pennivendolerie

Presentazioni: Una Guida Ragionata

BookLaunchSi parlava di recente di presentazioni – e dicevo che presentare libri è una di quelle attività regolate da una versione specifica della Legge di Murphy: certe cose tendono ad accadere e basta, e quindi tanto vale prepararcisi.

1) Se c’è un proiettore, non è affatto detto che funzioni. Avrete la vostra presentazione powerpoint, con tutte le belle, significative immagini che avrete impiegato ore a raccogliere, scaricare, mettere in ordine, fornire di didascalia… ma il proiettore non vorrà saperne. Oppure il computer collegato al proiettore non vorrà saperne. Oppure non ci sarà il computer a cui collegare il proiettore. Oppure non ci sarà il proiettore. Oppure ci saranno entrambi, ma il proiettore soffrirà di una rara malattia congenita in base alla quale va in stand-by ogni volta che viene lasciato a se stesso per più di un minuto e mezzo, e poi richiede complessi riti tribali per riprendere a funzionare. Per cui, predisponete le vostre immagini, ma siate preparati a farne senza.

2) Se c’è un proiettore che non funziona, è del tutto possibile che qualcuno si faccia venire le convulsioni alla prospettiva di una presentazione senza immagini. L’organizzatore/trice, oppure chi vi deve intervistare, insisterà disperatamente perché si provi a rimettere in funzione l’arnese defunto, e farà ritardare l’inizio, facendo innervosire da matti l’altro/a relatore/trice. Per non parlare del pubblico in sala. A questo punto potrà succedere qualche tipo di miracolo, oppure no, ma intanto comincerete in ritardo.

schedule3) Se non avete concordato una scaletta, non stupitevi se qualcuno all’ultimo minuto se ne salta fuori con un incrocio tra il ruolino delle grandi manovre estive e una visita di stato dell’Imperatore del Giappone. “Poi tu accenni alla tua formazione letteraria, ma ti fermi prima di parlare degli anni dell’Università, perché lì inseriamo il pezzo al flauto traverso, una domanda sugli autori inglesi che più ti hanno influenzata, il filmato e poi il relatore introduce, e poi tu potresti dire, e poi gli attori partono col reading…” Sorridete, contate sul fatto che qualcuno vi rivolgerà le domande giuste al momento giusto, e non opponetevi se non in casi estremi: di sicuro c’è già abbastanza confusione così com’è. La vera preoccupazione sono i tempi – ma vuol dire che la prossima volta, concorderete preventivamente una scaletta sensata in pochi – pochissimi punti.

4) Se avete concordato una scaletta, d’altro canto, è altamente probabile che qualcuno non la rispetti, prendendo iniziative dell’ultimo momento, divagando selvaggiamente, dimenticando del tutto qualcosa di vitale e, in generale, gettando nel panico voi, l’altro relatore, gli attori e/o musicisti e, occasionalmente, il pubblico. Considerate poi la completa serendipità di casi&accidenti come relatori influenzati, cellulari che squillano, gente bizzarra tra il pubblico… Reagite con sense of humour, o almeno fingete; piangerete più tardi a casa.

5) Se il relatore vi conosce dall’infanzia, non è improbabile che si lasci trascinare dall’affetto e ne approfitti, tirando fuori a tradimento domande (o affermazioni) che vi metteranno in orribile imbarazzo, o che vi faranno commuovere nel momento meno adatto. Oppure, potrebbe punzecchiarvi per tutto il tempo in un modo che è moneta corrente tra voi da quando avevate cinque anni, ma sconcerta un nonnulla il pubblico. Chiarite prima che, se si azzarda a fare qualcosa di simile, vi farete un braccialetto con i suoi molari.

6) Se credete che la probabilità di errori con il vostro cognome e/o il titolo del libro sia proporzionale alla quantità di sillabe, può darsi che abbiate ragione. Tuttavia, anche se vi chiamate Nina Bo e avete scritto Eco, preparatevi alla definita possibilità che qualche anziana signora vi complimenti calorosamente per il libro di qualcun altro, o che il vostro amato titolo compaia sulla stampa locale in forme eterodosse.

7) Se c’è qualcuno che vi fa il reading, discutete prima ogni singolo nome proprio – di luogo e di persona – ogni singolo vocabolo specialistico, ogni singolo accento inconsueto. Non date nulla per scontato e poi preparatevi all’idea che qualcosa vada storto da questo punto di vista. E non perché il vostro reader non sappia il suo mestiere o sia approssimativo, ma perché questo è uno dei tanti modi in cui il Fato Imperscrutabile maltratta gli scrittori. Sort of.

8) Se vi si presenta insieme a qualche altro autore, non sempre capirete in base a quale criterio vi abbiano accostati. Considerate che anche gli organizzatori a volte perdono il sonno su dilemmi come: meglio due autori dello stesso genere che poi magari si fanno a pezzettini, o meglio due autori del tutto eterogenei, che non c’entrano troppo l’uno con l’altro, ma presumibilmente non si accapiglieranno? Resta il fatto che l’accostamento tra due o più autori può essere molto stimolante o molto truculento: salvo precedenti accertati, è difficile prevedere quale dei due. In linea generale, meglio andare senza preconcetti, intenzionati ad essere cordiali, ma non impreparati alla battaglia.AudQuest

