John Crowley è un eclettico autore americano, pluripubblicato in vari generi dalla fantascienza al fantasy al romanzo storico.
Naturalmente è da quest’ultimo lato che mi sono imbattuta in lui qualche tempo fa, e in particolare in un suo delizioso articolo intitolato The Accu-Thump of Googletarity, apparso in origine sul sito di Powell’s Books. Sotto il titolo nonsense, non capita tutti i giorni di leggere una descrizione così aguzza e divertente del funzionamento della ricerca alla base di un romanzo storico – e poi c’è la gugletarietà… ah, la gugletarietà. O guglitudine? O forse guglinità…?
E a questo punto spero che siate curiosi e che apprezziate quel che ho fatto: a suo tempo, ho scritto a Mr. Crowley e gli ho chiesto se potevo tradurre e pubblicare l’articolo sul mio blog. Come tende a capitare con gli scrittori americani, John Crowley (che incidentalmente insegna scrittura creativa a Yale) ha risposto nel giro di mezz’ora, dandomi il suo placet.
E quindi ecco a voi, nella mia traduzione, John Crowley su storici e romanzieri, profilattici e pneumatici, nonché le gioie della Rete con…
L’Accu-Thump Gugletario
Quanto costava un profilattico nel 1944? Com’era confezionato? Dove si comprava? C’erano dei distributori automatici nelle ritirate* dei bar, come alla fine degli Anni Cinquanta? Stavo scrivendo Four Freedoms, il mio romanzo sugli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, e avevo bisogno di saperlo. Avrei potuto glissare sul dettaglio – “comprò un profilattico, oppure “tirò fuori un profilattico”, ma sono proprio questi piccoli dettagli della vita quotidiana a dare realtà, vividezza e spessore a una storia, in qualunque secolo sia ambientata. La differenza è che i dettagli del passato bisogna andarseli a cercare, senza potersi basare sull’esperienza.
Gli autori di romanzi storici fanno (o almeno dovrebbero fare) un sacco di ricerca prima di cominciare a scrivere, e poi continuano a fare ricerca fino alla fine – proprio come gli storici veri. Solo che spesso cercano roba diversa. La ragione delle cose, le ragioni per cui le persone credevano di agire nel modo in cui agivano, le forze mal comprese, o non comprese affatto, che influenzavano la gente, una cronologia che metta in ordine cause ed effetti – ecco quello che immagino quando mi chiedo che cosa ricerchi uno storico. A parte i singoli casi in cui un minuscolo dettaglio è fondamentale (ad esempio l’ora precisa in cui fu spedito un certo telegramma), i dettagli dell’abbigliamento e della cucina, il modo in cui un personaggio passava le mattinate o le serate, dove si faceva fare un abito e quanto lo pagava, non sono lo scopo della ricerca. La ricerca del romanziere è l’opposto, o magari l’immagine speculare, proprio come la narrativa storica è lo specchio della storia – la stessa cosa, ma non lo stesso. Lo scrittore vuole un’abbondanza di dettagli che riguardino i suoi personaggi, se sono storici, o altri come loro. Non gl’importa tanto quel che facevano tutti, quanto quello che era possibile fare. Più di quel che faceva una specifica persona, gl’importa quello che avrebbe potuto fare una persona qualsiasi. Immaginiamo un certo tipo di personaggio: avrebbe potuto pensare questi pensieri, possedere quest’arma, ricordare questo evento, indossare questo cappello? È questo che serve al romanziere per modellare il passato in un mondo che sia credibile come un’ambientazione contemporanea.
Naturalmente un romanziere non è tenuto ad essere scrupoloso in fatto di ricerca, però, anche se nessuno potrà mai accusarlo d’inattendibilità se pasticcia i dettagli – o persino il quadro generale – resta pur sempre inattendibile. Per alcuni romanzieri questo è un aspetto fondamentale, per altri meno. Walter Scott, che si può dire abbia inventato il romanzo storico, spesso lardellava le sue storie di note a piè di pagina, per sostenere le sue invenzioni con l’evidenza dei fatti. Ma se i romanzieri possono sempre sostenere che una ricerca accurata è superflua o marginale, non possono più lamentarsi che sia troppo difficile. Ora, non so se Internet, in tutta la sua gloria e con qualche infamia, abbia rivoluzionato la vita degli storici di professione – magari sì, ma si guardano dal dirlo – però di sicuro ha fatto della ricerca una vacanza per i romanzieri storici: divertente, rilassante e piena di soddisfazioni.
