Storia&storie

La Chiusura dei Teatri

Il 28 di gennaio 1593, in seguito al preoccupante aumento dei casi di peste a Londra e dintorni, il Privy Council, il consiglio privato della Regina, inviò una lettera alle autorità cittadine, ordinando la chiusura dei teatri fra molte altre cose.

“Riteniamo conveniente,” scrivevano i ministri di Elisabetta, “che ogni genere d’incontro e pubblica riunione per il teatro, i combattimenti degli orsi, le bocce e altri simili affollamenti sportivi siano proibiti.”

Il Consiglio ingiungeva al Lord Sindaco, alle corporazioni e alle parrocchie di pubblicare la misura per proclamazione, e di esercitare speciale vigilanza nei luoghi deputati all’esercizio di simili passatempi. Per chi avesse violato l’ordine, si disponevano l’arresto e la prigione…

A parte il sistema di applicazione… suona familiare? Quattrocentoventisette anni più tardi, sembra proprio che ci risiamo. Le autorità prendono precauzioni – forse non necessariamente le più sensate, ma quelle con cui sperano di contenere il diffondersi di un contagio sulla cui dinamica nessuno è poi troppo sicuro; i teatri si svuotano; la gente si procura i sacchetti di erbe medicinali da tenere davanti a naso e bocca; i barcaioli del Tamigi protestano per il mancato profitto; si isolano i focolai; si compilano liste di contagio e di decessi; si diffida di chi viene da fuori…

Col che non voglio minimamente apparentare il “nostro” virus alla peste bubbonica, e naturalmente sono passati quattro secoli e moneta, la conoscenza scientifica, le comunicazioni, la società sono enormemente cambiate – eppure certe cose…

Non finisco mai di restare affascinata dal modo in cui, per quanto tempo passi, certe cose non cambiano mai troppo.

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(E già che ci siamo, una comunicazioncella di servizio: anche al Teatrino d’Arco le rappresentazioni sono sospese fino a nuovo ordine)

 

 

 

anglomaniac · Londra · posti

Sette Cose Londinesi

There’s no place like London… si canta in Sweeney Todd – e lasciate che ve lo dica: sono d’accordo. Lo sono nel modo in cui il giovane Anthony intende la faccenda, e non alla maniera del diabolico barbiere eponimo – ma forse non c’era tutto questo bisogno di spiegarlo, vero?

Di ritorno da tre giorni e mezzo a Londra, e ancora un po’ stordita dal vortice metropolitano, credo che me la caverò con una piccola lista di spunti, suggerimenti, scoperte, riscoperte, momenti memorabili in ordine sparso.

Andiamo a cominciar:

  1. Trovarsi sull’Isoletta proprio mentre si recidevano gli ormeggi con l’Unione Europea. Non che si sia visto molto in fatto di proteste o festeggiamenti – ma tanti Londinesi così afflitti per la Bexit, così ansiosi di farlo sapere. Il cassiere nel bookshop e la guida alla mostra sui tessuti antichi…  Scoprono di avere a che fare con dei continentali, e devono – proprio devono spiegare che loro avevano votato contro, che è un giorno buio, che non doveva succedere…
  2. Tre musical in tre giorni: la meraviglia, la perfezione, la musica, le interpretazioni stellari, le continue sorprese… Si torna bambini, si guarda incantati ad occhi tondi e bocca aperta. 
  3. La casa-museo dell’architetto e collezionista Sir John Soane a Lincoln Inn’s Fields, colma fino al soffitto (nel più letterale dei sensi) di collezioni d’arte e antichità. Un vero e proprio tuffo in un certo aspetto dell’età georgiana – quella dei collezionisti, degli artisti, dei professionisti-gentiluomini, dei classicisti appassionati, in ascesa social-professionale dopo essere stati grand-touristi low-cost in gioventù.
  4. Cream tea a Covent Garden: scones, clotted cream, marmellata di fragole, buona compagnia e musica dal vivo nella piazzetta…
  5. La mostra dei costumi al National Theatre. Non solo una certa quantità di magnifici costumi teatrali – ma anche strumenti di lavoro, appunti, schizzi, modellini, e frammenti di interviste a designers, sarti e guardarobieri che raccontano un appassionato lavoro creativo, pieno di fantasia e di tecnica superlativa.
  6. Simpson’s in the Strand, il ristorante che vanta il miglior roast-beef del mondo. Ora, non so se questo sia proprio vero – ma di sicuro era delizioso persino per una carnivora riluttante come me. E comunque il posto, arredato come un gentlemen’s club, tutto legni scuri, divanetti di pelle impunturata, legni scuri, argenti, quadri e stampe, ovattato, elegante, con un servizio attentissimo e discreto, è un’esperienza di per sé.
  7. Il capodanno cinese, con i coloratissimi leoni danzanti nelle hall degli alberghi e Soho illuminata da infinite ghirlande di lanterne rosse… e certa gente di vostra conoscenza che, camminando a naso in su, inciampa in una predellina di legno criminalmente abbandonata in mezzo al passaggio, prende il volo e atterra sul marciapiedi come un’anatra abbattuta. Yes, well. Also, una certa quantità di cinesi provvisti di mascherina, a ricordarci che non tutto è a posto.

