non vi posso accusar d’ingratitudine;
a voi non diedi un regno,
né vi chiamai mai figli. Voi elementi
non mi dovete obbedienza di sorta;
e allora rovesciate sul mio capo
i vostri orrendi sfoghi, a sazietà!
Io son qui, vostro schiavo, un pover’uomo
vecchio, debole, infermo, derelitto…
Vi chiamo tuttavia vili strumenti
al servizio di due figlie degeneri,
che scatenate dall’alto del cielo
le vostre schiere su una vecchia testa
canuta come questa. Oh, oh, è infame!

Be’, qui non abbiamo fulmini, tuoni e fuoco vario – ma nemmeno figlie snaturate. D’altra parte oggi è un giorno per le cose che non ci sono, giusto? E comunque è questione di poesia. La potenza, la furia. Animo umano e natura scatenata.

Oh well, buon 29 di febbraio, buon giorno che non c’è – o quanto meno, c’è di rado. E buon vento, se tira anche dalle vostre parti.

angurie · scribblemania

Scatole Cinesi

Sì, è MacBeth. E Sì, c'è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.
Sì, è MacBeth. E Sì, c’è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.

Mentre scrivevo questo post, a un certo punto,  è successo che mi è germogliata un’idea. Capita abbastanza spesso – e di solito citicchio* Shakespeare a chiunque mi capiti a tiro – o, in mancanza di pubblico, al soffitto: è una storia quella che vedo davanti a me? Amici e famiglia hanno imparato a non fare domande, a cambiare rapidamente discorso e a fingere di nulla mentre mi impadronisco del taccuino e della penna più vicini e butto giù gli appunti del caso.

Qualche volta ne esce davvero una storia, qualche volta no, qualche volta succede ad anni di distanza, quando ritrovo l’appunto – e ad ogni modo va bene.

Questa volta, però, è successo qualcosa di leggermente diverso, perché la storia in fondo veniva da un’impressione vecchia di trentacinque anni. Il ricordo di un’impressione, se vogliamo, che era già una storia in embrione – solo che allora non lo sapevo. E quindi…Ideasinside

È una storia quella che la piccola (e leggermente gloomy) Clarina sta porgendo a sé stessa adulta attraverso i decenni? Oh dear… vedete? Questa è già un’altra storia – dentro una storia. O forse attorno a una storia. Ne scriverò una? Le scriverò entrambe? Le combinerò tra loro per farne un’ulteriore storia? Perché, a ben pensarci… è una terza storia che vedo davanti a me?

Credo di avere un nonnulla di vertigini.

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* Right, è una parafrasi, ma ammettetelo: “citicchiare” ha un suo je-ne-sais-quoi.

angurie · grilloleggente · libri, libri e libri · romanzo storico

Dentro Un Libro

12647153_504376653067983_4012154964606394078_nLa cosa qui a sinistra mi è giunta via Facebook – a me e ad altra gente – da parte di M. E quindi è tutta colpa sua, vedete? Non mi si può coinvolgere in una cosa del genere e pensare che mi limiti a rispondere con un titolo e basta…

E non si può perché da piccola leggevo Gianconiglio ed ero innamorata della biblioteca del Professor Dindon – che invece dei libri aveva delle porte che permettevano di entrarci, nei libri… E perché anche adesso che piccola non sono più, l’idea di quella biblioteca continua a sembrarmi almeno tanto attraente quanto quella del viaggio nel tempo. Se non addirittura lievemente di più.

Quindi non era come se potessi giocare a questo gioco a cuor leggero, giusto? O magari dapprincipio ho pensato di sì – ma dopo avere resistito alla tentazione di rispondere Lord Jim…

Sì, lo so. Non sembro nemmeno io. Ma il fatto è che ho affrontato la tentazione e ho resistito. O quanto meno… Qualche anno fa avevo scritto un piccolo racconto in proposito: la prossibilità di entrare in un libro, Lord Jim, il non-naufragio del Patna, la tentazione di interferire – ma poi… che ne sarebbe della storia se si interferisse a quel punto? Non era precisamente il tipo di esperienza su cui investire un desiderio usa-e-getta. Desktop-tablet-book-wallpapers-The-Book-of-Secrets-thumbnail

