teorie · Vitarelle e Rotelle

Ascoltando Senza Volere

street-cafeQualche giorno fa sono partita con l’intento di sperimentare una di quelle cose che si leggono nei libri – scrivere in un caffè – e ho finito per fare tutt’altro.

Io al caffè ci sono andata: un grazioso posto in città con i tavolini all’aperto, con vista su una bella viuzza pittoresca e su un giardino pieno di rose. Essendosi una bella giornata, mi sono impadronita di un tavolino sotto gli ombrelloni bianchi, ho ordinato un tè al latte e mi sono messa al lavoro. E tutto andava molto bene per – forse – un quarto d’ora. Poi, nel tavolino alle mie spalle, sono venute a sedersi in due, una delle quali era appena stata lasciata dal moroso e aveva bisogno di sfogarsi…

E vi giuro che non avevo la minima intenzione di ascoltare. Io ero lì per scrivere – o quanto meno per revisionare, e sarei stata ben felice di restarmene nel Sedicesimo Secolo per il resto della mattinata… Ma l’Abbandonata parlava a voce altissima, e le sue vicende hanno cominciato a sovrapporsi a quelle del mio protagonista e così, senza volere, mi sono ritrovata a fare un’altra cosa da libri. Da libri – o seminari – di scrittura. Nel capitolo sul dialogo capita sempre: presto o tardi l’istruttore suggerisce di ascoltare la gente che parla sull’autobus, per strada o al caffè – per le storie, sì, ma anche e soprattutto per la maniera, il ritmo, il colore, gli usi colloquiali, le omissioni e, insomma, tutto quello che fa di una voce una voce. Listening

E in effetti, poco a poco, la narrazione dell’Abbandonata mi ha catturata. Non la storia – perché ci sono giorni in cui dubito un pochino che ogni famiglia infelice sia infelice a modo suo – ma il modo in cui era raccontata. C’era qualcosa, nel frasario da rivista femminile – o forse da talk show – e nel tono leggermente declamatorio e appena un po’ troppo alto… qualcosa di costruito. Di provato, ecco. Come se la signora avesse già raccontato tutto quanto in precedenza, ad altri o a se stessa. Forse ad alta voce e forse no, magari durante una notte solitaria e insonne, magari in macchina mentre guidava. Col che non intendo dire che non fosse sincera – ma di sicuro l’Abbandonata aveva speso tempo e pensieri nell’organizzare la storia così come io l’ho sentita. Solo che è rimasto, per dir così, l’eco delle prove.

È stato affascinante, a suo modo. Non userò mai la storia che ho sentito – ma il modo, il tono, e forse anche il registro, e quel che potevano implicare, sono un’altra faccenda. Ad esempio è proprio il tipo di cosa che il mio protagonista, attore di teatro con un’ossessione per le voci, potrebbe notare. Così adesso sono a caccia di una situazione in cui infilare qualcuno che parla in questo modo… E magari è un po’ tardi, a due terzi della terza stesura – ma ho ancora qualche scena da scrivere. Chi potrebbe avere l’eco delle prove nella parlata – e perché? E che cosa succede quando Ned se ne accorge?

È promettente.

E tutto sommato, tutti quegli istruttori avevano ragione: vale decisamente la pena di ascoltare.

libri, libri e libri · romanzo storico · Shakeloviana · Shakespeare Year · teatro

Liste, Pagine, Letture…

ShakelovianaVi ricordate di Shakeloviana?

Romanzi, teatro, cinema, radio… A est della Manica fatichiamo a immaginare la quantità di storie che il mondo anglosassone ha dedicato all’uno e all’altro. E non è soltanto una questione di quantità, ma anche di selvaggia varietà: romanzi storici in senso stretto, ça va sans dire, ma anche gialli, ucronie, rinarrazioni, fantasy, spionaggio, metateatro, storie di fantasmi, la Questione del Vero Autore, l’omicidio a Deptford…

A patto che ci fossero in scena Marlowe e/o Shakespeare, andava bene, giusto?

Da un certo numero di anni vado a caccia di queste cose – e poi ci posto su. Molto di questo lavoro (such hardships!) risale al 2014 – anno di Shakespeare & Marlowe – ma poi mi sono detta: perché non continuare? E, già che ci siamo, perché non dedicare alla faccenda una pagina accessibile dalla colonna qui a destra? Da tempo mi proponevo di farlo, e adesso, con l’Anno Shakespeariano, è arrivato il momento.

