anglomaniac · libri, libri e libri · Storia&storie

La Sindrome Della Domenica Pomeriggio

Domenica, nel tardo pomeriggio…

Conoscete quella poesia di Lois Sorrells, “Triste come una ragazzina di domenica pomeriggio, con i compiti da fare…”?

AlbionA voi non capita? A me sì. Anche se lunedì non devo andare a scuola. Anche se sono passati decenni dall’ultima volta in cui ho dovuto fare i compiti. Anche se ho passato una bella domenica e ho preso il tè con le amiche e ho fatto progetti… Verso sera mi prende quel genere di vago sconforto bigio e umidiccio…

Sapete che cosa intendo. Quel genere di situazione che richiede della cioccolata. Oppure dei libri.

Così, prima di cena ho dato un’occhiatina alla mia wishlist su Amazon – il che è sempre un’idea pericolosissima, ma se non altro ingrassa meno della cioccolata. E, dopo essermi arresa per l’ennesima volta alla difficoltà di comprare un libro su John Dee e la sua casa di Mortlake – che il mini-editore spedisce soltanto entro i confini del Regno Unito – ho ceduto ad altri richiami di sirena, e ho comprato due ebook.

Albion: the Origins of the English Imagination, di Peter Ackroyd, è una massiccia (quando è di carta numera qualcosa come 550 pagine) storia culturale dell’Inghilterra, imperniata su quel che la gente dell’Isoletta ha immaginato di se stessa e in generale attraverso i secoli.

The White Rose Murders, di Paul Doherty**, è una lettura più leggera. Un giallo in cui un nipote del cardinal Wolsey indaga su un omicidio nell’entourage di Margaret Tudor, vedova del Re di Scozia…

Ed ero tentata di considerarmi quasi bravina perché, per una volta, non c’era nulla di elisabettiano – fino a quando non mi sono resa conto che è tutta Inghilterra, in parte Tudor e in parte… be’, non ci si può aspettare che una storia culturale dell’immaginario inglese glissi sul periodo elisabettiano, giusto? white-rose

Quindo no, non sono per niente bravina, però lo sconforto bigio e umidiccio mi è passato. E senza assunzione di cioccolata. E comunque poco dopo si è levato un vento meraviglioso, e poi ho scritto un po’, e più tardi ho guardato la prima parte di Elizabeth I, con la meravigliosa Helen Mirren che fa Queen Bess*** – per cui forse lo sconforto bigio e umidiccio sarebbe passato lo stesso.

Avrei potuto aspettare – ma se avessi aspettato, adesso non avrei altri due libri a strillare leggimi-leggimi! dalla mia già biblica To Read List… Quindi tutto va bene. Tanto si sa che la mia capacità di resistere alle tentazioni è men che nulla.

E voi? Soffrite mai di SdDP?** E come contrastate quella o altre condizioni del genere?

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* E sì, si vede irreparabilmente che è girato in Lituania, e Jeremy Irons che fa Leicester mi è antipatico, e la scena di Tilbury era miserella e bruttina a vedersi – ma nel complesso vale del tutto la pena. E non guasta per nulla il fatto che Helen Mirren sia doppiata da Antonella Giannini.

**Sì, lo so – sulla copertina in illustrazione c’è scritto Michael Clynes. È sempre lui, sotto pseudonimi diversi.

*** Che non mi dispiacerebbe chiamare Sindrome di Sorrells. Suona medico e serio, non vi pare?

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anglomaniac · Poesia

E Lo Scaricatore Di Porto Alla Sua Ninfa

ComeliveRicordate il Pastore Appassionato di Kit Marlowe? E la Ninfa Pratica di Walter Raleigh? E il Pescatore Amoroso di John Donne?

Ebbene, non dovete credere che il gioco fosse finito lì, perché rispondere all’uno o all’altro dei due contendenti originari è sempre stato uno sport popolare tra i poeti.

Per dire, ci si cimentò anche l’Irlandese Cecil Day Lewis, con una tetra faccenda chiamata Song.

CDL

Sì, ecco, appunto. Altro che pastorelli e ninfe, altro che arcadia…

Tanto per cambiare, vi dovete accontentare della mia traduzione funzionale:

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proveremo tutte le delizie
Di pace, abbondanza, vitto e alloggio
Che un impiego saltuario
può assicurare.

