anglomaniac · Poesia

Nuove-Vecchie Poesie (In Numero di Cinquanta)

rudyard kipling, thomas pinney, poesie ritrovate, letteratura ritrovataA volte si è fortunati.

A volte si crede di aver letto proprio tutto quello che c’era da leggere di un autore che si ama – il che magari dà anche un senso di compiutezza, ma è triste pensare di non avere più nulla da scoprire. E le riletture, ne avevamo parlato, pur avendo il loro genere di fascino e di gioie, sono un cavallo di tutt’altro colore.

Non ho bisogno di dirlo: è un problema che riguarda i lettori di poeti (e prosatori) estinti. O ritirati, perché ultimamente si sentono autori che si ritirano, sostenendo di avere scritto tutto quel che avevano da dire. O pubblicato tutto quel che avevano da pubblicare – cosa molto diversa. Epperò, finché l’autore è vivo, la speranza c’è: magari cambierà idea, magari ci ripenserà, magari, magari… È capitato.

Ma se l’autore è defunto?

Be’, ci sono sempre le trouvailles.

Come Menandro, che si credeva perduto, e invece ogni tanto riaffiora a bocconi e spizzichi. E a volte anche meglio di così: se ben ricordo il Dyskolos ricomparve più o meno intero alla fine degli anni Cinquanta – dopo quasi ventiquattro secoli di oblio.

O come i juvenilia dei fratelli Brontë, tutto un piccolo corpus narrativo e poetico, scritto in caratteri minuscoli su quadernini cuciti a mano o sparso in centinaia di lettere, riemerso dalle carte della parrocchia di Haworth – largely ad opera di Juliet Barker.

E non cominciamo nemmeno con il Cardenio – il supposto Shakespeare perduto, che è come l’araba fenice: che ci sia ciascuno lo dice, e ogni tanto qualcuno sostiene di averlo ritrovato. C’è stato Theobald nel Settecento, c’è stato un grafologo nei nostri anni Novanta – peccato che non siamo affatto certi che il perduto Cardenio fosse di Shakespeare affatto, perché tutto quel che abbiamo è un’inaffidabilissima attribuzione della metà del Seicento. E d’altra parte la storia delle supposte trouvailles shakespeariane è variegata, pittoresca e lastricata d’infondatezze.

Ma tutto ciò è per dire che a volte succede, a volte si è fortunati.

E anche straordinariamente pazienti, determinati e abili, come Thomas Pinney, uno studioso americano, specialista di Kipling. Per anni Pinney ha razzolato per archivi navali, carte di famiglia, pacchi di lettere ritrovati, of all places, in un appartamento di Manhattan in ristrutturazione… E ha raccolto cinquanta poesie inedite. Cinquanta.

Per lo più sono componimenti degli ultimi anni, amarissimi, tesi, pieni di rabbia e disillusione, mille miglia lontano dal britannicissimo idealismo di If, o dai crepuscoli di The Recall. Non che Kipling sia mai un poeta particolarmente gioioso, ma l’ultimo Kipling è – non c’è altra parola – aspro. 

Domani le poesie riscoperte vedono la luce nella nuova Cambridge Edition of the Poems of Rudyard Kipling, tre annotatissimi volumi illustrati, con copertina rigida. 

Alas, i tre tomi (quattro kg e un po’…) sono inavvicinabili. Posso solo aspettare che Pinney decida di pubblicare i cinquanta new-found ancient poems in qualche forma un po’ meno proibitiva. Ho fiducia: prima o poi capiterà.

Nel frattempo posso sbizzarrirmi a immaginare come debba essere cercare, cercare, cercare e alla fine mettere le mani su un inedito ritrovato. Non vorreste essere stati al posto di Pinney? Io tanto…

E posso anche continuare a considerarmi fortunata: credevo di avere finito con Kipling – e invece c’è ancora qualcosa da scoprire.

Ossessioni · romanzo storico · Somnium Hannibalis · teatro

Annibale, Di Nuovo? – II

Annibale, dicevamo…

Dove eravamo rimasti? Ah sì. Eravamo rimasti alla decisione che, dopo tutto, forse era meglio un romanzo.