Perché sì – mentre noi eravamo in giro per teatri e negozi, per musei e ristoranti, in buona e allegra compagnia, impegnati a bagolare di teatro, storia e carattere nazionale britannico, mentre ridevamo, ammiravamo e facevamo scoperte, tutt’attorno le cose succedevano. Uno strappo storico, un’epidemia, un attentato a Stratham… tutto insieme, tutto… .

Un singolare viaggio, non trovate? E una prova in più che davvero, nel bene e nel male, there’s no place like London.

angurie · Genius Loci · scribblemania

Lo Spirito dei Luoghi

Sentite, è la settimana di Ferragosto, ci sentiamo tutti pigri – o almeno, io mi ci sentirei, ma le cose sono messe in un modo tale che non riesco nemmeno a prendermi la mia settimana di lettura…

E allora vi propongo di giocare. Un altro prompt da quel sito che vi dicevo:

PromptCities

E in realtà non penso affatto che Londra sia un monello adolescente – e, semmai, avrei detto che Parigi fosse più femminile di Roma – ma mi torna in mente un libro di Diana Wynne Jones che ho letto secoli orsono, la cui protagonista incontrava gli spiriti dei posti – tra l’altro Londra e Old Sarum… Era un passaggio singolarmente suggestivo, e all’epoca mi divertivo a immaginare gli spiriti dei posti in cui andavo. Il che può essere la stessa cosa che richiede il prompt qui sopra – oppure qualcosa di sottilmente diverso…

Che ne dite, o Lettori? Identità? Lo spirito dei luoghi? E, checché prescriva il post, non sentitevi limitati alla vostra città.

grilloparlante · Storia&storie · teatro

Rivoluzioni a Teatro

Se Hodges ha ragione, se davvero il teatro è il modo in cui l’umanità fa le prove di se stessa, allora non c’è da stupirsi che, come l’umanità, il teatro non sia mai statico, che sempre si muova e cambi, per evoluzioni e rivoluzioni… piccoli cambiamenti incrementali e quotidiani e drammatiche innovazioni che hanno un “prima” e un “dopo”…

Ed è proprio di questo che Mario Zolin e io parleremo alla UTE di mantova per due venerdì consecutivi:

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Comincio io, con Londra, e poi sarà la volta di Mario, con Venezia sarà un viaggio alla scoperta di come le rivoluzioni siano a volte opera di un singolo scrittore o attore – e a volte di un’intera società.

 

elizabethana · libri, libri e libri · teatro

Hodges nella Calza

HodgeShE bisogna dire che sia stata una brava bambina, perché nella calza della Befana (sort of) ho trovato una vecchia copia del bellissimo Shakespeare’s Theatre, di C.W. Hodges. E sarà anche un libro illustrato per fanciulli (vinse la Kate Greenaway Medal nel 1964), ma le meravigliose illustrazioni di Hodges non hanno età, trovo, e rimangono profondamente soddisfacenti. Sono proprio come ci immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano, o immaginiamo l’epoca d’oro del teatro elisabettiano così come facciamo per via di Hodges?

Vedute a volo d’uccello di città (Londra più di tutto, of course), teatri, cortili di locanda e piazze affollate, ricostruzioni di palcoscenici, folle stipate a guardare la scena, attori in prova, in viaggio o all’opera… Si comincia con una succinta storia del teatro dal Medio Evo al Seicento, e poi ci si concentra sull’epoca di Shakespeare: una meraviglia.