9) Se c’è lo spazio per le domande del pubblico, siate preparati tanto al silenzio di tomba* quanto alle evenienze più bizzarre. Qualcuno rapsodizzerà per cinque minuti pieni senza che capiate di preciso qual è la domanda; qualcuno accennerà vagamente a voi per poi passare a parlare di sé; qualcuno vi farà domande intelligenti e acute, alle quali è una gioia rispondere; qualcuno vi accuserà con molto vigore di avere calunniato il vostro arcimalvagio tardorinascimentale e di essere, per questo, scrittori poco seri; qualcuno vi chiederà quanto c’è del vostro vissuto personale in quello che scrivete; qualcuno domanderà qualcosa che vi parrà di avere già spiegato diffusamente nel corso della presentazione – o in risposta alla domanda precedente… Col tempo svilupperete una serie di risposte standard per le emergenze, e una certa destrezza nel ricondurre il discorso verso una carreggiata qualsiasi, ma non illudetevi: qualcuno riuscirà sempre a lasciarvi interdetti.

10) Se alla fine firmate le copie vendute, chiedete sempre a chi dovete dedicare. Sempre. Anche se credete proprio di ricordarvi chi è la persona che avete davanti. Soprattutto se credete di ricordarvene. È brutto abbastanza fare una gaffe a voce, e credetemi: non volete farla per iscritto sulla copia del vostro libro che la vittima ha appena comprato.

Ecco qui. Non è tutto quello che può succedere, ovviamente, perché non c’è limite a quello che il Cosmo può decidere di scaraventare nella vostra direzione mentre presentate un libro, ma queste sono alcune evenienze più comuni di altre. Mi pare che mi sarebbe piaciuto sapere di dovermele aspettare, quando ho iniziato a presentare libri. Non avrei potuto fare nulla per evitarle, si capisce, ma almeno mi sarei risparmiata qualche episodio di tachicardia acuta.

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* E, per il caso, non è una cattiva idea prendere accordi per una domanda qualsiasi con un complice seduto in platea. Non è necessariamente detto, ma è frequente che il pubblico aspetti soltanto un apripista…

angurie · grillopensante

Spaventi, Paure, Brividi & Terrori

scary-reading-illo-450x313Mi è capitato di discutere di paure visive e paure per iscritto, e A. considerava che spaventarsi davvero leggendo è qualcosa di raro e abbastanza singolare – a differenza dello spaventarsi davanti a un film.

E io ho dovuto dissentire.

Non ho difficoltà ad ammettere che è inverecondamente facile levarmi il sonno, ma farmi paura per iscritto è forse persino più facile che farlo per immagini.

Il dizionario Treccani definisce la paura come

Stato emotivo consistente in un senso di insicurezza, di smarrimento e di ansia di fronte a un pericolo reale o immaginario o dinanzi a cosa o a fatto che sia o si creda dannoso,

e immagino che noi oggi si ricada in un caso particolare di pericolo immaginario… Voglio dire, da bambina credevo davvero che una guerra nucleare potesse scoppiare da un giorno all’altro*, mentre adesso ho una visione un pochino più sana della possibilità, ma non per questo ho smesso di evitare come la peste le storie post-apocalittiche. Quindi si direbbe che il pericolo immaginario vada definito in modo piuttosto lato: non è solo questione di credere a un pericolo che di fatto non esiste (o almeno non troppo), ma anche di perdere il sonno su un pericolo puramente ipotetico.

ghoststoriesD’altra parte, per dire, non credo assolutamente ai fantasmi e le storie di fantasmi mi piacciono molto – ma guai a leggerle dopo il tramonto. E sottolineo leggerle. E qui siete anche autorizzati a sghignazzare alle mie spalle, se vi va, ma siamo arrivati al punto in questione.

Prendiamo un film come The Others, storia di fantasmi se mai ce ne fu una e your mileage may vary, ma personalmente la trovo anche piuttosto angosciante. Sì, sì, lo so: sono una mozzarella. E tuttavia non ho perso notti di sonno per The Others, mentre una storia relativamente innocua come Oh, whistle and I will come to you, my lad di M.R. James, letta di notte, mi costrinse anni orsono a varie notti insonni e con la luce accesa. In età adulta. E anche The Others l’ho visto dopo il tramonto, ma in qualche modo – in qualche modo, su di me la suggestione della parola scritta è più forte di quella delle immagini.**No ILL

O quanto meno, non è meno forte. Credo di avere già parlato della mia seria fobia nei confronti dei R-, le orribili bestie con otto zampe, di cui davvero non so indurmi a scrivere il nome per intero – salvo forse in Inglese… Per qualche motivo spider, senza quell’orribilmente suggestivo gruppo -gn, suona abbastanza asettico perché possa indurmici. Ma persino leggere la parola per intero è abbastanza al di sopra delle mie possibilità, e tendo a saltare pagine e capitoli interi nei romanzi in cui compaiano bestie a otto zampe, e a quattordici anni, per attraversare l’infestatissimo Bosco Atro, dovetti ricorrere all’aiuto di qualcuno*** che mi leggesse il capitolo in questione ad alta voce, e tuttora non posso toccare la parola r-, stampata o scritta, più di quanto possa toccare una fotografia. Persino sentirne parlare mi mette molto a disagio.

E se da tutto ciò vi siete fatti l’idea che soffra di una forma ridicolmente accentuata di fobia, non so darvi torto, ma il punto è e resta che la parola ha su di me lo stesso potere dell’immagine – quando non addirittura di più.