Anche perché nel frattempo col teatro credevo di avere chiuso – little I knew, ma non importa. Allora ero convinta di avere chiuso, e comunque non anticipiamo.

E romanzo fu. La stesura propriamente detta richiese più o meno un anno, e la soddisfazione maggiore fu Antioco di Siria, il Gran Re. Antioco non veniva dagl’inizi teatrali, era una scoperta recente, una possibilità di identificazione per il lettore e qualcuno con cui Annibale potesse parlare. E di fatti parlavano parecchio: la struttura era diventata un dialogo lungo una notte, con Antioco che, fresco di sconfitta ad opera dei Romani, sfogava la sua bile in un interrogatorio impietoso, e Annibale che raccontava, non raccontava, ricordava…

Ah, la sensazione di arrivare in fondo a un romanzo e non esserne insoddisfatta. È fatto. Meglio che potevo. Finito.

E devo ammettere un pochino di smarrimento: ma come – dopo vent’anni era tutto finito? Finito per non tornare mai più? Ma, d’altra parte, era lo stesso senso di vuoto che avevo immaginato per Annibale la sera dopo Canne, e quindi andava bene anche quello. Era ome essere ancora all’interno del romanzo, in qualche maniera…

Dopodiché, sapete anche voi che procurarsi un agente e un editore è una faccenda lunga e truce. Credo che ne abbiamo già parlato, e comunque non è del tutto rilevante qui, se non per l’euforia di tenere in mano la prima copia stampata con il Goya in copertina, e della prima presentazione all’Accademia Virgiliana, nientemeno… bei momenti, ma non divaghiamo.

E poi la proposta di un adattamento teatrale. Lions Club, progetto didattico per le scuole, Hic Sunt Histriones, e nessun altro che G.-La-Regista, ovvero la mia insegnante di teatro, back in the day.

Gioiosa riunione – con il romanzo, con il teatro e con G.? Sssì… fino a un certo punto.

Perché era molto bello riprendere in mano il Somnium, ma condensare duecento e tante pagine in meno di un’ora di spettacolo è un mestiere, e doverlo fare per le scuole mi metteva in uno spirito abominevolmente didattico, con il quale G. non concordava affatto.

Prima stesura.

Settimane di silenzio.

“Non dovremmo incontrarci per discutere eventuali modifiche?” “Già fatto, grazie.”

What the hell!? Tempestoso incontro. Prima stesura macellata da altri. Ira funesta della Clarina.

Seconda stesura.

Perplessità di G.-La-Regista. “È teatro per le scuole, mica SuperQuark!”

Doom. Gloom. Despair.

Terza stesura.

“Questa non sei tu. Possibile che sia questo che volevi scrivere quando hai cominciato…?”

Possibile che sia questo che volevo…?

Folgorazione.

Quarta stesura: via la cronologia, via la struttura scolastica. C’è Annibale, c’è Antioco, c’è la luce delle torce, ci sono i fantasmi di Annibale, c’è il giavellotto – e tutto comincia da Canne e da Maarbale: nimini dii nimirum dederunt… Il cerchio che si chiude. Oh, non avete idea del momento a notte alta, del rendersi conto all’improvviso che ero tornata al punto di partenza: Maarbale. Con i dubbi. Sul palcoscenico.

Stavolta va bene. G. ne fa uno spettacolo asciutto e spigoloso. Mi sa che magari a tratti sia un po’ ermetico per i fanciulli… “Chissenefrega. Abbi fiducia nel teatro e nei fanciulli. I fanciulli capiscono,” è il verdetto di G. “Basta che ci siano le emozioni – e qui ci sono.”

E bisogna dire che sia vero se, a vent’anni dal primo incontro con Tito Livio, ci sono volte in cui, mentre assisto alle prove, mi ci emoziono ancora per conto mio. Poi non vuol dire, perché questa faccenda e io abbiamo una lunga storia, e perché nulla mi convincerà mai che sia solo questione di emozioni – ma fa nulla. Lo spettacolo è bello, e gira, e piace.