Hodges2La mia copia, venduta originariamente da French’s Theatre Bookshop quando era ancora a Covent Garden*, è stata stampata in Austria (chissà perché) per conto della Oxford University Press all’inizio degli anni Settanta. La sovraccoperta ha visto giorni migliori, qualche pagina ha delle pieghe in strane posizioni, e qualcuno ha sottolineato a matita due frasi: una ha a che fare con il carattere essenzialmente religioso all’origine del teatro, l’altra afferma una certa ineluttabile necessità del teatro fra le attività umane, in tutte le epoche e a tutte le latitudini – al di là di tutti i tentativi di soppressione o censura.

Una a pagina otto e una nell’ultima pagina, potrebbero essere due sottolineature fatte più o meno a caso e a titolo dimostrativo da un lettore non terribilmente attento – ma, prese insieme e alla luce di ciò che Hodges dice altrove sul teatro come laboratorio della coscienza umana, fanno quasi un ragionamento logico, nevvero?

Ah well, che devo dire? Sono molto, moto lieta di avere trovato Hodges nella calza.

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* Sadly, French’s non solo non è più a Covent Garden, ma non esiste proprio più, se non online. La primavera scorsa gli affitti troppo alti hanno fatto chiudere i battenti a quella che era LA libreria teatrale di Londra fin da metà Ottocento.

Londra · Shakespeare · teatro

Il Globe, Dicevamo…

globe-todayOh sì – Londra.

Avevo promesso di raccontarvi di Londra, nevvero? Del Globe in particolare…

Ah, il Globe!

Al Globe c’ero già stata. L’avevo visitato un paio di volte, il che è una gran bella esperienza di per sé – ma, per un motivo o per l’altro, non c’ero mai stata per vedere uno spettacolo. Be’, uno dei motivi è il clima: bisogna andarci nella stagione giusta, e nella giusta parte della stagione giusta, perché – com’è fin troppo chiaro – non possiedo la robusta costituzione degli spettatori elisabettiani, che potevano starsene fermi all’aperto per le tre ore dello spettacolo senza pregiudizio. Un altro motivo è che non è carino trascinare compagni di viaggio non angloparlanti a sorbirsi tre ore di Shakespeare in originale, né abbandonarli al proprio destino per le tre ore in questione…

Ma insomma, questa volta la stagione era ragionevolmente giusta ed ero in compagnia della genitrice da cui ho ereditato la mia passione per la letteratura inglese, per cui Globe è stato – e in particolare Much Ado About Nothing. Molto Rumor per Nulla, forse la commedia prediletta di entrambe.

Globe+Full+ColourMa cominciamo con il Globe stesso, e una certa qualità da viaggio nel tempo di tutta la faccenda. Si comincia camminando verso il teatro per le vie affollate di Southwark nel primo pomeriggio, in una maniera che, tolte le macchine fotografiche al collo del turisti giapponesi, non può essere troppo diversa da come andavano le cose quattro secoli orsono… È per questo che, alla fin fine, abbiamo scelto Much Ado invece della pur ugualmente attraente alternativa – un King Lear che però, nei giorni rilevanti, andava in scena soltanto di sera.

E invece volevo uno spettacolo pomeridiano, com’erano tutti nell’epoca delle playhouses all’aperto. Così siamo arrivate a teatro, abbiamo aggirato la coda dei groundlings, gli spettatori da un penny che se ne stanno in piedi nella platea, abbiamo aggirato i venditori di nocciole (se ce ne fossero anche di salsicce, arance e birra non li ho visti…) – ma non quelli di cuscini. Ciascuna con un cuscino sotto il braccio, ci siamo arrampicate su per le scale di legno, fino alla seconda galleria, e ci siamo sistemate sulle panche, con i gomiti sulla balaustra per guardare il palco e la calca di sotto… Oh, non avete idea di quanto fosse emozionante già così.

E poi lo spettacolo.

MuchAdo2“Sarà una produzione tradizionalissimissima,” aveva detto N. nel sentire della mia spedizione… In realtà non ci si può più aspettare nulla del genere da quando la direzione artistica è stata affidata a Emma Rice, un’innovatrice se mai ce ne fu una… magari riparleremo di lei e del Globe, perché è una storia interessante – ma per ora limitiamoci a dire che, ben lungi dall’essere una produzione tradizionale, questo Much Ado diretto da Matthew Dunster era ambientato durante la rivoluzione messicana, e quasi un musical, pieno di musica, danze e canzoni.

