grillopensante · Poesia

Poesia, Ad Alta Voce, Nel Buio

by the fireIn realtà questa è una vecchia piccola storia, ma mi è tornata in mente per vari motivi più intricati che interessanti – e ve ne metto a parte.

Due anni fa, con Hic Sunt Histriones, eravamo in piene prove per il debutto di Shakespeare in Words. E proprio la sera del 25 luglio, a prove finite ci ritrovammo riluttanti a disperderci. Era una sera caldissima – e, for once and for a wonder, le prove erano andate davvero bene… insomma, per farla breve, invece di andarcene a casa, ci sedemmo in cerchio, più o meno al buio, nel giardino della palazzina liberty che ospita la nostra sala prove, e cominciammo a ripeterci l’un l’altro la combinazione dei Sonetti 55 e 81 che conclude il play.

Uno dopo l’altro, a turno, ripetevamo i versi ancora e ancora, cercando (su richiesta di G. la Regista) di farlo nel modo più diverso possibile da chi ci aveva preceduto. E così, ancora e ancora…

Né marmo né aurei monumenti principeschi
Sopravvivranno a questi versi possenti;
Voi splenderete di più luce in queste parole
che nella pietra consunta e polverosa.
Quando la guerra famelica travolgerà le statue
E i tumulti raderanno al suolo le sculture,
Non si estinguerà la vostra memoria eterna.
Contro la morte ed ogni forza ostile dell’oblio
Il vostro monumento sarà nei miei versi
Che occhi non ancor nati leggeranno;
E lingue future ripeteranno la vostra esistenza
Quando sarà spento ogni respiro di questo mondo.
Voi vivrete sempre – tal virtù ha la mia penna –
Sulle labbra di ogni uomo, dove aliti la vita.

candle_light1Ed erano i giorni in cui notizie terribili giungevano quotidianamente, come le distruzioni a Palmira, e gli archeologi trucidati… In un tempo in cui davvero la guerra famelica travolgeva le statue e i tumulti radevano al suolo le sculture, il fatto di sedere insieme al buio e recitare questi particolari versi aveva una sua singolare bellezza.

Era un po’ come accendere una fiammella e tenerla viva per quegli occhi non ancor nati e quelle lingue future… Lo sentivamo bello – e lo sentivamo importante.

E sono passati gli anni, ma quel piccolo momento è rimasto inciso nella mia memoria come un’illustrazione del perché faccio quel che faccio – e del perché si continua a farlo anche nei momenti bui.

elizabethana · Poesia · Shakespeare Year · Storia&storie

Ritratto d’Ignoto

FairYouthSapete quale è – pur senza immagini – un ritratto d’ignoto, nel senso beffardo e triste – o forse invece triste e beffardo – che discutevamo qui? Il Bel Giovane dei Sonetti.

No, davvero. Provate a considerare cose come il Sonetto 55:

Né marmo né gli aurei monumenti
Di principi, vivran quanto i miei versi possenti,
Ma in questi brillerete di più vivo splendore
Che in un sasso sconciato dalle sozzure del Tempo.
Quando la Guerra rovinosa travolgerà le statue,
E le muraglie verranno sradicate nei tumulti,
Né la spada di Marte né i suoi fuochi veloci struggeranno
Il vivente monumento della vostra memoria.
Contro alla morte e contro ogni nemico oblio
Voi durerete, le vostre lodi troveranno luogo
Ancora agli occhi di quei posteri estremi
Che condurranno questo mondo al finale sfacelo.
Così, sin quando al Giudizio sorgerete in persona,
Voi qui vivrete, o abiterete negli sguardi degli amanti.

