anglomaniac · libri, libri e libri · Storia&storie

La Sindrome Della Domenica Pomeriggio

Domenica, nel tardo pomeriggio…

Conoscete quella poesia di Lois Sorrells, “Triste come una ragazzina di domenica pomeriggio, con i compiti da fare…”?

AlbionA voi non capita? A me sì. Anche se lunedì non devo andare a scuola. Anche se sono passati decenni dall’ultima volta in cui ho dovuto fare i compiti. Anche se ho passato una bella domenica e ho preso il tè con le amiche e ho fatto progetti… Verso sera mi prende quel genere di vago sconforto bigio e umidiccio…

Sapete che cosa intendo. Quel genere di situazione che richiede della cioccolata. Oppure dei libri.

Così, prima di cena ho dato un’occhiatina alla mia wishlist su Amazon – il che è sempre un’idea pericolosissima, ma se non altro ingrassa meno della cioccolata. E, dopo essermi arresa per l’ennesima volta alla difficoltà di comprare un libro su John Dee e la sua casa di Mortlake – che il mini-editore spedisce soltanto entro i confini del Regno Unito – ho ceduto ad altri richiami di sirena, e ho comprato due ebook.

Albion: the Origins of the English Imagination, di Peter Ackroyd, è una massiccia (quando è di carta numera qualcosa come 550 pagine) storia culturale dell’Inghilterra, imperniata su quel che la gente dell’Isoletta ha immaginato di se stessa e in generale attraverso i secoli.

The White Rose Murders, di Paul Doherty**, è una lettura più leggera. Un giallo in cui un nipote del cardinal Wolsey indaga su un omicidio nell’entourage di Margaret Tudor, vedova del Re di Scozia…

Ed ero tentata di considerarmi quasi bravina perché, per una volta, non c’era nulla di elisabettiano – fino a quando non mi sono resa conto che è tutta Inghilterra, in parte Tudor e in parte… be’, non ci si può aspettare che una storia culturale dell’immaginario inglese glissi sul periodo elisabettiano, giusto? white-rose

Quindo no, non sono per niente bravina, però lo sconforto bigio e umidiccio mi è passato. E senza assunzione di cioccolata. E comunque poco dopo si è levato un vento meraviglioso, e poi ho scritto un po’, e più tardi ho guardato la prima parte di Elizabeth I, con la meravigliosa Helen Mirren che fa Queen Bess*** – per cui forse lo sconforto bigio e umidiccio sarebbe passato lo stesso.

Avrei potuto aspettare – ma se avessi aspettato, adesso non avrei altri due libri a strillare leggimi-leggimi! dalla mia già biblica To Read List… Quindi tutto va bene. Tanto si sa che la mia capacità di resistere alle tentazioni è men che nulla.

E voi? Soffrite mai di SdDP?** E come contrastate quella o altre condizioni del genere?

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* E sì, si vede irreparabilmente che è girato in Lituania, e Jeremy Irons che fa Leicester mi è antipatico, e la scena di Tilbury era miserella e bruttina a vedersi – ma nel complesso vale del tutto la pena. E non guasta per nulla il fatto che Helen Mirren sia doppiata da Antonella Giannini.

**Sì, lo so – sulla copertina in illustrazione c’è scritto Michael Clynes. È sempre lui, sotto pseudonimi diversi.

*** Che non mi dispiacerebbe chiamare Sindrome di Sorrells. Suona medico e serio, non vi pare?

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grilloleggente · libri, libri e libri · Vita al Villaggio

Ad Alta Voce – Il Ritorno

puzzle132zVi ricordate di Ad Alta Voce? Vi avevo raccontato, più o meno un anno fa, di questo non-gruppo-di-lettura, un’idea inconsueta che consisteva nel trovarsi e leggersi a vicenda dieci minuti a testa di un libro a scelta – e poi, eventualmente, discuterne.

Concludevo il post in questione dicendo che dovevamo fare esperienza, che avremmo navigato a vista, che tante cose le avremmo capite lungo la strada…

Ebbene, è passato un anno, abbiamo fatto esperienza e abbiamo navigato a vista. Abbiamo imparato tante cose?

Be’, un certo numero sì. Premettiamo che ci siamo divertiti un sacco. Abbiamo letto, abbiamo scoperto titoli, ci siamo scambiati idee, abbiamo mangiato biscotti… E ci siamo accorti di avere formato un piccolo gruppo fedele. Molto fedele e molto piccolo. Dalle cinque alle otto persone, con l’occasionale punta di dieci. E niente di più.

No, non è vero: dimentico la sera in cui ci siamo ritrovati in tanti. Dodici? Quindici? Forse anche di più. È stata l’occasione di una serie di letture interessanti, e di una vivace discussione sul criterio con cui ciascuno sceglie le proprie letture. Pensavamo che fosse il decollo – e invece no. La volta successiva eravamo in cinque.

È saltato fuori che abbiamo spaventato un sacco di gente. Qualcuno si è spaventato della discussione. Altri non hanno apprezzato la formula, perché si aspettavano un gruppo di lettura tradizionale, e invece siam tanto anything but.