E non è solo questione di Google, del Progetto Gutenberg e di JSTOR. Ho usato tutti e tre questi strumenti quasi ogni giorno, seguendo tracce di sito in sito e incappando in strane avventure con collezionisti, memorialisti, visionari, mercanti e gente ossessiva, perché è impossibile scrivere alcunché a proposito di vecchie auto, vecchie ferrovie, vecchi aerei, Seconda Guerra Mondiale o fumetti senza incontrare gente del genere. E poi ho beneficiato dell’aiuto dei lettori del mio blog**, che trovo essere una compagnia di gente indicibilmente in gamba, sempre pronta a fare ricerche e condividerne il risultato. Abbiamo avuto una serie di favolose conversazioni – come la volta in cui mi serviva il prezzo dei profilattici nel 1944.
Cercando “prezzo”, “profilattico” e “1944”, la mia Brigata Cervelloni è approdata per prima cosa su eBay, dove erano in vendita vari oggetti connessi con i profilattici vintage. Salta fuori che contenitori, pacchetti, istruzioni e volantini dei profilattici d’antan sono oggetti da collezione – chi l’avrebbe mai detto? La persona che su LiveJournal conosco come “Jonquil” mi ha scritto: “Questo non ha data, per cui magari non ti serve a niente, però mostra una lattina di Merry Widow*** con il prezzo impresso sul coperchio.” Poi Nineweaving mi ha mandato un’immagine inglese: “A quanto pare, da questo lato della Tinozza usavano allegre scatolette rosse. Co-Ed Prophylactics**** – da non crederci! E quando vai a caccia, sta’ alla larga dalle studentesse…” Ben presto abbiamo cominciato ad avere conversazioni come questa:
Cameo: Ho trovato un paio di links che potrebbero divertirti… un fracasso di vecchie confezioni di profilattici del Powerhouse Museum, in Australia: Una Galleria di 21 Involucri di Carta per Profilattici degli Anni Trenta E Quaranta: http://www.ep.tc/condom-envelopes/
Crowleycrow: Che belle buste di carta – sicuramente asetticissime! E poi i nomi: Bufalo, Odalisco, Poncho… Par quasi di sentire il ronzio del ventilatore a soffitto e la musica che filtra dalla piazzetta attraverso le griglie della finestra.
Cameo: Il mio preferito però è Devil Skin.*****
Jonquil: A me piace Odalisque, ma Sedatex suona allarmante. Un calmante… proprio lì?
Uno dei miei corrispondenti ha chiamato in aiuto un’autentica storica del sesso che, essendo inglese, ha fornito risposte intriganti ma non del tutto pertinenti.
Oursin: Non c’è una risposta unica alla domanda sul prezzo di un profilattico. Ho consultato qualche catalogo (inglese) della seconda metà degli Anni Trenta, e un rivenditore poteva offrire articoli in una gamma di prezzo che andava dai tre pence alla ghinea, a seconda dello stile, del livello, della durevolezza (riutilizzabile? lavabile?), del materiale (gomma? pelle?), eccetera. E non parliamo di economie di scala e acquisto all’ingrosso: si potevano comprare persino confezioni di campioni assortiti. Alcuni tipi erano confezionati in lattina, altri no. Si sentono anche storie di gente elegante che se li faceva fare su misura, con tanto di monogramma… Non so se ci fosse da fidarsi di un profilattico da tre soldi, ma non giurerei nemmeno che l’affidabilità migliorasse significativamente in proporzione ai prezzi più elevati.
Crowleycrow: Grazie di tutto, in particolare per l’espressione “profilattico da tre soldi”, che intendo annotare e usare da qualche parte. “Profilattico da due centesimi” ci va vicino, ma è molto meno divertente.
Jonquil: “Riutilizzabile? Lavabile?” Questa sì che è un’idea sgradevole. Evviva la prevenzione delle malattie!
Crowleycrow: Di solito quelli economici di gomma si buttavano, mentre quelli di pelle (in realtà intestino di pecora) si lavavano/riutilizzavano/riarrotolavano. E sì, all’epoca si era parsimoniosi – e stupidi.
Dopo un po’ di questo regime, ho potuto scrivere con ragionevole sicurezza una scena in cui il mio personaggio sceglie tra quattro marche: Merry Widow, Sheik, Co-ed e Fortuna. L’ultima marca è una mia invenzione, di cui un altro personaggio commenta: “La fortuna è se non scoppiano.” Il mio fittizio giovanotto paga un dollaro e settantacinque per una lattina da tre profilattici di gomma. La Brigata Cervelloni mi ha anche segnalato uno spot televisivo diretto da Michel Gondry e disponibile, naturalmente, su YouTube, in cui proprio una lattina del genere compare in una scena di ambientazione rétro… E Gondry, mi domando, dove avrà scovato il dettaglio?