E sì, il festeggiato deve dividere la lista con Kit Marlowe – ma mettiamola così: nel 2093 Shakespeare si prenderà la sua rivincita.

Per ora, la pagina si trova qui.

libri, libri e libri · Shakespeare Year

La Memoria di Shakespeare

BorgesLa memoria de Shakespeare (2004)Tutto è successo per via di Ad Alta Voce.

Il tema era “Il potere dei ricordi” – e non avete idea di quanto ci prenderemmo a botte in testa quando si tratta di tirar fuori letture per quei temi che a suo tempo c’erano parsi tanto simpatici… – ed ero a caccia.

Così ho pescato La Storia Più Bella Del Mondo di Kipling, il Sonetto 81 per l’Angolo Shakespeariano, il finale de La Coppa d’Oro di Steinbeck, il pezzo sulle Cose Che Non Sappiamo Più dall’Annibale di Granzotto, un frammento del Sipario di Kundera…

E poi, cerchicchiando qualcos’altro, ho scoperto l’esistenza di un racconto di Borges chiamato “La Memoria di Shakespeare”.  Ora, la borgesiana, tra noi, è M. – ma, contando sulla sua indulgenza in considerazione dell’argomento, mi sono messa a caccia.

E ho fatto una scoperta.Borges2

Avete presente l’opera omnia di Borges pubblicata dai Meridiani? Ebbene, io non so se la MdS sia l’unico racconto che manca – ma di sicuro manca. In originale dava il titolo a una raccolta di quattro racconti. Nei Meridiani gli altri tre compaiono sotto il titolo “Tre Racconti” – e la MdS non c’è. Né c’è da sola, o in altre raccolte… non c’è proprio. Si trova altrove, ho scoperto – per esempio qui,* – ma siccome mi riduco sempre all’ultimo momento, era troppo tardi per procurarsi un’altra traduzione in città… Così mi sono messa a caccia, e ho trovato una traduzione inglese.

Ed è così che ho fatto la conoscenza di questa che, prima facie, sembrerebbe un’avventura un po’ à la Kipling: il grigio accademico che, per un caso bizzarro, si ritrova in possesso, appunto, della memoria di Shakespeare. Non le memorie – ma la memoria: i ricordi, i pensieri, le idee di William Shakespeare da Stratford. La più straordinaria circostranza che possa capitare a uno studioso, giusto? Chi non vorrebbe? Hermann Soergel non dà retta ai criptici avvertimenti del donatore: accetta e aspetta. E questa memoria estranea e antica non gli cade in testa tutta in una volta, ma sale lentamente, come una marea irregolare… fino a farsi terrificante – e pericolosa.

BorgesPoi Borges è Borges, e la storia di per sé lascia il centro del palcoscenico a una serie di affascinanti speculazioni su Shakespeare – come se l’autore si fosse servito della forma narrativa per dar voce a qualche idea non proprio accademica in proposito… Sia chiaro, la storia funziona, inizia, cresce, s’impenna e finisce aperta, piena di promesse inquietanti e di domande su arte, memoria, identità… Però è chiaro che non è l’intreccio a contare davvero. È lo Shakespeare immaginato, l’adesione all’uomo misterioso nascosto dietro il Canone, il gioco intellettuale. Io di Borges non ho letto moltissimo – anche se ho tutta l’intenzione di recuperare – e mi si dice che questa sia la cifra di molta della sua narrativa.

Quel che è certo è che il suo Shakespeare è un profilo nell’ombra. Emerge per luccichii e sussurri – un particolare biografico, un colore, una suggestione. Magnifica idea, magnifica esecuzione, fascinanting stuff.

 

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* Inrealtà Il “Libro di Sabbia” è un’altra raccolta – ma questa edizione contiene anche i quattro racconti de la MdS, seppur sotto l’indicazione “Ultimi Racconti”.

 

 

Storia&storie · teatro

Di Viaggi nel Tempo

sfilata-palio-di-FerraraE così il Palio è stato. O meglio – niente affatto: è appena iniziato, perché l’omaggio al Duca è stato solo l’inizio – ma che inizio!

Dovete considerare che la mia esperienza di rievocazioni era… be’, era un sacco di cose, a ben vedere.

