scribblemania

Cogitazioni ed Esperimenti

50k-likesSì, sì – cinquantamila, in effetti.

Ma è evidente che il periodo pasquale, così come quello natalizio, non giova straordinariamente alla scrittura. C’è di buono che Ned si ritrova nei guai. In alcuni si è cacciato da solo, in altri… be’, diciamo che ci si è ritrovato senza saper troppo come.

Anyway, sto pensando.

Sto pensando di introdurre una variazione al mio ruolino di scrittura – che al momento consiste nello scrivere quando riesco – in mezzo a /attorno a /a scapito di/ contemporaneamente a tutto il resto. E tutto sommato riesce a funzionare abbastanza. Potrebbe funzionare molto meglio, e c’è sempre il serio problema della procrastinazione – ma, ripeto: funziona abbastanza.

Abbastanzina.

E tuttavia, mi domando, se ogni settimana ci fosse un Writing Day?

Non nel senso di scrivere solo un giorno alla settimana – scampi&liberi. Quello che intendo è continuare a scrivere quando riesco – in mezzo a /attorno a/ a scapito di /contemporaneamente a tutto il resto – e in più dedicare un giorno alla settimana alla scrittura.

Scrivere e nient’altro per un giorno intero, da mane a sera. Una volta la settimana. Writing

Non è tantissimo, e di sicuro non sarebbe abbastanza se fosse un giorno isolato – ma l’idea non è quella. L’idea è una specie di accelerazione settimanale, un giorno di concentrazione continuativa, niente internet, scarsi contatti con il resto dell’umanità, tè a fiumi e scritturascritturascrittura. Un tempo così si facevano le settimane. Al presente non sembra terribilmente possibile, ma un giorno è relativamente semplice a farsi, giusto?

L’idea mi attira molto, e quanto meno intendo sperimentarla. Bisognerà organizzare un po’ le cose, sistemare “tutto il resto” attorno… La famiglia sembra disponibile in proposito – a patto, sembra, che mi ritiri in una stanza dove quasi nessuno passa mai, il che è molto più ragionevole di quanto possa sembrare.

Sono quasi tentata di fare un primo esperimento… domani stesso? Perché no, dopo tutto? Se oggi sistemo, sposto e anticipo il dovuto, perché no, indeed?

Vi farò sapere come sarà andata.

 

scrittura · Vita da Editor · Vitarelle e Rotelle

Di Fanciulle, Rilevanza & Pasticcini

DemelO Fanciulla Che Vuole Scrivere, tu che mi tormenti perché legga qualcosa di tuo, e poi ti offendi quando ti faccio notare che Voler Scrivere non basta… E non dire che non ti sei offesa, per favore: se gli sguardi potessero fulminare, io adesso sarei un toast. Mai sottovalutare la lunga esperienza di una editor in fatto di fulmini oculari… O in fatto di pensieri del genere “Non-ha-capito-niente-che-cosa-c’entra-la-tecnica-questo-è-il-contenuto-del-mio-cuore-e-il-frutto-della-mia-ispirazione-e-questa-mi-parla-di-uso-della-lingua-l’importante-è-il-contenuto-non-la-forma…”

No, o Fanciulla: non leggo nel pensiero – è l’umana natura.

E ho tutta la simpatia possibile, sai? Ci sono passata prima di te, tutti ci siamo passati. Solo che tu te la sei presa a morte e sei scappata via salutando a metà, prima che potessi raccontarti una piccola storia.  È un istruttivo aneddotino in fatto di consapevolezza, pesi e contrappesi, che potresti applicare con qualche soddisfazione in una nuova stesura del tuo racconto… Ebbene, nell’improbabile caso in cui tu dovessi decidere di dare un’altra occhiata da queste parti, eccoti una storia del secolo scorso – quando non ero molto più grande di quanto tu sia adesso:

“La Rilevanza è tutto,” mi fa Victoria, e lo dice in un tono che implica la maiuscola per Rilevanza. E poi, siccome vede che io sorrido e annuisco, siccome siamo sedute al tavolino di una konditorei a Vienna, siccome si fa tardi, leva gli occhi al cielo e decide di lasciar perdere.