Il maggior pericolo della ricerca storica, per l’appassionato di curiosità e bizzarrie, è la distrazione – che d’altra parte è anche una delle maggiori soddisfazioni. Sono sicuro che, proprio come noi abbiamo la parola Serendipità, ispirata al romanzo sui tre principi vagabondi di Serendip, le generazioni future avranno un sinonimo derivato da Google. Gugletarietà? Gugolitudine? Gugolinità? Quando ho fatto ricorso a Internet per provare che il modo idiomatico “kick the tires”****** prende origine dalla scarsità di gomma e pneumatici durante la Seconda Guerra Mondiale, non ci sono riuscito. In compenso, ho trovato un sito che vendeva Accu-Thump, un arnese fatto come un manganello provvisto di manometro: quando date una manganellata al vostro pneumatico, il manometro vi dice se la pressione è sufficiente. Interessante. Ero quasi tentato di comprarmi un Accu-Thump, ma poi nello stesso sito ho scoperto che l’inventore sta anche progettando una valuta cristiana, “una moneta che [i Cristiani] possano far circolare tra loro come un memento costante del loro Creatore e Salvatore, al posto delle monete che recano l’immagine di un idolo o di un re.” E in quale altro modo avrei potuto scoprire questa bizzarra e suggestiva idea? Ci vedo già il nocciolo di un altro romanzo…
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* Sì, la chiamavamo ritirata… [NdA]
** John Crowley Little and Big su LiveJournal [NdA]
*** Er… “Vedova Allegra.”
**** Letteralmente “Profilattici Studendessa-In-Una-Classe-Mista.” Immagino che “Profilattici Classe Mista” renda l’idea…
***** “Pelle di Diavolo”…
****** Letteralmente “Prendere a calci le gomme”, cosa che la gente faceva prima di acquistare una macchina usata, per verificare lo stato degli pneumatici. Il modo di dire è passato a significare “esitare/spaccare il capello in quattro/cercare pretesti prima di prendere una decisione” o più semplicemente “tergiversare.”
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Credo di avervi detto qualche centinaio di volte, nel corso dell’ultimo anno o giù di lì, che il Coro di Shakespeare in Words è stato il mio ritorno sulle scene dopo più di vent’anni. Così come vi ho detto che stavo scrivendo (e adesso ho finito) un romanzo che parla di teatranti – un teatrante in particolare – nella Londra elisabettiana.
domandarsi che zampa muovere per prima – però diventa molto più consapevole dei rapporti di causa ed effetto in quel che fa e nelle reazioni che ottiene. E altre cose di questo genere. Diciamo che comincia a elaborare una teoria dietro la sua pratica quotidiana – e a pensare a quel che questa teoria implica…


Poi c’è lo Scippo d’Azione, il cui re incontrastato è probabilmente Arthur Conan Doyle con il suo Gérard. Il fittizio Gérard è ampiamente ispirato al reale Marbot, ufficiale di cavalleria, aiutante di campo e memorialista – di cui gli vengono assegnate d’ufficio varie vicende e prodezze. Come pure vicende e prodezze di varia altra gente, in una collezione di elevata improbabilità e notevole spudoratezza… Ma in realtà fa tutto parte del gioco, perché dato il tono generale e l’ottima, ma proprio ottima opinione che Gérard ha di sé, il lettore è di fatto invitato a leggere con un sopracciglio levato e il costante dubbio di avere a che fare con un contafrottole di prima forza.
ca, eminentemente seicentesca carriera da schiavo a governatore della Giamaica. Dall’altro lato Sabatini si dà qualche pena per stabilire una voce narrante che finge di comportarsi da storico. Ogni tanto, tra una scena e l’altra, il narratore cita e compara fonti, ricostruisce, opina, dubita… Oh, è tutto molto tongue-in-cheek, ma quello è il gioco a cui si gioca. E poi, mentre Peter Blood si prepara a prendere Maracaibo, ecco che il narratore esce allo scoperto.
Sapete cos’è che fa davvero felice un romanziere storico?
