pennivendolerie · Vitarelle e Rotelle

E Di Che Cosa Parla Il Tuo Libro?

Questo procede direttamente da ieri sera, dalla vivacissima quarta lezione di Gente nei Guai 2. Perché come dicevo alle mie deliziose ragazze…

Prima o poi ve lo chiedono, oh se ve lo chiedono.

Ve lo può chiedere l’amica di un amico a cui è stato detto che “scrivete”, oppure ve lo può chiedere il vicino di posto in aereo, vedendo che per tutto il tempo scribacchiate nel vostro taccuino. Oppure, ve lo chiede lo scrittore che tiene il seminario sulla caratterizzazione, o l’editor incontrato alla fiera del libro…

E allora voi annaspate, e cominciate a dire che sì, er… è unAnnibalea storia… in pratica, ecco, c’è Annibale Barca. Insomma, si può dire che sia una rinarrazione della II Guerra Punica vista… dunque, premessa: quando Annibale fugge da Cartagine… ah, perché stiamo parlando di dopo Zama, molto dopo Zama, e quindi… er… fugge da Cartagine e Antioco III gli offre asilo… Antioco III è il re seleucide di Siria, no?

E a questo punto vi siete già persi l’interlocutore per strada – lo capite dall’occhio vitreo e/o dal fatto che la domanda successiva è se pensate che quell’aperitivo verde al buffet sia analcolico.

D’altro canto, neanche rispondere laconicissimamente “Annibale Barca. II Guerra Punica,” è l’ideale per avvincere l’interesse del prossimo.

E allora?

Se lo chiedete a un Anglosassone, vi dirà che bisognerebbe saper riassumere il proprio libro in trenta parole – mantenendone il sugo e l’unicità distillati in una sola frase. Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente. E però, prendendo il limite delle trenta parole per quello che è, resta l’incontrovertibile fatto che con una frase sola è difficile annoiare un interlocutore o perderlo. Senza parlare del fatto che una singola  frase compatta, vivida e brillante tende a colpire più di una conferenza estemporanea sugli equilibri politico-militari del Mediterraneo alessandrino.

Holly Lisle chiama questa sinossi iperconcentrata The Sentence, e fa notare anche un altro particolare non trascurabile: The Sentence è uno strumento promozionale perfetto, a cominciare dalla lettera accompagnatoria del manoscritto. Ed essendo Holly, offre anche una formula pratica per costruire The Sentence in tutti i suoi aspetti fondamentali:

Protagonista + Antagonista + Conflitto + Ambientazione + Tratto Singolare.

Tenete conto del fatto che l’Antagonista non deve necessariamente essere una specifica persona cattiva, che uno o più elementi (tranne il Protagonista) possono essere impliciti e che il Tratto Singolare è ciò che caratterizza la storia e la rende unica.little-red-riding-hood-tehrani-anthropology_73840_600x450

Una bambina disobbediente sfida le astuzie di un lupo malvagio per soccorrere la nonna all’altro capo della foresta.

Ecco che la mia ossessione per Cappuccetto Rosso torna a galla… Allora, la nostra Protagonista è la bambina disobbediente; l’Antagonista, va da sé, è il Lupo Malvagio e astuto; il Conflitto è così concepito: CR vuole arrivare dalla nonna e il Lupo vuole divorare entrambe; l’Ambientazione è la foresta; il Tratto Singolare è implicito nell’antagonista-animale parlante e nella disobbedienza della bambina: abbiamo a che fare con un exemplum fiabesco.

Una capricciosa bellezza del Sud mente, ruba, truffa e uccide in una disperata ricerca di felicità, amore e sicurezza nel turbine della Guerra di Secessione.