Oppure il Sonetto 81:

Sia ch’io viva a dettare il tuo epitaffio,
Sia che tu sopravviva mentre io marcirò in terra,
Non potrà morte di qui sradicar la tua memoria,
Pur quando ogni mio merito sarà dimenticato.
Di qui il tuo nome trarrà vita immortale,
Anche s’io debba, morto, non lasciar più ricordo,
La terra a me darà sol la fossa comune,
Mentre tu avrai tomba degli uomini negli occhi.
Tuo sepolcro saranno i miei versi soavi,
Che occhi non ancor nati leggeranno,
E le lingue future parleran del tuo essere,
Quando tutti che in questo mondo respirano saran morti,
Tu continuerai a vivere – tal virtù ha la mia penna –
Là dove l’alito vitale spira sulle bocche degli uomini!

Ed è chiaro che – con tutti i suoi discorsi di fosse comuni e nessun ricordo – il Poeta ha in mente l’immortalità dei suoi versi, più che quella del Bel Giovane, ma nonetheless…  Immaginate di essere giovani, di sentirvi promettere un’eternità destinata a gente non ancora nata, al di là dei guasti e delle distruzioni, fino all’orlo estremo del tempo. Mette i brividi, vero? A chi non girerebbe la testa? Chi non vorrebbe crederci…? Shakespearemain

No – d’accordo: non fino alla fine dei giorni, magari, ma doveva dare la stessa sensazione di un ritratto del pittore giusto. E invece… Quattrocento anni e moneta più tardi, il Poeta – o quanto meno l’autore – è uno dei nomi più celebri della storia della letteratura, e chi sia il Bel Giovane non lo sappiamo più. Non sappiamo granché nemmeno dei Sonetti, a dire il vero. Quando sono stati scritti di preciso? Per chi? In che ordine? Sono davvero una sequenza unica? Raccontano davvero la storia che hanno l’aria di raccontare? Quanto sono autobiografici? Chi sono i personaggi? Nel Poeta possiamo davvero cercare William Shakespeare da Stratford? E la Bruna Signora? Emilia Bassano? Mary Fitton? Rosa/Aline Daniel? E il Poeta Rivale? Marlowe? Chapman? Barnfield? Barnes? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo più – o forse, nella più ottimistica delle ipotesi, non lo sappiamo ancora…

Ma in fondo a nessuno di loro Shakespeare/il Poeta aveva promesso l’immortalità. Al Bel Giovane sì – ma anche lui è sprofondato tra le pieghe di quel tempo da cui i Sonetti avrebbero dovuto difendere il suo nome. Henry Wriothesley, conte di Southampton? William Herbert, conte di Pembroke? Il misterioso giovane attore Willie Hughes? Chiunque fosse il bel ragazzo arrogante e sleale, i versi soavi – e anche quelli meno soavi – dei Sonetti sono un sepolcro senza nome.

Ritratto d’ignoto, indeed. Di un ignoto senza cuore e, alla fin fine, mediocre – capace di tradire il suo amico/amante/poeta in tutti i modi possibili… Non è un ritratto lusinghiero. Va detto che non lo è nemmeno l’autoritratto del poeta – se autoritratto è – e non dobbiamo prendere per buono tutto quel che dice la meravigliosa, irragionevole e occasionalmente lamentosa voce narrante – ma sono capaci di vendette lunghe e crudeli, questi poeti, vero?

Shakespeare Year

Amanti

“Può il teatro mostrarci la vera natura dell’amore?” chiede la Regina nel bel mezzo di Shakespeare in Love – e la risposta di Stoppard, Norman & Hall è sì – a patto che il poeta conosca il vero amore…

Ma allora, poniamoci la domanda speculare: se Shakespeare mostrava nelle sue opere la sua idea della vera natura dell’amore, qual’è la natura dell’amore che emerge dal canone shakespeariano? Il Sonetto 18? La scena del balcone di Romeo e Giulietta?  O sono soltanto parole e, come dice Touchstone, la più sincera poesia è la peggior finzione? Che immagine dell’amore ci offre l’autore dei Sonetti, della Bisbetica Domata, di Antonio e Cleopatra? Chi se la cava meglio, secondo il Bardo – Orlando che appende poesie agli alberi, o Touchstone che bacia le pastorelle a tradimento?