NightmaresImmagino che sia perché, rispetto all’immagine, la parola scritta lascia più spazi bui da riempire – con il mio personale genere di paure? In fondo l’immagine è quello che è, e tende a mostrare più di quanto suggerisca… È quel che non so (e di conseguenza sono libera d’immaginare nel peggiore dei modi) che mi spaventa.

E per di più, mentre sono perfettamente capace di venirmene via da un film che mi dà la pelle d’oca, quando si tratta di libri non ho altrettanto buon senso, e continuo a leggere pur sapendo che poi avrò gli incubi…

Per cui sì, è più facile che mi spaventi con un libro che con un film, e negli anni ho imparato: niente apocalissi e postapocalissi, thank you very much, e meno distopie che sia possibile; niente horror, niente che contenga r- e fantasmi solo prima del tramonto. Poi ci sono sempre gli incidenti, le deviazioni inaspettate e la gente sadica, ma nel complesso la strategia difensiva funziona.

E voi? Ve ne siete mai rimasti insonni a occhi spalancati nel buio, chiedendovi perché diavolo avete dovuto leggere proprio quel libro? O, senza arrivare a questo – e più interessante – vi spaventate per iscritto, o no?

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* E scoprire a dieci anni che è molto più facile farsi prendere sul serio se si dichiarano paure un nonnulla più generiche…

** Del perché invece scrivere di fantasmi dopo il tramonto non mi faccia nessun effetto particolare, magari parleremo un’altra volta.

*** La mia meravigliosa nonna, per la cronaca – che, vedendomi abbandonare di colpo un libro che avevo divorato con inverecondo entusiasmo, e scoprendone il motivo, mi propose: “E se te lo leggessi io, finché non siamo fuori dal bosco?” E così fece – censurando tutto quel che non andava bene e conducendomi in salvo fuori da Bosco Atro. La mia eroina.

grilloleggente

Dieci Personaggi Letterari Che Detesto

img274A volte vado fuori a cena con gente anche più squadrellata di me, si fa tardi chiacchierando e al dessert si fanno discorsi così. Chi sono i personaggi letterari che detestiamo? Quelli che proprio ci danno l’orticaria? Quelli con cui non vorremmo mai ritrovarci a condividere uno scompartimento in treno – let alone una vita intera? Ecco, questa è la mia lista.

1) Il Pio Enea. Lo so, l’ho già citato altrove, ma non posso farci nulla. Alla sola idea del Pio Enea mi va il latte alle ginocchia e poi si caglia. Questo abbandonatore seriale di mogli e regine, questo rapitore di fidanzate altrui, questo sopraffattore di nemici in combattimento sleale… e ci si aspetta anche che lo ammiriamo.

2) La Piccola Nelln in The Old Curiosity Shop. Non so immaginare che cosa avesse in mente Dickens quando l’ha scritta, questa statuina di zucchero. Eppure pare che all’epoca le folle fossero così ansiose di commuoversi sul fato dell’Angelica Orfanella! Ogni volta che penso alla folla che aspettava i transatlantici al porto di New York per sapere dai passeggeri se la Nell di Boz fosse morta, mi viene in mente Oscar Wilde: “Bisogna avere un cuore di pietra per leggere la morte di Nell senza ridere.”

3) Amelia Sedley, nella Fiera delle Vanità. Quanto bisogna essere stupidi per non accorgersi che George è un idiota fatuo, per credere pervicacemente che Becky sia una cara ragazza, per non vedere nemmeno il povero e devoto Dobbin? Che poi, ripensandoci, anche il povero e devoto Dobbin merita la sua parte di biasimo: quanto bisogna essere stupidi per innamorarsi di Amelia e restarlo per decadi?250px-Jenny_Dolfen_-_Frodo_Baggins

4) Frodo Baggins. Frodo parte innocuo, simpatico e leggermente buffo, da buono hobbit. Poi comincia ad assumere quel contegno nobile e sofferente e superiore e, ad essere del tutto sincera, da metà de Le Due Torri in poi sono pronta a buttarcelo io, giù da Monte Fato.

5) Il Piccolo Lord Fauntleroy. Oh, per amor del cielo! E’ davvero signorile, da parte del nonno, non affogare l’impiastro nello stagno delle carpe.

6) Antonio, l’eponimo Mercante di Venezia. Non è che Shylock sia una cara persona, ma Antonio che lo insulta e lo umilia, salvo supplicarlo di prestargli il denaro e di concedergli la proroga, per poi tornare agli insulti e alle umiliazioni nel momento in cui è fuori pericolo, è insopportabilmente peggio.

7) Pollyanna. Lei e il suo gioco della felicità. Lo so: si suppone che la trovi tenera, adorabile e un monumento all’ottimismo, ma credo che a questo punto si sia notato che possiedo un certo quale spirito di contrarietà. Più l’autore m’ingiunge di adorare un personaggio, più è facile che lo detesti.the_sorrows_of_young_werther

8) Il Giovane Werther. Sveglia, ragazzo, sveglia! Intanto che lui ci rimugina su, che bacia i bigliettini e si fa andare la sabbia fra i denti, che gioca con i fratellini, Lotte ha sposato un altro. E credete che lui si rimuova? Nemmeno per idea. Resta lì, rende infelice sé stesso e Lotte, e anche Albrecht, che non ha nessuna colpa. E per coronare il tutto, si suicida con la pistola di Albrecht, chiesta in prestito a Lotte. Bestiaccia meschina!