Io scaricherò prelibatezze al porto
E tu leggerai di abitini estivi:
E a sera, lungo i fetidi canali,
Spereremo di sentir dei madrigali.

Preoccupazioni poseranno sulla tua fronte fresca
Una ghirlanda di rughe e avrai i piedi
Calzati di calli, e nessun vestito di seta
Verrà mai a ornare la tua bellezza.

La fame ti farà la vita sottile
E sottrarrà alla morte tutto fuorché le tue ossa.
Se queste delizie possono convincerti,
Vivi con me, allora, e sii l’amor mio.

Allegerrimo… Persino l’acidognola Ninfa di Raleigh, in confronto, sembra un’ottimista di tre cotte, vero?

 

 

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anglomaniac · considerazioni sparse

Là Fuori

VintagePostOfficeAdOggi post fulmineo, abbiate pazienza, perché la giornata è complicata.

Mentre leggete sto peregrinando per uffici postali e/o (più probabilmente) corrieri, cercando la maniera di spedire un atto unico verso l’Isoletta.

In tempi brevi, considerata la scadenza incombente.

E no, questa volta non mi sono lasciata sfuggire particolari rilevanti – o almeno non credo. È che proprio ho scoperto l’altro giorno l’esistenza di questo concorso per atti unici brevi, per cui, a parte tutto il resto, sono reduce  da una cinquantina d’ore di frenetica revisione e levigatura.

E adesso il risultato si manda Là Fuori, o almeno ci si prova – anche perché agli organizzatori del concorso in questione pare bello accettare soltanto materiale cartaceo… niente posta elettronica, il che va benissimo sull’Isoletta, dove le reali poste funzionano egregiamente, ma dal mio punto di vista complica un tantino la vita.

Oh well, fa nulla. È parte dell’avventura.

E domani si ricomincia con un’altra cosa da mandare altrove, sempre Là Fuori. E poi un’altra. RM

Perché quando ho fatto elenchi di buoni propositi per l’anno nuovo, ho l’impressione di averne dimenticato uno. O forse lo possiamo considerare un buon proposito di fine gennaio, ma fa lo stesso: il fatto si è che ho deciso di mandare Là Fuori spesso e in abbondanza, quest’anno.

E in realtà è una decisione che ho già preso altre volte – senza poi metterla particolarmente in atto… Ma diciamo che ci riprovo, ecco.

Vi farò sapere. Intanto, wish me luck.

anglomaniac · blog life

Scribblings

scribblings, clara giuliani, wordpress, english blogLo vedete il bottone nuovo qui a sinistra? No, non l’illustrazione del post…

Oh, d’accordo, anche quella funziona come un bottone, e cliccandola (orrida parola)  arrivate a destinazione – ma intendo il bottone nella colonna di sinistra.

Conduce a Scribblings, il mio nuovo blog in Inglese.

Clara Giuliani sono sempre io, ovviamente. Il fatto è che nessun anglofono riesce a leggere il mio nome e pronunciarlo senza annodarlo in bizzarre maniere, e il cognome… lasciamo perdere.

Anche su Scribblings si parlerà di storia, storie, libri e teatro. Per ora una volta la settimana, poi si vedrà.

È un esperimento, un tentativo, un esercizio. Un passo nell’attraversamento della Manica e della Tinozza. Vediamo come funziona. E se vi va, magari, date un’occhiata. 

anglomaniac · gente che scrive

Il Mondo Immaginario Di Emily Brontë

emily brontë, cime tempestose, gondal, angriaIeri Emily Brontë avrebbe compiuto 195 anni.

Singolare personaggio, Emily Jane. A voler dare retta alle teorie di Mortella ne Il Ferro, non sembra nemmeno nata d’estate. Chissà se sia almeno nata di notte…

Terza dei quattro giovani Brontë sopravvissuti all’infanzia, Emily era selvatica, ferocemente riservata e ostinata oltre ogni dire.

A scuola rimase ben poco, seguì Charlotte a Bruxelles con scarso entusiasmo e non si adattò mai alla vita da istitutrice come le sue sorelle. Alla fin fine, voleva soltanto starsene a casa, occuparsi della grigia casa parrocchiale ed essere libera di scrivere, camminare per la brughiera ventosa e immaginare le sue storie.

