grilloleggente · libri, libri e libri · Vita al Villaggio

Ad Alta Voce – Il Ritorno

puzzle132zVi ricordate di Ad Alta Voce? Vi avevo raccontato, più o meno un anno fa, di questo non-gruppo-di-lettura, un’idea inconsueta che consisteva nel trovarsi e leggersi a vicenda dieci minuti a testa di un libro a scelta – e poi, eventualmente, discuterne.

Concludevo il post in questione dicendo che dovevamo fare esperienza, che avremmo navigato a vista, che tante cose le avremmo capite lungo la strada…

Ebbene, è passato un anno, abbiamo fatto esperienza e abbiamo navigato a vista. Abbiamo imparato tante cose?

Be’, un certo numero sì. Premettiamo che ci siamo divertiti un sacco. Abbiamo letto, abbiamo scoperto titoli, ci siamo scambiati idee, abbiamo mangiato biscotti… E ci siamo accorti di avere formato un piccolo gruppo fedele. Molto fedele e molto piccolo. Dalle cinque alle otto persone, con l’occasionale punta di dieci. E niente di più.

No, non è vero: dimentico la sera in cui ci siamo ritrovati in tanti. Dodici? Quindici? Forse anche di più. È stata l’occasione di una serie di letture interessanti, e di una vivace discussione sul criterio con cui ciascuno sceglie le proprie letture. Pensavamo che fosse il decollo – e invece no. La volta successiva eravamo in cinque.

È saltato fuori che abbiamo spaventato un sacco di gente. Qualcuno si è spaventato della discussione. Altri non hanno apprezzato la formula, perché si aspettavano un gruppo di lettura tradizionale, e invece siam tanto anything but.

Quindi abbiamo imparato che la discussione non è sempre apprezzata. Pazienza.

E abbiamo imparato che come tutte le cose nuove e un nonnulla differenti, dovremo fare più fatica.

Pazienza anche questo.

Ma abbiamo scoperto anche che parecchia gente non sapeva nemmeno che esistessimo – a dispetto delle locandine e della newsletter della biblioteca.

E abbiamo scoperto che, alla fin fine, le serate che venivano meglio erano quelle che avevano un tema. L’incontro estivo a tema celeste, con tanto di astrofilo armato di telescopio. La serata natalizia. Cose così.

E quindi quest’anno Ad Alta Voce ritorna, più agguerrito e più organizzato. Abbiamo una pagina su Facebook, come punto di raccolta, bacheca per le comunicazioni e canale di visibilità generale. Abbiamo dei temi, mese per mese. E abbiamo una cartolina-invito – questa qua sotto.

Cattura

E dunque, si riparte. Come si diceva un anno fa (più o meno), mettete un mercoledì sera in biblioteca. Una manciata di persone, un certo numero di libri, un tema. Ciascuno porta un libro che sta leggendo, ha letto, ricorda con piacere, predilige – basta che il brano che legge abbia a che fare con il tema della serata… 

E poi si legge. Dieci minuti a testa. Due parole d’introduzione e qualche pagina. E poi le domande – se ci sono.

Poi si passa al prossimo lettore, al prossimo libro.

Se siete da queste parti, perché non venite a trovarci? Scaricate la cartolina in pdf, seguiteci su Facebook, portatevi un libro e venite a leggere con noi. Si comincia il 12 febbraio.

E se non siete da queste parti… be’, vi farò sapere.

Storia&storie · teatro

Complotti Giocattolo

Ecco, in realtà non ho ancora proprio deciso se ho tutta questa simpatia per Guy Fawkes e la sua congiura delle polveri…

Però, siccome l’altro giorno era il quattrocento e ottavo anniversario della sua esecuzione, ho pensato di mettervi a parte della versione toy-theatre della sua vicenda.

L’animazione, è opera di Nigel Peever, a partire da un teatrino di Webb.

Buona domenica.

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anglomaniac · Poesia

E Lo Scaricatore Di Porto Alla Sua Ninfa

ComeliveRicordate il Pastore Appassionato di Kit Marlowe? E la Ninfa Pratica di Walter Raleigh? E il Pescatore Amoroso di John Donne?

Ebbene, non dovete credere che il gioco fosse finito lì, perché rispondere all’uno o all’altro dei due contendenti originari è sempre stato uno sport popolare tra i poeti.