9) Antonina, nel Count Belisarius di Graves. Come, come, come può Belisario – non dico innamorarsi, ma restare innamorato per tutta la vita di questa donna volgare, intrigante e voltagabbana?

10) Pinocchio. Capisco che è di legno, ma solo io ho l’impressione che si butti con criminale allegria in tutte le situazioni stupide e pericolose che gli si parano davanti? Non sono mai riuscita a dispiacermi per Pinocchio, nemmeno da bambina.

Ecco qui. Mi si dice che dovrei detestare la gente malvagia, non le brave persone, non i protagonisiti eponimi, non le deliziose bambine e i valorosi eroi. Che posso farci? Si vede che, nella mia percezione tortuosa, ci sono crimini peggiori delle azioni malvagie propriamente dette. Magari, come diceva il mio maestro delle elementari, sono dura d’animo.

E voi, o Lettori? Che gente di carta detestate?

libri, libri e libri

Pasqua Per Iscritto

Hand-Written-Easter-Eggs-587x395Cominciamo col dire che Pasqua non è Natale: non ci sono legioni di autori ansiosi di servirsi dell’atmosfera pasquale per ambientarci qualche bella scena commovente e significativa. Sarà perché, tutto sommato, si associa molto meno mistero, magia ed emozione a Pasqua? Non intendo questo da un punto di vista religioso, naturalmente, ma è un fatto che non esiste nemmeno una “atmosfera pasquale” propriamente detta. Primavera, sì, violette, uova e pulcini, e le processioni del venerdì santo con le fiaccole, ma non lo si può negare: c’è molta meno suggestione emotiva. Per verificarlo a livello molto spicciolo, basta contare il numero di spot pubblicitari che capitalizzano su Pasqua: tolte le uova di cioccolato, nulla, zero, zip.

Ciò detto, in letteratura?

Untitled 1Prima di tutto, sembra esserci più poesia che prosa. Se si cercano poesie pasquali, si parte da Jacopone da Todi, ma poi si trova parecchio fra Otto e Novecento: in ordine sparso, Manzoni, Pascoli, Christina Rossetti, Browning, Ada Negri, Gozzano, Yeats, per citarne qualcuno.

In prosa va peggio.

C’è un racconto di Checov che si chiama Vigilia di Pasqua, ma trattandosi di Checov è tutto fuorché quello che ci si aspetta.

C’è la Pasqua di Strindberg, che per chiunque altro sarebbe feroce e desolata, ma trattandosi del buon August è quasi lieta. Se non altro non finisce con un conto cadaveri.

C’è la Settimana Santa religioso-mondan-adulterina degli Uzeda ne I Viceré, dove si descrivono minutamente i riti, Consalvo fa il chierichetto, e il Conte Raimondo corteggia donna Isabella Fersa persino nella canonica del Duomo.

C’è la Pasqua povera dei Malavoglia, col debito da pagare, i fiori per tutta festa, e il triste matrimonio della Mena.

Hanno Ammazzato Compare Turiddu!.jpgC’è la mala Pasqua sanguinosa di Cavalleria Rusticana, col duello campagnolo tra Alfio e Turiddu (prima della messa nel racconto, subito dopo nell’opera, perché non si buttano via le occasioni musicali…)

E c’è la Pasqua in collegio di Emi Mascagni che, fedele al suo stile, personifica i giorni della settimana santa: martedì è un discolo, mercoledì ha un’aria d’importanza, giovedì è sordo e amaro, venerdì triste… e tutti si aggirano per il Collegio, osservando non visti (ma sentiti assai) i preparativi di ragazze, insegnanti e servitù.

In definitiva, quella della Mascagni è la Pasqua più emotiva – e la più lieta, – quella di Checov è molto russa (e con questo abbiamo detto tutto), e le varie Pasque siciliane comportano vari gradi di amarezza. Per trovare un trattamento più strettamente religioso – ma per nulla narrativo – del tema bisogna rivolgersi alla poesia, per trovare della letizia… francamente non saprei.  61zqkLA+NxL._AC_UL320_SR224,320_

A meno di voler considerare un caso completamente diverso, vale a dire i gialli medievali. Non ricordo il titolo, al momento, ma uno dei misteri di Fratello Cadfael, di Ellis Peters, è ambientato attorno ai preparativi per la Pasqua, e non mi stupirei se qualcosa di simile avesse fatto anche Candace Robb. Questi vanno a finire bene, nel senso che l’investigatore scopre sempre il colpevole, e la Pasqua serve più che altro per il valore dello sfondo storico e particolare, essendo Cadfael un monaco benedettino, e Owen Archer il capitano delle guardie dell’Arcivescovo di York. Quindi, ci sono ma fanno testo fino a un certo punto: l’Inghilterra in questo caso recupera come fondale il suo passato cattolico, e forse alla fin fine la questione si è che alla Pasqua letteraria è mancato un Dickens?

Una cosa sembra certa: il lieto fine a Pasqua è decisamente un bestia rara e, considerando che festa di risveglio, risurrezione e nuovi inizi sia, la faccenda è quantomeno bizzarra, nevvero?

libri, libri e libri

Libri di Famiglia

dersu-uzala-0-230-0-345-cropTre anni fa – o per la precisione tre anni e tre giorni fa – postavo di giornate ventose e di Buzzati, e del modo in cui Buzzati avesse figurato nella mia infanzia, tramite il mio buzzatianissimo babbo.