Guardate, per esempio, I Tre Moschettieri. Dumas aveva pescato i personaggi dalle fittizie Mémoires de M. d’Artagnan – in realtà un romanzo settecentesco di Gatien Courtilz de Sandras, e aveva cucito loro attorno un intreccio preso dalle memorie di La Rochefoucauld. Ricordate i puntali di diamanti? Credevate che fossero immaginari? Ebbene no – o almeno, non è detto. Francamente non ce lo vedo La Rochefoucauld, of all people, a inventarsi un particolare del genere: Anna d’Austria avrebbe regalato una parure di puntali* a Buckingham, cui un’ex amante respinta e gelosa li avrebbe poi rubati, servendosene per un ricatto – che qualcuno sventò recuperando i puntali…
La faccenda è solo lievemente diversa nel caso di The Splintered Kindgdom, di James Aitcheson. Ora, per forza di cose, la conquista normanna dell’Inghilterra, Hastings e dintorni sono documentati con più abbondanza di quanto non lo siano i puntali, ma stiamo parlando di XI Secolo, e si può contare ragionevolmente che qualche utile buco ci sia. Per esempio, i cronisti concordano sul fatto che Edgar Ætheling, uno dei vari pretendenti sassoni al trono d’Inghilterra negli anni della conquista, sia stato ferito alla battaglia di York nel 1067 – ma da chi? Di nuovo, non se ne sa nulla, ed ecco l’interstizio in cui Aitcheson infila il suo protagonista fittizio, il cavaliere bretone (e normannizzato) Tancred a Dinant. Questa eminenza fittizia si rivela utile nel giustificare il modo in cui Tancred viene ascoltato nei consigli pur essendo un barone minore e si ritrova a condurre una manovra diversiva durante lo sfortunato raid gallese di Hugh d’Avranches. In fondo qualcuno l’avrà pur condotta, la manovra diversiva, ma non si sa chi – e allora, perché non Tancred? In questo Aitcheson è un dumasiano abbastanza stretto: benché la sua storia non ruoti interamente attorno all’azione orfana, la trama è costruita attorno a un certo numero di azioni orfane affidate a Tancred, i cui guai personali si snodano tra l’una e l’altra.
Be’, poi se vogliamo c’è Balzac, che nel giovanile Les Chouans fa della protagonista fittizia, la duchessina illegittima Marie de Verneuil, la seconda moglie di Danton… Peccato che si sappia e si sia sempre saputo che la seconda moglie di Danton era la borghese parigina Louise Gély. Per cui sì, in teoria con le fonti si può fare quel che si vuole, ma tenete presente che Les Chouans è un libro un po’ così**** e che l’identificazione di Marie con la seconda Mme Danton è piuttosto gratuita – più sensazione che altro. Anche Balzac aveva le sue cattive giornate, si direbbe, e il metodo Verneuil non è nulla che mi senta di consigliare.
* Dite la verità: siete curiosi di sapere che diamine se ne facesse uno di una parure di puntali? Ebbene, guardate la figura qui a sinistra: i puntali erano arnesi conici di metallo – più o meno meno prezioso, più o meno lavorato, più o meno provvisto di gioielli – attaccati a nastri o cordoncini che servivano per allacciare maniche, giubbe e corpetti in un’epoca senza bottoni. Accessorio unisex.
Che ne direste, o Lettori, di un viaggetto nel tempo?
Padrona di casa è Irma Guidorossi, nel suo negozio di ceramiche La Corte dei Gonzaga. Maestro delle cerimonie è Simone Rega, che ci guiderà nel viaggio. E poi ci sono io, a raccontare “Il Risvolto della Tovaglia”, ovvero ciò che accadeva tra banchetti, feste, giostre e strade buie nella Mantova di Guglielmo Gonzaga. Parleremo di gelosie, intrighi, duelli…
“Commenti che non lasci fare. A nessuno.”