Però Victoria è persistente e, una volta che ciascuna è tornata a casa propria, mi manda una mail piuttosto oracolare, il cui contenuto, tradotto, suona più o meno così:

Alcesti è intelligente ma non s’impegna. Bradamante non s’impegna ma è intelligente.

Tutto qui, ma basta perché la folgore si abbatta sui miei neuroni appisolati e li galvanizzi in attività: è vero, la rilevanza è tutto!

Perché, diciamocelo: Alcesti è quasi un caso disperato, e per intelligente che sia non giungerà mai da nessuna parte, se non impara ad impegnarsi. Ispira persino poca simpatia, che diritto ha la gente sveglia di non impegnarsi? Bradamante, invece, è tutta un’altra questione. Bradamante, è vero, non s’impegna, ma la sua intelligenza incoraggia a sperare che lo farà. È troppo intelligente per non capire l’importanza dell’impegno e, nel frattempo, è di quelle simpatiche persone piene di potenzialità. Lasciamo solo che maturi…

E chi l’avrebbe mai detto? Il più elementare dei tricks di rilevanza ha un afflato pseudo-evangelico: quello che viene dopo conta di più.

La meraviglia delle sfumature: con un minimo spostamento di parole si ribalta la sostanza del giudizio contenuto in una frasettina. Questa non è matematica: spostando l’ordine dei fattori il risultato cambia, oh se cambia!

Doppia morale: da Demel fanno dei pasticcini oltre ogni descrizione; e la rilevanza (pardon: Rilevanza) è, se non tutto, parecchio.

Se non fai sul serio, o Fanciulla, è lo stesso. Ma se davvero Vuoi Scrivere, allora prova: comincia con questo – in fondo è una cosa piccola. Rileggi e riscrivi badando alla rilevanza. All’interno della coppia di aggettivi (se proprio devi usarli a coppie…), della frase, del paragrafo, della pagina, della storia intera. E poi rileggi ancora, possibilmente ad alta voce, e bada alla differenza.

E non farmi sapere – non serve. Dovrebbe importare molto più a te che a me.

Cari auguri.

scribblemania

Francobolli di Viaggio

stampparis“Immagina di tenere un diario,” mi si è detto una volta. “E immagina di avere a disposizione, per ogni giorno, soltanto il retro di un francobollo. Uno di quelli grossi e celebrativi, se vuoi – ma tutto quel che puoi fare è scriverci una frase. Un posto, una persona, un’immagine, un’impressione – non importa. Una singola, vivida cosa che vuoi ricordare per quel giorno.”

L’idea mi è sempre piaciuta, in quella maniera vaga e ariosa, in cui piacciono le idee carine – sapete quello che intendo. E ci ho anche provato, una volta o due, e apprezzato la distillazione, la ricerca di vividezza ed efficacia… Ho provato, ho persistito per qualche giorno, una settimana, una volta persino un mese, e poi ho lasciato perdere.

Per un motivo o per l’altro, mi è tornato in mente giusto un anno fa, la prima sera di una piccola spedizione parigina. L’ho proposto ai miei compagni di viaggio, e insieme abbiamo deciso di adottare il gioco: ogni sera, durante la cena, scambiavamo e discutevamo i nostri francobolli.

A volte erano scorci di paesaggio e fette di città, a volte erano terrine di cozze al Quartier Latin, a volte scampoli di musica inaspettata, a volte una libreria speciale, o la popolazione multietnicissima sul Metro, o il profumo del caffè… Stamp

E l’ho riproposto di nuovo ai compagni di viaggio di Londra, qualche settimana fa, e il risultato è stato lo stesso: dagli acquitrini e canali attorno a Roydon al ritratto di John Donne alla Portrait Gallery, dalle colonne dipinte del Globe al fish&chips al Garrick’s Arms… E se me ne dimenticavo io, era il resto della comitiva, quando ci sedevamo a cena, a ricordarmelo: “E i francobolli?”