MuchAdo7Mi domandavo, a dire il vero, come avrebbe funzionato la trasposizione messicana del quintessenzialmente elisabettiano Globe… ebbene, la mia impressione è che funzioni più o meno come avrebbe funzionato ai tempi di Shakespeare, quando per spostarsi ad Atene, in Illiria o a Venezia bastavano un fondale dipinto, un cartello e un verso in bocca a un personaggio. E quando, va detto, cambiare d’ambientazione una storia era faccenda di ordinaria amministrazione.

Facciamo che eravamo in Messico, e Don Pedro e Leonato erano due capi rivoluzionari, e il fratello malvagio era in realtà Doña Juana, la sorella malvagia… Un pezzo di glorioso make-believe, e lo ripeto: funziona. Funziona in una maniera vivace, colorata, piena di idee, mantenendo l’allegria della commedia e aggiungendoci un filo di famelica malinconia da tempo di guerra.MuchAdo6

Nemmeno del testo abbondantemente riaggiustato sono disposta a lamentarmi. Che Messina diventi Monterrey è quasi obbligatorio nelle circostanze, ma anche le vaste potature e gli aggiustamenti non mi sono parsi terribilmente scandalosi. Di nuovo: non è nulla che le compagnie elisabettiane non facessero praticamente ogni giorno, ed è probabile che quel che ci è arrivato in forma di First Folio non somigli troppo da vicino a quel che andava veramente in scena…

MuchAdoAggiungete ottimi attori (prima tra tutti la favolosa Beatrice di Beatriz Romilly), bei costumi e bella musica, e l’atmosfera specialissima del Globe – e immaginatevi una Clarina felice. Filologico? Nemmeno un po’, ma la filologia sta bene nelle aule universitarie, non sul palcoscenico. A mio timido avviso, il teatro è molto come il diritto internazionale: quel che funziona va bene ed è bello. E Questo Much Ado messicano funziona, eccome.

E io lo sospettavo già da prima, ma adesso lo so con certezza: se fosse appena possibile, passerei felicemente metà della mia vita al Globe, ecco.

 

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angurie · Londra

Sigh…

SnoopyFlu2E naturalmente, essendo una mozzarella con un sistema immunitario da operetta, tre giorni a Londra – pur con bel tempo generale e la più leggera e breve delle pioggerelle – devo pagarla con la prima infreddatura della stagione. Bronchite, forse.

Tosse, raffreddore, mal di gola, febbre…

Immaginatemi ottusa, languida e molliccia, con la testa imbottita di cotone idrofilo, biglie di vetro e prosciutto cotto. Immaginatemi spiaggiata sul divano, avvilita, impaziente, con la sola consolazione della Meraviglia Soriana Minore (che prende molto sul serio il suo ruolo di gatto terapeutico) e di molte tazze di tè. Immaginatemi mentre non riesco nemmeno a leggere per più di dieci minuti di fila senza che mi venga il mal di testa. Immaginatemi tossibonda, rabbrividente e tutto quanto – e, di conseguenza, portate pazienza se non scrivo nulla di significativo.

Vi racconterò di Londra, del Globe, di una certa quantità di altre cose… Ve ne racconterò quando sarò di nuovo in grado di connettere.

Portate pazienza.

Torno a sprofondarmi sul divano.

See you.

 

posti · Storia&storie

Imperi Perduti – Una Collezione

Questo, abbiate pazienza, è un post vagamente sentimentale. Ma il fatto è che l’altro giorno si parlava con C. d’imperi – imperi che finiscono, imperi di cui resta l’ombra, imperi che si sfanno in polvere –  e la discussione mi ha portata a rimuginare sulla mia personale collezione d’Imperi Perduti – o quanto meno sulle ombre che ne ho trovato, in loco, talvolta molto altrove, e tra le pagine dei libri.

lisbon-cathedral.jpgLisbona è una città bizzarra. Triste, grandiosa e trascurata, costellata ancora di rovine del terremoto del 1746, con la sua torre sul Tago, l’Alfama afosa e sudicia aggrappata attorno al rudere del castello, e caravelle dappertutto. Caravelle nei musei, ex voto in miniatura nelle chiese, giostre per i bambini, stilizzate nei marchi, nei simboli – ovunque. L’impressione è di orgoglioso abbandono, come se tutta la città sussurrasse di continuo: che importa? Lasciate che tutto crolli: l’Impero è perduto, che importa, ormai?