Quindi abbiamo imparato che la discussione non è sempre apprezzata. Pazienza.

E abbiamo imparato che come tutte le cose nuove e un nonnulla differenti, dovremo fare più fatica.

Pazienza anche questo.

Ma abbiamo scoperto anche che parecchia gente non sapeva nemmeno che esistessimo – a dispetto delle locandine e della newsletter della biblioteca.

E abbiamo scoperto che, alla fin fine, le serate che venivano meglio erano quelle che avevano un tema. L’incontro estivo a tema celeste, con tanto di astrofilo armato di telescopio. La serata natalizia. Cose così.

E quindi quest’anno Ad Alta Voce ritorna, più agguerrito e più organizzato. Abbiamo una pagina su Facebook, come punto di raccolta, bacheca per le comunicazioni e canale di visibilità generale. Abbiamo dei temi, mese per mese. E abbiamo una cartolina-invito – questa qua sotto.

Cattura

E dunque, si riparte. Come si diceva un anno fa (più o meno), mettete un mercoledì sera in biblioteca. Una manciata di persone, un certo numero di libri, un tema. Ciascuno porta un libro che sta leggendo, ha letto, ricorda con piacere, predilige – basta che il brano che legge abbia a che fare con il tema della serata… 

E poi si legge. Dieci minuti a testa. Due parole d’introduzione e qualche pagina. E poi le domande – se ci sono.

Poi si passa al prossimo lettore, al prossimo libro.

Se siete da queste parti, perché non venite a trovarci? Scaricate la cartolina in pdf, seguiteci su Facebook, portatevi un libro e venite a leggere con noi. Si comincia il 12 febbraio.

E se non siete da queste parti… be’, vi farò sapere.

elizabethana · libri, libri e libri · Poesia

Il Carteggio Marlowe

The-Marlowe-Papers-pb-jacketTardissimo – perdonate. E neanche molto lungo. Passerà anche l’influenza…

Ma veniamo a noi. Era un po’ che meditavo su The Marlowe Papers, romanzo in versi della poetessa Ros Barber.

Insomma, un’altra storia neo-marloviana, con il buon Kit che, invece di morire a Deptford, fugge sul Continente e procede a scrivere tutto il canone shakespeariano… A parte tutto il resto, quante volte è già stata scritta? E d’altro canto è ormai risaputo che, quando si tratta di Christopherm Marlowe, la mia capacità di resistere alle tentazioni, anche le più improbabili, è… ridotta. Ma soprattutto, l’idea di un romanzo in versi – in pentametri giambici! – mi attirava da matti, non foss’altro che per pura e semplice improbabilità.

Alla fine a decapitare i miei tentennamenti ci ha pensato Babbo Natale, scodellandomi The Marlowe Papers sotto l’albero… E diamine, ne valeva la pena in tutti i modi possibili.

Perché la signora Barber, o Lettori, Sa Quello Che Fa.

Può darsi che la nuda ossatura della trama si sia già vista decine di volte (vedi § 2), ma qui è sfaccettata in un’infinità di piccole scene, narrate in prima persona poetica da un Marlowe per cui è impossibile non parteggiare. Comincia arrogante, pieno di fuoco, incauto e troppo fiducioso per il suo stesso bene, e un po’ per volta, ogni singolo passo verso la grandezza si rivela un’imprudenza da pagarsi a caro prezzo. E noi, leggendo, ci dimentichiamo della teoria bislacca su cui è costruita la trama, per appassionarci ai tormenti, ai riscatti momentanei, alle speranze condannate del narratore. warning-sign-clip-art_420969

Le poesie sono alla fine fine lettere in versi che, dall’estero o dall’invisibilità precaria di un incognito che rischia di far acqua ad ogni passo, Marlowe scrive senza mai spedirle a Thomas Walsingham – amico, mecenate, salvatore e amante… Lettere non spedite, metà diario e metà testamento per almeno tre quarti del libro.

E, per una volta, persino la trasformazione da Marlowe in Shakespeare è fatta con immaginazione e sottigliezza, intrecciando fatti conosciuti, dubbi, ipotesi, vuoti biografici e cronologie di titoli con molta, molta più finezza di quanta se ne veda di solito in questo genere di operazioni.

Il tutto in pentametri giambici – e se pensate che la forma intralci la narrazione, ebbene lo pensavo anch’io, ma mi sbagliavo. Il linguaggio è una gioia – ricco, vario, con una combinazione perfetta di colore elisabettiano e scioltezza contemporanea. E il ritmo del verso da alla voce di Marlowe una specie di pulsazione, un’urgenza irrequieta che trascina dalla prima all’ultima pagina.

Morale: sono conquistata. No, non nel senso che vo abbracciando tesi neo-marloviane – o anche solo antistratfordiane – ma è di nuovo come per History Play: l’intelligenza e l’ammirevole esecuzione, e la capacità narrativa… Allo scrittore che riesce a travolgermi con le variazioni su una storia che, di per sé, mi manda il latte alle ginocchia, va tutta la mia ammirazione.

 

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Libri Sotto l’Albero ’13

tumblr_ldyrw4nTuX1qez7zzo1_400Altro classico post delle feste…

Che libri avete ricevuto per Natale? Io un certo numero.