Via Col Vento non ha un antagonista umano: Rossella (Protagonista) lotta con le unghie e coi denti per salvare sé stessa, i suoi, il suo tenore di vita e la sua felicità (Conflitto) mentre tutto le crolla intorno a causa della guerra (Antagonista). L’Ambientazione è il Sud confederato, e il Tratto Singolare consiste nel fatto che Rossella non è una tenera eroina, ma una piccola belva spregiudicata, egoista e manipolatrice. Il suo fascino, la sua vulnerabilità e l’universalità delle sue esigenze drammatiche fanno sì che il lettore possa identificarsi in lei anche se non è particolarmente simpatica: chi non vuole felicità, amore e sicurezza?

Il vecchio esule Annibale Barca manipola un riluttante Re di Siria per spingerlo ad unirsi alla sua lunga guerra contro la potenza schiacciante della Roma repubblicana.

Dove si vede che la formula può essere adattata: i livelli sono due con alcuni elementi in comune: un Protagonista (Annibale) due Antagonisti (Re Antioco e Roma), due Conflitti (la manipolazione e la guerra), un’Ambientazione (il Mediterraneo del II Secolo a.C.) e un Tratto Singolare: la narrazione in III persona è la cornice e la chiave della narrazione in I persona di Annibale, così come il Conflitto B (Annibale/Roma) è la chiave del Conflitto A (Annibale/Antioco).

In generale, quando non si riesce ad individuare il Protagonista, l’Antagonista e il Conflitto di una storia è il caso di preoccuparsi almeno un pochino, ma ci sono libri che non si prestano a questo trattamento, semplicemente perché non sono concepiti per avere un protagonista, un antagonista e un conflitto. E’ il caso di molte opere metaletterarie, che decostruiscono deliberatamente gli schemi narrativi. Lasciatemi essere di nuovo autoreferenziale: ne Gl’Insorti di Strada Nuova, la storia risorgimentale di fondo ha sì tutti i suoi ammenicoli narratologici, ma non sono l’aspetto rilevante del libro. Potrei dire che:

PreBozzaNella Pavia del 1848 tre giovani universitari mettono in gioco le loro vite nello sfortunato moto di ribellione contro la dominazione asburgica,

ma sarei ben lontana dall’avere descritto il libro, il cui punto focale è la piccola folla di lettori… E allora, quando mi chiedono di che cosa parli Gl’Insorti ho imparato a rispondere qualcosa come:

I moti antiaustriaci nella Pavia del 1848 sono narrati obliquamente attraverso le reazioni di venti lettori alla lettura di altrettanti capitoli di un romanzo storico fittizio.

Qui probabilmente Holly Lisle (e con lei ogni singolo insegnante di scrittura creativa) mi bacchetterebbe per avere incentrato la mia Sentence su una forma verbale passiva… Oh, va bene, allora:

Venti lettori immaginari – ma tanto veri – leggono, immaginano, ricostruiscono, raccontano, adorano e detestano un romanzo storico fittizio, tragica storia di studenti ribelli ed oppressori austriaci nella Pavia risorgimentale.

E alla fin fine, guardate un po’, ci risiamo: c’è un Protagonista (gli studenti), c’è un Antagonista (gli austriaci), c’è un conflitto (oppressione & ribellione), c’è un’ambientazione (Pavia risorgimentale), e la mia struttura metanarrativa diventa il fondamentale, unico, irripetibile Tratto Singolare. Tra parentesi: 28 parole, somiglia al mio libro e c’è qualche seria possibilità che incuriosisca l’interlocutore.

Vale la pena di spenderci qualche pensiero prima della prossima volta in cui ve lo chiederanno: di che cosa parla il vostro libro?

 

 

 

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grilloleggente · libri, libri e libri

Udite Udite

LocandinaMercoledì sera, alla biblioteca Zamboni di Roncoferraro, secondo appuntamento per Ad Alta Voce.

Dopo la godereccia serata letterario-culinaria del mese scorso, questa volta leggiamo e parliamo di tutt’altro.

