angurie · tradizioni

I Giorni dell’Agrifoglio

holly_wreath_.jpgQuesto è un post parzialmente stagionale: dicembre torna e l’agrifoglio rimena…

Perché diciamolo: certe piante sembrano fatte apposta per invitare a sciami le leggende e i significati simbolici anziché le api – E l’agrifoglio… un sempreverde con le foglie spinose e lustre, infiorescenze bianche e bacche rosse. C’è veramente da stupirsi che già in età pre-cristiana fosse una pianta sacra?

C’è una lacrimevole storia nordica in cui Baldur, il figlio prediletto di Odino, trafitto a morte da una freccia*, cade sanguinante su un cespuglio. Per ricompensare il cespuglio che ha offerto a suo figlio l’ultimo abbraccio, Odino lo rende perenne e tramuta in bacche rosse le gocce di sangue di Baldur. Se le spine ci fossero già da prima non è chiaro, nel qual caso il giaciglio non doveva essere comodissimo… Ma l’agrifoglio era anche la pianta dei fulmini di Thor e dei tuoni di Freya. Pare che i cespugli di agrifoglio conducano i fulmini a terra con più facilità di altre piante – e restandone meno danneggiate, e questa era la ragione per cui un tempo, nei paesi del Nord, non c’era casa che non ne avesse uno accanto: una sorta di parafulmine naturale.

Una curiosa e antichissima tradizione vuole che, dal tipo di agrifoglio che viene portato in casa, si possa divinare quale dei coniugi avrà più autorità in casa durante l’anno a venire. Il fatto è che l’agrifoglio è maschio e femmina, e qui le cose si complicano. Secondo la mia fonte austriaca per questa storia, l’agrifoglio femmina è quello con le bacche rosse, più bello e decorativo e quindi scelto quasi invariabilmente, per cui la tradizione sarebbe una specie di omaggio al fatto che è sempre la donna a governare la casa. Questa teoria però mal si concilia con cose come la carola natalizia di origine medievale The Holly And The Ivy, in cui l’agrifoglio è associato all’uomo e l’edera alla donna (e, tra parentesi, l’agrifoglio ha tutti i doni e i vantaggi, ma il tono generale potrebbe anche essere lievemente sarcastico).

In effetti, nei culti druidici di ambito celtico, l’agrifoglio era associato al solstizio d’inverno e al vigore maschile, e già che c’era teneva lontani i demoni. Con l’arrivo dell’inverno, se ne portavano in casa rami e ghirlande a mo’ di evil-detector: si supponeva che gli esseri fatati benevoli venissero a giocare tra le foglie, mentre quelli poco raccomandabili si sentivano tenuti a starsene alla larga. L’agrifoglio era la pianta del Re d’Inverno, a mezza strada tra un’entità fatata e una divinità infera, un gigante bellicoso che regnava per metà dell’anno, incoronato di rosso e armato di un ramo di agrifoglio. Non avrei detto che, spine a parte, fosse un’arma particolarmente efficace, eppure nel Ciclo Arturiano il Re d’Inverno ricompare nella forma del Cavaliere Verde, che sfida a duello Galvano, armato soltanto di quello.

Questo carattere guerresco dell’agrifoglio, insieme alla capacità di scacciare il male, ricompare pari pari nei miti giapponesi, i cui dei ed eroi desiderano la pianta dalle bacche rosse e si forgiano armi prodigiose con il suo legno. O almeno manici di armi prodigiose, come nel caso del Principe Yamato (che comunque non fa una gran bella fine) e Daikoku, che tiene lontani i demoni scuotendo rami di agrifoglio. In Giappone si appendono rami di agrifoglio per buona fortuna, proprio come da questa parte del mondo – a dimostrazione del fatto che certe simbologie sono universali.

Tornando alle usanze celtiche, è in tutta probabilità lì che i Romani pescarono l’agrifoglio per associarlo al culto di Saturno, e il fatto che Plinio il Vecchio consigliasse di piantarne un cespuglio vicino a casa per scacciare gli esseri maligni sembra proprio la ripresa di una tradizione nordica.