The Marlowe Papers, di Ros Barber, è un romanzo in versi. Pentametri giambici. Il fatto che sia un’altra interpretazione neomarloviana di Deptford eccetera non può molto contro la curiosità per un romanzo in pentametri giambici… Perché no, seriamente: un romanzo in pentametri giambici!

Ancient Rockets: treasures and train wrecks of the silent screens, di Kage Baker – unico ebook del bottino, da parte di gente che conosce la mia ossessioncella per il cinema muto.

La Morte scherza sul Ticino, di Alessandro Reali. Come il titolo lascia intuire, è un giallo vecchia maniera – con tanto di agenzia investigativa a quattro mani insediata in quartiere pittoresco sulla riva del fiume… il tutto ambientato nella mia benamata Pavia.

Il Libro dei Sogni, di Mikkel Birkegaard. Libri proibiti, biblioteche misteriose e organizzazioni segrete in una Copenhagen di metà Ottocento che non ho ancora ben capito fino a che punto sia immaginaria…

Palazzi famiglie ostigliesi e Mondadori nel primo Novecento, di Franco Chiavegatti. Il titolo è proprio così. Giuro. Storia locale – e l’ho ricevuto principalmente perché un capitolo è dedicato a gente con cui sono imparentata.

Il mio romanzo, edito da Corbaccio – a mezza tre quarti di strada tra un piccolo prontuario di scrittura e un taccuino. Dovrei premettere che il donatore è molto perplesso – e ho tanto idea che ne riparleremo…

E infine, un libro non è, ma non posso non citare il bellissimo quaderno dalla copertina rigida rivestita di carta di gelso e petali di fiori, con matita coordinata. Il prossimo volume del mio Playwright’s journal.

Non male, che dite? E voi? Che libri avete ricevuto?

libri, libri e libri

Nonni Letterari

Mail:

Hai parlato di padri letterari, di zii, di orfani, di ragazze da marito… nonni mai? Non è che approfitteresti della Festa dei Nonni, magari…?

E allora oggi, che è la Festa dei Nonni, parliamo di nonni in letteratura.

Cominciamo costatando che un sacco di nonni di carta si trovano nella letteratura per fanciulli – il che non è affatto sorprendente, in particolare per tutto ciò che è stato scritto in tempi di ridotta aspettativa di vita. E poi, andiamo: il nonno o la nonna, queste incarnazioni della saggezza, delle radici famigliari, delle tradizioni e, talora, dell’affettuosa indulgenza…

festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proustSolo talora, però. Spesso un nonno burbero da conquistare fornisce buona parte del conflitto di cui un piccolo protagonista ha bisogno. Il caso da manuale è il nonno del Piccolo Lord Fauntleroy, l’anziano conte che ha diseredato un figlio per avere sposato un’Americana. Solo che poi il figlio muore, e allora il vecchio misantropo richiama a casa l’aborrita nuora e il nipotino… E francamente, come qualcuno possa rimanere incantato dall’insopportabile Ceddie è più di quanto io arrivi a capire, ma never mind: nell’istante in cui scopriamo che il defunto capitano Cedric era il figlio prediletto, sappiamo già che il conte non ha speranze e, prima dell’ultimo capitolo, sarà convertito a nonno affettuoso, suocero attento, generoso signore del luogo e filantropo in generale.festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proust

Stessa storia per il francese En famille – però spostato dall’aristocrazia britannica all’alta borghesia industriale. Stessissima storia: vecchio signore inflessibile, figlio amatissimo ripudiato per matrimonio d’amore – poi morto lasciando una bimba d’innumeri virtù. Alla povera Perrine va peggio che a Ceddie: anche la mamma muore, e lei deve impiegarsi come operaia… indovinate un po’? Presso il canapificio del nonno. Ma Perrine è onnicompetente, e il nonno avrà pure un cuore di pietra, ma riconosce l’efficienza quando la vede. Così Perrine (sotto falso nome) fa carriera, s’insedia accanto al nonno quasi cieco, gli scioglie il cuore, eccetera eccetera fino alla commovente agnizione finale.

festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proustQualcosa di simile capita in Piccole Donne, solo che a sciogliere il vecchio Mr. Laurence non è il nipote, bensì le eponime sorelle. Fosse per lui, Laurie starebbe fresco – ma per fortuna ci sono la vispa Jo e la dolce Beth. E siccome in realtà Mr. Laurence non soffre di litocardia, ma solo di un’iperprotettiva incapacità di mostrare il proprio affetto, tutto si risolve molto prima dell’ultimo capitolo.festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proust