Ne parliamo domani pomeriggio, a chiusura del ciclo shakespeariano della Libera Università del Gonzaghese.

Loc

Shakeloviana

Shakeloviana: Vergogna Sprecata

AWoSOgni tanto la BBC fa queste cose – anzi, ogni poco. Una quantità di storia romanzata per la televisione, generalmente assai ben fatta, ben scritta, ben recitata. Poi a volte si vede che qua e là cercano di risparmiare, come il pur magnificamente scritto e interpretato Elizabeth I (Helen Mirren nel ruolo eponimo), i cui esterni girati in Lituania danno all’insieme un’aria un filo fasulla.

Come gli esterni di questo A Waste of Shame, titolo preso dal Sonetto 129 per un film televisivo che, come tante volte si è fatto, intreccia una storia attorno ai Sonetti e ai loro misteriosi protagonisti. L’abbiamo già detto, si tratta di un gioco a mezza via tra Cluedo e briscola in cinque*: un certo numero di possibilità, su cui si specula. Ebbene, il romanziere e sceneggiatore William Boyd va per una combinazione interessante. Il Bel Giovane è William Herbert, futuro conte di Pembroke, la Bruna Signora è una versione di Lucy Morgan, la prostituta (nord)africana, e  il Poeta Rivale è Ben Jonson – che non mi era mai capitato di veder candidato per il ruolo in narrativa. Will, interpretato da un bravo Rupert Graves, è gradevolmente terreno – per niente marmoreo, per niente etereo, per niente aulico. I Sonetti diventano cris-de-coeur, infatuazione, attrazione, passione, furia, amarezza, dispetto, e l’occasionale colpo basso da parte di un uomo decisamente in carne e ossa. Un uomo che trascura la sua famiglia perché se ne sente soffocare, che coniuga felicemente scrittura per denaro e moti del cuore, che non sa troppo bene che fare di questa attrazione per il Bel Giovane, è geloso come un gatto del Poeta Rivale e cerca la Bruna Signora più per appetito della carne che altro.**

Boyd gioca un po’ disinvoltamente con le date, c’è qualche incongruenza qua e là, e ho qualche piccolo dubbio sparso in fatto di costumi e di riscaldamento – ma l’insieme è bello a vedersi, l’atmosfera è densa e convincente, la sceneggiatura in generale e i dialoghi in particolare  sono molto buoni, così come gli attori – con l’eccezione del giovane interprete di William Herbert. Grazioso ragazzo, ma espressività limitata… D’altra parte, si suppone che Herbert sia bello e vacuo, per cui forse la cosa è intenzionale. Come dicevo, peccato per gli esterni. Non sono riuscita ad appurare se si tratti di nuovo della Lituania (e potrebbe: c’è un certo qual feel esteuropeo, qua e là…), o se Londra e Stratford siano ricostruite in studio. Quel che è certo è che, in qualche modo, non ha un’aria terribilmente elisabettiana.

E tuttavia è una magagna che si può perdonare, in vista della qualità generale e della buona scrittura.

Al solito, semmai a questo punto foste curiosi, A Waste of Shame si trova su Amazon

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* Confessione: io a briscola in cinque non ci so giocare. Una volta sono stata trascinata a una specie di card party e piazzata a un tavolo armata di qualche fumosa spiegazione… Gli altri erano tutti espertissimi e concentratissimi. Si giocava senza nemmeno fingere di fare conversazione, e io me ne stavo lì, mettendo giù carte a caso e aspettando che si facesse tardi. Una serata lunghissima. E il ricordo di quella sera è la mia unica base per l’affermazione che ho fatto.