E sembra sempre un pochino incompiuto, se lo chiedete a me…* Ma è un’incompiutezza vaga e quasi dolce, una wistfulness di fondo che è inseparabile da tutto quel che ho scritto. Non è forse vero che, ogni volta che mi cade l’occhio su un passaggio del romanzo, vedo treni merci di cose che potrei fare diversamente, che potrei fare meglio…? 

È una condizione diagnosticata, un male con cui si vive, e non ci penserei quasi più – anche se ogni tanto fa capolino un’idea nuova legata ad Annibale. Personaggi secondari che meriterebbero una voce, una storia, un monologo. Qualcuno lo inizio, qualcuno lo progetto, qualcuno lo annoto su un fazzolettino di carta… Ho tanti di quegli appunti in proposito, sparsi tra hard disks e taccuini, da cavarne un altro volume collaterale. E chissà, chissà che prima o poi…

E ogni tanto dico, a nessuno in particolare, che non mi dispiacerebbe riprendere in mano il play. Lavorarci ancora un po’. Allungarlo. Ma lo dico così, alla maniera in cui si dicono certe cose, e nessuno mi prende sul serio – salvo M., l’attore che interpreta Annibale e che, ogni volta che ci incontriamo dopo non esserci visti per un po’, me lo chiede: e allora, stai riscrivendo…?

Ma la risposta è sempre no: non sto riscrivendo. Non ancora. Magari mai. È, dopo tutto, una di quelle cose che si dicono. Finché…

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

E non dico di sì, ma nemmeno dico di no. E il tarlo s’insedia e rode. Non mi andrebbe di riscriverlo un po’? Di eliminare certe superstiti necessità didattiche e un singolo compromesso stilistico che allora avevo inghiottito di traverso? Di riportare in scena altra gente del romanzo, come il segretario spartano Sosila, il veterano numida senza nome, la bella Capuana…? Di rendere più robusto il finale?

 Ah be’, il fatto è che mi andrebbe. Mi andrebbe dannatamente – e tanto più perché adesso ho idee tecniche più chiare di quattro anni fa. Ho studiato, ho scritto e ho pensato parecchio, nel frattempo. Potrei fare di meglio, rimettendoci mano.

Per cui, a occhio e croce, sì. Ci sarà un altro Annibale per le scene – e sarà molto diverso. Non so troppo bene quando, ma che diavolo, ci sarà. Così come, prima o poi, ci saranno i racconti collaterali. E qualche monologo, in tutta probabilità. E, col tempo, persino una versione rimaneggiata del romanzo.

E gli anni, vedete, gli anni si avviano ad essere venticinque, ma è molto, molto chiaro che Annibale Barca e io non abbiamo ancora finito.

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* E no, M.: non per mancanza della scena del Navarca…

cinema

Mutiny On The Bounty

Ho il vago sospetto che, tra le numerose versioni cinematografiche di questa storia, quella del ’62 con Marlon Brando mi piaccia meno di tutte le altre.

In compenso adoro quella di Frank Lloyd del 1935, in bianco e nero, con Clark Gable (senza baffi), Franchot Tone e soprattutto, Charles Laughton nei panni del malvagio Capitano Bligh. Che in realtà non era affatto capitano ma tenente, e in tutta probabilità non era nemmeno malvagio – ma volete mettere il valore cinematografico di un capitano malvagio rispetto a un tenente durissimo? E Laughton, ah Laughton munge il ruolo fino all’ultima goccia, con irresistibili momenti in cui poco manca che si metta a masticare pezzi di scenografia.

E quindi, oggi trailer. Badate a the flaming pages of history record the grandest adventure of all times... E badate anche a come, mentre i personaggi di Laughton e Tone sono presentati per nome, quello di Gable appaia come The leader of the mutineers… E badate anche agli scampoli di Rule Britannia che ricorrono nella musica.

Anche se, probabilmente, la cosa che preferisco in assoluto è quella specie di lapide alla fine – e di nuovo Rule Britannia… Ah, i vecchi trailer!

E buona domenica a tutti.

scribblemania

PBN

Stamattina – un po’ sul tardi, ma pur sempre stamattina – mi sono pubblicamente riproposta di provare, for once and for a wonder, a scrivere  di giorno, anziché nel cuore della notte.