Da un lato, ho avuto a che fare con dei rievocatori, per dire così, da fuori. Di solito si trattava di malguidati tentativi di far interagire teatranti e rievocatori nel modo sbagliato. Perché il punto si è che, in linea generale, rievocatori e tratranti vogliono cose diverse. Si rievoca per ricreare un’epoca passata tanto accuratamente quanto si può, con somma attenzione ai particolari più minuti. In teatro, invece, si prendono scorciatoie, si tagliano angoli, si ignora con allegro sollievo tutto quel che non si vede dalla prima fila di platea, si adorano cerniere e velcro – ma soprattutto, non si ricrea: si evoca, si suggerisce, si richiama, si inclina a 45° gradi e si tinge di violetto… Cattura

Morale: i rievocatori inorridiscono davanti al costume teatrale medio e i teatranti levano gli occhi al cielo di fronte al rigore dei rievocatori. Mescolarli e farli lavorare insieme non sempre funziona. A me era capitato un po’ di tutto – dalle volte in cui proprio non aveva funzionato a quelle in cui si era rimasti a guardarsi sospettosamente da una riva all’altra del fossato… E poi c’erano i rievocatori che ho conosciuto di qua e di là senza vederli veramente all’opera. Compagni di studi, colleghi, amici, conoscenze occasionali… Gente che tornava dalla rievocazione della battaglia di Prestonpans definendo uno zigomo e un pollice fratturati come “roba da nulla” o che poteva passare ore e ore e ore a disquisire di fucili ad avancarica attraverso i secoli… Disse la donna che può passare ore e ore e ore a disquisire di minuzie teatral-elisabettiane – per cui sì, forse dovrei sentire più vicinanza di spirito con i rievocatori, ma devo confessare che almeno alcuni di loro mi fanno lievemente paura.

Untitled 40Dall’altro lato, però, desideravo molto partecipare a una rievocazione vera e propria, indossare uno di quei costumi meravigliosi, sperimentare questo genere di sguardo sui secoli passati…

E  il Palio di Ferrara mi ha dato ragione su questo secondo aspetto, modificando al tempo stesso molte delle mie idee in fatto di rievocatori&teatro.

Intanto, è chiaro che esiste un modo giusto per mescolare le due cose: con Hic Sunt Histriones siamo stati inseriti nel lato più teatrale della faccenda – in cui, una volta rivestiti come si doveva, potevamo interagire alla perfezione con i membri della Corte Ducale. In secondo luogo c’era G., histrio e rievocatrice – posizionata perfettamente a cavallo del fossato e in grado di fungere da cerniera tra i due mondi. È stata lei a Untitled 42volere me e gli Histriones – del che le sono grata. A parte il fatto che è stato molto divertente scrivere in endecasillabi simil-ariosteschi, e che ho conosciuto un simpatico gruppo di cortigiani ducali, tanto appassionati di storia quanto disponibili verso i nuovi venuti – ebbe, a parte tutto questo ho avuto l’occasione di sfilare nel corteo indossando uno di quei meravigliosi costumi di cui si diceva – una tra i millecinquecento figuranti, al suono dei tamburi e delle trombe, lungo le vie di Ferrara antica, mentre cadeva il crepuscolo… Che devo dire? È stato emozionante. Smaltito il timore di pestarmi la gonna – e quello di sollevarla troppo nel tentativo di non pestarla (perché il magnifico costume era stato pensato per gente più alta di me…), mi sono persa nell’impressione che certe cose non fossero cambiate poi troppo negli ultimi cinque secoli e moneta… E poi lo spettacolo – o meglio, gli spettacoli di corte e contrade, nove in tutto, con punte di rimarchevole bellezza e, per lo più, nulla di troppo diverso da quel che avrebbero potuto vedere, all’epoca, i personaggi che interpretavamo seduti sul palco ducale.

Dopodiché, essendo quel che sono, non mi sono saputa impedire di strologar storie attorno alla mia dama in rosso, alle sue circostanze e alla gente che aveva attorno… Ma in fondo, ditemi: avete idea di un singolo motivo per cui, nella sera azzurra e nella città d’oro rosso, al suono delle trombe e al garrire dei gonfaloni, me lo sarei dovuto impedire affatto?

posti · Storia&storie · tradizioni

Palio!

PalioLogoSapevate che il Palio di Ferrara è il più antico del mondo?

Io l’ho scoperto di recente, dopo essere stata coinvolta nella faccenda… per iscritto e di persona.