** Volete fare un’esperienza istruttiva? Aprite IMdB, cercate Waste of Shame e leggete le recensioni in cerca di quelle che lamentano la qualità eccessivamente terrena del Bardo in questo film… Ma come? S’indignano. Shakespeare viveva solo per la sua poesia! Nei Sonetti non c’è nulla di carnale e/o autobiografico! Il Bel Giovane e la Bruna Signora sono costrutti poetici, idee, astrazione pura! Eccetera…

elizabethana · musica

Sonetto 29 ♫

Sonnet29

Vi ricordate Fortune and Men’s Eyes – il play di Josephine Preston Peabody di cui abbiamo parlato lunedì scorso per Shakeloviana? Ebbene, il titolo è tratto dal Sonetto 29: When in disgrace with fortune and men’s eyes…

Quel che non sapevo – e che ho scoperto fortuitamente ieri sera – è che Rufus Wainwright ha musicato il Sonetto 29, con effetti piuttosto incantevoli:

E il Sonetto 43:

E il Sonetto 20:

E buona domenica a tutti.

Shakeloviana

Shakeloviana: (In Disgrazia Con) La Fortuna E Gli Uomini

William ShakespeareRiparliamo di Josephine Preston Peabody che, prima di Marlowe, aveva già scritto un atto unico intitolato Fortune and Men’s Eyes, in cui dava la sua interpretazione dei Sonetti.

C’è Shakespeare, ovviamente, e c’è un giovane Pembroke brillante e limitatamente contrito, e c’è un’ardente Mary Fitton che ha levato Pembroke a Shakespeare, finge di esserlo ancora per vedere che cosa ha da temere – e si ritrova, dopo tutto, ancora presa del suo disilluso sonettista… Ma è troppo tardi.

E questa è la trama in breve, e tutto si svolge in una taverna – in pseudo pentametri iambici e nel giro di poche ore – complicato dalla presenza di un’altra dama di corte tanto svampita quanto petulante, di un guardiano d’orsi, del figliolino dell’oste – più l’oste stesso, un predicatore puritano, un venditore di ballate, un apprendista…

Un sacco di gente, per un atterello unico più breve che no – e questo da un lato risale agli usi di un’età arcadica, in cui le compagnie non si affannavano soverchiamente sulla quantità di gente da mettere in scena, e dall’altro denuncia un po’ l’inesperienza dell’autrice. Francamente, almeno metà di questa nutrita popolazione è dov’è per motivi poco più che decorativi – ma lo ripeto: son cose che si fanno quando si è nuovi del mestiere.

In compenso, la rete di tensioni e tradimenti che corre tra l’Attore, Pembroke e Mary è ritratta tutt’altro che male, e i versi zoppicano qua e là, e ogni tanto trascorrono nel purpureo – ma nel complesso scivolano bene ed edulcorano ben poco. Tutti sono arrabbiati con se stessi e reciprocamente, disillusi, pieni di rimpianti e/o rimorsi, amareggiati, innamorati malgré soi, incerti. Tutti mentono, dubitano e rimpiangono – ma non c’è modo di tornare indietro. E in mezzo a tutto ciò, camminano e inciampano ignari e innocenti (e più che un nonnulla ottusi) tutti gli altri personaggi di cui si diceva… Alla fin fine l’insieme ha il suo perché, ma è e resta lavoro d’apprendista.

Rispetto al Marlowe dell’anno successivo, Fortune manca di varie cose. Manca di respiro – ma d’altra parte ha quattro atti di meno. Manca di un finale vero e proprio – in Marlowe, Kit va incontro alla sua fine desolatamente prometeica, e qui… be’, ciascuno se ne torna per la sua strada. Manca di equilibrio – troppa gente, troppa enfasi qua e là, troppi fischietti e campMary Fittonanelli. Manca di quel taglio di luce dorata che in Marlowe bilancia la malinconia amarognola di fondo. Manca di movimento interno – i personaggi non hanno il tempo e lo spazio per il minimo cambiamento.

Alla fine, la più viva di tutti è Mary Fitton che, di conseguenza, è anche la più esposta all’occasionale scivolone purpureo – ma Mary la sirena, Mary l’incantatrice, Mary dalle mille voci, Mary che avrebbe dovuto nascere avventuriero e navigatore, è il centro scuro e crudele di tutto quanto.