È stato divertente, è stato interessante, è stato rivelatore sul modo in cui funzionava ciascun francobollatore. Ci ha indotti a osservare, a cercare e a pensare.

Così comincio a domandarmi se non potrei provarci di nuovo. In viaggio – d’ora in poi sempre – ma non solo. Trovare ogni giorno la Singola Cosa, raccoglierla in una singola frase senza perderne la consistenza, scegliere tra le possibilità… A parte tutto il resto, deve, deve, deve essere un buon esercizio di scrittura, non pensate?

 

cinema

Immaginiamo Che…

CarmenAllora, immaginiamo che sia… non so, il lunedì dell’Angelo.

E immaginiamo che il tempo non sia tiepido e soleggiato come lo si potrebbe desiderare in una giornata di vacanza tradizionalmente dedicata alle scampagnate.

Immaginiamo allora che, delusi, annoiati e ansiosi di sfuggire al ramino con i parenti, vi venga l’uzzolo di occupare un’oretta del bigio pomeriggio facendo qualcosa che non avete mai fatto prima…

Una cosa a caso: guardare un film muto.

E allora, avendo immaginato tutto questo, perché non scegliere la Carmen del 1915, diretta da DeMille, con Geraldine Farrar e Wallace Reid?

Il film dura un’oretta scarsa, è vivace, ben recitato e ben diretto, pieno di ritmo, ragionevolmente libero da quell’affettazione che si tende (non del tutto a ragione) ad associare ai film muti, tecnicamente parlando non è in bianco e nero – ed è accompagnato dalla musica di Bizet, che non fa mai male. E se pensate che un’opera muta sia un ossimoro, ricordatevi che, prima dell’opera, ci fu la novella di Mérimée…

Insomma, se siete neofiti, o curiosi, o anche solo annoiati, se vi domandate come fosse DeMille prima dei Dieci Comandamenti, o come se la potesse cavare una cantante d’opera prestata al cinema negli anni Dieci, allora potreste fare di peggio che tentare la via del film muto, cominciando con questa Carmen.

E buona Pasquetta.

 

cinema · grillopensante · scrittura

A Parte la Scrittura

grantorinoFLposterfullDiscutevasi ieri sera a cena di “Gran Torino”.

Avete presente? Clint Eastwood. Duemilanove, mi si dice – e io ci credo. L’ho visto al cinema quando è uscito e poi di nuovo più di recente e a pezzetti ma, se devo dire la verità, non mi piace. Magari a voi sì – e allora per favore non tiratemi oggetti pesanti, e/o considerate la possibilità di andare a leggere qualche altro post – ma non so che farci: non mi piace, non mi piace e non mi piace. Trovo da ridire soprattutto sulla scrittura. A parte il fatto che la storia è telegrafata allo spettatore fin dal primo istante in cui entra in scena la famiglia di immigrati coreani (e non basta il relativo twist del finale a riscattare la prevedibilità), quello che secondo me nuoce di più a questo film sono i dialoghi pedestri e la sommaria caratterizzazione dei personaggi.

E per carità, magari per i dialoghi si può incolpare la traduzione. E altrettanto magari, in fatto di personaggi, la cosa è in parte intenzionale, e l’idea era quella di partire dalla fiera dello stereotipo etno-sociale per giungere ad un quadro molto differente, ma la realizzazione, per quel che ne ricordo, manca di sottigliezza in un modo imbarazzante. Così, si parte circondati da una serie di personaggi sterotipati (il protagonista polacco, reduce tormentato della guerra di Corea; la ragazzina – guarda caso – coreana tosta e intelligente), macchiettistici (ho ricordi di un barbiere italiano…) o addirittura grotteschi (la truce nonna coreana) che appesantiscono tutta la prima metà del film e sono incongrui nella seconda.