Il tema è Singolare Femminile: Storie di Donne. Perché la letteratura è piena di favolosi personaggi femminili – creati con uguale maestria da donne e da uomini – e allora pareva interessante esplorare un po’ il genere…

Come al solito, è possibile scegliere un libro inerente al tema e leggerne qualche pagina, è possibile partecipare alla discussione senza leggere, è possibile ascoltare e basta – a piacere. Perché Ad Alta Voce non è un gruppo di lettura tradizionale, e non si basa sulla discussione di una lettura comune – ma, al contrario, sull’accostamento imprevisto di letture diverse. Punti di vista diversi, interpretazioni diverse, tagli diversi, secoli diversi, stili diversi… la ricchezza dell’esperienza consiste proprio nel vedere il tema attraverso un prisma letterario che ha tante facce quanti sono i lettori e gli ascoltatori.

A parte tutto il resto, è una ricetta sicura per stimolare curiosità, domande, confronto, discussione – e per scoprire libri nuovi.

Per cui, se siete da queste parti e se vi va una serata di libri un po’ diversa dal consueto, vi aspettiamo mercoledì sera, alle 21, presso la biblioteca Zamboni di Roncoferraro. Nel frattempo, potete scaricare la cartolina con le date e i temi in pdf, e seguire novità e preparativi sulla pagina Facebook del progetto.

musica

Fuoco ♫

LogeVisto che la stagione in cui si accende il fuoco avvia a concludersi, oggi Wagner. La Walkyria. E in particolare l’incantesimo del fuoco – il momento in cui, evocato da Wotan, il dio del fuoco Loge crea un muro di fiamme attorno all’addormentata Brunhild, punita ma protetta…

Qui trovate una vecchia – ma non vecchissima – incisione: James Levine dirige l’orchestra del Metropolitan, con James Morris nel ruolo di Wotan.

L’illustrazione qui a sinistra è di Arthur Rackham.

Ecco.

E buona domenica.

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considerazioni sparse · Storia&storie

Quasi una storia di fantasmi

Un giorno, una manciatina d’anni orsono, squilla il telefono, e una voce dall’accento teutonico chiede se è possibile parlare con Chiara Prezzavento. Quando rispondo che non solo è possibile, ma la cosa è già in corso, la signora mi spiega di essere una ricercatrice per conto del Clan Urquhart.

ThomasUrquhart.png“I discendenti di Sir Thomas?” domando io un po’ incredula. Sir Thomas Urquhart è un erudito e viaggiatore scozzese del Diciassettesimo Secolo, uno Sbregaverze fatto e finito. E se pongo la domanda è perché…

“Sì!” esclama la signora all’altro capo del telefono. “E non riesco a trovare il suo libro, né alla biblioteca Teresiana né in libreria, e invece io DEVO leggere il suo libro!”

Perché, vedete, Sir Thomas è uno dei personaggi de Lo Specchio Convesso, il mio primo romanzo, pubblicato nel 2004 presso La Kabbalà, e tristemente uscito di commercio molto presto. O piuttosto, mai entrato veramente in commercio, come capita ai libri pubblicati con microeditori che non hanno distribuzione… Anyway, tornando alla mia telefonata, immaginatemi assolutamente elettrizzata dal fatto che qualcuno abbia disseppellito lo Specchio dal suo oblio. Non capita tutti i giorni che un ricercatore straniero ti chieda del tuo romanzo morto… C’è sempre la possibilità che il ricercatore in questione alla fin fine faccia te e il tuo romanzo a pezzettini molto piccoli per qualche inaccuratezza, ma decido che sono disposta a correre il rischio.

Con Elisabeth ci accordiamo per incontrarci in San Simone (dove è sepolto il Critonio, protagonista del libro e, incidentalmente, l’idolo di Sir Thomas), e una volta là passiamo un’oretta felice scambiandoci storie, aneddoti, fonti e teorie… Elisabeth sta conducendo delle ricerche su Sir Thomas per conto del Clan scozzese degli Urquhart, appunto, che non solo esistono ancora, ma sono riuniti in un’associazione culturale molto attiva per quanto riguarda la loro storia. Adesso le sue ricerche l’hanno condotta a Mantova dove, secondo lei, Sir Thomas non può non essere passato.