Anche il nonno di Heidi è così: fornire conflitto non è il suo mestiere – al massimo una carriera collaterale. Heidi lo scioglie prima di subito, questo anziano signore di pochissime parole che fa il miglior formaggio delle Alpi svizzere e sa riabilitare le piccole paralitiche come se niente fosse. Scioglimento di routine, e poi per il conflitto ci pensa Fraulein Rottenmeier. Però, intanto che ci siamo, potremmo notare che questa storia contiene anche due nonne. Due nonne e mezza – se consideriamo la nonna materna di Heidi, la cui morte offstage precipita il primo cambiamento nella vita della bimba. Ma poi ci sono la tenera nonna cieca di Peter e la dinamica e affettuosa nonna di Klara, le cui visite illuminano la vita delle due bambine. Insomma, da manuale anche questo, a modo suo: il nonno incarna la saggezza, le nonne incarnano l’affetto, i nonni nel loro insieme incarnano tradizione, sicurezza e stabilità.

festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proustOddio, poi se vogliamo ci sono le eccezioni – e la più maiuscola è forse il nonno della solita Little Nell, cui per contratto deve proprio capitare tutto, e allora le capita anche lo sciagurato (e non equilibratissimo) anziano signore che le sperpera tutta l’eredità e poi la trascina a sgambare su e giù per l’Inghilterra finché lei ci lascia le penne. Tutto col massimo affetto, sia chiaro – but still.*

E questo era l’Ottocento. In tempi più recenti i nonni sono usciti da questi recinti stretti – persino nella letteratura per fanciulli. Se è vero che negli anni Trenta  era ancora comunissimo imbattersi in nonne idealizzatissime come la contessa (o era marchesa?) di Roccabruna, grande dame e angelo  dell’armonia famigliare, le cose erano destinate a cambiare. Credo che mi limiterò a citare un paio di esempi. Come i superficialmente benintenzionati Omama e Opapa di Judith Kerr, che in Quando Hitler rubò il coniglio rosa proprio non arrivano a cogliere il dramma di figlia, genero e nipoti in fuga dalla Germania. I piccoli Anna e Max sono affezionati ai nonni, ma non tardano ad avere l’impressione, per esempio, che Omama sia “una donna piuttosto sciocca.” Caso diversissimo sono i nonni di Arianrhod ne La Congiura di Merlino di Diana Wynne Jones. Vero è che Roddy appartiene all’aristocrazia magica d’Inghilterra, ma la fauna famigliare è variegata: dal nonno paterno potentissimo specialista in meteomagia in pensione, alla nonna paterna rumorosa, non intelligentissima, bugiarda e troppo potente per il suo stesso bene, fino al nonno materno gallese che è… er, la morte.** festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proust

E in ambito di letteratura adulta? Be’, così a memoria mi pare che ci siano più nonne che nonni – e in molteplici varietà. C’è l’intelligente, energica e socialmente ben equipaggiata nonna di Proust – ottima compagnia e affettuosa complice per il nipote ipersensibile. C’è l’adorata nonna santucciana de Il velocifero, che ha due nipoti suoi e ne acquisisce con pari tenerezza un terzo adottivo nell’inquieto Gianni. C’è Gwenlliana, la nonna dell’Henry Morgan di Steinbeck, sognante sibilla gallese che, dal suo posto accanto al fuoco e con i suoi occhi ciechi, vede il destino del nipote a decenni nel futuro e a un mondo di distanza. C’è la terribile nonna de L’incendio, che Grazia Deledda dipinge come la custode della famiglia, della proprietà e del buon nome, attaccatissima ai nipoti, ma irremovibile fino al ricatto morale e alla coercizione più bieca.

Così, sempre a memoria, l’unico nonno che mi viene in mente è in un giallo – e per di più un giallo molto ruritaniano: il principino Otto è l’unico erede di un anziano e malinconico nonno coronato, che si tormenta tra l’angoscia di lasciare al piccolo un trono mal saldo e un irrealizzabile desiderio di lasciargli vivere la sua infanzia…

Ah no, scusate: dove lasciamo i nonni di Georgette Heyer? Ce ne sono diversi, come Lord Lavenham o Lord Darracot – irascibili e tirannici nobiluomini con un debole per i/le nipoti con cervello e spina dorsale.

E qui mi fermo – pur certa di trascurare legioni di nonni letterari fondamentali. Ma il punto è, direi, che a differenza dei padri dickensiani i nonni non sono inaffidabili, e a differenza degli zii in generale, non sono pericolosi.

Al massimo possono essere un po’ rigidi, magari vanno conquistati e senz’altro ci sono eccezioni – ma i nonni in letteratura tendono ad essere gente su cui si può contare.

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* D’altra parte, stiamo parlando di Dickens, e sappiamo che cosa pensava Dickens dei padri, e un nonno che cos’è se non un padre elevato a seconda potenza?