Ecco…

Il bilancio della giornata è di 498 parole e una scena finita – il che non sarebbe nemmeno malissimo di per sé, ma di quelle 498 parole 164 sono state scritte ad orari che, con qualche sforzo d’immaginazione, si possono definire diurni. Il resto, be’… Il resto no.

Ecco, non so, ma mi pare che non sia andata proprio strabenissimo, eh?

pennivendolerie · Storia&storie

The Circle Review

Vi ho mai detto che SEdS fa parte di un ring chiamato Il Circolo delle Arti, fondato un po’ più di due anni fa da Lorenzo V. di Prospettiva Nevskij, – ovvero @arteletteratura per chi bazzica Twitter?

Ebbene, se non l’ho fatto prima, ve lo dico adesso: SEdS è membro de Il Circolo delle Arti.

“E perché ti salta pel capo di dircelo adesso, o Clarina?”

Perché, o lettori, adesso il ring ha una sua rivista elettronica, ideata, diretta e curata da Lorenzo V. E quindi vi segnalo con molto piacere il varo di The Circle Review.

Con molto piacere e un certo orgoglio, visto che faccio parte dell’equipaggio. Sul primo numero troverete interventi di una quindicina di blogger, tra cui Emma Pretti, Carmine di Cicco e Annarita Faggioni – giusto per citarne qualcuno. E ci sono anch’io, con un racconto intitolato La Ricompensa.

Qui c’è un assaggio:

Capitò che, all’età di quattordici anni e due mesi, l’orfano Hans Jakob Krone, del villaggio di Seckau, in Stiria, si ritrovasse sul campo della battaglia di Lipsia in qualità di tamburino dell’Esercito Imperiale. Non un tamburino particolarmente brillante, a ragione del suo scarso addestramento, avendo Krone raggiunto il suo reggimento da cinque giorni soltanto. Inoltre, anche in momenti più felici, la mente del piccolo Stiriano non aveva mai brillato per prontezza o acume. Nella piana di Lipsia, squassato dal tuono dei cannoni, accecato dal fumo, terrorizzato dal fuoco, dallo scalpitare dei cavalli, dalle urla degli uomini e dall’odore delsangue, il ragazzo non seppe altro che farsi spingere e strattonare dai soldati, perdere subito una bacchetta e, con l’altra, battere fievolmente e alla cieca, senza aver la più pallida idea di quel che si facesse.

Krone non ebbe davvero alcun merito o colpa del fatto che la stessa palla di cannone che gli sbriciolò l’avambraccio destro uccidesse sul colpo un giovane colonnello di cavalleria il quale, benché appiedato e ferito, cercava di riunire attorno a sé qualche dozzina di uomini per tentare l’assalto di una batteria francese. Per nient’altro che un caso, dunque, finita la battaglia, il giovane Arciduca che percorreva il campo conil suo aiutante trovò, uno accanto all’altro, il corpo del suo amico, il Colonnello morto da eroe con la sciabola in pugno, e il piccolo tamburino ferito che si lamentava nel modo più commovente. E ancora questo non sarebbe bastato a forgiare il destino di Hans Jakob Krone, di Seckau in Stiria, se proprio la sera prima,accanto al camino di una stanza requisita, l’Arciduca e il Colonnello non avessero discusso sul destino deitanti feriti che quella guerra si sarebbe lasciata dietro, e il Colonnello non avesse perorato con tutto il suo fervore la causa degli invalidi.

Questo fece sì che all’Arciduca paresse di non poter abbandonare al suo destino quel ragazzo dal braccio dilaniato senza offendere la memoria del suo povero amico e, in men che non si dica, Krone si ritrovò trasportato con ogni cura fin sul tavolaccio insanguinato del capo chirurgo militare, un vero medico con tanto di laurea dell’Università di Augusta, che non si scomodava mai per nessuno che non fosse almeno un generale.