Il Cristianesimo assorbì pianta e significati simbolici con giustificabile entusiasmo: abbiamo già detto che l’agrifoglio è scenograficamente perfetto. Secondo una leggenda, l’agrifoglio avrebbe avuto in origine bacche bianche, diventate rosse dopo che i suoi rami furono usati per la corona di spine di Gesù; oppure sarebbe stato deciduo fino a quando durante la fuga in Egitto, la Madonna non pregò Dio di restituire le foglie all’arbusto dietro cui si nascondeva col Bambino Gesù, per nascondere entrambi alla vista dei soldati di Erode. Altre leggende associano l’agrifoglio a una variante del collaudato schema narrativo del Dono del Pastore: in queste storie c’è sempre un pastorello particolarmente povero che giunge alla capanna con un dono vegetale del tutto inadeguato, oppure non ha il coraggio di avvicinarsi per mancanza di dono. A questo punto un intervento miracoloso consente al pastorello di arrivare portando una rarità botanica. Nel caso dell’agrifoglio Gesù Bambino trasforma la corona di alloro del pastorello in una ghirlanda dalle foglie lustre e dalle bacche scarlatte; in una variante sono gli angeli a intervenire, dopo che il pastorello timido si è ferito con le spine dell’agrifoglio.

E se ci badate, con le gocce di sangue abbiamo chiuso il cerchio, tornando a una forma simbolico-narrativa molto simile a quella della storia di Baldur. C’è un che di rassicurante, in questo ritorno dell’umanità alle stesse storie, agli stessi simboli. Si direbbe che, a tutte le latitudini e in tutti i secoli, dopo tutto siamo sempre noi.

______________________________________________________________

* Una freccia di vischio, innocentemente scagliata da un fratello cieco – dietro assai meno innocente consiglio di un altro fratello geloso… Queste divinità nordiche hanno dinamiche famigliari decisamente inquietanti.

cinema · Storia&storie · teatro

Povero Giovanni…

PoorJohnSì, sì – povero Giovanni. Giovanni Senzaterra. John Lackland.

Ho una simpatia per lui. Il re più maltrattato della e dalla storia d’Inghilterra. Perché se poi si va a vedere, lo si trova buon amministratore e buon soldato, più sfortunato che altro, e tormentato dal confronto con quell’irresponsabile di suo fratello – il cosiddetto Buon Re Riccardo, la cui bontà, alla fin fine, consisteva principalmente nell’essersene stato lontano dall’Inghilterra per la maggior parte del tempo. Facendosi, incidentalmente, improgionare a fini di riscatto. Esorbitante riscatto – che Giovanni dovette pagare.

Ma no: il Buon Re Riccardo, il Baldo Robin Hood e compagnia cantante – e il Malvagio Principe Giovanni.

E poi arriva Walter Scott – e tutti sappiamo che razza di danni fosse capace di fare.

Uno dei pochi ritratti non del tutto negativi (il che non equivale precisamente a dire positivi) del povero Giovanni è quello di Shakespeare – King John. Che tra parentesi, io avrei molta voglia di leggere un momento o l’altro: che ne dite, o Gente del Palcoscenico di Carta?

Chiusa parentesi e veniamo a oggi, con uno scampolino di film del 1899, nientemeno. Un pezzettinino di Herbert Berbohm Tree – star delle scene inglesi a cavallo tra Otto e Novecento – nei panni del John shakespeariano. Solo un minuto – ed è teatro filmato, badate, nemmeno un film muto. Ma è molto pittoresco a vedersi, per la maniera e le convenzioni teatrali di un altro tempo, perché credo che sia tutto quel che resta da vedere di Tree, perché mostra uno dei primissimi anelli fra teatro e cinema…

E la musica è selvaggiamente inappropriata, e davvero non so come e a chi sia parso bello appiccicarla alla scena… Una volta di più: povero Giovanni. Magari guardatelo muto e accostateci… non so, la Morte di Aase del Peer Gynt? Un movimento a scelta della Patetica di Tchaikovskij?

E buona domenica.

gente che scrive · Storia&storie · teatro

Salamini Foscoliani

FoscoloHo sempre pensato che questa storia, pur non deponendo a favore del buonsenso di Foscolo,  fosse meravigliosa. Ed è anche interessante a titolo di cautionary tale per autori – dentro e fuori da un teatro.