A Londra invece si passeggia per lo Strand circondati da edifici dai nomi come Australia House, Zimbabwe House, High Commission of India, Commonwealth Secretariat, Quebec Government Office… e benché sia passato più di un secolo da quando Kipling scrisse il suo Recessional, nei negozi di tè si trovano ancora sacchetti che portano tutti i nomi del mondo, Tuvalu nel Pacifico rifiuta pervicacemente di avere altro sovrano che la Regina d’Inghilterra, le università pullulano dei figli del buon vecchio Commonwealth, e tutta la città pulsa e ferve ancora con l’aria di deliberata alacrità che si confà al cuore di un mondo intero. Se è svanito dagli atlanti, l’Impero qui è vivo in spirito.Komsomolskaya_Square.jpg

A Mosca c’è la piazza Komsomolskaja, su cui si affacciano tre enormi stazioni ferroviarie più una: quella Primi Novecento della linea per Sanpietroburgo, quella a forma di yurta della Transiberiana e la stazione dall’aspetto asiatico della ferrovia di Kazan, a cui si aggiunge un capolinea della metro in stile neoclassico. La piazza è enorme, affollatissima, e a tutte le ore brulica di gente in partenza e in arrivo. Non so se sia ancora così, ma una quindicina di anni fa le halls colossali erano stipate di Russi ed ex-Sovietici di ogni possibile etnia, inverosimilmente carichi di bagagli, rumorosi, seduti per terra, occupati a spingere, a sgomitare e a litigare tra di loro in una babele di lingue. Anche se l’impero è franato ormai ripetutamente, ha lasciato dietro di sé, quanto meno, un centro nevralgico vivo nella Komsomolskaja.

Sbarcando a Sanpietroburgo, poi, si trova (o almeno si trovava quei quindici anni orsono) quel bizzarro fenomeno per cui, persino sulla Nevskij Perspektiv, le facciate dei palazzi sono meravigliose, ma guai a muovere un passo oltre la soglia: dietro tutto è abbandonato e sudicio. L’intera città, con le sue prospettive perfette, Santa Maria di Kazan come una San Pietro nera, i giorni lunghissimi e gli scorci incantevoli, sembra una quinta teatrale: magnifica e fasulla. Viene da chiedersi se l’Impero, quello che intendeva Pietro il Grande, sia mai esistito per davvero.

baalbek-Temple-of-Jupiter.jpgÈ quasi un paradosso che l’Impero di Roma io l’abbia visto per la prima volta in Libano. No, non è vero, naturalmente: ogni volta che torno a Roma me ne innamoro un po’ di più, e però ogni tanto, mentre ammiro i Fori, o la Basilica di Massenzio, o una qualsiasi altra meraviglia, non posso fare a meno di domandarmi – con uno stringimento di cuore – che effetto farebbe la città a un antico Romano che potesse vederla adesso. E la risposta non è confortante: un disperato smarrimento nel vedere i ruderi di ciò che aveva creduto solidamente immutabile*. Forse è per questa malinconia che non penso troppo volentieri all’Impero, quando sono a Roma. Per paradosso, come dicevo, la sensazione è stata tutt’altra quando a Baalbek mi sono trovata di fronte i colossali templi della periferia, dov’era più importante che mai lasciare impronte possenti. All’ombra di quelle formidabili affermazioni di pietra, la possenza di Roma mi ha colpita con una forza sconcertante. Là dove non mi appare smussato dalla storia successiva, l’Impero ha lasciato dietro di sé fantasmi molto solidi, molto indubitabili.

Vienna è sotto molti aspetti un’adorabile città, ma dopo avere letto Joseph Roth non l’ho più vista con gli stessi occhi. L’Impero di Roth, degli Asburgo, delle molteplici etnie raccolte sotto un’idea, l’Impero della mia nonna friulana** che dava a suo figlio i nomi del penultimo imperatore, quell’Impero Cripta.jpgelefantiaco, multilingue, ordinato nel suo disordine, austero, lento e immutabile è morto con Franceso Giuseppe e si è decomposto con la Prima Guerra Mondiale. Certo non è nelle vetrine delle pasticcerie in forma di sacher-torten o pasticcini serviti a legioni di turisti, non è nelle onnipresenti mozartkuegeln, non è nelle figuranti in abito da Sissi che si fanno fotografare nelle piazze e nei parchi, non è nelle canzoni sentimentali che i violinisti suonano nei ristoranti. Dell’Impero Vienna ha sposato un’oleografia edulcorata, consolante per il carattere nazionale e buona per il turismo, tradendo l’idea sovrannazionale, antichissima e variamente sacra. Di quella resta soltanto la Cripta dei Cappuccini nel Neue Markt.