Riscuotendosi un istante dal torpore che gli davano la sofferenza e l’aver perduto molto sangue, il tamburino vide, chino su di sé, un giovane così biondo da parere a sua volta un ragazzo, il cui mantello bianco macchiato di polvere e di fango lasciava intravedere un’uniforme rilucente di decorazioni.

“Coraggio, ragazzo,” disse una voce rauca di fatica. “Sei un buon soldato.”

Hans Jakob ebbe il conforto di una mano sulla spalla sana, dopodiché il giovane dal mantello bianco si allontanò.

“Chi è?” mormorò il tamburino con meno d’un filo di voce.

“Come, chi è? Ma il giovane Arciduca, perbacco!” rispose l’uomo in grembiule di cuoio che brandiva una sega da falegname…

Il resto lo trovate – insieme a una messe di racconti, saggi e poesie – nel primo numero di The Circle Review, che si scarica – gratuitamente e in formato PDF – qui

grilloleggente · libri, libri e libri

Ad Alta Voce

Mettete un martedì sera in biblioteca.

Una decina di persone, otto libri. Nessun tema in particolare: ciascuno porta un libro che sta leggendo, ha letto, ricorda con piacere, predilige… 

E poi si legge. Dieci minuti a testa. Due parole d’introduzione e qualche pagina. E poi un paio di minuti per le domande – se ci sono.

Poi si passa al prossimo lettore, al prossimo libro.

Una fetta di torta a metà strada non guasta. Noi ieri sera avevamo le rose del deserto. Perché ieri sera abbiamo sperimentato, in un gruppo ristretto, la formula di un’idea per rivitalizzare la biblioteca locale. Ed è andata benissimo. Tra otto libri diversissimi, scelti in base ai criteri più vari, è quasi impossibile non trovare di che incuriosirsi o interessarsi almeno un paio di volte.

E l’idea dell’assaggio di lettura è geniale nella sua semplicità, perché sentire qualcuno che descrive un libro, pur con tutto l’entusiasmo del mondo – e talvolta a causa di tutto l’entusiasmo del mondo – non sarà mai la stessa cosa che assaggiarne un pezzetto.

Per dire, ho deciso che devo leggere Il più grande uomo scimmia del Pleistocene e Zia Mame. E sapete la cosa migliore? Nessuno dei due è proprio il genere di libro che leggo in questo periodo, e avrei potuto ignorarli beatamente entrambi*, e invece ho tanto idea che mi piaceranno.

E chissà, magari a mia volta ho risvegliato in qualcuno l’uzzolo di leggere Lord Jim?

Dopodiché la questione è aperta su una serie di punti: introdurre o non introdurre le letture? Discutere o non discutere? Ma questi sono particolari che definiremo col tempo e con la pratica, e intanto due cose sono certe: otto libri con una piccola pausa sono una scaletta ragionevole, e una cadenza mensile ha l’aria di poter funzionare.

Perché continueremo, oh se continueremo. Intanto a marzo apriamo al pubblico, e stiamo a vedere come funziona – ma nutro speranze. È più agile di un gruppo di lettura, porta a interessanti scoperte e buona conversazione, e le rose del deserto erano ottime. Promettente, no? 

Staremo a vedere. Vi terrò informati.

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* No, d’accordo: di Roy Lewis mi è stato parlato assai bene altrove (you know who you are!), per cui magari ci sarei potuta arrivare anche per altre vie – ma indubbiamente sentir leggere di Griselda che, obliquamente e senza troppo parere, ipotizza l’omicidio del capobranco/suocero mi ha decisa ad agire.

Ossessioni · scribblemania · Somnium Hannibalis · teatro

Annibale, Di Nuovo?

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

“Perché sai, ho ripreso in mano il romanzo proprio ieri pomeriggio, e anche solo spulciando qua e là ci ho ritrovato tante cose che mi piacciono da matti, e che sono rimaste fuori dalla versione teatrale… Adesso che non abbiamo più il problema delle scuole e il limite di tempo, perché non lo riprendi in mano?”

E io non so se G. abbia ben chiaro che razza di bomba abbia sganciato, perché…

Ma cominciamo dall’inizio – e poi no, nemmeno quello. Cominciamo di lato.