L’impressione è che lo sceneggiatore sia partito con nobili intenzioni, abbia lasciato che i personaggi gli sfuggissero di mano, e si sia ritrovato con un manipolo di caratteri da sitcom e con quelli abbia tentato di far passare il messaggio. A colpi di accetta.

Ma non è questo il punto. Il punto è che ieri sera, quando ho espresso le mie perplessità, E. mi ha detto “Può darsi, ma a parte quello è un bel film, no?”

Ebbene, non lo so. Clint Eastwood è ben lungi dall’essere il mio attore preferito (e il doppiaggio sopra le righe non aiuta), la regia non mi colpisce in modo particolare, gli altri attori, la fotografia e la colonna sonora sono perfettamente dimenticabili… ma supponiamo che fosse tutto meraviglioso. Supponiamo che la recitazione, il passo registico, la musica e la fotografia fossero da togliere il fiato: sarei capace di trovarlo “un bel film” a scapito della cattiva scrittura?BWS

La risposta è no.

Sarò deformata mentalmente, ma non posso vedere un film se non come una storia raccontata più che soltanto a parole. Di conseguenza, non posso fare a meno di vedere gli altri aspetti della produzione (interpretazione, regia, fotografia, colonna sonora, ecc…) come emanazioni della struttura narrativa. Ci sono ovviamente tipi di film in cui l’impatto spettacolare, le astronavi, la circonferenza toracica delle donne, lo slapstick o whatnot hanno deliberatamente il sopravvento, ma non è quello di cui sto parlando qui. E ci sono anche casi in cui un ritmo trascinante, un’interpretazione carismatica o una fotografia mozzafiato possono riscattare in parte una storia che non sta in piedi da sé. Un buco di trama, se rivestito con cura o contrabbandato con abilità, si può perdonare, ma la cattiva scrittura no. La cattiva scrittura condiziona le interpretazioni (c’è un limite a quello che il più grande degli attori può fare con del pessimo dialogo), impiccia la regia, distrae da tutto il resto, e irrita nel profondo.

Si può dire quello che si vuole, ma se i personaggi di un film, le loro parole, le loro motivazioni, la loro evoluzione, le loro scelte e la loro storia suonano fasulli – per eccesso o per difetto – perché dovrebbe importarmi del film?

 

angurie

Il Perfetto Pescatore

Izaak_WaltonNato alla fine dell’epoca elisabettiana e morto una manciatina d’anni prima della Glorious Revolution, Izaak Walton era un prospero mercante di ferramenta a Londra. Pilastro della comunità, ben sposato, frequentatore di ecclesiastici e amico del poeta John Donne, forse avrebbe continuato così se, nel 1644, non avesse sentito l’esigenza di ritirarsi in campagna, al riparo dagli incerti della guerra civile…

E così, mentre l’Inghilterra andava a ferro e fuoco, il nostro Walton si ritirò in un idillio personale – una graziosa fattoria sulla riva di un fiumicello*, a meditare, scrivere e pescare.

E pesca oggi, pesca domani, dovette venirgli l’ispirazione: perché non scriverci un libro? Il che va a provare che l’umana natura non cambia poi troppo attraverso i secoli…IzaakWAngler

Ad ogni modo, Walton si mise a scrivere, e il risultato si fu, qualche anno più tardi, The Compleat Angler – il manuale di pesca fra i manuali di pesca, in dialogo, prosa, poesia e musica. E la Canzone del Pescatore, con tanto di spartito per due voci, riassume perfettamente lo spirito del libro, secondo cui non esiste passatempo superiore alla pesca, che è tranquilla, senza rischi, senza rovesci e senza mal di cuore, si sposa perfettamente con una ricca vita interiore, e poi stimola la convivialità e la generosità quando si tratta d’invitare gli amici a un buon pranzo di pesce.