Per dire, ci si cimentò anche l’Irlandese Cecil Day Lewis, con una tetra faccenda chiamata Song.

CDL

Sì, ecco, appunto. Altro che pastorelli e ninfe, altro che arcadia…

Tanto per cambiare, vi dovete accontentare della mia traduzione funzionale:

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proveremo tutte le delizie
Di pace, abbondanza, vitto e alloggio
Che un impiego saltuario
può assicurare.

Io scaricherò prelibatezze al porto
E tu leggerai di abitini estivi:
E a sera, lungo i fetidi canali,
Spereremo di sentir dei madrigali.

Preoccupazioni poseranno sulla tua fronte fresca
Una ghirlanda di rughe e avrai i piedi
Calzati di calli, e nessun vestito di seta
Verrà mai a ornare la tua bellezza.

La fame ti farà la vita sottile
E sottrarrà alla morte tutto fuorché le tue ossa.
Se queste delizie possono convincerti,
Vivi con me, allora, e sii l’amor mio.

Allegerrimo… Persino l’acidognola Ninfa di Raleigh, in confronto, sembra un’ottimista di tre cotte, vero?

 

 

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romanzo storico · Storia&storie

Sarebbe Potuto Accadere

HistoryUltimamente la serendipità si diverte a piazzare lungo la mai strada piccole perfezioni in fatto di narrativa storica.

Perfezioni teoriche, intendo.

Ricordate Scott&Barnett e i loro fatti veri mai accaduti?

Ecco, poi domenica notte – ad alta notte, mentre cercavo di far cambiare ritmo ai neuroni prima di un’ultimissima revisioncina – mi sono imbattuta in The Prince and the Pauper, ovvero Mark Twain secondo William Keighley. È un delizioso film del 1937 – ma ne parleremo un’altra volta – anche perché ne ho visto solo un pezzettino.

Ma quel pezzettino iniziava con una premessa perfetta:

Questa non è storia – solo un racconto di un tempo lontano. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Vi racconto una storia, o Lettori. È reale? Oh, per nulla – o solo un pochino, ma potrebbe esserlo. Di sicuro ho fatto del mio meglio perché fosse vera. Mentre ve la racconto, vi sembrerà vera. Giocheremo a che sia vera, volete? Il mio mestiere è di far sì che, per il tempo che impiegate a leggerla o mentre ve ne state seduti a teatro, siate molto contenti di considerarla vera.

Il che, in fatto di narrativa storica, a mio timido avviso, il mio mestiere implica un ragionevole grado di accuratezza nell’ambientazione, un certo genere di plausibilità storica per cui sì, sarebbe potuta andare così

Ma a ben pensarci, se ci badate bene, in realtà vale per ogni genere di storia. È il consueto dilemma tra reale e vero, ne abbiamo parlato un sacco di volte – interrogandoci sempre sul perché il fatto che si tratti di una storia vera o no debba essere la prima preoccupazione del lettore…

Per quanto mi riguarda, resto dell’idea che, in fatto di narrativa di qualunque colore, la realtà sia sopravvalutata –  e la prossima volta che qualcuno mi chiederà se quello che ho scritto è una storia vera, probabilmente risponderò che forse sì, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

Potrei quasi farmici un ciondolo…

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anglomaniac · considerazioni sparse

Là Fuori

VintagePostOfficeAdOggi post fulmineo, abbiate pazienza, perché la giornata è complicata.

Mentre leggete sto peregrinando per uffici postali e/o (più probabilmente) corrieri, cercando la maniera di spedire un atto unico verso l’Isoletta.

In tempi brevi, considerata la scadenza incombente.

E no, questa volta non mi sono lasciata sfuggire particolari rilevanti – o almeno non credo. È che proprio ho scoperto l’altro giorno l’esistenza di questo concorso per atti unici brevi, per cui, a parte tutto il resto, sono reduce  da una cinquantina d’ore di frenetica revisione e levigatura.

E adesso il risultato si manda Là Fuori, o almeno ci si prova – anche perché agli organizzatori del concorso in questione pare bello accettare soltanto materiale cartaceo… niente posta elettronica, il che va benissimo sull’Isoletta, dove le reali poste funzionano egregiamente, ma dal mio punto di vista complica un tantino la vita.