Se avete mai presentato un libro, o se avete mai avuto la ventura di lasciarvi scappare che scrivete, odds are che qualcuno prima o poi vi abbia chiesto quanto impiegate a scrivere un libro. Quanto meno, a me capita tutto il tempo, e rispondere a proposito del Somnium Hannibalis può essere divertente o imbarazzante, a seconda dell’interlocutore. Perché l’ineludibile verità è che a scrivere SH ho impiegato più o meno vent’anni.

E adesso sì che cominciamo dall’inizio, e dalla Clarina sedicenne che, dopo avere divorato tutto il G.B. Shaw della ben fornita libreria di casa, decide di provarci e scrive a matita su fogli gialli a quadretti… Annibale – dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo.

Sì, davvero. E no, non ridete. Oppure ridete pure – a distanza di vent’anni e rotti ci rido anch’io, e all’epoca mio padre non finiva di divertircisi. Io però lo prendevo molto sul serio. E lo finii, sapete? Fu la prima cosa più lunga di un raccontino che finii sul serio.

Che dire? Se davvero l’imitazione è la forma più sincera di adulazione, lo spirito di Shaw aveva di che sentirsi molto lusingato. E da qualche parte devo averli ancora, i foglietti gialli a quadretti con il mio primo dramma scritto a matita. Quel che ricordo con vera felicità di quella stesura è che ero capace di lavoraci, in piena concentrazione, nel bel mezzo di qualsiasi grado di casino. E adesso smetto di sdilinquirmici, ma abbiate pazienza: è un bel ricordo.

Poi, in sporadici e successivi sussulti di buon senso, eliminai l’epilogo. E poi il prologo. E poi un atto. E poi un altro. Arrivando a Pavia da matricoletta, mi portai dietro un atto unico. Ed era ancora un atto unico quando partii per Cardiff – solo che era stato trascritto su foglietti azzurri. Sempre a quadretti. E si svolgeva tutto la sera dopo la battaglia di Canne.

Maarbale, e la vittoria, e nimini dii nimirum dederunt, e perché diavolo dopo Canne non aveva attaccato Roma? Perché il punto era quello: sapevo bene che c’erano tutte le buone e solide ragioni strategiche del mondo per non cacciarsi ad assediare una città murata in territorio ostile, eppure l’idea che la tentazione dovesse pur essersi presentata, e poi nulla, mi dava i brividini alla schiena.

Avete presente quando sapete, proprio sapete con assoluta certezza di avere una buona idea per le mani – solo che sappiate darle la forma giusta? Ecco, così. Peccato che la forma giusta continuasse a sfuggirmi. Ho perso il conto delle stesure di quell’atto unico. Ho anche quelle, da qualche parte. Foglietti azzurri in una copertina ad anelli azzurra, pieni di cancellature e correzioni. Sapevo quel che volevo, solo che non riuscivo a dargli la forma che avevo in mente.

E immaginatevi gli anni che passano, le stagioni che si succedono e la Clarina che, tra Cardiff, Pavia, la Vandea e Londra, decide che forse dopo tutto la sua strada non è il teatro, ma il romanzo storico. Fast forward un certo numero di anni, mentre scrivo tutt’altro, eppure, eppure… Annibale resta sempre lì, tra le quinte, in attesa che mi decida a farne qualcosa.

Ma in realtà nel frattempo è diventato difficile. Non che sia mai terribilmente facile, ma Annibale è peggio della media. Se non fosse buffo, direi quasi che non riesco ad essere debitamente lucida…

Finché, dopo due volumi di Vandea e il Rinascimento mantovano, dopo la Francia seicentesca e Costantinopoli moribonda, ecco che arriva la folgorazione: Annibale, sì, ma in forma di romanzo. E comincio a strologarci su, e prendo… come chiamarla? Una deviazione? Immagino di sì. Una consistente deviazione: un metaromanzo su… er, gente che non scrive su Annibale. 

I know, I know... Eppure anche quello aiuta. Mentre scrivo di gente che esplora l’idea da vari punti di vista e poi rinuncia per un motivo o per l’altro, in qualche modo mi convinco. Prima di tutto, mi convinco a leggere e studiare di più in proposito, perché a teatro non c’è davvero bisogno di ricostruire minutamente un mondo – basta suggerirlo – ma un romanzo è un’altra faccenda. 