Quindi, dicevo, a quella tentazione ho resistito e, mentre consideravo possibilità alternative, ho cominciato a pormi domande di tipo tecnico. Per dire, che significa di preciso “un giorno”? Un giorno all’interno della storia – e se è così, lo scelgo io o mi capita in sorte? Oppure un giorno della mia vita – e allora a quanto corrisponde in termini del libro? Quel che posso leggere in un giorno o che altro? E mentre ponderavo questo genere di particolari, ecco che mi capita fra capo e collo la risposta di F., cui piacerebbe entrare in Uccelli di Rovo, nel ruolo di Mary Carson.

book-characters-coming-to-life-as-boy-reads-bmpE questo cambia le cose, perché avevo pensato che nei libri ci si entrasse come osservatori neutrali (e magari incorporei ed invisibili) oppure come personaggi aggiuntivi… Se invece ci si entra nel ruolo di un personaggio già scritto, è tutta un’altra faccenda. Per esempio, che succede al mio giorno quando il personaggio in questione non è in scena?  Perché se non voglio il ruolo del protagonista, odds are che sia fuori scena per parti consistenti della trama… Ammettiamo che scelga Rapito: non posso entrarci nei panni di Alan, perché Alan lo vorrei incontrare, e di sicuro non vogli entrarci nei panni di quell’idiota ottuso che è David – ma quale altro personaggio è in scena e a contatto con i protagonisti per un “giorno” intero? *

Ed ero a questo punto quando è arrivata l’ulteriore risposta di D., che invece nei libri vorrebbe book_world-1680x1050entrarci come sé stesso (I think) per visitare i posti descritti nei libri – certo di trovarci tutte le avventure che si possono volere. E questa è un’ulteriore e interessante possibilità, a dire il vero – anche se nel mio caso si tratterebbe più di tempi che di posti.

Altri tempi – o, più precisamente, la visione di altri tempi. Il Medioevo pittoresco e irreale di Scott? L’era elisabettiana da fondali dipinti di Josephine Preston Peabody? O quella tramontante e malinconica di Bryher? O quella amarognola e brillante di Burgess? O la Corfù nonsense di Durrell? O le fiamme notturne dei Gordon Riots secondo Dickens?

Cartoon Characters Coming Out Of A BookEcco, sì: credo che alla fin fine questo dovrebbe essere il mio criterio di scelta. Come R., che invece ha scelto il Segreto del Bosco Vecchio in cerca di un’atmosfera, farei bene ad andarmene in cerca dell’interpretazione di un’epoca. Di colori e luci e pittoresche occorrenze. E poi, una volta là – una volta allora – di certo le avventure arriverebbero.

Quanto a scegliere un libro… oh, non ho nemmeno cominciato. Ma almeno adesso ho un’idea di come provare a scegliere.

E voi, o Lettori? In che libro vi piacerebbe passare una giornata?

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* Be’, forse in realtà ci sarebbe Cluny MacPherson…

 

 

angurie · tradizioni

I Giorni dell’Agrifoglio

holly_wreath_.jpgQuesto è un post parzialmente stagionale: dicembre torna e l’agrifoglio rimena…

Perché diciamolo: certe piante sembrano fatte apposta per invitare a sciami le leggende e i significati simbolici anziché le api – E l’agrifoglio… un sempreverde con le foglie spinose e lustre, infiorescenze bianche e bacche rosse. C’è veramente da stupirsi che già in età pre-cristiana fosse una pianta sacra?

C’è una lacrimevole storia nordica in cui Baldur, il figlio prediletto di Odino, trafitto a morte da una freccia*, cade sanguinante su un cespuglio. Per ricompensare il cespuglio che ha offerto a suo figlio l’ultimo abbraccio, Odino lo rende perenne e tramuta in bacche rosse le gocce di sangue di Baldur. Se le spine ci fossero già da prima non è chiaro, nel qual caso il giaciglio non doveva essere comodissimo… Ma l’agrifoglio era anche la pianta dei fulmini di Thor e dei tuoni di Freya. Pare che i cespugli di agrifoglio conducano i fulmini a terra con più facilità di altre piante – e restandone meno danneggiate, e questa era la ragione per cui un tempo, nei paesi del Nord, non c’era casa che non ne avesse uno accanto: una sorta di parafulmine naturale.