Una nota finale per dire che fra le tre possibili Brune Signore dei Sonetti che compaiono a teatro e nei romanzi, per qualche motivo Mary Fitton è quella che riscuote meno simpatia da parte dei suoi autori. Lucy Morgan è sempre la coraggiosa ragazza di colore che, più o meno ingenua, si fa strada tra pregiudizio e sventure assortite. Emilia Bassano Lanier è l’artista temperamentale e spregiudicata con un senso dell’umorismo. Mary Fitton non l’ho mai vista ritrarre altro che fredda, calcolatrice, ambiziosa e crudele, manipolatrice, tentatrice, separatrice di amici/amanti per il gusto di farlo… A suo modo, la cosa è interessante.

E al solito, semmai voleste leggere, Fortune and Men’s Eyes si trova su Internet Archive.

 

 

elizabethana · teatro

I Sonetti Al D’Arco

Vi avevo detto che c’erano novità in arrivo per L’Uomo dei Sonetti, vero?

Ebbene, ci siamo: sono estremamente lieta di annunciarvi che lunedì 17, alle ore 21, al Teatrino d’Arco, Diego Fusari dell’Accademia Campogalliani porta in scena la versione breve – quella che, forse ve ne ricorderete, avevamo chiamato i Sonettini.

LocGenericaUglyQua+ILShakeFest+GaramondSi tratta, per l’appunto, della versione potata – a misura di Lunedì, senza Contesse Madri e senza folle multifunzione. Però la gente essenziale c’è tutta, e c’è la storia che mi sono divertita a tendere tra sonetto e sonetto…

Perché non c’è niente da fare: in realtà non sappiamo se i Sonetti raccontino una storia, se ci sia alcunché di autobiografico, se l’ordine in cui li conosciamo abbia nulla a che fare con quello in cui sono stati scritti… non sappiamo quasi nulla. Però la tentazione di prenderli come sono e vederci in trasparenza una storia è di quelle cui non si resiste.

Mettete loro in bocca le parole appassionate, acidognole, sublimi e petulanti dei Sonetti, illuminateli con la luce di taglio di una delle tante teorie su di loro, e il Sonettista, il Bel Giovane, la Bruna Signora e il Poeta rivale prendono vita – e non vogliono più saperne di essere soltanto una cifra senza volto.

In un certo senso, mi sono limitata a dar loro retta.

E magari l’Io Narrante dei Sonetti non è affatto Will Shakespeare da Stratford – però è molto più divertente fare finta che lo sia. Perché non venite a vedere di persona lunedì sera?

Oh, e se piace a Thalia e allo Spirito del Bardo, la versione completa non dovrebbe impiegare poi troppo tempo ad arrivare in scena…

elizabethana · teatro

I Lunedì Del D’Arco 2014: Shakespeare 450

WSVi avevo detto, forse nemmeno una volta sola, che i Sonettini erano in arrivo, giusto? La versione piccina de L’Uomo dei Sonetti, quella potata, quella provvisoria in vista della faccenda per intero… Ebbene sì – ottobre torna e i Lunedì rimena, e con i Lunedì arrivano i Sonettini – e, udite-udite, ad arrivare non sono soltanto loro…

Lunedì14E in particolare…

Lunedì14b

E per particolari sull’intera rassegna, potete scaricare qui il pieghevole in pdf.

teatro · Vitarelle e Rotelle

Sulla Potatura Dei Sonetti

Poti i Sonetti? Come sarebbe che poti i Sonetti? E com’è un sonetto potato? Oh, aspetta – lo so: “Dovrò paragonarti a un giorno d’estate? No, e questo è tutto.”

No, d’accordo – siamo seri. Col che non voglio dire che la conversazione qui sopra non sia accaduta veramente – ma c’è di più. C’è il fatto che il mio adattamento teatrale dei Sonetti di Shakespeare andrà in scena. Una versione ridotta a novembre, e poi per intero più avanti.