Io spiego che nel mio romanzo Sir Thomas è un personaggio abbastanza secondario, che mi sono presa delle libertà con i buchi che ci sono nella sua biografia, che si tratta di un romanzo, dopo tutto: assolutamente e solo un romanzo… Ma Elisabeth rimane pervicacemente entusiasta. Non c’è molta gente in Italia che scriva o abbia scritto su Sir Thomas, e comunque lei è convinta che i romanzi siano porte aperte sulla storia. Perché un’invenzione letteraria non può fornire uno spunto o una direzione per la ricerca? Magari era lo spirito di Sir Thomas a suggerirmi certi particolari, conclude Elisabeth…

E io sorrido all’idea, ma Elisabeth è serissima, e procede ad informarmi che di quest’ultima teoria è convinta nella più granitica delle maniere. Noi crediamo di scrivere saggistica e narrativa storiche di nostra iniziativa, ma in realtà sono gli spiriti dei morti a ispirarci, guidarci e pungolarci. Segue un’affascinante storia à la Delia Bacon, su come visitare il campo di battaglia di Bannockburn sia stato fondamentale per il suo saggio in proposito – e non certo per il colore locale, ma per quello che i morti di tanti secoli fa le hanno sussurrato mentre passeggiava…

Ora, vedete, sentirsi mormorare queste cose nella penombra di una chiesetta gelida e deserta è il genere di cose che v’induce a… diciamo a esplorare possibilità narrative. Così m’immagino il Critonio seduto sul suo cenotafio che ci guarda dall’alto e sospira un po’. E Annibale che da vent’anni a questa parte mi dà il tormento perché scriva, scriva, scriva la sua storia. E in anni più recenti Kit Marlowe ugualmente impegnato… E in realtà è un esercizio lusinghiero, perché magari James Crichton è un tantino dimenticato dalla storia e disperato alla ricerca di un autore qualsiasi, ma l’idea di avere attirato l’attenzione di gente come il generale Barca e Marlowe… eh.

Di Elisabeth, poliglotta, viaggiatrice e mezza spiritista, non ho più avuto notizie dopo quel pomeriggio lievemente surreale. Non mi ha nemmeno più scritto, come aveva promesso di fare per dirmi se il libro le fosse piaciuto… Immagino di no – e in effetti, considerando la sua ammirazione per Sir Thomas e il mio ritratto del personaggio, non posso dire di essere oltremodo stupita. Quel che mi resta è l’idea per una storia che, credo, prima o poi metterò in pratica.

 

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elizabethana · Storia&storie · teatro

Marlowe, Aubrey, Spenser, Jonson

Questa è la storia di una collisione storico-letteraria – con la partecipazione del sentito-dire.

The antiquarians John Aubrey and William Stuke...Per prima cosa bisogna che vi dica di John Aubrey, uno di quei bizzarri ed eclettici eruditi secenteschi, ur-archeologo, ur-folklorista, naturalista, storico, occultista, curioso generale, glorioso pettegolo e biografo, autore – tra un diluvio di altre cose pubblicate postume, delle Brief Lives, o Schediasmata, una raccolta di… be’, lo dice il titolo: note biografiche di personaggi notevoli, elisabettiani e contemporanei.

Ora, queste note biografiche tendevano ad essere pittoresche. Aubrey si documentava spulciando l’occasionale libro, ma soprattutto raccogliendo aneddoti e annotando conversazioni – il che tande a rendere le Brief Lives più affascinanti che affidabili. È al pettegolo ma credulo Aubrey che dobbiamo, tra l’altro, alcune singolari informazioni sugli anni perduti di Shakespeare, che vogliono il giovane futuro bardo maestro di scuola in provincia, bracconiere lungo l’Avon e parcheggiatore di cavalli a Londra…

L’attendibilità di queste notizie, pur riprese con entusiasmo da successivi biografi settecenteschi, in realtà lascia molto a desiderare. Quanto a desiderare? Be’, è possibile farsene un’idea considerando la nostra collisione, che si trova nelle pagine che Aubrey dedica a un altro autore elisabettiano, Ben Jonson.