Tutto ciò, il protagonista Piscator lo spiega in dettaglio al soggiogato passante Viator, insieme a una quantità di particolari tecnici, consigli e dritte, filosofia piscatoria, filosofia at large, digressioni ittiologiche, perle di buon senso e voli pindarici sulle arcadiche gioie della vita lungo il fiume…

Izaak_Wolton_and_his_scholarFunziona? Forse non sono la persona giusta per dirlo, considerando che la mia competenza in fatto di pesca è men che nulla – ma certo è che, quasi quattro secoli più tardi, il buon Izaak è ancora il nume tutelare dei pescatori del mondo anglosassone, e se ben pochi si ricordano di lui come autore di placide biografie, tutti hanno l’aria di sapere che cosa sia The Compleat Angler.

D’altra parte, Izaak stesso coltivò il suo manuale per tutta la vita, ampliandolo di edizione in edizione – e ce ne furono molte, durante la sua vita – aggiungendo versi, aneddoti e capitoli tecnici, facendosi aiutare da amici e colleghi là dove non si sentiva esperto a sufficienza, e inserendo nel dialogo un cacciatore e un falconiere, forse per bilanciare lo spudorato peana della pesca.

Ad ogni modo, il libro riuscì a godere d’inabbattuto successo tra Commonwealth e Restoration… si direbbe che gli Inglesi pescassero con identico entusiasmo negli anni poco allegri di Cromwell come sotto il restaurato Carlo II – e in seguito, se è vero che, come leggenda vuole, non ci sia casa o locanda nelle campagne inglesi senza una copia di questo singolare manuale.

E io non so se ci siano pescatori tra voi, o Lettori, ma se a questo punto siete incuriositi, niente di meglio del Project Gutenberg per dare un’occhiata a The Compleat Angler, edizione illustrata del 1653.

carp

 

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* Le cose che gli Inglesi sono capaci di chiamar “fiumi”…

memories · pennivendolerie · tecnologia

Backup! Backup! Backup!

Floppy1Vent’anni fa o giù di lì – al tempo dei floppy disk* – a un certo punto mi capita per le mani una deliziosa scatolina metallica piatta e quadrata.

“Oh,” cinguetto tra me e me. “Sembra fatta apposta per metterci un singolo floppy!” E il singolo floppy che ci piazzo dentro contiente – tenetevi forte – l’unica copia della seconda stesura di un romanzo. Unica. Copia. In una scatoletta di metallo.

Quando estraggo l’arnesino dalla sua graziosa casetta nuova e lo inserisco nel portatile, il portatile fa spallucce. Ri-inserisco, e nulla accade. Riprovo ancora, ancora e ancora – alla maniera di chi spera di svegliarsi da un momento all’altro e scoprire che era tutto un brutto sogno… Ma naturalmente no. Il floppy è diventato invisibile.

È estate, e il San Tecnico è in vacanza, così rimetto il povero floppino egro nella scatoletta di metallo e mi scapicollo in città, nell’unico negozio d’informatica che conosco. Dentro c’è il titolare, che era a scuola con mia madre, e c’è qualche implume che traffica con il computer. Il titolare ascolta le mie spiegazioni sconnesse e affida il floppy a un implume, con l’istruzione di vedere cosa può farci. L’implume, che è impegnato in tutt’altro, prova a inserire, fa spallucce, estrae e restituisce al titolare.

“Smagnetizzato,” mugugna – e torna ad occuparsi degli affari suoi.

“Ma…” balbetto io, con un vago senso di caduta verticale. “Ma non si può recuperare quel che c’è dentro?”

Il titolare, forse temendo una crisi di pianto, guarda con qualche severità l’implume – il quale fa spallucce di nuovo.

“Se è smagnetizzato, è smagnetizzato,” sentenzia a mezza bocca. Con l’altra metà sta sghignazzando con il suo altrettanto acerbo compare, seduto al computer accanto. Se potessi, strangolerei volentieri entrambi.Floppy3

Il titolare mi restituisce il floppy. Se non altro, ha l’aria dispiaciuta, mentre mi spiega che non c’è niente da fare – cosa che avevo già afferrato da me. Tolgo dalla borsa la scatoletta e la apro per rimetterci il floppy…

“Ma…” il titolare fa tanto d’occhi. “Non lo tiene lì dentro, vero?”