Una curiosa e antichissima tradizione vuole che, dal tipo di agrifoglio che viene portato in casa, si possa divinare quale dei coniugi avrà più autorità in casa durante l’anno a venire. Il fatto è che l’agrifoglio è maschio e femmina, e qui le cose si complicano. Secondo la mia fonte austriaca per questa storia, l’agrifoglio femmina è quello con le bacche rosse, più bello e decorativo e quindi scelto quasi invariabilmente, per cui la tradizione sarebbe una specie di omaggio al fatto che è sempre la donna a governare la casa. Questa teoria però mal si concilia con cose come la carola natalizia di origine medievale The Holly And The Ivy, in cui l’agrifoglio è associato all’uomo e l’edera alla donna (e, tra parentesi, l’agrifoglio ha tutti i doni e i vantaggi, ma il tono generale potrebbe anche essere lievemente sarcastico).

In effetti, nei culti druidici di ambito celtico, l’agrifoglio era associato al solstizio d’inverno e al vigore maschile, e già che c’era teneva lontani i demoni. Con l’arrivo dell’inverno, se ne portavano in casa rami e ghirlande a mo’ di evil-detector: si supponeva che gli esseri fatati benevoli venissero a giocare tra le foglie, mentre quelli poco raccomandabili si sentivano tenuti a starsene alla larga. L’agrifoglio era la pianta del Re d’Inverno, a mezza strada tra un’entità fatata e una divinità infera, un gigante bellicoso che regnava per metà dell’anno, incoronato di rosso e armato di un ramo di agrifoglio. Non avrei detto che, spine a parte, fosse un’arma particolarmente efficace, eppure nel Ciclo Arturiano il Re d’Inverno ricompare nella forma del Cavaliere Verde, che sfida a duello Galvano, armato soltanto di quello.

Questo carattere guerresco dell’agrifoglio, insieme alla capacità di scacciare il male, ricompare pari pari nei miti giapponesi, i cui dei ed eroi desiderano la pianta dalle bacche rosse e si forgiano armi prodigiose con il suo legno. O almeno manici di armi prodigiose, come nel caso del Principe Yamato (che comunque non fa una gran bella fine) e Daikoku, che tiene lontani i demoni scuotendo rami di agrifoglio. In Giappone si appendono rami di agrifoglio per buona fortuna, proprio come da questa parte del mondo – a dimostrazione del fatto che certe simbologie sono universali.

Tornando alle usanze celtiche, è in tutta probabilità lì che i Romani pescarono l’agrifoglio per associarlo al culto di Saturno, e il fatto che Plinio il Vecchio consigliasse di piantarne un cespuglio vicino a casa per scacciare gli esseri maligni sembra proprio la ripresa di una tradizione nordica.

Il Cristianesimo assorbì pianta e significati simbolici con giustificabile entusiasmo: abbiamo già detto che l’agrifoglio è scenograficamente perfetto. Secondo una leggenda, l’agrifoglio avrebbe avuto in origine bacche bianche, diventate rosse dopo che i suoi rami furono usati per la corona di spine di Gesù; oppure sarebbe stato deciduo fino a quando durante la fuga in Egitto, la Madonna non pregò Dio di restituire le foglie all’arbusto dietro cui si nascondeva col Bambino Gesù, per nascondere entrambi alla vista dei soldati di Erode. Altre leggende associano l’agrifoglio a una variante del collaudato schema narrativo del Dono del Pastore: in queste storie c’è sempre un pastorello particolarmente povero che giunge alla capanna con un dono vegetale del tutto inadeguato, oppure non ha il coraggio di avvicinarsi per mancanza di dono. A questo punto un intervento miracoloso consente al pastorello di arrivare portando una rarità botanica. Nel caso dell’agrifoglio Gesù Bambino trasforma la corona di alloro del pastorello in una ghirlanda dalle foglie lustre e dalle bacche scarlatte; in una variante sono gli angeli a intervenire, dopo che il pastorello timido si è ferito con le spine dell’agrifoglio.

E se ci badate, con le gocce di sangue abbiamo chiuso il cerchio, tornando a una forma simbolico-narrativa molto simile a quella della storia di Baldur. C’è un che di rassicurante, in questo ritorno dell’umanità alle stesse storie, agli stessi simboli. Si direbbe che, a tutte le latitudini e in tutti i secoli, dopo tutto siamo sempre noi.

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* Una freccia di vischio, innocentemente scagliata da un fratello cieco – dietro assai meno innocente consiglio di un altro fratello geloso… Queste divinità nordiche hanno dinamiche famigliari decisamente inquietanti.