A un certo punto, veniamo informati che Jonson

 Uccise Mr. … Marlowe, il poeta, a Bunhill – giungendo dal teatro chiamato Green Curtain. Così dice Sir Edward Shirburn.

Ora, chi fosse questo malinformato baronetto non sono riuscita ad appurare, ma di sicuro non aveva le idee chiare. Marlowe, come  Benjamin Jonson, after Abraham van Blyenberch.... sappiamo bene, era morto a Deptford, nel 1593 – in circostanze dubbie, se volete, ma che nulla avevano a che fare con Ben Jonson. Col che non voglio dire che Jonson non fosse tipo da omicidi, sia ben chiaro. Da quel che sappiamo di lui, e dalle non-proprio-memorie che dettò al suo amico – il paziente poeta scozzese William Drummond, doveva essere singolarmente irascibile e permaloso, con un ego delle dimensioni di un fox terrier. Nel 1598 uccise in duello un celebre attore, il ventenne Gabriel Spenser. In realtà, che si trattasse di un duello formale e che a lanciare la sfida fosse stato Spenser lo sappiamo soltanto da Jonson (via Drummond). Quel che è certo è che Spenser era a sua volta un personaggio alquanto infiammabile, e che il buon Ben sarebbe finito a Tyburn se, grazie a uno sconcertante residuo giudiziario di origine medievale, non avesse dimostrato di saper leggere e scrivere, cavandosela così con un marchio a fuoco sul pollice…

Quindi sì: Marlowe fu ucciso in una rissa, e Jonson uccise un uomo in duello – solo che non si trattava della stessa occasione. E naturalmente, dopo gli anni ottanta del Seicento, epoca di compilazione delle Brief Lives, le circostanze della morte di Marlowe erano abbondantemente note – se non altro perché una quantità di autori di persuasione puritana ne avevano fatto un caso esemplare di hybris punita, godendo nel raccontare in truce e sanguinoso dettaglio la fine dell’ateo colpito con il suo stesso pugnale – e proprio nel cervello che aveva partorito tante perniciose idee…

Considerando tutto ciò, possiamo soltanto immaginare che il misterioso Sir Edward Shirburn, magari alticcio dopo una cena bene annaffiata, combinasse le due storie della morte di Marlowe e del duello di Jonson in una sola, a beneficio di un altrettanto avvinazzato Aubrey* – con il singolare effetto, per un lettore particolarmente pio che conoscesse anche gli autori puritani, di trasformare Ben Jonson in uno strumento del furore divino.

L’irruente Ben aveva ammirato Marlowe, creatore del possente verso sciolto – ma aveva una notevole opinione di se stesso e un moderato riguardo per la verità. Non posso fare a meno di domandarmi quanto gli sarebbe piaciuto vedersi raffigurare, seppur indirettamente, nei panni della vendetta celeste.

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* Che le sue conversazioni di documentazione fossero alquanto conviviali ce lo dice lui stesso – più di una volta.

 

 

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anglomaniac · considerazioni sparse · teatro

Murphy Sulla Via Dell’Isoletta

55327_girl-writing_lg-1C’era una volta un concorso per atti unici – e il concorso si teneva sull’Isoletta.

C’era anche, quella stessa volta, una Clarina che viveva sul Continente – quella cosa che, dicono gli abitanti dell’Isoletta, resta isolata quando c’è nebbia sulla Manica. Tuttavia, pur abitando al di qua della Manica, la Clarina desiderava molto partecipare al concorso in questione, e aveva pronto un piccolo atto unico che le pareva adatto alla bisogna.

A dirla proprio tutta, la Clarina l’atto unico l’aveva pronto da lunga pezza – in teoria fin dall’edizione precedente del concorso isolano, solo che… Ecco, diciamo che talvolta la Clarina tendeva a… er, distrarsi.