Dovete sapere che la sera dell’undici dicembre del 1811 – quasi duecento e quattro anni esatti orsono – il pubblico accorso alla Scala di Milano per l’Aiace, la nuova tragedia di Ugo Foscolo, si stava annoiando educatamente. In parecchi pensavano che sarebbe stato molto meglio per tutti se l’autore si fosse concentrato su odi, sonetti e poemi, standosene ben lontano dal teatro… A un certo punto, giusto per migliorare le cose, un araldo si piantò in mezzo alla scena e declamò:

“S’avanza Aiace, Re dei Salamini!”

Un certo sbalordimento, colpi di tosse per dissimulare qualche risata colpevole, zittii, e avanti si andò, fingendo di nulla. Se qualcuno sperava che l’Aiace acquistasse un po’ di passo col procedere, era destinato a rimanere deluso: monologhi infiniti, tirate, altri monologhi, altre tirate in cui un limitato numero di gente riferiva, commentava, rimuginava, malediva, delirava e si disperava variamente… Tutto molto bello, tutto molto notevole, tutto molto greco, tutto in versi squisiti, ma di una noia mortale – e ce n’erano cinque atti cinque!

Cosicché, se al quint’atto l’ormai sfoltito pubblico aveva perduto un po’ del suo beneducato riserbo, possiamo biasimarlo del tutto? Immaginate di avere passato una lunga, lunga serata ascoltando gente in chitone che declama quantità sesquipedali di poesia molto, molto aulica… E adesso immaginatevi Teucro che, in tutta solennità, prende il centro scena e intona la sua ovazione al grido di…

“O Salamini!”

Quando è troppo, è troppo. L”irritazione, la noia e la pura e semplice assurdità ebbero il sopravvento, e l’intera sala scoppiò in un scalaconvulso di risa. Alas, l’Aiace, iniziato tra le migliori attese e proseguito tra gli sbadigli, si concluse ignominiosamente tra i cachinni.

Dopo questa infelice prima, la censura volle vedere nella tragedia delle allusioni non proprio lusinghiere a Napoleone e ne proibì le repliche, which was just as well, probabilmente.

Foscolo ci avrebbe riprovato un paio d’anni più tardi con la Ricciarda, prima di decidere che il teatro non era il suo mestiere, ma nel frattempo si offese a morte con il pubblico milanese per via dei Salamini… Se non avesse davvero considerato il potenziale della faccenda, o se avesse deciso che chi non sapeva distinguere tra Salamini e salamini non meritava che ce se ne preoccupasse, è una di quelle cose che non sapremo mai – ma trattandosi del buon Ugo, a dire il vero, non mi sento di escludere del tutto la seconda ipotesi.

L’Ajace annegato nell’ilarità sta a provare che, già dal 1811, nessuna delle due era una buona idea.

 

scribblemania

Ricapitolando

Writing at a DeskEd eccoci in dicembre – dal che si deduce che novembre è definitivamente, irrimediabilmente passato…

E da questo discende che è ora di bilanci.

Avevo deciso di dedicare novembre alla seconda stesura del romanzo, ricordate? E poi ho inconsultamente decapitato il tutto, e poi invece i capitoli amputati si sono ripresentati

E questa era la situazione un paio di settimane fa. Che è successo dopo?

È successo che sono andata avanti – anche se più lentamente di quanto avrei voluto. All’epoca dell’ultimo bollettino era già chiaro che non sarei riuscita a terminare entro la fine del mese, e in effetti… Il risultato a oggi lo vedete nella barra contaparole qui di fianco: 52014 parole. Se fosse stato NaNoWriMo, potrei cantar vittoria. Stando le cose come sono… Mah.

Ci sono soddisfazioni: molte cose hanno preso un aspetto migliore, altre si sono snellite, la logica narrativa è decisamente migliorata, ho eliminato un personaggio di cui obiettivamente non sapevo troppo bene che fare e ho risolto un paio di problemi maiuscoli che avevo lasciato in sospeso nella prima stesura – e fin qui tutto bene.