E per finire, ho avuto il dubbio ma indimenticabile privilegio di vedere il crollo di un impero, quello sovietico. Non parlo tanto delle immagini televisive – nemmeno dell’ultimo ammainabandiera della falce e martello dal Cremlino – ma di qualcosa di più piccolo che ho visto di persona: gli sconsolati soldati sovietici in quella che, nell’agosto del 1990, era ancora la Germania Est, naufraghi di uno stato che non aveva di che riportarli a casa né pagare loro uno stipendio. A Lipsia pattugliavano pro forma la stazione, una manciata di Caucasici con le uniformi disordinate e il passo stanco di chi non sa bene che cosa sta facendo. A Dresda, giovanissimi e macilenti, sedevano in fila sulle panchine davanti alla Pinacoteca, inseguendo il sole o l’ombra a seconda dell’ora, perché non avevano dove altro andare nelle ore di libera uscita. A Berlino si sporgevano da dietro la garitta del monumento al Milite Ignoto Sovietico, implorando i turisti (in Inglese molto approssimativo) di comprare una mostrina, una bustina, un paio di guanti… i brandelli del loro Impero in sfacelo. È qualcosa che non dimenticherò mai.

In tutta la sua gloria di ricordi veri e propri, polvere di biblioteca e wishful imagining, questa è la mia collezione. Che volte farci? Ciascuno è sentimentale a modo suo.

E voi? Voi ne avete d’imperi perduti?

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* Mutatis mutandis, non posso fare a meno di pensare alla scena de Il Pianeta Delle Scimmie in cui Charlton Heston scopre sulla spiaggia un frammento della Statua della Libertà. IPdS, e quella scena in particolare, ha dato origine a molti incubi della mia infanzia.

** Friulana e un po’ slovena, truth be told. Ma lei, a detta di suo figlio, si considerava asburgica.

anglomaniac · Londra

Dodici Cose Storico/Letterarie Da Fare A Londra

Piccadilly Circus, West End, London. Vintage LNER Travel posterQuesto post è assolutamente nonsense, ed esce dritto dritto da una conversazione domenicale con gente che condivide le mie stesse ossessioni londinesi. Al momento del dessert (e del malvasia) pareva a tutti noi che sarebbe una deliziosa occupazione accompagnare piccoli e selezionati gruppi di viaggiatori alla scoperta della Londra Letteraria. E Storica*. Al momento del caffè (e del nocino) stavamo già buttando giù programmi…

Ed ecco dunque a voi dodici inconsuete attrazioni londinesi, accuratamente selezionate dai cataloghi della Literary London Touring Company** e presentate in ordine sparso:

1) Una tazza di tè a Paternoster Row, dove Charlotte e Emily Brontë soggiornarono sulla via del Belgio e, giacché si è in zona, quattro passi attorno a St. Paul, dove Shakespeare e Marlowe compravano i loro libri alle bancarelle degli stampatori. Certo, ai loro tempi la cattedrale era molto diversa, ma… LondonTemple

2) Cortilini quadrati, tigli rachitici e porte di studi legali al Temple, sulle tracce dei personaggi del Martin Chuzzlewit di Dickens, e anche di qualche fantasma traslocatore. Di domenica, magnifico coro nella Chiesa Rotonda dei Templari. (Metropolitana: Circle Line o District Line. Scendere a Temple)

3) Il tragitto della Signora Dalloway: da Westminster, attraverso St.James Park (dove si può fare un picnic su una panchina, e gettare pezzetti di sandwich a 56 tipi differenti di anatre), per Piccadilly, fino a Bond Street, e poi di ritorno per St.James (quartiere, non parco), di nuovo a Westminster.

The Map Room in the Churchill Museum and Cabin...

4) le Cabinet War Rooms, praticamente sotto Whitehall: l’incredibile quartier generale sotterraneo da cui Churchill dirigeva lo sforzo bellico durante il London Blitz.

5) Pranzo alla Fitzroy Tavern, in Charlotte Street, per sedersi allo stesso tavolo a cui hanno mangiato (o bevuto) George Orwell, G.B. Shaw e Dylan Thomas. Oppure alla Spaniard’s Inn, a Hampstead, dove pranzarono Stevenson, Byron, Mary Shelley, Constable, vari personaggi del Circolo Pickwick e un gruppo di facinorosi durante i Gordon Riots.