In questo era maestra.

Se fu il fratello Branwell a dare inizio al gioco dei Giovanotti e alle storie di Angria, il mondo immaginario destinato a diventare la base di tutta la produzione letteraria dei Brontë*, una Emily ancor bambina proclamò la sua indipendenza creando per sé e per la piccola Anne Gondal, un altro regno di isole e colonie, con la sua dinastia reale, i suoi personaggi e i suoi intrighi.

Dalle lettere, dai ricordi e dai minuscoli libricini che i quattro bambini scrivevano, si deduce che Branwell e Charlotte guardarono dapprima con qualche sufficienza al mondo immaginario delle sorelline. Emily e Anne continuarono imperterrite, e col tempo tra i due regni si istituirono contatti diplomatici, matrimoni dinastici, l’occasionale intrigo…

Col passare degli anni, Angria declinò man mano che Charlotte e Branwell perdevano interesse. Per Gondal la faccenda andò diversamente, perché a tenerlo vivo c’era Emily, la cui produzione poetica è tutta di argomento gondaliano, e che non smise mai di immaginare – anzi, di vivere le sue storie…

Gondal, a differenza della colonia africana di Angria, era un luogo di brughiere, di nebbie e di vento, circondato da mari sempre tempestosi. Mare a parte, Emily aveva solo bisogno di uscire di casa per ritrovarsi nei paesaggi delle sue fantasie. E che lo facesse spesso e fino in età adulta è testimoniato dalla pagina di diario che racconta il viaggio a York delle due più giovani Misses Brontë. Emily non dice quasi nulla della città. Per lei la cosa importante era il make-believe che aveva occupato tutto il viaggio in treno: lei e Anne avevano giocato ad essere un gruppo di principi e principesse in fuga per raggiungere i realisti in piena guerra civile…

I Gondaliani prosperano più che mai, concludeva Emily.emily brontë, cime tempestose, gondal, angria

Nello stesso periodo, Anne lamentava la triste decadenza di Gondal – ma ciò non le aveva impedito di lasciarsi trascinare da Emily nel gioco.

Chissà se fosse anche questo pervicace attaccamento al mondo segreto della loro infanzia a guadagnare a Emily l’adorazione delle sorelle: Anne che l’avrebbe seguita ovunque, e Charlotte che in Shirley le dedicò un ritratto idealizzato, pieno di affetto e ammirazione. “Emily come sarebbe stata, se avesse potuto godere dei privilegi della nascita e del denaro.”

E non era soltanto questione di una personalità fiammeggiante e di un’immaginazione inesauribile. Charlotte era perduta in ammirazione del genio letterario di Emily, che considerava la migliore scrittrice della famiglia. Ed è vero che le poesie di Emily traboccano di forza e carattere, e che Cime Tempestose è un romanzo difficile da ignorare.

emily brontë, cime tempestose, gondal, angriaNon so voi, ma personalmente detesto di cuore tanto Heathcliff quanto Cathy, trovo l’ambientazione oppressiva e la trama melodrammatica e un filo morbosa. Di nuovo: non so voi, ma per trovare qualcuno con cui simpatizzare devo andare a pescare il povero Edgar Linton. Eppure – eppure. C’è una forza nella narrazione, un’efficacia vivida nei personaggi e nelle descrizioni… Tutto si può dire di questo libro, ma non che sia insipido. E badate: non fatevi ingannare dall’ambientazione che sembra inglese. O meglio, lo è – ma in realtà il vento, le brughiere, gli estremi, gli spettri, gli zingari tormentati & fascinosi, e il melodramma arrivano tutti da Gondal.

Si può dire che in tutta la sua vita Emily Jane non abbia mai messo piede fuori da Gondal.

Dopodiché, la sua forte personalità aveva un sacco di tratti men che attraenti. Come il sereno egoismo che le consentiva di vivere imperturbata nel suo mondo immaginario nel mezzo delle peggiori catastrofi famigliari. Come il suo furioso aggrapparsi all’anonimato coperto dallo pseudonimo di Ellis Bell ben dopo che la verità era stata scoperta. Come l’inflessibile rifiuto di curare – o anche solo di ammettere la malattia che la stava uccidendo, incurante del dolore delle sorelle e del padre.