E così si legge in abbondanza e in varie lingue, ci si documenta e si strologa, e si scoprono varie cose. Come la vecchiaia passata presso Re Antioco, ospite di lusso, pericoloso e inascoltato. O come il probabilmente apocrifo episodio del giavellotto scagliato dentro le mura prima di allontanarsi per sempre da Roma… Apocrifo finché si vuole, ma indicibilmente bello.

E allora…

Ma no, che diavolo. È tardi, devo precipitarmi al seggio, da brava piccola segretaria. Mi perdonate se per oggi mi fermo qui?

Ci sarà una seconda puntata di questa storia: giungerà la nostra eroina alla conclusione di riscrivere il Somnium? Staremo a vedere. 

Staremo a vedere tutti, credetemi…

musica

Orfeo

Come oggi, quattrocentosei anni orsono, nella Sala dello Specchio di Palazzo Ducale a Mantova, Claudio Monteverdi finiva d’istruire cantori e cantatrici, danzatori e cori. E intanto si finiva di montar le scene, si davano gli ultimi ritocchi a pepli e calzari…

Il cremonese Monteverdi era nervoso: di lì a qualche ora, a torce accese, la compagnia avrebbe rappresentato per la corte del Duca Vincenzo Gonzaga la sua favola in musica Orfeo – quella che oggi consideriamo la prima vera e propria opera lirica.

Immaginiamoci allora con Vincenzo e la sua corte, ad assistere a questo spettacolo nuovo, mirabilmente complesso, raffinato e vivido… Qui in una bellissima versione del Liceu di Barcellona, diretta da Jordi Savall:

E, una volta tornati dal 1607 e dai festeggiamenti del carnevale gonzaghesco, buona domenica a tutti.

Poesia · Vitarelle e Rotelle

La Poesia È Duro Lavoro

poesia, sudare inchiostro, mattia nicchioOggi vi segnalo l’iniziativa di un amico blogger.

Il blogger è Mattia Nicchio di Sudare Inchiostro – fresco terzo posto al Premio Darwin: Mattia è un sonneteer, e razzola come predica.  E quel che predica è un principio caro al mio cuore, quello secondo cui (e cito) la tecnica è alla base dell’arte.

Per cui non sarete stupitissimi nell’apprendere che ll’iniziativa di cui parlo è una serie di post intitolati Come scrivere poesia. È proprio quel che dice l’etichetta: tecnica e teoria della poesia spiegate in modo agile, chiarissimo, sensato e pratico. Ci sono esempi, ci sono esercizi e c’è persino una sana dose di sense of humour – che si può volere di più?

Per ora la serie si compone di due post – e confesso di non sapere se ce ne siano altri in programma, ma già così Mattia offre un’abbondanza di strumenti essenziali per chi crede che la poesia non consista nell’aprirsi le coronarie, gettarne il contenuto in ordine sparso sul foglio e andare a capo a fantasiosi intervalli… poesia, sudare inchiostro, mattia nicchio

Perché vi dirò: non scrivo poesia (ed è un serio motivo di rammarico non possedere quella capacità estrema di sintesi che serve) e in generale non mi occupo di poesia, ma mi è capitato di essere assunta per valutare poesie. E in una desolante quantità di casi mi sono trovata di fronte a prosa spezzettata come gli spaghetti per la minestrina. Quando va proprio bene, si riesce a convincere qualche aspirante poeta che è più complicato di così, che ci sono una teoria e una tecnica, che metro e ritmo non sono mezzi di trasporto, che è duro lavoro… E allora quelli benintenzionati chiedono: dove si può studiare tutto ciò?

La prossima volta, almeno a titolo d’introduzione, indirizzerò senz’altro l’aspirante dalle parti di Sudare Inchiostro – sperando che Mattia trovi modo di dar corso all’intenzione di mettere insieme un manualetto.