6) Il Dickens Museum, zeppo di manoscritti originali, quadri e cimeli, compreso lo studio di Dickens.London Pollock

7) L’ex Mercato delle Mele a Covent Garden, per via di Eliza Dolittle, e per una visita al negozio di Pollock, con i meravigliosi toy theatres vittoriani. E se si è trovato un biglietto, la favolosa Opera House è proprio dall’altro lato della piazza.

8) La National Portrait Gallery, dove nessuno va mai, e che invece è affascinante, perché consente di vedere in faccia Jane Austen, Riccardo III, Kipling, Rupert Brooke, Michael Faraday, Dickens, Lawrence d’Arabia, Shakespeare e un’infinità di altra gente.

9)Kew Gardens, i magnifici giardini botanici, da visitare con l’omonimo racconto di Virginia Woolf sotto il braccio.

LondonSouthwark10) Una giornata elisabettiana a Southwark – sull’altra sponda del Tamigi – cominciando con una visita al Globe e al ritrovato Rose Playhouse, per poi pranzare a Borough Market e tornare al Globe nel primo pomeriggio per lo spettacolo. Questa è da farsi nella bella stagione – oppure si può sostituire lo spettacolo al Globe con uno a lume di candela all’adiacente Sam Wanamaker Playhouse.

11) Poet’s Corner nell’Abbazia di Westminster, dove sono sepolti Chaucer, Ben Jonson, Kipling, Browning, Thomas Hardy e Laurence Olivier. Ma d’altra parte, tutta l’Abbazia è un’antologia di pietra della storia inglese, oltre che della letteratura.london-docklands-34

12) Il Museum of London, che racconta la storia della città in modo vivido, ricco e vario – e offre una quantità di iniziative: conferenze, concerti, ricostruzioni, teatro, mostre temporanee… ce n’è davvero per tutti i gusti.

Ecco qui. Qualcuna è un po’ fuori dai sentieri battuti, qualcuna è bizzarra, tutte sono state sperimentate personalmente (anche più di una volta). Have a nice time in London!

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* Come dice Michael Fairbanks in Mary Poppins, questo ce l’ho messo io.

** No, ovviamente non esiste. Peccato. Chissà, magari un giorno…

elizabethana · Lingue · Shakespeare Year · teatro

L’Inglese di Shakespeare

ShakespearemainAvete badato alla settimana che è? La settimana più shakespeariana di tutto l’anno shakespeariano…

Venerdì sarà il quattrocentesimo anniversario della morte del Bardo, e quindi non possiamo lasciarci sfuggire la commemorazione, giusto?

E allora parliamo un po’ di lui. Parliamo, per dire, della sua lingua. Insieme all’assenza di libri nel testamento, la lingua è uno degli argomenti prediletti degli anti-stratfordiani. Come poteva il figlio del guantaio di Stratford, con la sua sommaria educazione formale e in un’epoca priva di dizionari, usare con tanta disinvoltura, eleganza e vivacità quasi diciottomila parole distribuite tra i più vari campi della conoscenza e appartenenti a tutti gli ambiti sociali?

Una cosa è innegabile: la lingua di Shakespeare è straordinariamente ricca e vivida, e non si tratta solo del vasto vocabolario. In un’epoca in cui le convenzioni grammaticali erano ancora fluide, il nostro poeta modella la lingua come un filo d’oro, traendone ogni genere di effetti – e contribuendo non poco a codificarla.Buying and selling in Old St Paul's Cathedral

L’Inglese elisabettiano, all’epoca bestia piuttosto nuova dal punto di vista letterario, era strutturato in modo vago, con poca differenza tra scritto e parlato e la più sovrana incuranza per spelling e punteggiatura.  Questo consentiva grande libertà espressiva, perché la lingua scritta rifletteva l’immediatezza e vivacità del parlato – e dubito che qualcuno si preoccupasse delle difficoltà disseminate in ogni testo a beneficio dei posteri.

D’altro canto, il secondo Cinquecento era anche un’epoca di scoperte, aperture, guerre e commerci. Gli eruditi venivano a contatto con nuove idee, e la gente comune, dopo secoli di insularità, si trovava a convivere con stranieri provenienti da ogni parte del Continente.  L’Inglese all’epoca era limitato per il fatto di non essere mai stato davvero un medium letterario, ma essendo una lingua duttile e ferocemente acquisitiva (secondo James Nicol, si nasconde nei vicoli, assalta le altre lingue e scappa con le parole spicciole che trova loro in tasca), di fronte alla necessità di esprimere nuove idee faceva due cose: assorbiva parole altrui, oppure ne creava di nuove. Da un lato, si stima che tra il 1500 e il 1650 l’Inglese abbia acquisito più di trentamila parole dal Latino, dal Greco e dalle lingue romanze e germaniche; dall’altro c’erano poeti pronti a creare tutti i neologismi che servivano – come Spencer, Sidney, Marlowe, il nostro Shakespeare e molti altri.