Emily aveva passato tanto del suo tempo a ignorare la realtà che probabilmente l’aveva persa di vista – insieme alle persone che le erano (o avrebbero dovuto esserle) care…

Appena prima di morire, trovò l’energia di bruciare la maggior parte delle sue emily brontë, cime tempestose, gondal, angriapoesie inedite e (forse) il manoscritto del romanzo su cui (forse) stava lavorando. E così se ne andò trentenne, per rimanere autrice di un solo romanzo e una manciata di versi, la ragazza delle voci nella brughiera, una delle sorelle di Charlotte, brusca e ostinata fino all’ultimo – e fino all’ultimo immaginandosi principessa in esilio tra le brughiere spazzate dal vento.

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* Oh sì: dei Brontë. Esiste anche una produzione del povero Branwell. Magari ne parleremo…

anglomaniac · Poesia

Scavando

Ecco, fra poco me ne torno a Virgilio, a tradurre il secondo intervento di Heaney e a veder presentare il libro… 

Ieri l’incontro con gli studenti è andato straordinariamente bene, e Heaney è rimasto molto soddisfatto e gli studenti incantati.

E dopo tutto le poesie che dovrò leggere per Andreotti sono soltanto due – in Inglese, e nessuna delle due di Heaney, per cui iperventilo molto meno di quanto avrei potuto fare in circostanze diverse.

E mi è venuto in mente che, se non potete essere qui, non c’è motivo perché non possiate sentirlo: tra l’altro, Seamus Heaney è anche un magnifico lettore di poesie, sue e altrui.

E allora eccolo in questo piccolo video, mentre legge Digging, una faccenda vecchia e fondamentale a proposito di tradizione, eredità e, soprattutto, natura, rigore, gioia e fatica della poesia. 

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.

Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.

My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

da Death of a Naturalist (1966)

E Qui trovate la traduzione di A. Gentili.

Ok, fra poco vado. E no, non ce l’ho più l’orgia di lepidotteri nell’epigastrio. Col che spero di non avere abbassato la guardia, perché oggi è ancora giornata campale. Vado. Vado. Vado.



anglomaniac · grillopensante

The T2C Project – Tempo Di Bilanci

E così mercoledì pomeriggio, dopo sei mesi di episodi settimanali, abbiamo archiviato Le Due Città alla UTE di Mantova.

E com’è andata? vi chiederete voi.

Mah, non straordinariamente bene, temo – ma parliamone.

Se vi ricordate, qualche dubbio sull’opportunità di scegliere proprio questo romanzo lo nutrivo. A quanto pare, non avevo tutti i torti.

Per cominciare, se contavo che, a titolo di motivazione per uscire di casa nel tardo pomeriggio, la curiosità nei confronti di un romanzo meno conosciuto potesse valere come il piacere di sentir rileggere qualcosa di già letto e arcinoto, mi sbagliavo di grosso.

All’inizio, a ottobre, le letture settimanali di T2C contavano un buon numero di partecipanti, che poi hanno cominciato a disperdersi e calare fino a ridursi a quattro o cinque prima di Natale. Un po’ mogi, avevamo deciso di “sospendere” tutto – il che era un modo carino per dire “abbandonare”. Era un pomeriggio piovoso (uno dei tanti, but more of that later), e noi cinque ci eravamo chiusi in biblioteca a celebrare un funeralino per il ciclo di letture. E quando siamo usciti in direzione aula magna per annunciare la sospensione, il primo della fila si è fermato di colpo. Io sono andata a sbattere contro di lui e, siccome Stelio è alto, non vedevo che cosa lo avesse bloccato sul posto.

“C’è gente,” mi ha detto.

E io ho ripetuto “c’è gente” alla persona che nel frattempo era venuta a sbattere contro di me, e via così, e quando siamo emersi tutti nell’aula magna abbiamo visto che “gente” significava una ventina di persone. Il che, in uno di quei semi-finali che solo nelle commedie americane, ha salvato le letture – ma il nostro pubblico non si è più allargato, e da gennaio in qua abbiamo letto per dodici, quindici o venti persone al massimo, a seconda delle giornate.