Poi nei commenti si parlava con D. di libri e genitori, e io concludevo dicendo che una volta o l’altra averi raccontato l’assai meno idillica stroria di mio padre, Dersu Uzala e me… As I said, sono passati tre anni e tre giorni – ma eccomi qui. Dersu Uzala.

Se non sapete di che si tratta, non agitatevi: non credo che siamo precisamente legioni ad aver letto il noiosissimo libro del capitano Vladimir K. Arsen’ev… Io sì – o non starei scrivendo questo post – ma non di mia iniziativa.

DersuCapitò, alas and alack, che ce ne fosse un’edizione scolastica tra le pile di libri per l’Ora di Narrativa che ogni anno le case editrici mandavano in visione a mia madre insegnante. Mio padre questa storia di esplorazioni russo-asiatiche l’aveva letta con gran gusto, e la citava spesso (di solito quando andavamo per boschi – ma non solo), e aveva apprezzato molto anche il film omonimo di Kurosawa… quando vide il librino, con un fotogramma del film in copertina, lo estrasse dalla pila e me lo mise in mano.

“Ah, leggi questo,” disse. “Vedrai.”

E lo metto in corsivo per sottolineare come fosse il genere di “vedrai” che di solito prometteva meraviglie… Ebbene, a otto o nove anni non solo ero una bambina obbediente, ma nutrivo anche molta fiducia letteraria nei miei adulti. Per di più, come dicevo sopra, tutta la faccenda era spesso citata e dunque in parte familiare: era come conoscere finalmente qualcuno di cui si era tanto sentito parlare. Così mi misi a leggere… e mi annoiai oltre ogni dire. Dersuuzala

Ora, sono passati parecchi anni, ma mi par di ricordare che il buon Capitano Arsen’ev raccontasse con passo assai sedato e soporifera dovizia di dettagli, indugiando all’infinito sull’abilità e preternaturale saggezza della sua eponima guida indigena… e sono ragionevolmente certa che nulla succedeva – o non granché. Così piccola, e già ossessionata dalla fabula…  Ad ogni modo, finii il libro, perché i libri si finivano sempre, e poi comunicai a mio padre che no, non mi era piaciuto molto.

“Mi sono annoiata,” dissi.

La reazione non fu particolarmente buona. Mi ero annoiata? Come potevo essermi annoiata? Un libro così bello, così poetico, una storia di viaggi ed esplorazioni, e quest’amicizia tra il narratore e Dersu… Come potevo? Di certo non lo avevo letto bene?  Come dicevo nel commento al post su Buzzati, è del tutto possibile che una lunga carriera nell’Esercito renda  impervi alla possibilità che un libro che si adora possa non essere proprio la tazza di tè di qualcun altro… il mio babbo proprio non si capacitava che Dersu non mi piacesse, e riteneva suo dovere convincermi del contrario.

dersu-uzala-md-webPeriodiche insistenze perché rileggessi, discussioni, sarcasmo, ricatto morale, baratti*, il film… non c’erano molte tattiche a cui il genitore non fosse disposto a ricorrere nel suo zelo missionario – senza cogliere che più lui insisteva, più si cementava la mia avversione per il povero Dersu. Si cementava al punto che ancora oggi, la sola idea di riprendere in mano il libro mi scombussola: da un lato, sarei curiosa di vedere se, da adulta, possa vederlo diversamente; dall’altro, la reazione automatica è la fuga…

E alla fin fine non lo so: immagino che, a suo modo, anche Dersu Uzala sia un libro che ho in comune con mio padre. Non come lui avrebbe inteso, surely, ma in più di una maniera difficile da ignorare, attraverso svariati decenni. Tra le altre cose, fu un’esperienza miliare del fatto che i miei adulti non sempre avevano necessariamente ragione – almeno non in fatto di libri… Di sicuro anche questo conta, non pensate?

Voi che ne dite, o Lettori? Libri in comune – nel bene e nel male…?

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* “Io leggo X se tu rileggi Dersu…”

 

libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Noi

Jensen.jpgPer varie ragioni – tutte piuttosto contorte – nel corso del finesettimana mi è capitato di riprendere in mano La Leggenda degli Annegati, di Carsten Jensen (Rizzoli, 2007), che è un libro singolare e affascinante.

La storia è epica, crudele e un po’ cupa, e segue le vicende di una cittadina danese e dei suoi abitanti, tutti pescatori e marinai, dal 1848 (con tutto quel che la data comporta) fino alla Seconda Guerra Mondiale. A Marstal le generazioni si susseguono, la gente nasce, muore, va in guerra e qualche volta ne torna, le navi vengono costruite, fendono il mare, fanno naufragio o vengono messe malinconicamente alla fonda. Il romanzo ha un passo e un respiro imponenti, quasi à la Conrad, ma non è questo il punto.

Le descrizioni sono nitide, taglienti e luminose, come se fossero incise nel vetro. Cose come “Holger Jepsen era piccolo, Era nerboruto come se lo scheletro fosse stato avvolto di canapi, ma era gracile a vedersi.” Oppure “Il mare era gelato, come se la piatta isola crescesse e cercasse di fondersi con tutte le isole circostanti”. Molto uso di similitudini, molta asciuttezza, molte sfumature di bianco, grigio, azzurro e nero, molta luce nordica, chiara e impietosa. Molto bello, ma nemmeno questo è il punto.