Resta una certa quantità di dubbi, resta Gib Darlowe la cui sorte non ho ancora deciso – e naturalmente resta mezzo romanzo da revisionare…

What next?natale3

Mi piacerebbe dire che finirò in dicembre, ma non ci provo nemmeno. Dicembre è dicembre – un mese di preparativi, impegni, biscotti con le spezie, corse*, ospiti e piccolo artigianato. Un mese che scivola via con terrificante rapidità. Un mese impossibile, dal punto di vista della scrittura. E in parte è colpa mia, sapete: chi mi obbliga ad imbarcarmi ogni anno in decorazioni ridicolmente intricate? A fare in casa lebkuchen e Christmas pudding? A cedere prima di subito se qualche idea natalizia dovesse arrivare alla porta** strillando “Scrivimiscrivimiscrivimi?” Eccetera eccetera eccetera? E però… che devo dire? È dicembre. Ho imparato a rinunciarci, writing-wise, e andare con la corrente profumata di cannella e rami d’abete.  Dopo tutto, dicembre è dicembre, e gennaio arriverà fin troppo presto.

Detto ciò, non intendo fermarmi completamente – perché fermarsi completamente è cosa pessima. Procederò a un ritmo piccolino piccolino, per ora – e quel che verrà sarà il benvenuto. Poi a gennaio, a pudding smaltito e sipario chiuso, sospetto che sarò fin troppo felice di avere la seconda stesura di cui occuparmi.

Sono le gioie di scrivere on spec, dopo tutto. E buon dicembre a tutti.

_____________________________________________

* E tuttavia, ieri – ed era il primo di dicembre – sono stata in città e ho combinato un’incredibile quantità di cose natalizie. Ed era, lo ripeto, il PRIMO di dicembre. Non sembravo nemmeno io. Probabilmente nevicherà. D’altra parte, è quel che ha detto anche G., lunedì sera, vedendomi entrare in teatro con ragionevole puntualità, per una volta nella mia vita: “Che cosa fai qui? Come mai non sei in ritardo? Così fai nevicare!” Per cui forse possiamo aspettarci un bianco Natale.

** Mi piace come lo dico – in questa forma dubitativa… Mettiamola così: quando qualche idea natalizia arriverà alla porta

 

Storia&storie

Fantasmi Mantovani, all’Appello!

Italiano: Due fantasmi rappresentati nella lor...E quindi stasera c’è Agnese e Nulla Più… vi ricordate, vero?

“L’unico fantama ufficiale di Mantova,” dicevamo. Eppure…

Forse sarebbe il caso di dire l’unico fantasma Gonzaga – perché non è possibile immaginare una città che abbia un solo, singolo, solitario, unico fantasma. Ed è possibile che da queste parti abbiamo un’immaginazione pigra o una scarsa propensione alla paura – ma andiamo! Stiamo parlando di un posto dalla lunghissima e ricchissima storia:  possibile che in tutti questi secoli e secoli e secoli abbia prodotto solo una storia di fantasmi?

Ebbene, mi rifiuto di crederci.

Dite la verità: chi di noi non ha fatto esperienza di una di quelle serate tra amici in cui, per un motivo o per l’altro, la conversazione cade sulle storie di fantasmi – e c’è sempre qualcuno il cui cognato ha una zia acquisita che abitava in una casa antica, e ogni anno, in una certa data, a mezzanotte… eccetera?

È capitato a tutti. Così, off the top of my head, posso contare almeno sei persone, nel mio giro di amicizie, con una storia di fantasmi da raccontare.

Ed è vero che nessuno di loro abita in città – ma sono certa che lo stesso vale entro le (ormai metaforiche) mura di Mantova.

E allora, che ne direste se facessimo una specie di censimento dei fantasmi mantovani?

Se conoscete qualche storia del genere, per esperienza diretta, per averla sentita da amici, famigliari o conoscenti, vi va di raccontarla qui sotto nei commenti? Spettri, larve, fantasmi, spiriti, voci e cose così.  E in teoria sarei curiosa dei fantasmi di città – ma non limitiamoci. Solo, per favore, chi chiedo di specificare nel commento se la vostra è una storia cittadina o di provincia…

Sarà interessante, che ne dite?

E intanto, questa sera, vi aspetto al Teatrino D’Arco.

angurie · Kipling Year

Mr. K. e lo Stregatto

MrKandtheCatIT

E niente, così.