Io annuisco mestamente. Prima era una casetta, adesso è una piccola tomba…

“Ma è di metallo!”

Io sgrano gli occhi. “Sì… di latta verniciata. Anni Cinquanta…”

Il titolare chiude gli occhi un istante, e poi mi spiega: metallo, robe magnetiche… “Ma non era l’unica copia, vero?”

Oh dear.

Ri-caduta verticale: il floppino è defunto, la tecnica non può nulla, gl’info-implumi sono un bunch di gente senza cuore, ma l’assassina… la floppicida sono io. Io con la mia dannatissima scatoletta di latta verniciata anni Cinquanta. Saluto il titolare – e vedo che è ancora preoccupatissimo. Tsk. Per chi mi prende? Sono forse una che va a pezzettini nei negozi? Io non sono così. Io torno in macchina, e solo quando sono chiusa dentro mi faccio un bel pianto sulla dipartita della mia seconda stesura. Unica copia.

E piango sul volante finché un altro automobilista non suona il clacson per farmi capire che aspira al mio parcheggio… Senza nessun riguardo per la mia tragedia in corso. I mean, per quanto ne sa lui, potrebbe essere una tragedia vera e propria – e comunque, mai sottovalutare la portata di una stesura perduta, con l’aggravante della stupidità attiva.

E questo accadeva vent’anni orsono o giù di lì, e ha l’aria della lezione che non si dimentica, vero?

Floppy2E invece no. Ancora adesso il backup resta una di quelle buone idee che non metto mai in pratica. Oggi pomeriggio, domani, quando torno, lunedì… Mai adesso. E il risultato è che ogni tanto mi perdo cose rilevanti – inghiottite dal buio nell’uno o nell’altro crash, cancellate per errore o semplicemente irreperibili per settimane quando a un computer pare bello andare in deliquio…

No, be’ – un progressetto me lo riconosco: ho imparato a conservare quello che sto scrivendo in copie multiple. Una in ogni computer, una su ciascuna chiave USB… È già qualcosa, ma non è come se lo facessi abbastanza spesso. Lo faccio una volta e poi, come per il pane tostato nel forno, mi sento a posto con la coscienza. Di solito, quando torno a ricordarmene, il pane è carbonizzato da una parte e il povero hard disk giace insensibile.

Perché vi dico tutto questo?

Per via di questo post su Karavansara, sostanzialmente. Perché l’osservazione della sventura altrui, combinata al ricordo della propria, dovrebbe funzionare da sprone verso la lungimiranza. Perché quando succede, è troppo tardi. Perché magari sono l’unica che persevera nella propria allegra e pigra imprevidenza – ma il grido di oggi si è, o Lettori: Backup! Backup! Backup!

Hurrà!

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(E v’interesserà sapere che, mentre scrivevo questo post, Firefox si è chiuso senza preavviso… E io non avevo mai salvato… Fortuna che WordPress ogni tanto lo fa da sé.)

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* Non avete idea di quanto mi senta vecchia nello scrivere questo genere di cose…

libri, libri e libri · teatro

Isola del Tesoro Pop-Up

TreasureIsland2Toy Theatres, Stevenson e libri pop-up… che si può volere di più?

Ted Hawkins (notate il cognome, per favore…) favoloso esperto, costruttore e utilizzatore di teatrini, ha messo insieme e in scena questa incantevole versione di Treasure Island, che sfrutta meccanismi e aspetti visivi dei libri pop-up per raccontare la vecchia e affascinante storia di Jim Hawkins (ha!) , la storia di “bucanieri e oro nascosto” che, stando alla tradizione, Stevenson avrebbe scritto in due settimane di vacanze piovose.

E se si considera la giovanile passione di Stevenson per i teatrini (anche se non per le rappresentazioni), il gioco diventa assolutamente perfetto.