Però serviva la versione ridotta.

Bonsai-Pruning_2E così mi sono messa al lavoro, partendo da quattordicimila parole e rotte, e arrivando a poco più di ottomila – quel che serve per una serata dei Lunedì del D’Arco. E devo dire che non solo non è stato né lungo né doloroso, ma al contrario, potare è sempre un mestiere molto, molto istruttivo.

Per cominciare, ho ridotto a quattro il numero dei personaggi in scena, eliminando tutti gli interventi della Folla in numerose capacità e una Contessa Madre. Quest’ultima è una cosa che mi sarebbe dispiaciuta da morire, se non sapessi che è solo questione di pazienza e di tempo. In realtà la Contessa ricomparirà, così come la folla, quando L’Uomo dei Sonetti andrà in scena per intero, il che ha tolto, lo ammetto, molto pathos ai tagli.

Ma non bastava, e così ho cominciato a snellire la linea narrativa, a sfrondare tutte quelle che erano deviazioni decorative, a tagliare qualche angolo, a eliminare un liuto. Questo ha richiesto un paio di aggiustamenti qua e là, la modifica di un certo numero di battute per mantenere logico il susseguirsi dei sonetti e del dialogo, e l’aggiunta di alcuni commenti da parte di Will, per riassumere e legare. Adesso suona un pochino di più come se Will stesse raccontando a qualcuno l’intera faccenda – e per gli scopi immediati va bene così.

Come sempre accade in queste circostanze, ho costatato che alcuni tagli donano all’insieme – al punto che li manterrò anche alla versione lunga. Passaggi ingombranti, divagazioncelle, arzigogoli senz’altro scopo che d’infilarci l’uno o l’altro sonetto… Aiuta molto il fatto di riprendere in mano il lavoro dopo mesi, con la relativa obiettività del tempo passato. C’è decisamente un motivo, se tutti consigliano di lasciar passare un serio intervallo tra una stesura e l’altra. E aiuta anche l’aver già accarezzato e annotato qualche ideuzza di taglio in precedenza.

Alla fin fine, nel giro di due giorni e mezzo, la potatura ha prodotto una versione breve e praticabile, e una manciata di buone idee destinate a migliorare considerevolmente la stesura definitiva, rendendola più asciutta ed efficace.

Sono tentata di trarne un’indicazione di metodo da applicarsi anche ad altri testi: rivedere tutto immaginando di dover ridurre il conto-parole di un terzo… poi naturalmente alla fine non deve essere così – ma la possibilità di fare scoperte interessanti è elevata. Ci proverò.

E intanto, a novembre, i Sonettini. Vi saprò dire.

 

elizabethana · scribblemania · teatro

PBD

Ultimissima revisione in corso. Pur riuscendo a lavorarci solo a bocconi&spizzichi, sono pressoché a metà.

Il che, probabilmente, non è una cattiva cosa.

Voglio dire – prima mi è venuto un dubbio su un sonetto, di cui non ricordavo il numero.

Non c’è nulla di strano nel fatto che non ricordassi il numero: i numeri non li ricordo a nessun patto. In compenso – e questo sì, che trattandosi di me è strano – ricordavo perfettamente la posizione sulla pagina, e se si trattasse di una pagina pari o di una pagina dispari…

E d’accordo, ricordavo anche prima di che cosa e dopo che altro veniva, ma il fatto resta che, con la mia scarsissima memoria visiva, ricordavo perfettamente dove fosse il sonetto in questione.

Ad occhi chiusi, per così dire.

E un’amica mi ha detto che, se non la pianto di citare i Sonetti alla minima provocazione e spesso anche senza, vedrà di perdere il mio numero di telefono finché non avrò cominciato a scrivere qualcosa d’altro.

Per cui, sì: numeri a parte, direi che i Sonetti sono assorbiti.