Che posso dire? Vedere questa citazione di Kipling e immaginare il dialoghetto è stato tutt’uno.

E potrei dire che, essendosi il Quindici tanto l’Anno di Kipling quanto l’Anno di Alice, la faccenda è, nel suo nonsense, del tutto sensata. O almeno vagamente sensata.

Potrei dirlo. Potrei dire molte cose. Potrei dirle con aria innocente e convinta. Potrei. No, davvero.

Ma il fatto è che siamo tutti un po’ matti qui – e d’altra parte, chi è che non è un po’ matto sotto qualche aspetto?

Sarà meglio che mi fermi qui e svanisca – lasciando un sogghigno sospeso a mezz’aria.

Oggi funziona così.

E buon noncompleanno a tutti…

♫ La luna sorge all’orimon
♫ E il palmipedon
♫ Neppu-ur…

Storia&storie · teatro

Agnese e Nulla Più

Ricordate i Lunedì del D’Arco?

Ricordate l’ultimo appuntamento? “Il Fantasma di Mantova – un protagonista della storia della città”…

Ebbene, il protagonista in realtà è una protagonista. L’unico fantasma ufficiale di Mantova: Agnese Visconti che, nelle gelide notti di febbraio, pare s’aggiri e si lamenti ancora su e giù per Piazza Pallone.

 LocAgneseCentrataPiccola

Povera Agnese, decapitata come adultera, dopo un processo quanto meno dubbio… Se avesse davvero cercato consolazione con altri che il marito Francesco Gonzaga è difficile a dirsi, ma di sicuro sulla sua morte pesarono altre urgenze e altre paure che non l’adulterio. Ragion di stato, si potrebbe dire. Storia triste.

Storia eminentemente romanticizzabile, tra l’altro… E difatti un giorno, mentre passeggiava con un amico mantovano, il giovane Felice Cavallotti vide una lapide che diceva “Agnese”. Solo così: “Agnese”.

L’amico gli raccontò della storia malinconica, della cronaca nigerrima e prezzolata del Possevino, delle carte del processo e del geniere austriaco che, secoli dopo, aveva posto la lapide… Diciamo la verità: a sentire “colonnello del Genio austriaco”, non è che ci s’immagini proprio un’animo sognante. E invece questo qui si era infiammato, e s’infiammò anche Cavallotti. Che perfetto argomento di tragedia!

E così tragedia fu. In versi. In sei atti. Colma di tradimenti, ingiustizie, giuramenti, affetti purissimi, e malvagi malvagissimi, con un eroe senza macchia e senza paura e un’angelo d’eroina: la dolce, bionda, bellissima, fiera, fragile, castissima e tenera Agnese…

Sennonché noi sappiamo che Agnese era tutt’altro tipo. Tosta e bruttina, vendicativa e intrigante, malaticcia, sconsiderata, battagliera ai limiti della sgradevolezza… Che avrebbe mai pensato della figurina di zucchero in cui Cavallotti l’aveva riscritta?

Niente di buono, scommetto. E allora immaginatevi il fantasma e l’autore a colloquio. Scintille, non c’è dubbio. Perché più ostinato di una principessa medievale offesa, può esserci soltanto un poeta con un’idea…

Che cosa rende tragica una storia? Che cosa serve sulle tavole di un palcoscenico? Che cosa è più forte, alla fin fine – la dura verità o l’immaginazione? Per scoprirlo non dovete fare altro che venire al Teatrino D’Arco, lunedì 30 novembre, a incontrare l’unico fantasma ufficiale di Mantova, nella lettura drammatica curata da Mario Zolin e interpretata dagli attori dell’Accademia Teatrale Campogalliani.

Vi aspetto.

 

 

Digitalia · libri, libri e libri

Parlando di Racconti…

Racconti, sì… short_story

I racconti che, dice Neil Gaiman, sono viaggi all’altro capo dell’universo – ma senza fare tardi per la cena… All’altro capo dell’universo, oppure all’altro capo della storia. O in qualche punto in mezzo.