Dialoghi e personaggi suonano fuori dal tempo, ma non perché siano anacronistici: hanno la rigidità deliberata del ghiaccio, dei panneggi di stoffa pesante, o del linguaggio dei miti. Il risultato è efficace e vivido, ma neppure questo è ancora il punto.

Il punto… well, se volete conservarvi la sopresa forse vi conviene fermarvi qui, e tornare a discuterne con me dopo che avrete letto il libro.

Siete ancora qui?Sailors

Well, then, se non tenete particolarmente alla sorpresa – o se volete sapere che cosa aspettarvi, allora diciamo che il punto è quella prima persona plurale, quel “noi” che fino a pagina 501 funge da voce narrante. Chiunque sia il personaggio al centro della narrazione, nella scuola del villaggio come sulla tolda di un mercantile, il narratore è sempre Noi. Gli uomini di Marstal, l’equipaggio di una nave, il reggimento… Noi. È come se fosse sempre Marstal a raccontare, non tanto con i suoi vivi quanto i suoi morti: eccoli, gli annegati, perduti in mare mentre la città fioriva e decadeva, che ancora fanno causa comune con i vivi per raccontare le loro leggende. Ma quando il senso della comunità sparisce, quando la città perde le sue tradizioni, quando le navi a vapore scacciano dal mare i velieri, allora il coro narrante svanisce, sostituito da una narrazione in terza persona limitata. Allora, tra pagina 501 e 502, in qualche modo, il colore e il tono della storia cambiano. Non davvero, perché lo stile rimane lo stesso, ma la voce – ah, la voce è un’altra. O meglio: è una sola, dove prima era un coro  di sussurri. Se anche non ce n’eravamo accorti in precedenza, sentiamo immediatamente il cambiamento – del racconto e di tutto un mondo – nelle prime righe di pagina 502.

Tecnica, meravigliosa tecnica. Non avevo mai visto nulla del genere prima di leggere La Leggenda degli Annegati. Sembra una scelta stilistica da nulla, ma è di una potenza sconvolgente: oh, che cosa non si può fare con le parole, a patto di saperle usare!

libri, libri e libri · Natale · tradizioni

Reading Days

PileofBooksSe nevicasse sarebbe meglio… diciamo la verità: sarebbe perfetto. Ma in mancanza di neve, anche le giornate bigie e ventose vanno tutt’altro che male per i miei Reading Days.

Tecnicamente sono iniziati ieri – ma ieri mi sono dedicata a finire i due libri che devo recensire per la HNS e con i quali, come mio irritante solito, mi sono ridotta all’ultimo momento utile. Non che sia stato tragico: uno dei due era gradevolmente innocuo, e l’altro notevole e ne riparleremo.

Ma oggi – oggi è il primo vero e proprio Reading Day…

Ecco, a dire il vero ci sono ancora di mezzo gli ultimissimi ritocchi al romanzo, ma nondimeno. E quindi oggi si comincia con The Capricorn Bracelet, trovato sotto l’albero, perché senza un pochino di Rosemary Sutcliff non sarebbe vacanza, e perché è una raccolta di racconti sui Romani in Britannia, molto à la Kipling.

Pilesof BooksSotto l’albero c’era anche At Day’s Close, in cui Roger Ekirch racconta il rapporto dell’umanità con la notte attraverso i secoli e i millenni – e anche questo promette bene assai.

E poi c’era Her Majesty’s Will – un’avventura di spionaggio elisabettiano, scritta da David Blixt che, da bravo attore shakespeariano, si è anche divertito a portare il suo romanzo in scena. E poi una raccolta di racconti di Harlan Ellison, giunta con criptiche assicurazioni che mi rendono curiosissima. E poi…

E poi sul Kindle ci sarebbero metapile di cose che aspettano di essere lette, ma farò bene a fermarmi qui, perché non è come se i Reading Days potessero durare fino al disgelo… Sarebbe bello, però, non vi pare? Sapete quei discorsi sul ritrovarsi su un’isola deserta con nient’altro che libri – cartacei or otherwise? Be’, ecco: considerando le mie scarse attitudini pratiche e la mia seria fobia per gli insetti, non credo che, spiaggiata su un’isola deserta, saprei sopravvivere abbastanza a lungo da dedicarmi alla lettura. A meno che non fosse un’isola shakespeariana, dotata di un Ariel molto efficiente… Cottage2

Ma, tutto considerato, all’isola in questione preferirei di gran lunga un cottage immerso nella neve. Voglio dire, si può essere bloccati dalla neve in posti ben equipaggiati, con provviste, legna da ardere, tè in abbondanza – e magari anche un generatore di corrente. E libri non rovinati dall’acqua salata.

Per cui niente isole, grazie tante: un cottage nella neve…

Ma qui non nevica, alas. Al massimo piove e tira vento – ma ce lo faremo bastare.

Fate conto che nei prossimi giorni non ci sia granché, volete?

Sto leggendo.

 

libri, libri e libri

In Un Libro

InsideaBookCi sono quei – più o meno rari, più o meno felici – momenti in cui ci si ritrova in una situazione descritta in un libro.