Ora, il video intero è troppo lungo e pesante per essere postato, per cui vi spedisco a vederlo qui. È in Inglese, naturalmente – ma dategli comunque un’occhiatina, anche solo a vedersi, è un’assoluta delizia.

E buona domenica.

pennivendolerie · Somnium Hannibalis

Di Titoli E Catastrofi

Book-TitleLo so, ne abbiamo già parlato… Più di una volta, probabilmente.

Ma questo post si deve a una combinazione di cose: questo post su Karavansara e l’approssimarsi della scadenza del contratto per Somnium Hannibalis.

Perché il fatto è che presto il Somnium sarà completamente mio di nuovo – mio da risistemare e ripubblicare in formato elettronico, e non c’è modo di negarlo: prima di tutto gli ci vorrà un altro titolo.

Un titolo che non spaventi via i lettori.

Dovete sapere che, a suo tempo, la faccenda andò così. Il mio titolo provvisorio era… sedetevi, per favore: non vorrei che la mia sconcertante originalità vi levasse il respiro. Seduti? Bene: il mio titolo provvisorio era Annibale.

No, davvero. E che c’è di male? Era estremamente appropriato, sintetico e significativo al tempo stesso.

Peccato che un sacco di gente ci avesse già pensato prima di me, sia in fatto di romanzi che di biografie. Prova inconfutabile, se lo chiedete a me, che è proprio un buon titolo – ma lo ammetto come lo ammisi allora: volere qualcosa di meno “visto” non era del tutto irragionevole da parte dell’editore.

Così mi misi all’opera per cercarne un altro – e furono giorni e giorni di liste, strologamenti, brainstorming… Volevo qualcosa di significativo, possibilmente provvisto di più di uno strato di senso, semmai con una citazione letteraria. E non trovavo nulla. Nulla di adatto. Nulla che non richiedesse un’estensione a fisarmonica della copertina, quanto meno…

E poi, in un momento di quella che scambiai per ispirazione, mi albeggiò in mente: Somnium Hannibalis.

Perché in fondo al centro di tutto c’era il sogno irrealizzabile di Annibale. Perché c’era il parallelo con il Somnium Scipionis di Cicerone…

“E in quanti credi che se ne accorgeranno?” mi si chiese profeticamente. E io… io scrollai le spalle, e andai avanti con criminale incoscienza. E a questo punto, però, devo distribuire una parte del biasimo anche a editore e agente. Perché io potevo essere allegramente incosciente – ma loro? Avrebbero dovuto dissuadermi con ogni energia, e invece fecero tra nulla e non granché. CopSomnium4-1

L’editore insisté per aggiungere il sottotitolo “L’ultimo dei Barca, la cenere e il sangue”, che ad essere sinceri mi sembrava (e mi sembra) melodrammatico… Ma era un caso evidente di cecità selettiva. Mi preoccupavo del sottotitolo vagamente purpureo, e non vedevo il catastrofico titolo in Latino. O meglio, lo vedevo eccome – ma mi sembrava una buona idea.

Un titolo in Latino, capite?

Con una citazione di commovente oscurità, destinata a non dire granché parte dei lettori.

E, temo, a suonare pretenziosa a chi l’avesse riconosciuta.

Non è che fosse un brutto titolo in assoluto, sia chiaro. Era solo ostico, pretenzioso e snobbish – adorabile combinazione – e nessuno mi ha fermata sulla via del disastro. E non è del tutto vero: qualcuno ci ha provato, solo che io non ho ascoltato.

A posteriori, sono certa che la cosa abbia nuociuto non poco al romanzo e alle sue vendite – ma ormai è fatta, e consideriamola pure una dolorosa lezione. Sei anni più tardi, ho imparato dal mio errore – o almeno spero. Anche perché magari non nell’immediatissimo futuro, ma presto dovrò trovarne un altro, di titoli. Un titolo significativo, sintetico, magari provvisto di più di uno strato di senso.

E in Italiano, thank you very much.

Sono ufficialmente a caccia.