Oh well, fa nulla. È parte dell’avventura.

E domani si ricomincia con un’altra cosa da mandare altrove, sempre Là Fuori. E poi un’altra. RM

Perché quando ho fatto elenchi di buoni propositi per l’anno nuovo, ho l’impressione di averne dimenticato uno. O forse lo possiamo considerare un buon proposito di fine gennaio, ma fa lo stesso: il fatto si è che ho deciso di mandare Là Fuori spesso e in abbondanza, quest’anno.

E in realtà è una decisione che ho già preso altre volte – senza poi metterla particolarmente in atto… Ma diciamo che ci riprovo, ecco.

Vi farò sapere. Intanto, wish me luck.

musica · scrittura

Di Chopin e Thomas Mann

 

English: Thomas Mann, Nobel laureate in Litera...C’è verso la fine de I Buddenbrook questa bellissima pagina in cui il giovane Hanno improvvisa al pianoforte. Mi è ritornata in mente l’altra sera, mentre ascoltavo Chopin suonato da Marta Argerich – e poi di nuovo ieri sera, nel corso di un bellissimo concerto a base di Beethoven, Elgar e Tchaikovskij. Badavo alla sete con cui l’orecchio (non l’organo uditivo, ma l’insieme di organo, cervello e concetto di musica) aspetta la risoluzione di un tema, un passaggio di tonalità, il concludersi di una successione di accordi, la nota dopo il trillo…

E allora mi è tornato in mente Hanno Buddenbrook, del quale non si può dire che compone, perché di quel che fa al pianoforte non scrive nulla: insegue immagini, suggestioni, memorie, accosta suoni, prepara quel momento che appaga l’orecchio e poi lo ritarda all’estremo, cercando l’attimo perfetto in cui questa attesa raggiunge le vette squisite e molto anguste dello struggimento. Tutto questo Thomas Mann lo descrive con dovizia di particolari, alla fine di un capitolo teso a dimostrare come Hanno sia inadatto alla vita – e difatti non vivrà a lungo: il capitolo successivo si apre parlando di tifo. Anche la musica di questo ragazzo così smarrito è solo un’iridescenza di aspirazioni informi: bellezza, grandezza, arte, vita, tutto passa sulla tastiera di Hanno coi colori più vaghi e più irreali, sempre fuori portata – tranne per quell’attimo perfetto, l’ultimo accordo, l’ultimo arpeggio, l’ultima nota, che viene ed è già passato.

Ciò che colpisce è che Thomas Mann usa per descrivere queste improvvisazioni una versione più lucida e più consapevole della tecnica prestata a Hanno: le immagini si susseguono, la musica viene evocata, lo struggimento e la brama di compimento suggeriti e spostati sempre appena un passo più oltre… Il lettore scivola di frase in frase, di nota in nota, aspettando una risoluzione, un appagamento, un compimento, e poi ancora. Hanno

Anche Chopin fa questo. Chopin, Beethoven, Elgar, Tchaikovskij e tutta la musica occidentale, a dire il vero – ma in Chopin, nell’eleganza nuda del pianoforte solo, il principio è più evidente: l’artista crea un bisogno e lo risolve creandone un altro, e via così in un susseguirsi curvo (arco o cerchio) che conduce da un principio ad una fine. E in scrittura vale lo stesso: lo scrittore offre una domanda, la cui risposta genera un’altra domanda, e via più o meno vertiginosamente, ma sempre conducendo il lettore, trascinandolo senza mai lasciarlo andare.

Il passo “musicale” di Mann, con la sua descrizione minuziosa e il colpo crudele del tifo nella pagina successiva, è una dimostrazione geniale, costruita con la lucidità di chi conosce bene l’esercizio per averlo praticato all’infinito su di sé, prima di sperimentarlo sui lettori. Sono le ultime due pagine e mezzo del capitolo II della parte undicesima: andrebbero rilette spesso, studiate e assorbite. Andrebbero ripetute a mo’ di devozioni per non dimenticarsi mai quello che fa uno scrittore – creare un problema (un bisogno, una domanda), complicarlo e poi dargli una soluzione che è un altro problema.

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Storia&storie

Attenti Alla Cuoca

The Kitchenmaid
“E con cosa potrei accendere la stufa oggi?”