Sabato sera Hic Sunt Histriones sarà a Ferrara per il Giuramento delle Contrade, ricreando il tempo e le storie di Ludovico Ariosto – soprattutto l’Orlando Furioso, di cui quest’anno ricorre il quinto centenario dalla pubblicazione. E ci sarò anch’io, che ho curato il testo in versi per la Corte Ducale – e non  vedo l’ora di vederlo rappresentato nella bella Piazza Municipale. E sfilerò nel corteo, nei meravigliosi panni di una dama della Corte Ducale… Anche di questo, confesso, non vedo l’ora. Palio_mesi_mese_di_aprile

Se siete dalle parti di Ferrara, perché non venite a vederci? Millecinquecento figuranti in costume, un Maestoso Corteo, poesia, musica, duelli e danze… Sarà un viaggio nel tempo, contrada dopo contrada,  fino al Rinascimento cortese dell’Ariosto… Direi che ci sono modi assai peggiori per passare un sabato sera di fine maggio.

Se volete informazioni, qui c’è il sito del Palio, e qui potete scaricare il programma. Meanwhile, Este viva!

 

angurie

Zot!

writtSiede la Clarina e scrive. O meglio, ella revisiona. O meglio ancora, dovrebbe revisionare. All’atto pratico, appollaiata  nel suo angolo di divano, la Clarina fissa ferocemente un pezzetto di Capitolo Terzo sullo schermo del computer. E intanto si mordicchia il labbro, e agita le punte delle dita a un paio di centimetri dalla tastiera.

L’ospite P, insediata in poltrona, legge. E legge. E legge.

La Clarina sospira.

E P legge.

E la Clarina mugugna.

E P legge.

E la Clarina geme.

E P chiude il libro e contempla per un pochino la Clarina e poi…

P. “Perché, o Clarina, fissi ferocemente un pezzetto del Capitolo Terzo, e ti mordicchi il labbro, e agiti le punte delle dita a un paio di centimetri dalla tastiera, e sospiri, e mugugni, e gemi? Eh? Perché?

C. “Sono bloccata. Mi serve una battuta fulminante…”Zot

P. (prontissima) “Muori?”

La Clarina sussulta e si abbandona a un convulso di cachinni.

C. (tra un cachinno e l’altro) “Non… Non… non così drastica…”

P. (altrettanto pronta) “Be, allora Ti venisse un fulmine? È più soft, volendo.”

Eh. Volendo proprio tanto…

No, così. Perché queste cose a casa mia succedono davvero.

Dovevo mettervi a parte.

cinema

Ivan il Terribile Nottetempo

0071ppSapete quando ci si fa un’ultima tazza di tè nottetempo, e mentre la si sorseggia si accende la televisione in cerca di un telegiornale… E invece, su una rete locale, ci s’imbatte in qualcosa. Qualcosa di fuori dal comune.

Bianco e nero, luci drammatiche, scene stilizzate, composizione singolarissima, fotografia strabiliante.  Ora elegantissima, ora inquietante, ora grottesca, ogni inquadratura è un’illustrazione.

Che sia qualcosa di russo è evidente, e la musica ha tutta l’aria di essere Prokofjev – e a dire il vero il tutto mi ricorda tanto Eisentein pur non essendo decisamente Aleksander Nevskij… filmes_5779_Ivan01

Un quarto di minuto – e la notizia del ritorno dello Zar Ivan a Mosca squaderna una corte di Polonia raffigurata come una scacchiera: ah, Ivan il Terribile, allora.

Ivan il Terribile, vedete, è un film che ad Eisenstein commissionò stalin in persona – di cui lo zar in questione era l’idolo e modello. Yes, well… Va detto che quel “terribile” è una traduzione un po’ così, e l’equivalente russo suona più come “potente”, “magnifico” o “grande”, ma resta il fatto che Ivan non è il personaggio più raccomdandabile della storia russa…

Ivan_Groznyj_posterAd ogni modo, Eisenstein partì in quarta, con il fido Prokofjev al seguito, con l’idea di scrivere e confezionare non un film, ma tre. La prima parte, che narra l’infanzia e adolescenza di Ivan, uscì con rimarchevole successo nel 1944. Il giovane e coraggioso Ivan combatte lo strapotere dei boiardi e si fa incoronare con l’appoggio del popolo… E fin qui, tutto bene.