“Non sono certo che tu abbia una clearance sufficiente. Qui stiamo proteggendo le frontiere dell’Impero dai barbari, e tu mi sembri incline alle decisioni dissennate. Che succede se apri un cancello indebito, se i barbari entrano a frotte, se…”
Da
The Wooden Overcoat, di Pamela Branch (primi Anni Cinquanta), è un… be’, se fosse un film (e credo che ne uscirebbe una sceneggiatura coi fiocchi), lo definirei una commedia nera con sfumature gialle. Londra postbellica, tessere per il razionamento, case condivise: in una di queste, in una zona bene-ma-non-troppo, abitano due giovani coppie con ambizioni artistiche. E nella casa accanto è insediato l’Asterisk Club, circolo esclusivissimo, visto che è riservato agli assassini erroneamente assolti. Solo che all’AC non c’è posto per alloggiare l’ultimo arrivato, e lo sgradevole Mr. Cann viene messo a pensione presso i quattro ragazzi della porta accanto, solo troppo felici di raggranellare qualche sterlina extra. E quando l’ospite defunge, presto seguito da un’altra pittoresca esponente dell’AC, i nostri quattro – ciascuno sospettando e volendo proteggere il rispettivo coniuge – si ritrovano alle prese con un problema inedito: come si fa liberarsi di un cadavere – per non parlare di due? E qui tutto si fa molto esilarante, con una trama intricatissima, una schiera di personaggi azzeccatissimi nella loro spassosa improbabilità, una parodia del gialllo inglese classico e degli hard-boiled americani, una quantità di folklore sulla derattizzazione e dei dialoghi frizzantissimi. È uno di quei libri che vi fanno scoppiare a ridere forte mentre leggete in luogo pubblico, per capirci. Credo che dare almeno un’idea dell’intreccio di accenti (di luogo e di classe, very Britishly) sarebbe di per sé un lavoro.
Di Entered From The Sun abbiamo parlato un po’. George Garret è stato il poeta laureato della Virginia, e dire che la sua prosa tradisce una forma mentis poetica è un inverecondo eufemismo. Mettersi a tradurre questo romanzo sarebbe un’impresa oceanica. Anche avendo le idee chiare sugli scogli fittissimi delle eccentricità linguistiche, la sintassi tortuosa complicherebbe non poco il calcolo della rotta. Senza contare le tempeste continue di una trama né troppo comprensibile né (alla fin fine) troppo rilevante. E vogliamo parlare delle irresistibili correnti profonde di sottotesto, delle sirene attraenti e inafferrabili del punto di vista e delle apparenti (e solo apparenti) inaccuratezze biografiche? Con l’equipaggio – gente inaffidabile al massimo grado, di cui sappiamo sempre tutto e raramente capiamo abbastanza – non cominciamo nemmeno. Sì, lo so, sembra irritante: l’ultimo libro che qualcuno potrebbe voler navigare – leggere o tradurre. Eppure lo stile di Garret è un aliseo, e had I but time and world enough…
Infine A Plague Of Angels, o in mancanza di quello un volume qualsiasi della serie su Sir Robert Carey di P.F. Chisholm. Siamo a metà strada tra il giallo storico e l’avventura, con un figlio del Lord Ciambellano (incidentalmente un cugino illegittimo della Grande Elisabetta) che arriva al selvaggio confine tra Inghilterra e Scozia, dove ci si aspetta che mantenga l’ordine tra i clan con la bellezza di sette soldati indigeni sotto il suo comando. Per fortuna di Carey, uno dei sette è il formidabile sergente Dodd, un allampanato giovanotto dall’aria lugubre, che fa del suo meglio per nascondere un’acutissima intelligenza. Oh la ricostruzione storica, la ricostruzione storica, la ricostruzione storica! Oh i personaggi, i personaggi, i personaggi! Oh i dialoghi, i dialoghi, i dialoghi! E badate che il linguaggio non è sempre rigorosamente period. Anzi: più di una volta mi è capitato di ripensare a qualche espressione peculiare di Dodd o Carey e, facendo due ricerche, scoprire che si tratta di un modo idiomatico più moderno. Ma il tutto è usato in modo così appropriato, così intelligente e frizzante e così perfetto per la caratterizzazione che la licenza è non solo perdonabile, ma benvenuta. Chisholm sarebbe forse il compito meno ostico della mia lista – e uno dei più divertenti.
enormemente affascinante – ma immagino che da me non ci si possa aspettare altro, giusto?
Ed è un po’ un’ironia che un uomo che ha incentrato la sua vita su una passione per il teatro elisabettiano dovesse avere pessimi ricordi del Dulwich College – fondato dal grande attore elisabettiano Edward Alleyn – tanto da ricordare i suoi anni scolastici come “un’infelicissima prigionia”… Ma per fortuna l’infelicità scolastica non spense l’interesse del giovane Hodges per il periodo, e non gli impedì di diventare l’uomo i cui disegni speculativi e la cui erudizione sono stati fondamentali nella ricostruzione moderna dei teatri elisabettiani.
No, non è vero: volevo un workshop.
“Mi tirate il collo, se modifico queste tre scene?” ho chiesto agli attori. E gli attori hanno promesso di non tirarmi il collo, così sono tornata a casa e ho impiegato parte della notte a spostare una scena e combinarne due in una, e adesso l’inizio del secondo atto funziona molto meglio.