Quella volta che c’era, tuttavia, la Clarina si annotò la scadenza ben in grande e ben in anticipo, diede un’ultima lustratina al play e si sentì a posto con la coscienza.

E ci si sentì fino a una decina di giorni dalla scandenza, quando all’improvviso la sua coscienza si risvegliò e cominciò a strillare cose poco lusinghiere sulla Clarina e sulle Poste&Telegrafi…

Perché, vedete, non solo il concorso si teneva sull’Isoletta, ma era anche uno dei non numerosissimi concorsi dell’Isoletta che richiedono di spedire per terra e per mare una o più copie cartacee. Siccome questa crisi di coscienza si teneva a un’ora talmente avanzata da essere tarda persino per la pur nottambula, nottambulissima Clarina, fu soltanto l’indomani che la nostra sciagurata si mise all’opera.

“E che ci vuole?” si disse l’improvvida, mentre sorseggiava il primo tè del mattino. “Stampo le due copie e la lettera con i miei dati, chiudo tutto in una busta e vado a spedire…”44880_guten_press_lg

Ma naturalmente questa è una storia, e tutti sappiamo che cosa succede a questo punto nelle storie, vero? Quando la Clarina avviò la stampante per stampare il suo piccolo play in due copie, la stampante sussultò una e poi due volte, ingoiò un foglio di carta, lo buttò fuori bianco, sospirò, rantolò e cadde in deliquio.

“Oh…” mormorò la Clarina, in moderato corruccio. Spense la stampante, la riaccese, reimpostò la stampa, avviò… E la tecnologia non rispose.

“Stampante non in linea,” fu la risposta della tecnologia. “Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”

Oh!” disse la Clarina, un tantino più corrucciata di prima. Controllò i cavi – che erano collegati. Controllò la stampante – che era accesa. Allora spense e riaccese la stampante, just in case, e poi riprovò.

“Stampante non in linea. Controllare che i cavi siano collegati e che la stampante sia accesa.”

E a questo punto potremmo mettere un altro Oh, ma l’incontrovertibile fatto è che la Clarina usò del linguaggio, rifece tutto daccapo e ottenne per la terza volta lo stesso risultato.

Era il tipo di momento in cui c’è soltanto una cosa da fare, e dunque la Clarina si fece una seconda tazza di tè, e sedette sul pavimento davanti alla stampante, maledicendo tra sé il dannato arnese, e pensando all’Isoletta. Il passo successivo fu di trascorrere un’invereconda quantità di tempo a consultare libretti di istruzioni e guide online a caccia di una soluzione – senza cavare dal buco una di quelle orride bestie a otto zampe che fanno le r-tele.

A questo punto, la mattinata avanzava, l’ultimo momento utile per la spedizione in giornata non era più lontanissimo e, considerando tutto quanto, perdere un’altra giornata, non sembrava la migliore delle idee. La Clarina prese una decisione esecutiva: salvò play e carte varie su una chiavetta (ricordandosi per il rotto della cuffia di inserire i numeri di pagina che di solito si dimentica) e si recò dalla vicina D. a supplicare una stampa. D. la Clarina la conosce dall’infanzia, la sa tanto eccentrica quanto disorganizzata, ed è rassegnata a vedersela capitare a orari disparati, disperata e supplicante stampe. D. ha una stampante professionale ed è una specie di angelo. Senza battere ciglio, nel giro di un minuto e mezzo, stampò il play della Clarina e le carte accessorie in duplice copia, e la mandò via felice.

poCosì la Clarina tornò a casa, imbustò il tutto, controllò tre volte l’indirizzo, si premunì di libro e galoppò all’ufficio postale. Ora, sapete tutti che, per una legge di natura, se non ci si porta da leggere all’ufficio postale si è condannati a dover aspettare, aspettare e aspettare. Se ci si porta da leggeere, può darsi di dover aspettare, aspettare e aspettare – oppure no. Per qualche misteriosa forma di compensazione cosmica, quella volta che c’era fu un’occasione in cui oppure no: in dieci minuti la Clarina sbrigò tutto quanto e tornò a casa al piccolo trotto, lieta nella consapevolezza di avere centrato la spedizione in giornata per un pelo – un pelo molto piccolo.