La faccenda può funzionare in due direzioni diverse. La più comune è quella in cui si legge qualcosa, una scena, una descrizione, un tratto di caratterizzazione, e si pensa “oh, anch’io!”: in pratica, si ritrova la propria esperienza narrata per iscritto. In realtà succede in continuazione, al punto che non ci si fa più nemmeno troppo caso, perché lo scrittore tende a descrivere la natura umana e l’umano comportamento in qualche grado di realismo proprio per consentire al lettore di identificarsi con i personaggi. Per lo più, il lettore se ne accorge in due tipi di situazione: quando questa specie di territorio comune manca – per scelta deliberata o per incapacità – e allora la caratterizzazione dei personaggi diventa illeggibile; oppure quando si ritrova descritto qualche tratto o esperienza che si credeva essenzialmente proprio, e invece è lì, scritto e stampato. Il secondo caso non è necessariamente una bella sorpresa: può dare un senso di appartenenza e riconoscimento – oppure… mi viene in mente la scena de La Santa Rossa, di Steinbeck, in cui Henry Morgan scopre che anche i suoi uomini desiderano Panama con la stessa intensità con cui lui la vuole. Morgan non è eccessivamente grato al suo secondo per la rivelazione e, come a lui, a tutti può capitare di storcere la bocca nello scoprirsi un po’ meno unici di quanto si credesse.

La seconda direzione è quella opposta, molto più nonsense, molto più straniante. Ci si trova in una situazione e, all’improvviso, ci si rende conto di averla già incontrata – in un romanzo. È straniante perché si legge sempre con l’incredulità sospesa, e quindi si distingue sempre ciò che sta tra le pagine di un romanzo e ciò che ci si aspetta d’incontrare nella realtà. Quando capita che le due dimensioni s’intersechino, un minimo di soprassalto è inevitabile.

Per dire, ricordo una lunga camminata per Lavapiés in un tardo pomeriggio caldissimo, in cui il sole madrileno esaltava tutti gli odori, i rumori e le prossimità. La sensazione di essere in un romanzo di Perez-Reverte era straordinariamente forte. Bastava socchiudere gli occhi per ritrovarsi nel Seicento di Alatriste* , uno qualsiasi dei romanzi.

E già che ci siamo, potrei anche confessare che secoli fa, in Collegio, mi sono ritrovata nella corrente di una porta aperta. Indossavo una gonna lunga molto leggera, e l’aria la agitava facendo ondeggiare l’ombra nel quadrato di sole sul pavimento. Ero lì che contemplavo la mia ombra (e mi giravo cercando l’effetto migliore) quando mi sono sentita osservata e, girandomi, ho trovato la rettrice che mi guardava con le sopracciglia sollevate. Avete presente la scena de La Rivolta nel Deserto in cui Lawrence sta ammirando la propria ombra negli abiti arabi che Ali gli ha appena regalato, e viene sorpreso da Auda? Ecco…

Meno imbarazzante è stata la volta in cui, davanti al teatro Pergolesi di Jesi, mi sono ritrovata per la prima volta in mezzo a una compagnia di melomani, gente che si ritrova soltanto all’opera, chiama i cantanti per nome e ricorda la Traviata del ’71 a Parigi, il Lohengrin di Vienna e la Bohème di Torino, quando quel soprano bulgaro sbagliò il mi bemolle. Quando avevo letto Buio In Sala, di Camilla Salvago Raggi, avevo preso la descrizione dell’ambiente con il proverbiale grano di sale – grano di sale esploso con notevole botto a Jesi.

InsideaBook2Ora, tutto ciò non ha necessariamente molto a che fare con l’esperienza pratica: non molti di noi hanno accoltellato un re o persuaso il coniuge a farlo, ma tutti abbiamo familiarità con i terrori notturni, il rimorso, la disperata volontà di convincersi che tutto va bene e il terribile desiderio di poter tornare a un istante prima che le cose cambiassero irreparabilmente. Ergo, se stessimo parlando di tecniche narrative, anche nella più lontana e improbabile delle situazioni, reazioni e comportamenti dei personaggi dovrebbero essere tali da far vibrare in risposta qualche corda dell’animo del lettore – al momento o, semmai, più tardi.

E voi, o Lettori? Mai ritrovati dentro un libro?

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* E tutto sommato bastava riaprirli per decidere che un sacco di cose non sono poi cambiate troppo negli ultimi quattro secoli…

il Palcoscenico di Carta · teatro

E Stavolta, Pirandello

LocSmallMaggio torna e il PdC rimena…

Yes, well – I know, ma non mi sono trattenuta. E comunque è del tutto vero: torna il Palcoscenico di Carta, e questa volta festeggiamo il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Pirandello.

Dal 2 al 16 maggio, alla libreria IBS+Libraccio di Via Verdi a Mantova, leggeremo I Giganti della Montagna, dramma incompiuto a cavallo tra fiaba e teatro nel teatro…

Per il PdC è un altro esperimento: per la prima volta ci avventuriamo  fuori dal repertorio elisabettiano – come d’altra parte ci eravamo sempre ripromessi di fare. Una volta di più, ci saranno gli attori dell’Accademia Campogalliani e quelli di Hic Sunt Histriones, e un’abbondanza di parti, grandi e piccole, per chiunque voglia lanciarsi e leggere con noi.15193449_1104584129658135_891963327258587953_n

Perché questa è l’idea del PdC: leggere teatro ad alta voce, in gruppo, sperimentando in modo diverso testi che non si vedono tutti i giorni…

Volete provare? E allora iscrivetevi usando il form che trovate a questo link. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Se invece volte ascoltare (e magari decidere di provare la prossima volta, perché le parti vengono riassegnate a ogni lettura), dovete solo raggiungerci in libreria – martedì 2, 9 e 16 maggio, appena prima delle 18.

grilloleggente · libri, libri e libri

Riletture

RereadYellowParlavamo qui di riletture, e in un caso di serendipità quasi perfetta, mi è capitato di conversarne proprio ieri e a tutt’altro proposito. E nel corso della conversazione ho detto che il gusto di rileggere è, quand’anche non fosse nient’altro, la dimostrazione di un fatto: non conoscere il finale non è il fattore chiave del piacere di leggere. Ripensandoci, però, forse la faccenda è un nonnulla più complessa e merita che ci si rimugini un po’ su.