Intanto, se scrivete poesia, se volete scriverne, e anche se non volete ma v’interessa sapere come funziona il giocattolo, Come scrivere poesia lo trovate sul blog – a episodi come un romanzo ottocentesco: Prima Puntata e Seconda Puntata.

Will there be more? Chi può dire? Speriamo…

gente che scrive · lostintranslation · Poesia

E Il Pescatore Alla Sua Ninfa

john donne, the bait, christopher marlowe, walter raleighC’è gente da cui magari non te lo aspetti, perché per la maggior parte del tempo te ne parlano come de IL poeta metafisico, autore di poesia religiosa, sermoni, elegie, difese del suicidio, traduzioni dal Latino, epigrammi et multa caetera – tutta roba seria. E per di più, ti dicono, è un criptocattolico che poi diventa sacerdote anglicano. Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché in realtà, tra una roba seria e l’altra, questa gente ha scritto carretate di satire, canzoni e poesia d’amore a forte carica erotica – solo che questo a scuola non te l’hanno mai detto.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato a tutt’altro – ai suicidi, e ai Gesuiti, e a nessun uomo è un’isola, e a per chi suona la campana… non certo agli idilli ittico-pastorali.

Per cui è con un certo divertimento che scopri un’ulteriore – ed acquatica – risposta al pastorello marloviano e alla ninfa di Rale(i)gh, ad opera del metafisico reverendo John Donne*:

The Bait

Come live with me, and be my love,
And we will some new pleasures prove
Of golden sands, and crystal brooks,
With silken lines, and silver hooks.

 

There will the river whispering run
Warm’d by thy eyes, more than the sun;
And there the ‘enamour’d fish will stay,
Begging themselves they may betray.

 

When thou wilt swim in that live bath,
Each fish, which every channel hath,
Will amorously to thee swim,
Gladder to catch thee, than thou him.

 

If thou, to be so seen, be’st loth,
By sun or moon, thou dark’nest both,
And if myself have leave to see,
I need not their light having thee.

 

Let others freeze with angling reeds,
And cut their legs with shells and weeds,
Or treacherously poor fish beset,
With strangling snare, or windowy net.

 

Let coarse bold hands from slimy nest
The bedded fish in banks out-wrest;
Or curious traitors, sleeve-silk flies,
Bewitch poor fishes’ wand’ring eyes.

 

For thee, thou need’st no such deceit,
For thou thyself art thine own bait:
That fish, that is not catch’d thereby,
Alas, is wiser far than I.
 
Come al solito, vi tocca la mia traduzione al volo:
 
L’Esca

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proverem  delle delizie nuove
Di sabbie d’oro e rivi di cristallo;
Lenze di seta e begli ami d’argento.

E là sussurrerà scorrendo il fiume,
Caldo degli occhi tuoi ancor più che del sole;
E là dimoreran rapiti i pesci,
Di potersi tradire supplicando.

Quando ti bagnerai  in quell’acqua viva,
Ogni pesce per ogni liquida via
Ti raggiungerà nuotando amoroso,
Più lieto di trovarti che tu di pescar lui.

Se sei ritrosa d’esser vista
Da sole o luna, entrambi oscura,
Che, se ho licenza di guardare,
Ho te e non voglio la lor luce.

Stian altri al freddo con le canne da pesca,
A ferirsi con conchiglie ed alghe,
O a far la posta a tradimento ai pesci,
Strozzarli nelle trappole, acchiapparli nelle reti,

Con mani rudi, dai nidi fangosi
A strappare i pesci ascosi sotto riva;
O con le mosche di seta traditrici,
Ad ammaliare i pesci sventurati.

Ma tu, di tale inganno tu non hai bisogno,
Chè tu, tu stessa la tua esca sei,
E dal pesce che così sfugge alla cattura,
Di me è assai più saggio, ahimè.
 

Verrebbe da dire che i pescatorelli siano più… er, pratici dei pastorelli, vero? E di sicuro non fanno promesse di lungo periodo. Mi piacerebbe veder rispondere la ninfa… Chissà se anche Donne ha avuto il suo Rale(i)gh? 

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* Sì, ok: il ritratto è di prima che diventasse reverendo e metafisico.