** E tra l’altro, essendo questa Diana Wynne Jones, la morte è tutt’altro che un cattivo nonno.

Digitalia · libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Letture Miste Assortite

Dunque, vediamo un po’. Questo è un post di segnalazioni varie.

bride of the  swamp god, davide mana, com'è facile scrivere difficile, alessandro forlani, the circle reviewCominciamo con Bride of the Swamp God, di Davide Mana – avventurosissima novella storico/fantastica, in cui si fa conoscenza con l’incauta ma tosta principessa egizia Amunet e l’energico centurione romano Sesto Cornelio Aculeo. Stregoneria, tradimenti, mappe del tesoro, ingenui disertori, precettori greci, un sacco di tentacoli, coccodrilli… c’è proprio tutto in questa che promette di essere la prima in una serie di storie. E speriamo davvero in un seguito, perché vicenda, atmosfera e personaggi sono di quelli che catturano al primo colpo.

bride of the  swamp god, davide mana, com'è facile scrivere difficile, alessandro forlani, the circle review

 

Poi passiamo a Com’è facile scrivere difficile, il prontuario di scrittura creativa di Alessandro Forlani. Alessandro sa di che cosa parla, e lo fa con garbo, intelligenza e ironia. Strutture, dialoghi, personaggi, punto di vista… il prontuario è svelto, puntuale e, cosa fondamentale, gradevolissimo a leggersi. Che siate neofiti della penna, narratori veterani o lettori curiosi, non perdete l’occasione di leggere Messer Forlani talking shop.

 

CircleRevIII.JPGE chiudiamo con il terzo numero di The Circle Review, la rivista letteraria de Il Circolo delle Arti, diretta e curata da Lorenzo V. (@arteletteratura). Questo numero è ricchissimo e vario, pieno zeppo di narrativa, poesia, teatro e saggi. Io ci sono con le prime pagine de Lo Specchio Convesso e con un piccolo divertissement marloviano* – e vi segnalo anche Operazione Manuzio, un’avventura inedita del Cristoforo Marlowe (non quel Marlowe) di Lucius Etruscus.


Col che, direi, avete di che leggere per tutto il finesettimana – o almeno per metà.

Infine, una comunicazioncella di servizio: mi si dice che commentare su SEdS è diventato ancora più complicato di quanto fosse – per non dire impossibile. Ne ho fatto esperienza a mia volta, e sto cercando di risolvere la magagna, ma ancora non approdo a nulla. Costernata e seccatissima, posso solo chiedervi di avere pazienza e, per il momento, di inviare domande, commenti, rants e tutto quanto via mail a laclarina@gmail.com. Si spera di ripristinare i commenti q.p.

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* Non inorridire troppo, Cily: te l’avevo detto che il gioco a volte è irresistibile…

libri, libri e libri · teatro

Storie di Teatro

Bisogna ammettere – e lo ammetto con particolare gusto perché sono nel bel mezzo di un giro di prove, con tutto ciò che questo comporta – che il teatro è perfetto da romanzare. Col suo sforzo collaborativo, con i suoi edifici vasti e complicati, con il leggendario cattivo carattere dei suoi praticanti, con la sua turbolenta storia sociale, e con il suo carattere generalmente pittoresco, si presta a fare da argomento e da ambientazione – o anche solo da incidente.

getThumbImage.jpgEpisodi incidentali di teatro si trovano in una varietà di romanzi. Mi vengono in mente la recita di Natale delle sorelle March in Piccole Donne (tutto fatto in casa, dal testo ai costumi), o ancora le pantomime scolastiche in Stalky & Co. e il Goldoni in Compagne di Collegio. Tutti ricordi d’infanzia: Kipling detestava le recite scolastiche, a differenza della Mascagni, e Louisa Alcott giocava “al teatro” con sorelle e cugini La breve carriera teatrale di Nicholas e Smike in Nicholas Nickleby è meno ludica, ma nondimeno basata sulla passione teatrale di Dickens, instancabile attore dilettante. Diverso è il caso di Jane Austen: in Mansfield Park, Fanny* rifiuta di partecipare alla recita organizzata dai suoi cugini – divertimento moralmente deplorevole, e nell’incompiuto romanzo epistolare giovanile The Three Sisters, la richiesta di attrezzare un salone a teatro è presentata come la peggiore stravaganza di una ragazza decisa a sposarsi per denaro.

Poi ci sono romanzi incentrati su arte, vocazione e vita di un attore o un’attrice. La Musa Tragica, di Henry James, con theatre.jpgl’ascesa di Miriam da aspirante di scarso talento a genio delle scene, è in realtà una complicata riflessione su talento, passione, tecnica, arte, ispirazione e vocazione. La Diva Julia (Theatre), di Maugham, è – tra le altre cose – un ritratto ironico e disincantato del mondo teatrale londinese. Personalmente adoro Julia che copia sorrisi e atteggiamenti dai quadri. Penny Parrish comincia come un allegro romanzo per adolescenti, ma la cronaca della gavetta e carriera teatrali di Penny (e del suo matrimonio con un autore-regista) mi è sempre parsa incongruamente realistica rispetto all’inizio.

Altre storie hanno il teatro non solo per sfondo e cornice, ma anche per argomento. Ne Il Capitan Fracassa, Gauthier racconta con abbondanza di particolari vita, difficoltà e avventure di una compagnia di attori girovaghi nella Francia del Seicento, mentre La Barca Dei Comici, che non è un romanzo, ma parte dei Mémoirs di Goldoni, descrive con vivacità la vita teatrale dell’epoca. Qualcosa del genere fa anche Rafael Sabatini, quando aggrega il suo Scaramouche a una delle ultime compagnie di Commedia dell’Arte nella Francia quasi-rivoluzionaria. E poi c’è anche Dumas nel Kean, col suo protagonista prim’attore ottocentesco, ma ne riparliamo più sotto.