Allora, vediamo. Intanto, non tutti rileggono. Mio padre era un rilettore compulsivo: molti dei libri che erano suoi si riconoscono dalle rilegature: hanno visto parecchio servizio. La mia amica C., in compenso, non ha mai riletto un libro in vita sua “perché una volta letto è letto: quel che vale la pena resterà, quel che si dimentica non valeva la pena.” E si dice che nel corso della sua (breve) vita il generale vandeano Henri de la Rochejaquelein non abbia letto e riletto altro che le memorie di non so più quale illustre stratega seicentesco. Forse non conosceva San Tommaso d’Aquino, che trovava un po’ inquietante lo hominem unius libri.

In secondo luogo, non tutto si rilegge. Ci sono libri che diventano gente di famiglia, a cui si torna ancora e ancora in cerca di conforto o di guida; ci sono libri della cui bellezza non ci si stancherebbe mai e allora ogni tanto ci si concede una rilettura nello stesso spirito con cui si torna alla National Gallery ogni volta che si passa per Londra; ci sono libri associati a un momento particolare, che si rileggono per ritrovare un’atmosfera che può essere interna al libro oppure aggiunta da circostanze ormai vecchie di anni*; ci sono storie così buffe o così commoventi che le si riprende in mano per sollevarsi il morale o per piangere un pochino; ci sono esempi così perfetti di trame o personaggi o ambientazioni che ci si ritorna per studiare come diamine sono stati fatti; ci sono capitoli, scene e descrizioni prediletti, ci sono pagine stagionali al limite del rituale; e poi ci sono libri che si sarebbe curiosi di apprezzare più di quanto si sia fatto a una prima lettura.rereadblue

La mia teoria generale in proposito è che anche per il più accanito dei rilettori, anche nel caso della rilettura più perfetta, leggere e rileggere siano due attività profondamente diverse. La prima lettura è un’esplorazione, un incontro e una continua scoperta, una faccenda piena di thrills e di sorprese – e non mi riferisco al non sapere come va a finire. O almeno non solo, perché in realtà è questione di ogni svolta della trama, ogni tratto di caratterizzazione, ogni battuta di dialogo, ogni metafora e ogni aggettivo. È, nei casi più felici, quel genere di sospensione che tiene il lettore alzato per una notte intera, che gli fa divorare pagina dopo pagina dopo pagina, che gli fa aspettare con ansia il momento in cui potrà tornare a leggere. E che, per converso, gli fa rallentare i ritmi mano a mano che le pagine diminuiscono – per timore di finire troppo presto. È una specie di primo amore e, una volta passato non torna più.

La rilettura è un’altra questione. La rilettura è più analitica e più sottile Si ricercano le gioie della prima volta e se ne osservano le ragioni. Si notano gioie nuove, strati più profondi, e particolari minuti che erano sfuggiti la prima volta. Si assapora, si setaccia e si categorizza. Si ricorda e si voltano gli angoli – I mean, le pagine – con la stessa piacevole anticipazione che si sente nel tornare in luoghi conosciuti. La familiarità del paesaggio generale consente di approfondire la conoscenza dettagliata e, se qualche volta si sospira per la perduta fiamma della prima volta, tuttavia ci si conforta con il piacere di scavare ancora un po’. E se il libro è abbastanza complesso e le riletture sono giudiziosamente distanziate, ci sono buone probabilità di trovare ancora qualche nuova sorpresa ogni volta – semidimenticata o solo nascosta dove non era mai capitato di guardare prima.

Alla fin fine, non è poi così diverso dal rapporto con una persona, vero?

7ca158176ce9d91067607e4cece866e0E sì, io rileggo. Rileggo Lord Jim, rileggo Canto di Natale ogni notte di Vigilia, rileggo i racconti di Kipling, rileggo Shaw, Shakespeare, Schiller e Marlowe. Rileggo Durrell nelle giornate nere. Rileggo persino certa Agatha Christie for Englishness’sake. E se un autore ha scritto un romanzo storico in tutto il suo corpus, è quello che vado a rileggere. Rileggo Rostand e certo Burgess, rileggo Graves e Runciman. Rileggo Emi Mascagni, La Freccia Nera o The White Boar attorno a Pasqua. Rileggo il finale de La Cripta dei Cappuccini – e ogni volta mi commuovo. E rileggo poesia – ma quello è un cavallo di tutt’altro colore. E ultimamente ho riletto bocconi e spizzichi di Ronald Blythe, perché avere in mente il favoloso ritmo della sua voce narrante mi aiuta a trovare il mio. E a volte rileggerei di più, poi mi trattengo per il motivo che si diceva: se seguito a farlo, dove troverò il tempo per i libri nuovi?

E voi, o Lettori? Rileggete? Cosa rileggete? Come rileggete? Perché rileggete?

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* E questo è potenzialmente rischioso. A volte lo si fa ed è come tornare in un posto e restarne delusi. Try at your own risk.