Oh, catastrofe(tta) domestica…!
E, per una volta, non è nemmeno colpa della Terribile Pru*.
Il mio mug shakespeariano ha reso l’anima. O forse non è proprio del tutto vero – ma ha sostenuto danni che lo invalidano à jamais per fare quel che è stato concepito per fare – ovvero contenere tè.
O almeno si suppone, perché…
Lasciatemi spiegare: il mio mug shakespeariano viene da Londra. Dal Globe, per la precisione. Acquistato al bookshop dopo la mia prima visita, insieme a un libro sulle ultime scoperte archeologiche in fatto di teatri elisabettiani e giacobiti.
“Per favore, un incarto robusto,” dissi al giovane commesso, indicando il mug. “Deve volare fino in Italia.” E il ragazzo, con un sorriso da un orecchio all’altro, prese la plastica con le bolle e ne avvolse un acro non solo attorno al mug, ma anche al libro…
E vi racconto questo per spiegare che il mug non può avere subito danni da trasporto – tanto più che quel viaggio periglioso lo fece nel bagaglio a mano, trattato con la tenera cura che di solito si riserva ai neonati. E una volta a casa cominciò ad avanzare serii titoli per la posizione di Mug Prediletto, in fiera competizione con l’altrettanto londinese (e, mi si dice, ormai più o meno introvabile) mug dei libri, proveniente da un negozietto di Covent Garden… D’altra parte è delizioso, you see, interamente coperto di spiritosi disegnini di personaggi shakespeariani…
Finché, questa mattina presto, poco dopo averci versato dentro la mia prima dose mattutina di Earl Grey al latte…
Tinnnng!
Non so se abbiate esperienza o idea di quanto sia terribilmente musicale il rumore della porcellana che si fessura. Lo strillo di una Clarina che si trova improvvisamente inzuppata di tè bollente lo è assai di meno – ma sono particolari. Il fatto si è che il mug shakespeariano adesso ha una sottilissima fessura che lo divide quasi a metà, e non potrà mai più contenere liquidi caldi o freddi. Mai più, alas and alack…
Ora, siccome dubito che qualcuno produca un mug fatto per non resistere al contatto prolungato con il tè caldo, posso solo immaginare un difetto di fabbricazione o un incidente prima del mio acquisto. O forse gli ha fatto male la lavapiatti? O forse il mug dei libri ha giocato slealmente in qualche modo per liberarsi del rivale? Ma ad ogni modo non è come se il post mortem servisse a qualcosa – se non a farmi dubitare che valga la pena di comprare un altro mug shakespeariano alla prossima occasione londinese.
Però, dopo essermi asciugata il tè di dosso e aver mugugnato un po’ sulla triste sorte dell’arnesetto, ho pensato che ci sono altre cose che un mug può contenere – non tutte liquide. Penne, per esempio, e matite. Sempreché, mi si è fatto notare, la fessura non corra ulteriormente… Così ho telefonato al colorificio di fiducia e ho chiesto come si sigilla una fessura nella porcellana per evitare che sviluppi ambizioni e, dopo un po’ di ipotesi, mi si è detto che, s giuro di non mettere mai più del tè nella porcellana in questione, il Superattack ha buone possibilità di domare la fessura.
Morale? Adesso il mug shakespeariano, rattoppato con la supercolla, se ne sta mogio su uno scaffale, in attesa di diventare un portapenne shakespeariano. È pur sempre una carriera, non vi pare?
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* Il vasetto di peperoncini ripieni sott’olio fracassato sul pavimento della cucina ieri sera è un altro discorso…
“E come te la caverai, Clarina, adesso che l’Anno Shakespeariano è finito?”
E, più significativamente, si dà il caso che sia anche un anno decisamente austeniano: il bicentenario della morte della Zia Jane, nonché della pubblicazione di Nothanger Abbey e di Persuasion, per cui aspettatevi una certa quantità di Jane Austen.












Perché, sappiatelo, a nessuno, durante la Guerra delle Due Rose saltò mai in mente di chiamarla “Guerra delle Due Rose”. Asimov*, nella sua Guide to Shakespeare, racconta che gli yorkisti adottarono la rosa bianca a qualche punto della guerra, ma non è che la usassero poi troppo. Per dire, a Bosworth combatterono sotto le insegne personali di Riccardo III, il cinghiale bianco. Quanto ai lancastriani, non c’è nessuna prova che usassero davvero la rosa rossa, anche se è vero che, a guerra finita, Enrico VII vittorioso adottò per emblema la cosiddetta rosa Tudor: una rosa rossa che ne contiene una bianca.
Marlowe – scodella le due parti di Henry VI, in cui si drammatizza la guerra civile tra York e Lancaster. E nella I parte c’è questa bellissima scena ambientata in un giardino, in cui cavalieri e baroni e un avvocato fanno una curiosa dichiarazione di lealtà all’una o all’altra parte, scegliendo dai cespugli rose di diverso colore: bianche per gli yorkisti e rosse per i lancastriani. La scena è favolosa, splendidamente congegnata, efficacissima tra le mani di un buon regista – da un punto di vista tanto drammatico quanto visivo. È anche del tutto fittizia – ma per fortuna, come dice Jeffrey Sweet, “Shakespeare non era tipo da lasciare che qualche meschino fatto storico intralciasse i meccanismi del buon teatro.”**
E comunque di Guerra delle Due Rose nessuno fa motto – né nel giardino né più tardi – ma avanziamo ancora di due secoli e mezzo, fino a trovare un altro autore che ha modellato profondamente la concezione del Medio Evo per i suoi contemporanei e per le generazioni future fino a noi – Sir Walter Scott. Ora, Anne of Geierstein, storiellona magico-cavalleresca ambientata in Svizzera of all places, non è quel che si dice il suo romanzo migliore, ma la presa di Sir Walter sull’immaginazione pubblica è forte: quando, senz’altra base che la scena shakespeariana, i suoi protagonisti inglesi descrivono la guerra civile che li ha costretti all’esilio come Guerra delle Due Rose, l’espressione piace, mette radici tra i lettori di romanzi, poi tra gli studiosi, e infine scivola nei libri di storia, dove prospera ancora. Così come l’immagine scottiana dei Templari corrotti e crudeli. Così come il Riccardo III gobbo e malvagissimo di Shakespeare…