Nel mondo anglosassone c’è poi tutta una vasta produzione di romanzi incentrati su autori ed attori del teatro elisabettiano. Anthony Burgess (quello di Arancia Meccanica) ha dedicato un romanzo ciascuno a Shakespeare e Marlowe, e Bryher ha distillato la sua passione per l’epoca in The Player’s Boy – ma sono solo due dei tantissimi: dalle storie per ragazzi ai gialli, ai romanzi biografici ai fantasy, il teatro cinque-seicentesco sembra avere ispirato di tutto.

Gialli, si diceva, e allora sconfiniamo dal periodo. Agatha Christie ha spesso attori tra i suoi personaggi – di solito gente sregolata, superstiziosa, egocentrica e/o avida, che tende a non finire troppo bene (Tredici a Tavola, anyone?). Marta Hallard, l’amica dell’Ispettore Grant di Josephine Tey, è una celebre attrice, mentre Ngaio Marsh ambientava un giallo dopo l’altro a teatro, perché era un’insegnante di recitazione e regista. E della Marsh citiamo Death at the Dolphin (che mi piace tanto anche perché il protagonista è un giovane playwright che si vede affidare un teatro restaurato da dirigere, cominciando con la produzione di una sua commedia di argomento Shakespeariano…) o il meno roseo e più realistico First Night, che non si legge tanto per scoprire il colpevole, quanto per il ritratto della vita teatrale dell’epoca. In anni più recenti, Candace Robb ha incentrato parzialmente il suo Il Mistero Della Cappella sulle rappresentazioni sacre preparate dalle corporazioni nell’Inghilterra medievale, e Deryn Lake inizia una delle avventure del farmacista-detective settecentesco John Rawlings con la morte del prim’attore del Drury Lane. Anche le avventure di Cat Royal – destinate ai ragazzi – si possono considerare gialli avventurosi di ambientazione ottocentesca e teatrale. Se poi vogliamo qualcosa di davvero bizzarro, Point of Dreams, di Melissa Scott e Lisa Barnett, è un giallo-fantasy ambientato in una specie di Rinascimento alternativo, la cui trama è tutta incentrata attorno al complicato allestimento di una tragedia con risvolti politici.

La Commedia della Vita (Morality Play), di Barry Unsworth, è tutta un’altra cosa. Parte romanzo storico medievale che descrive la transizione dai Misteries di argomento religioso a forme di teatro più articolate, parte giallo in cui una compagnia di attori risolve un caso di omicidio, parte riflessione sul teatro come strumento di conoscenza – assolutamente favoloso.

playwithinaplay.jpg E poi c’è qualcosa di diverso: il teatro nel teatro, o metateatro. Teatro che racconta se stesso. Per esempio il Piramo e Tisbe messo in scena da Bottom e compagnia nel Sogno Di Una Notte Di Mezza Estate. Assai meno gaia è la tragedia che Amleto fa rappresentare come trappola per lo zio Claudio, resa ancor più meta dalle riflessioni sull’arte dell’attore (What is he to Ecuba? And what is Ecuba to him?) e dalla possibile polemica contenuta nelle raccomandazioni registiche del principe – c’è chi ha voluto vederci una bordata diretta allo stile declamatorio di Edward Alleyn e dei suoi seguaci. E che dire de Il Critico di Sheridan, satira distribuita con gaio e imparziale abbandono tra attori, direttori di scena, patrons e critici? Scendendo di un altro secoletto scarso troviamo Dumas e il suo Kean, dramma biografico cum riflessione sulla condizione dell’artista, nonché sulla forza dell’arte e della finzione. Per la cronaca, il sottotitolo Genio e Sregolatezza non è casuale, e la faccenda non va a finire veramente bene, nonostante l’apparente trionfo dell’amore su tutto il resto. Chez nous, a questo gioco ha abbondantemente giocato Pirandello – Questa Sera Si Recita A Soggetto, Sei Personaggi In Cerca D’Autore**, Enrico IV, Trovarsi, solo per citarne qualcuno. La finzione è straniamento, l’attore perde la sua identità nella continua finzione, e c’è sempre un prezzo per l’identificazione con il testo o i personaggi. In ambito anglosassone, sapevate che avrei citato Jeffrey Hatcher, con il suo relativamente recente Compleat Stage Beauty – dramma che parte dalla fine dei boy players nella seconda metà del Seicento per parlare di arte e identità – e son tutt’altro che rose e fiori. Rumori Fuori Scena, di Michael Frayn, è tutt’altro tipo di metateatro, un divertissement di variazione sul tema, giocato sulle dinamiche di una compagnia teatrale male assortita, molto più nello spirito dello smontare il giocattolo che della riflessione sul suo funzionamento.

Non è una lista completa, ovviamente, ma dà un’idea, spero, della quantità e varietà di storie che si possono raccontare a proposito di gente che, per mestiere e talvolta per diletto, finge in pubblico di essere altra gente.