La seconda parte, though… be’, nella seconda parte troviamo un Ivan adulto, feroce e più che un po’ paranoico Figura potente – ma Stalin non apprezzò. Dopo avere assistito a una blindatissima anteprima, vietò la distribuzione del film e bloccò il progetto. La lavorazione della terza parte fu interrotta nel 1946, e un paio di anni più tardi, alla morte di Eisenstein, il poco materiale che c’era fu confiscato. Esiste ancora? E chi lo sa… kadr-17a

Solo dopo la morte di Stalin, a disgelo avviato, Kruschev autorizzò l’uscita della seconda parte – ed è in quella che io mi sono imbattuta nottetempo.

E vi dirò: non sono certa di andare pazza per i dialoghi di Eisenstein – o almeno per la traduzione. Un tono più che un po’ arcaico giova alla storia e si sposa bene con l’insieme – ma la retorica… eh. Bisogna anche ricordarsi quando e in che circostanze tutto ciò sia stato scritto – e bisogna concedere il beneficio del dubbio all’originale russo. Detto ciò, questo film è visivamente una meraviglia, con le ombre dense, le scene opprimenti e irreali, la recitazione stilizzata, i gesti, i simboli, la musica, le sequenze a colori, la fotografia…

Non dico che sia la tazza di tè di tutti e ciascuno – anzi, probabilmente è quel genere di cosa che si adora o si detesta.  Myself, sono decisamente colpita. Se ne avete occasione, date un’occhiata: di sicuro è qualcosa d’inconsueto.

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Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

Shakespeare Year · Storia&storie · teatro

La Dura Vita del Teatrante Elisabettiano

fortune.jpgOra, se c’è una forma artistica per cui l’Inghilterra elisabettiana è più nota di altre, è senz’altro il teatro, il che è quasi paradossale quando si considera la posizione di teatro e teatranti nella società dell’epoca.

Da un lato vigeva un ostracismo sociale alquanto rigido: il teatro era considerato immorale, e teoricamente confinato al di fuori dagli spazi cittadini. La maggior parte degli attori e autori abitava fuori dalle mura di Londra propriamente detta e, se le locande e i palazzi che ospitavano le rappresentazioni si trovavano spesso dentro la città, i primi teatri costruiti appositamente per l’uso delle compagnie (come il Theatre, il Curtain e il Rose) sorsero a Norton Folgate o a Southwark, dove erano facilmente raggiungibili e, al tempo stesso, fuori dalla giurisdizione delle autorità cittadine londinesi. Non aiutava particolarmente che il teatro fosse spesso connesso ad altre attività ritenute fonte di corruzione: Philip Henslowe, uno dei più celebri impresari del tempo, si occupava abbondantemente di combattimenti di orsi e galli, e possedeva diversi bordelli. Tra le varie carriere connesse con il teatro, quella di attore seguiva le regole dell’apprendistato, pur senza averne la struttura formale: i ragazzi cominciavano giovanissimi, nelle compagnie di bambini, oppure sotto la guida di un attore adulto, svolgendo mansioni di servi di scena e interpretando comparse e ruoli femminili. L’idea che un bambini e adolescenti apparissero in scena in abiti da donna era considerata malsana e, tanto per cambiare, immorale.

Si tende a credere che attori e scrittori fossero gente violenta e sregolata, ma almeno questo è un globe.jpgpregiudizio che può essere ridimensionato. È vero che Ben Jonson e Thomas Watson uccisero un uomo ciascuno, che Marlowe morì accoltellato in circostanze dubbie, che Greene fu più volte arrestato per rissa, ma stiamo parlando di un’epoca violenta e con un tasso di criminalità stratosferico: francamente non credo che i playwrights fossero molto più sregolati di molti loro contemporanei – di certo erano personaggi pubblici, e mai in una luce favorevole.