Parlavamo di Gentleman in Velvet, che ha attraversato l’Atlantico. Ma non è il mio unico racconto. È abbastanza raro, a dire la verità, che mi sieda a scrivere con l’idea di scrivere un racconto. O almeno lo è adesso. Non è come se non l’avessi mai fatto ma, da qualche anno a questa parte, questo genere di lavoro deliberato è più o meno riservato al teatro. I romanzi poi sono un’altra faccenda. Magari c’è gente che si sveglia con l’idea di un romanzo, comincia a scriverlo, procede e finisce. Ebbene, gente di questo genere, chapeau. Io non appartengo alla categoria. Per me i romanzi sono una faccenda da meditarsi a lungo, documentare in abbondanza e scrivere avendo una ragionevole idea di dove si stia andando a parare. Poi le soprese accandono – oh, se accadono! – ma almeno in  partenza preferisco avere una direzione in cui muovermi.

I racconti, invece…

bestshortstorywriter4I racconti, da qualche anno in qua devono farsi strada a botte e gomitate per essere scritti. Idee che mi piacciono, ma con un arco troppo piccolino per un romanzo, e inadatte a diventare un play o un monologo. Cose con cui posso negoziare: d’accordo – 3000 parole e non di più, poi mi lasci in pace.

Un tempo si facevano avanti subito prima o subito dopo Natale – come preparativo dicembrino extra o come maniera per smaltire le paturnie di gennaio… Adesso queste cose tendono a sfogarsi in atti unici. E a proposito, non è detto che prima che poi non dobbiamo parlare anche di questo – ma oggi no. Oggi parliamo di racconti.

Perché mi è venuto un uzzolo, sapete.

L’uzzolo di racimolare una manciata di racconti – storie di secoli passati, per lo più – e di raccoglierli in un ebook. Un uzzolo così – e avrei potutto ignorarlo e procedere in altre direzioni, ma non l’ho fatto. Così i racconti li ho racimolati per davvero. Sette in tutto. Storie di secoli passati, per lo più – e no, non siete sopresi, non lo siete affatto. Non adesso. Magari al momento lo sarete, almeno un pochino… Staremo a vedere.

Al momento l’ebook è in via di preparazione, un po’ alla volta – copertina, margini, carattere e tutto il resto – e si sarebbe potuto chiamare in una mezza dozzina di modi. Invece, alla fine fine, si chiamerà così:

Sample

E ne riparliamo fra un paio di settimane, quando ormai sarà dicembre.

elizabethana · Storia&storie

John Ballard, SJ

Padre Ballard, dicevamo

Ebbene John Ballard è a suo modo un notevole personaggio.

CaiusCattolico del Suffolk, si laureò al St. Catherine College di Cambridge, e da lì passò al Caius, un college dalla fama un tantino sospetta – visto che il suo secondo fondatore era un cattolico, così come un considerevole numero di alumni. Sia come sia, nel 1579 Ballard decise che fare il malcontento cattolico sull’Isoletta e pagare la multa per evitare la funzione domenicale non era più abbastanza. Se ne andò a Rheims, dove entrò nel seminario cattolico, e fu ordinato sacerdote nel 1581.

Ora, in generale si considera che fosse un Gesuita – anche se ho letto di recente che Jesuitpotrebbe esserci qualche dubbio in proposito. In realtà non saprei – ma sarei stupita e un po’ delusa. I Gesuiti inglesi usciti da Rheims erano i più attivi nel criptocattolicesimo inglese: tornavano di nascosto sull’Isoletta, contrabbandavano letteratura religiosa più o meno incendiaria, vivevano nascosti, celebravano messe clandestine… Il che era perseguibile come tradimento: essere cattolici nell’Inghilterra di Elisabetta era costosetto ma non proibito; praticare il cattolicesimo era tutta un’altra faccenda. Molti di questi missionari, dopo vicende estremamente romanzesche e piene di fughe, travestimenti, scomodi soggiorni in qualche priest’s hole, delazioni e inseguimenti, venivano scovati, catturati e avviati a una pessima fine.

Il martirologio inglese di questi anni è zeppo di missionari gesuiti: Edmund Campion e Robert Southwell, per dirne un paio. Non John Ballard, però – e per un buon motivo. Ballard non era soltanto un predicatore o un celebratore di messe clandestine… lui voleva la morte di Elisabetta e una conquista cattolica dell’Inghilterra.