E a dire il vero, fece talmente presto che sua madre, nel vedersela restituita in sì breve tempo, la accolse con disappunto e al grido di “Oh, non sei riuscita a spedire!”

E invece sì, e il play era già in viaggio verso l’Isoletta, e la Clarina brindò con sua madre alla felice riuscita, e tutti vissero felici e contenti in attesa della long list.

E se, o Lettori, volete trarre qualche utilità da questa storia, la morale è questa: vedete di non ridurvi mai a un passo dalla scadenza – perché è allora che la Legge di Murphy ama colpire. E se le poste&telegrafi possono scioperare, se la tecnologia può fallire, se la neve può cadere, se l’influenza può azzannare, se qualcosa, qualunque cosa può succedere – ebbene, è proprio allora che lo farà.

Vita da Editor

Mi faccia capire

EditingGià il fatto che mi telefonasse di domenica pomeriggio per “sentire se commissionarmi un lavoro” avrebbe dovuto mettermi sul chi-vive…

“Ma quindi, mi faccia capire: lei cambia quello che io ho scritto?”

“No. Io le indico quello che, a mio avviso, va cambiato. In alcuni casi le suggerisco alternative possibili, ma non riscrivo nulla.”

“E non mi corregge gli errori di battitura?”

“Be’, sì.”

“Ah, allora va bene. Perché sa, più che altro sono quelli che mi preoccupano. E quindi, lei non cambia quello che ho scritto…”

“No, come lo ho già detto. È possibile che voglia cambiare qualcosa lei.”

“Ah, non credo: sono racconti molto belli, sa. Molto vissuti.”

“Er… sì, non dubito. Ovviamente, dei miei suggerimenti potrà fare quello che vuole.”

“Bene, perché sa, non mi piace che la gente cambi quello che ho scritto. Però, mi faccia capire: dopo che lei li ha controllati, i racconti vengono pubblicati?”

“Be’, non necessariamente…”

“Come sarebbe, non necessariamente?”

“Non è detto. Deve proporli a una o più case editrici, e poi c’è una trafila che varia da editore a editore. Nella maggior parte dei casi bisogna perseverare a lungo, prima di trovare un editore interessato.”

“Ah, ma quello non importa.”

“Facciamo una cosa: vuole che, prima di iniziare l’editing vero e proprio, faccia una valutazione?”

“Mi faccia capire…”

“Leggo i racconti e le indico se raggiungono, almeno potenzialmente, uno standard di pubblicabilità. Costa meno dell’editing, e può essere molto utile in vista di una riscrittura.”

“Ma a cosa serve? Tanto poi lei li mette a posto…”

“Sa, non è detto che possa.”

“Mi faccia capire…”

“A volte ci sono testi che, pur essendo molto belli, hanno dei difetti strutturali o stilistici tali per cui vanno rimaneggiati energicamente. E allora è inutile farli editare prima di averli modificati.”

“No, ma io non li modifico. Sono solo errori di battitura…”

“Guardi, per quello basta il Controllo Ortografia di Word.”

“Lei non capisce: c’è un piccolo editore del mio paese che per pubblicarli vuole farci un editing. Io ho detto di no, perché non mi piace che la gente cambi quello che ho scritto. Allora lui mi ha detto di farli editare da qualcuno di mia fiducia, se proprio. E io ho pensato che se faccio sistemare gli errori di battitura a lei…”

...Eeeek!
…Eeeek!

E questo è stato il punto in cui mi sono improvvisamente ricordata che non prendo lavori nuovi fino a settembre.

“Ma è fra tantissimo tempo!”

Già. Che peccato, vero?