Parliamo di altri tempi, tempi in cui la carta era poca e costosa, e non ci si accontentava di usarla una volta sola – e spesso nemmeno due. Ci si scriveva sopra da un lato, poi dall’altro, poi si tagliava a strisce e si usava per avvolgerci una presa di pepe o una fialetta di vetro*… E poi, semmai, ancora qualcos’altro – perché stiamo parlando di tempi più frugali.

Parliamo, ad esempio, del primo Settecento, quando a John Warburton, collezionista di antichità teatrali e storico del Vallo di Adriano, parve una buona idea lasciare in uno stipo della cucina una cinquantina di rarissimi manoscritti teatrali di età elisabettiana e giacobita – il cuore della sua collezione.

Eh già… in cucina.

Posso solo immaginare che gli sembrasse un posto più caldo e potenzialmente asciutto di altri, in cui la carta rischiasse meno muffa… Che potesse correre rischi di altra natura non dovette albeggiargli in mente – e un annetto più tardi se ne scese in cucina per recuperare i suoi amati manoscritti. Solo che lo stipo era quasi vuoto – ad eccezione di qualche triste decina di fogli abbandonati sul fondo.

Warburton sbiancò. Dove diavolo erano le sue carte?

Mrs. Baker, la cuoca, fece gli occhi tondi. Perché, perché, perché mai il padrone non le aveva detto che quelle cartacce vecchie erano importanti?

Cartacce… Warburton si sentì mancare. “Che cosa avete ne avete fatto, donna?” ruggì.

Mrs. Baker aggrottò la fronte e ci pensò un attimo. Con una parte aveva foderato gli stampi dei pasticci e delle torte – però non tutti.

“E il resto?” indagò Warburton, con un filo di voce, osando appena sperare che parte della collezione si potesse recuperare…

“Dio vi benedica, Signore – con il resto ho acceso la stufa,” lo gelò Mrs. Baker.

Le cronache non dicono se Mrs. Baker fosse licenziata in tronco – ma a dire il vero lo troverei molto ingiusto. Che poteva saperne lei, che il suo padrone avrebbe lasciato nella sua cucina un fascio di roba preziosissima, compresa una manciata di possibili inediti di Shakespeare e di Marlowe? Anzi, a dire il vero, che poteva saperne di Marlowe e di Shakespeare? Lei si era trovata per le mani una bella riserva di carta asciutta, e ne aveva fatto quel che si faceva all’epoca con la carta usata.**

John-stuart-mill 1E doveva essere una figlia ideale di Mrs. Baker quella cameriera che, un centinaio d’anni più tardi, quando entrò nello studio di John Stuart Mill per accendere il fuoco, trovò abbandonata in disordine sul tappeto una pila di fogli manoscritti coperti di correzioni, annotazioni e cancellature.

Robaccia da gettare, concluse la ragazza – e procedette a servirsene per accendere il fuoco nello studio e nelle altre camere…

Peccato che la robaccia fosse in realtà l’unica copia della prima stesura del primo volume di The French Revolution: A History – dello storico scozzese Thomas Carlyle.

E di nuovo, francamente, che poteva saperne lei, povera ragazza? Che poteva saperne che il suo padrone avrebbe lasciato sparso sul tappeto l’opus magnum del suo grande amico? O che il grande amico del suo padrone avrebbe affidato agl’incerti di un viaggio l’unica copia del suo lavoro?

Più che “Attenti alla cuoca”, forse questo post dovrebbe intitolarsi “Attenti all’uomo disordinato”…

Piccoli incidenti di cui ricordarsi, ad ogni modo, ogni volta che si è tentati di stupirsi che non ci siano giunti più manoscritti dei secoli passati. E ogni volta in cui si è tentati di abbandonare incustodita in giro per casa l’unica stesura di qualcosa che si sono impiegate molte ore e molta fatica a scrivere.

 

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* E questa era già un’abitudine antica, consolidata, più vecchia della carta e – sotto certi aspetti, benedetta. Pensate a tutti i frammenti di poeti, tragediografi e storici antichi che ci sono arrivati sotto forma di imbottitura dei vetri trasportati via terra o via nave…

** Non mettiamoci nemmeno a pensare alle implicazioni igieniche di un pasticcio di carne cotto in un manoscritto vecchio di centocinquant’anni e passato per chissà dove… Non mettiamoci nemmeno, volete?

 

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