Apparentemente l’idea gli era venuta con l’assassinio di Guglielmo d’Orange, detto il Taciturno, ad opera di un cattolico legato alla Spagna di Filippo II. Non che fosse servito a granché – considerando che il potenziale successore cattolico era in Spagna, e a Guglielmo succedette l’altrettanto protestante Maurizio – ma, se ci erano riusciti con il Taciturno, perché non provarci anche con Elizabetta, che di eredi protestanti proprio non ne aveva?

Bernardino-de-MendozaE qui l’ormai Padre Ballard comincia un’attivissima carriera di viaggiatore, reclutatore e orditore di trame. Doveva essere un personaggio pieno di fascino e di eloquenza. Lo si sa in contatto con la corte papale, con l’ambasciatore spagnolo Mendoza, con gli agenti di Mary Stuart a Parigi, con i criptocattolici inglesi… Agli uni raccontava che l’Inghilterra era pronta ad esplodere in ribellione se solo fosse arrivato l’appoggio dal Continente, agli altri che Roma e Madrid erano pronte ad arrivare in forze – se solo l’Inghilterra si fosse ribellata… Onestamente pare che Don Bernardino de Mendoza, vecchia volpe castigliana, fosse un po’ scettico – ma non fece nemmeno granché per scoraggiare Ballard. Tutti gli altri ascoltavano affascinati.

babingtonE nel 1584 Ballard arrivò in Inghilterra – di nascosto, ovviamente – per una campagna di messe clandestine ed esorcismi. Ebbene sì. Noi forse fatichiamo a capire l’impatto di una cosa del genere, ma ai Cattolici inglesi fece molta impressione. Padre Ballard era evidentemente un attore consumato: popolani e gentry fioccavano a dozzine per assistere ai suoi esorcismi – e tra gli spettatori capitò una volta un giovane gentiluomo di belle speranze e natura impressionabile. Anthony Babington aveva un’idea molto eroica del criptocattolicesimo, ed era in cerca di un eroe e modello. Quando vide Padre Ballard liberare dal demonio uno dei suoi domestici, rimase folgorato.

BallardvMa Ballard ripartì presto e riprese un’altra campagna di viaggi. A Roma, in cerca di approvazione papale, e poi a Parigi a parlare con Mendoza, Paget e Morgan… Il suo gioco era sempre lo stesso: a tutti raccontava quella che probabilmente desiderava fosse la verità – quella che credeva di poter far diventare la verità, con un po’ di incoraggiamento. Nel 1586 tornò nuovamente in Inghilterra con l’incarico di preparare l’insurrezione cattolica, e si raccolse attorno un gruppo di giovanotti uno più esaltato dell’altro – primo tra tutti l’eccitabile Anthony Babington. Per non destare sospetti ed essere libero di muoversi, assunse il nome di Capitano Fortescue, un elegante soldato dai farsetti di seta e dai mantelli ornati di pizzo dorato, conosciuto come “Black Foskew” per il colorito bruno e la predilezione per il nero… Ma né un buon attore né un visionario fiammeggiante fanno necessariamente un buon cospiratore. Il Capitano Fortescue non si accorse mai che il suo compagno inseparabile, un uomo di nome Bernard Maude, era un agente della Corona. E il confidente di Babington, Robin Poley? Un altro agente. Per di più, quando afferrò che l’insurrezione cattolica comportava l’assassinio della Regina, Babington cominciò a sentire un certo qual freddo e a parlare più di quanto fosse prudente.

In realtà la congiura era destinata al fallimento prim’ancor di cominciare. Se arrivò al punto in cui arrivò fu perché Sir Francis Walsingham, spymaster della Regina, voleva lasciare a Mary Stuart abbastanza babington_plot_1565_getty_elvis_orangecorda per impiccarcisi metaforicamente. E in effetti Ballard aveva istruzioni di ottenere il consenso di Mary che, pur cauta, finì per compromettersi. Nel momento in cui Walsingham ebbe in mano la lettera firmata da Mary, cominciarono gli arresti. Ballard fu il primo. Babington e soci fuggirono, in una maniera che è un’incredibile commistione di abilità e goffaggine… Inevitabilmente furono presi e raggiunsero il loro leader. Tutti furono torturati – benché ormai fosse rimasto ben poco da scoprire. Il 20 settembre del 1586 Ballard, Babington e altri quattro furono parzialmente impiccati, poi sventrati ed evirati e infine squartati, con tanta crudeltà da nauseare persino la generalmente imperterrita folla londinese. Tale fu l’impressione che l’indomani gli altri cospiratori ricevettero la grazia di una rapida impiccagione.