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* Fanny è l’unica eroina austeniana che trovi insopportabile – ma non posso esimermi dal ricordare qui una “lettera al direttore” in cui, nei primi Anni Ottanta, un’insegnante lamentava con la redazione di Famiglia Cristiana la mancanza di un’adeguata produzione teatrale per fanciulle, perché era sconcertante e di cattivo gusto far recitare insieme bambine e bambini…

** Curiosità: alla fine degli Anni Quaranta, Ngaio Marsh portò una  compagnia di allievi in tour per tutta l’Australia con un Otello e Sei Personaggi. Scelta molto coraggiosa, premiata da successo.

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Musei, Archivi, Biblioteche

internet,jstor,library of congress,national trust,internet archive,mit,capital collectionsQuesto post è una collezioncella di link che vi volevo segnalare. Li ho raccolti qua e là, pensando di postarci sopra, e poi ho sempre rimandato…

Ma oggi è la volta buona. Consideratela una versione settembrina e studiosetta di quel vecchio post sul grand tour virtuale…

Allora, per prima cosa, JSTOR. JSTOR è nato nel 1995 come archivio digitale di pubblicazioni accademiche ad uso di università e biblioteche. Con gli anni, mentre le collezioni si facevano sempre più vaste, si è visto che anche i ricercatori individuali, gli storici della domenica e gli avidi lettori desideravano di poter accedere a questo genere di materiale – soprattutto quelli che, come noi, abitano a desolante distanza dalla biblioteca universitaria più vicina. Così, dallo scorso anno, JSTOR ha aperto il programma sperimentale Register&Read: ci si registra gratuitamente e si ottiene accesso a una selezione delle collezioni, da cui si possono leggere online fino a tre articoli ogni due settimane – con la possibilità di acquistare i singoli articoli da conservare. Per accedere con meno restrizioni a una selezione più ampia, da settembre sarà possibile acquistare un Jpass, una sorta di abbonamento mensile o annuale. E oer ora non ho idea del prezzo – ma sospetto che, soprattutto se si è interessati a scienze sociali, storia e letteratura, la ricchezza delle collezioni possa giustificare la spesa.

Poi ci sono le collezioni del National Trust , ovvero un ricchissimo archivio di immagini (quasi settecentottantamila) di opere d’arte, oggetti di design, libri antichi, strumenti musicali, gioielli e altri tesori contenuti nelle numerosissime dimore d’epoca d’Inghilterra. Le riproduzioni, pur non enormi, sono ottime, e si possono esplorare in base a diversi criteri: per luogo di appartenenza, per secolo o anno, per categoria, per autore… Perfetto per documentarsi su che genere di mobili, posate o abiti usassero nel tale o talaltro anno – a patto di nutrire questo genere di curiosità a proposito dell’Isoletta…

Di Internet Archive forse vi ho già accennato in qualche post, ma non ne abbiamo mai parlato diffusamente – e invece ne vale davvero la pena: è uno sterminato archivio di testi, film, musica, audio files audio (ci sono anche i radiodrammi!), siti web, immagini… Sterminato, in continua espansione e del tutto gratuito. Ci si registra e si cerca – that simple. E c’è anche la WayBack Machine, che raccoglie e conserva milioni di pagine web che non esistono più – una notevole consolazione e spesso un’utilissima ultima spiaggia nella complessiva inafferrabilità della rete.

E altre vastissime e varie collezioni (seppure con uno slant non del tutto incomprensibilmente americano) si possono consultare sul sito della Library of Congress: libri, stampa, film, immagini, manoscritti, musica, giornali radio, cataloghi di mostre, fotografie – il tutto ricercabile con una varietà di criteri, e la possibilità di farsi assistere via mail (o anche via chat) da uno staff esperto, competente e disponibilissimo.

E se poi invece, con l’approssimarsi di settembre, vi venisse voglia di rimettervi a studiare, perché non provare con i corsi online del Massachussets Institute of Technology, disponibili su OpenCourseWare? Economia, Letteratura, Ingegneria, Medicina, Tecniche Teatrali, Matematica, Scrittura Creativa… sono pochi gli argomenti su cui non ci sia un corso a disposizione. Si scaricano dispense, bibliografie ed esercitazioni, e poi si fa da sé.

Tornando sul nostro lato della Tinozza, ci sono le Capital Collections, archivio digitale delle immagini dei musei e biblioteche di Edimburgo – dove, per esempio, potete vedere in dettaglio e da molto vicino le opere della Scultrice Misteriosa.

E per finire, a titolo di dessert, Books Should Be Free, con questo nome un nonnulla demagogico, è una collezione di libri elettronici. I titoli, tutti nel pubblico dominio, sono disponibili in una varietà di formati e per lo più anche in forma di audiolibri. Nulla che non si possa trovare sul Project Gutenberg, se volete, ma più comodo a ricercarsi per genere – perché a volte si ha semplicemente voglia di un giallo o di un romanzo storico… 

Ecco qui. E non finirò mai di ripeterlo: non è meraviglioso, pur standosene in un paesino di campagna nelle pianure nebbiose, poter accedere a intere biblioteche lontane tutto un oceano?