Tutto considerato, non fa meraviglia che scrivere per il teatro fosse considerata una degradazione per un uomo di lettere – ciò che non impedì a tutta una generazione di poeti usciti da Oxford e Cambridge di darsi alla drammaturgia con straordinario successo. Era una carriera malcerta nella migliore delle ipotesi, tuttavia: i diritti d’autore non esistevano, e lo scrittore perdeva qualsiasi controllo sulla sua opera nel momento in cui la vendeva a una compagnia – di solito per cifre non astronomiche. Per il Tamerlano, Marlowe ricevette quattro sterline e mezzo all’acquisto, e poi i proventi della seconda giornata (poco meno di quattro sterline). Era una volta e mezzo l’appannaggio annuo di un parroco di campagna, ma la scala di valutazione cambia quando si considera che la Compagnia dell’Ammiraglio, che comprò il Tamerlano, poteva spendere quattro o cinque sterline per un singolo costume femminile. Inoltre i guadagni restavano sempre aleatori, perché il gusto della folla era mutevole, e il Master of Revels, il funzionario regio preposto alla supervisione degl’intrattenimenti, il Lord Mayor e il Privy Council potevano chiudere i teatri in ogni momento per qualsiasi motivo di ordine pubblico. Durante queste sospensioni, che potevano durare mesi, le compagnie, pur relativamente tutelate dal fatto di “appartenere” al loro mecenate (di cui gli attori ufficialmente portavano la livrea), non avevano altra scelta che andarsene a recitare nelle provincie. Quel che è certo è che in questi periodi non compravano testi nuovi, e gli autori erano lasciati ad arrangiarsi come meglio potevano.

inn-yard.jpgSi può dire che nessun playwright dell’epoca vivesse di solo teatro. Tutti scrivevano poesie, saggi, libelli e qualsiasi cosa potessero vendere o dedicare a qualche danaroso mecenate, e molti avevano una seconda carriera: Shakespeare e Ben Jonson recitavano nelle rispettive compagnie, Thomas Kyd faceva lo scrivano, Robert Greene era un libellista particolarmente velenoso (e comunque morì in miseria), Beaumont era avvocato (oltre che ricco di famiglia e poi sposato a una donna ricca), Marlowe, Watson, Nashe e altri lavoravano più o meno saltuariamente per il servizio segreto di Sir Francis Walsingham. Nel complesso, arricchirsi era più facile per un attore che per un autore: Edward Alleyn, stella delle scene londinesi per decenni, morì ricchissimo dopo avere fondato persino un collegio. Shakespeare si arricchì perché era azionista della sua compagnia – e perché aveva un solido senso degli affari.

Dall’altra parte c’era però la frenetica passione che tutta Londra dedicava al teatro, a partire dalla Regina fino ai popolani che pagavano un penny per assistere in piedi, mangiando salsicce e ululando il swan.jpgloro favore o sfavore. Era di moda tra i grandi cortigiani finanziare una compagnia che portava il loro nome (The Admiral’s Men, The Chamberlain’s Men…), ed Elisabetta stessa portò l’uso nella famiglia reale (The Queen’s Men). Va detto che l’augusta protezione non si estendeva praticamente mai all’autore, cui in compenso non era difficile crearsi nemici potenti scrivendo le cose sbagliate. La Grande Bess condivideva il gusto non eccessivamente raffinato dei suoi sudditi: a teatro le piaceva ridere, e Tarlton, il buffone della sua compagnia personale, era celebre per la quantità di scurrili licenze che poteva prendersi davanti alla sua sovrana. Le cosiddette burle (improvvisazioni in prosa, generalmente trivialucce anzichenò) erano moneta corrente persino nelle tragedie più truci o e nei drammi più lacrimevoli. Quando volle che il suo Tamerlano fosse rappresentato senza burle, Marlowe creò sensazione; il fatto che Ned Alleyn, il giovane ma già celebre primattore dell’Ammiraglio, fosse disposto a rinunciare a un elemento di sicura presa sul pubblico la dice lunga sull’impatto del genio di Marlowe e sull’acume di Alleyn.

Resta il fatto che, se avesse voluto, Ned Alleyn avrebbe potuto ignorare del tutto le intenzioni di Marlowe: aveva comprato la tragedia e poteva farne quello che voleva; per di più, i teatri pullulavano sempre di copisti che cercavano di trascrivere quello che potevano del testo, che veniva poi stampato in versioni fantasiose, e venduto senza che l’autore potesse metterci becco o riceverne un singolo penny.

Insomma, considerando l’ostracismo sociale, i guadagni moderati e non troppo sicuri, lo scarso riconoscimento e le molte difficoltà, viene da chiedersi che cosa motivasse le schiere di autori teatrali tra il tardo Cinquecento e il primo Seicento. Se dovessi fare un’ipotesi direi sete di gloria – per effimera che fosse – e l’eccitazione della vita teatrale, e un buon livello di pragmatismo… Ma di certo doveva esserci anche una sincera passione per la loro arte e per l’incandescenza artistica e umana di un teatro in fieri.