Shakespeare-and-his-Friends-xx-John-FaedPer un poeta doveva essere un’epoca entusiasmante: una lingua “nuova” da costruire, parole da coniare, idee da tradurre, forme e strutture da creare… E Shakespeare aveva in misura particolare il dono di disciplinare questa materia così fluida e incandescente in forme capaci non solo di conservarne l’immediatezza, ma di trarne sempre il miglior effetto possibile.

A cominciare dal verso. Anche se il vero iniziatore del blank verse (versi di cinque piedi ciascuno – da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM – senza rima) è Kit Marlowe, fu Shakespeare a perfezionarne l’uso.  Per esempio ne variava i ritmi per riprodurre lo stato emotivo dei personaggi (quando Macbeth diventa incoerente, i suoi versi si sbilanciano), alternava versi e prosa come mezzo di caratterizzazione (i personaggi di nobile nascita tendono a esprimersi in versi, ma quando deve arringare la folla, Bruto ricorre alla prosa), recuperava la rima per i momenti giocosi, per scandire le scene o per sottolineare particolari passaggi.

Quanto alla creazione di parole ed espressioni, tradizione vuole che, tra sostantivi  usati come verbi, verbi usati come aggettivi, parole composte e creazioni del tutto originali, Will potesse chiamare sue più di duemila parole – ma forse il numero va ridimensionato. Questi conteggi si devono a filologi vittoriani in piena bardolatria: individuavano una parola e non si disperavano più di tanto a cercare occorrenze precedenti in altri autori, come invece si è fatto in anni più recenti. Ma in fondo, importa davvero il numero?Tiring-house writing

Io direi di no. Quel che importa è che Will Shakespeare era un formidabile creatore di metafore, espressioni, parole e nomi – molti dei quali sono passati nell’uso comune e arrivati fino ai giorni nostri, sopravvivendo a tutti i sussulti di una lingua in continuo cambiamento. Nessun anglofono contemporaneo definirebbe un computer impallato dead as a doornail, o chiamerebbe un’esperienza frustrante a wild-goose chase; nessun autore televisivo intitolerebbe un episodio Brave New World, nessuno sospirerebbe che la sua vecchia automobile  has seen better days; nessun genitore chiamerebbe una figlia Jessica o Miranda – se non fosse per Shakespeare.

Tutto questo, è vero, non risponde alla questione dell’identità dell’uomo che si firmava William Shakespeare, ma demolisce in parte l’obiezione di improbabilità mossa alla buona vecchia teoria secondo cui Shakespeare è Shakespeare.

Perché in realtà la Londra elisabettiana era il posto ideale per un uomo dalla mente pronta e dal buon orecchio in cerca d’ispirazione e di parole. A Londra poteva incontrare gente di tutte le provenienze, di tutte le occupazioni, di tutti gli strati sociali. E pescare informazioni miste assortite nelle taverne, al porto, nei mercati o sui banchi degli stampatori attorno a St. Paul. E assistere a processi, impiccagioni, parate, preparativi di guerra, recrudescenze di peste, tornei, combattimenti di orsi, uscite della corte, duelli nelle strade. E confrontarsi e collaborare con i migliori poeti e autori teatrali del suo tempo.

7d5658e0c481d86923667dcefe982633Cosa, quest’ultima, che potrebbe tra l’altro spiegare in parte l’aspetto patchwork dello stile, se proprio non vogliamo attribuirla a una capacità mimetica di adattare la lingua alle diverse necessità della scena. Oppure no…

E alla fin fine restiamo sempre con potenziale mistero: un teatrante semi-educato che usa un numero di parole quattro volte superiore a quello medio dei suoi contemporanei colti, un’eccentrica varietà di competenze e conoscenze e un corpus di opere tanto articolato da consentire tutte le ipotesi. Sarà una collaborazione segreta, una congiura del silenzio, un intrico di identità segrete? O forse uno straordinario poeta dall’immaginazione fervida e dal talento straripante in un tempo di incandescenza culturale – l’uomo che scrittori come Shaw e Chisholm ritraggono col taccuino sempre in mano, pronto a cogliere, distillare e riprodurre le voci e l’anima della sua epoca?