 

 

 

gente che scrive · libri, libri e libri · teatro

Lettere D’Amore

Post un nonnulla atipico per argomento, forse – ma germoglia da un concorso cui non ho partecipato – no, due concorsi cui non ho partecipato – pur avendoci fatto un pensierino a dispetto dell’uncongenial theme.

E dalla considerazione che la lettera d’amore letteraria era, un tempo, device assai diffuso. All’opera, a teatro, in prosa e in poesia… a ben pensarci, la letteratura è piena di gente che riversa il proprio cuore sulla carta non per la pubblicazione, ma per conquistare il cuore dell’amata/amato. Il corteggiamento per iscritto è un aspetto particolare del romanzo epistolare oppure compare più o meno episodicamente in opere che epistolari non sono.

Roxane-et-Cyrano.jpgMi viene in mente per primo il Cyrano de Bergerac, in cui le lettere che Cyrano scrive a Roxane per conto di Christian, immedesimandosi appena un po’ troppo, sono qualcosa di più di un device della trama. Attraverso le lettere meravigliose, Roxane (précieuse pronta ad andare in deliquio per un concetto ben espresso) s’innamora senza saperlo dell’uomo sbagliato. E nel quint’atto, l’ultima lettera macchiata di sangue resta il simbolo del ricordo non veritiero di Christian che si frappone fra Cyrano e Roxane fino a quando è troppo tardi. L’anima era la vostra! Ma il sangue era il suo… Le lettere partono come una graziosa menzogna, diventano l’unico sbocco per l’amore che Cyrano si ostina a considerare senza speranza e finiscono col rivelarsi un inganno crudele che rovina un paio di vite. Che cari piccoli pezzetti di carta!

Un caso meno estremo lo troviamo all’opera. Andrea Chenier, poeta e chenier.pngrivoluzionario in odor di bruciaticcio, riceve quelle che lui per primo definisce “strane lettere”: or gravi, or soavi, or rampogne, or consigli. Lettere di una donna misteriosa che gli fa da coscienza. Un’egeria rivoluzionaria non sembrerebbe la più tenera delle faccende, ma Chenier, essendo un poeta, è già perso dell’ignota scrittrice, perché… in quelle sue parole vibra un’anima. Gli va relativamente bene: nonostante la cinica vivisezione dell’amico Roucher, che dopo avere analizzato carta, scrittura e profumo dell’ultima missiva dichiara l’autrice essere una “meravigliosa”*, Chenier scopre che l’ognor celata amica sua è la bella Maddalena di Coigny, contessina tempestosamente incontrata al primo atto e ora terribilmente in disgrazia. Non c’è bisogno d’altro: lei ricordando un’appassionata arringa di lui, lui sulla sola forza delle lettere, si ritrovano già innamorati del più puro amore spirituale – e non soltanto. Tempo un atto e finiranno insieme alla ghigliottina, ma tutti concorderete con me sul fatto che questi sono dettagli.

Werther.jpgUn altro che di lettere ne scriveva assai era il giovane Werther – tanto che i suoi Dolori sono tutto un romanzo epistolare. A me, se devo essere sincera, il giovane Werther tanto simpatico non è: si macera per varie centinaia di pagine mentre la fanciulla del suo cuore va sposa a un altro (che non è affatto un vilain, ma un bravo e buon ragazzo) e, quando è troppo tardi, si suicida prendendo a prestito le pistole dello sposo felice. Che caro ragazzo! E intanto riversa i suoi dolori in fiumi d’inchiostro, culminando nell’ultimo, cattivo, ricattatorio bigliettino a Lotte… Viene da pensare che le lettere di Werther siano tutto un protratto, compiaciuto esercizio di cupio dissolvi, inteso molto più a gratificare lo scrivente che a far felice in alcun modo la destinataria. E, detto tra noi, non avrei mai creduto Goethe capace della noterella (non spedita, se ben ricordo) in cui Werther supplica Lotte di non asciugare l’inchiostro con la sabbia, perché sennò, quando bacia i suoi biglietti, la sabbia stessa gli va tra i denti!

Ma forse, la mia lettera letteraria preferita è quella di Tatjana nell’Evgeni Onegin. Lei sì che versa Tatjana.jpgl’anima sulla carta, la tenera e ingenua Tatjana che per tutta una notte estiva cerca prima le parole e poi il coraggio per dichiararsi all’uomo dei suoi sogni, comparso inaspettato e meraviglioso come un principe nelle favole, la risposta a tutte quelle vaghe aspirazioni senza nome che nascono da una solitudine condita di romanzi… La lettera di Tatjana non è un inganno, non è la maschera di un anonimato, non è un compiacimento di sé: è semmai troppo sincera, e come tale Evgeni la respinge e la restituisce, freddo e un po’ cinico, affettando saggezza, ostentando ennui. Mal ne incoglierà a lui e ad altri – e intanto la lettera diventa segno di un amore non ricambiato per incapacità.

Insomma: menzogne, paura, ricatto morale, affetti mal riposti… fossi il personaggio di un romanzo, forse starei attenta prima di scrivere (e ricevere) lettere. E’ una di quelle circostanze in cui sono lieta di non esserlo.

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* Simpatico eufemismo dell’epoca per indicare una meretrice.