MQoSMary Stuart fu processata per tradimento, condannata a morte e decapitata nel febbraio successivo. La congiura che avrebbe dovuto liberarla e incoronarla regina d’Inghilterra – e invece le costò la vita – porta da secoli il nome del suo anello debole, Babington. Forse, tutto sommato, dovrebbe portare quello di Ballard, il leader eloquente e istrionico che creò la congiura su un castello di esagerazioni, ed ebbe l’ingenuità di servirla su un piatto d’argento ai suoi nemici.

romanzo storico · scribblemania

Piccolo Bollettino a (non proprio) Metà Strada

OrphansofthestormNelle puntate precedenti…

Ecco, se questo fosse uno sceneggiato a puntate, adesso ci sarebbe una scena con la ghigliottina à la Due Città, con voce narrante. Perché l’ultima volta che abbiamo parlato della mia seconda stesura stavo amputando i primi tre capitoli, ricordate?

Ebbene, si direbbe che non facessimo sul serio.

Perché sì, dapprima ho in effetti tagliato i primi tre capitoli e ricominciato più o meno daccapo, con un nuovo inizio a partire dai primi del 1589, in cui recuperavo i pezzettini luccicanti e/o strettamente necessari di quel che avevo tagliato…

Dopodiché è successo che i capitoli tagliati si sono ripresentati alla porta, strepitando per essere riammessi e ripristinati. E il guaio si è che, mentre io non guardavo, devono avere fatto il Grand Tour – o qualche altra esperienza parimenti istruttiva, perché sono tornati molto migliori di quanto fossero ripartiti. Più asciutti e agili, più concisi, più logici, e liberi da quegli elementi ripetitivi che mi avevano indotta a tagliarli.

Difficili da ignorare – e tanto più perché il nuovo inizio non si stava rivelando del tutto soddisfacente. BPC

E quindi sì: i primi tre capitoli sono stati ripristinati. Riammessi. Restaurati.

Il risultato, però, è che in questi ultimi dieci giorni non si è proceduto tantissimo. Prima ho cercato di ignorare i colpi alla porta. Poi ho dovuto ammettere (e annegare in molto tè e biscotti) il fatto che la decapitazione era stata un nonnulla prematura. Poi ho ricominciato daccapo un’altra volta, sistemando, aggiustando, potando, asciugando e aggiungendo qua e là. Poi ho raccattato l’ennesima ed energica infreddatura…. Adesso ho quasi raggiunto il 1589 – ovvero quello che dopo tutto non era affatto l’inizio, e i tre capitoli originari sono diventati due. Oggi inizierò a eliminare i pezzetti luccicanti che avevo recuperato, e quando avrò finito mi ritroverò a un quarto abbondante del lavoro.

writNon è un granché: stando al ruolino di marcia dovrei essere ben oltre la metà. Comincio a dubitare che la fine di novembre sia ancora una scadenza realistica per terminare la seconda stesura… A dubitarne alquanto. On the other hand, c’è di buono che non sono del tutto insoddisfatta di quel che ho fatto finora. Più solido di prima, più efficace – e questo è un bene al di là di ogni dubbio.

Per di più, mi sto lentamente convincendo ad eliminare un altro paio di scene che, pur piacendomi, cominciano a sembrarmi ridondanti. E poi c’è il modo in cui scene e conflitti s’incastrano gli uni negli altri…

Insomma, c’è ancora parecchio da fare, sono indietro un carro di refe e difficilmente starò nei termini che mi ero prefissata – però la prima parte ha assunto qualcosa che somiglia ragionevolmente a una forma. Una forma che non mi dispiace.

Mettiamola così: fino alla prossima epifania, potrebbe andare peggio.