Vero è che abbiamo dovuto combattere con gli interessantissimi concerti dei Mercoledì del Conservatorio, e con il Club del Cinema, e con qualche conferenza, e poi con il tempo. Ah, il tempo. Voi non avete idea: ogni benedetto mercoledì pomeriggio, fino a un paio di settimane fa, il clima è peggiorato con micidiale puntualità giusto in tempo per scoraggiare qualsiasi zelo dickensiano. Non so se fosse lo spirito di Dickens, in un malguidato tentativo di fornire atmosfera, ma fatto sta ed è che abbiamo avuto nebbia fitta, pioggia, neve, nevischio, vento e gelo in ogni possibile combinazione. Dal punto di vista meteo, non ci siamo fatti mancare proprio nulla e, contando anche aprile, abbiamo avuto quattro mercoledì non troppo orribili su ventitre.

Ma a parte le circostanze esterne, c’è stato modo di interrogare un certo numero di transfughi, e le risposte alla domanda “Perché non vieni/e più?” sono state varie e istruttive:

– Perché il romanzo non mi piace.

– Perché mi piacerebbe anche, ma faccio fatica a seguire.

– Perché con tutti quei nomi stranieri non mi raccapezzo.

– Perché ho perso uno o più episodi e ritornando non riuscivo a riprendere il filo.

– Perché è una storia che non conosco.

Prima di scandalizzarvi, considerate che stiamo parlando dell’Università della Terza età, e quindi l’età media del pubblico non era precisamente adolescenziale.

E poi, come curatrice, ho fatto almeno due errori fondamentali. Tre. Be’, due più uno.

In primo luogo, la traduzione 1911 di Silvio Spaventa Filippi non è quel che ci vuole per riconciliare un pubblico moderno con Dickens, che già di suo era soprannominato Mr. Popular Sentiment ai suoi tempi – figuratevi oggidì, e in una traduzione che calca sciaguratamente la mano su ogni tratto sentimentale di una scrittura già alquanto gonfia, raggiungendo qua e là vertici ai limiti del purpureo.* A mia discolpa posso soltanto dire che, all’apertura del progetto, non c’era granché d’altro a disposizione. Un’altra traduzione più moderna è uscita alla fine dell’anno, quando era già tardi per chiudere la stalla: i buoi non solo erano scappati, ma avevano avuto il tempo di installarsi in Conservatorio per non muoversene più.

In secondo luogo, se dovessi rifarlo, non impiegherei due mesi ad accorgermi che il concetto di “lettura integrale” non è poi scolpito nel marmo, e che qua e là si può – e anzi, si deve – sfrondare. Se dovessi rifarlo, capitozzerei energicamente il Libro Primo, per concentrarmi sul secondo e sul terzo, che sono molto più interessanti e densi.

E adesso mi chiedo se il terzo errore, probabilmente quello fatale, non sia stato proprio la scelta de Le Due Città. Perché io posso nutrire tutta la predilezione del creato per questo romanzo, ma devo ammettere che è così inglese in concezione, così poco conosciuto, così intricato (seppur relativamente lineare per essere Dickens)… È inutile: alle letture della UTE si va per ritrovare le vecchie letture scolastiche, non per scoprire qualcosa di nuovo. Se il dubbio c’era – e c’era – adesso ne abbiamo avuto conferma. A ottobre sapevo bene di avere cambiato le regole del gioco, e mi domandavo: funzionerà?

La risposta, alas, sembra essere: non troppo.

dopodiché, devo dire che non dimeno l’avventura ha avuto la sua parte di soddisfazioni. I fedelissimi si sono appassionati davvero – così come i bravissimi lettori dell’Accademia Campogalliani, ed è stato bello vedere qualche scettico convertito a Dickens, qualche membro del pubblico occupato a fare proselitismo in famiglia, qualche signora con gli occhi lustri sul finale… E, bear with me, per due volte ho dovuto (con un certo batticuore) sostituire Francesca Campogalliani e cimentarmi nella lettura. Spero di non avere sfigurato troppo spaventosamente, ma di certo mi sono divertita un sacco a leggere Madame Defarge, Miss Pross e la Cucitrice – per non parlare del finale ad effetto.

Dopodiché mi piacerebbe poter dire che è stato istruttivo, che la prossima volta farò di meglio, che adesso ho le idee molto più chiare… ma non so troppo bene se mai si ripresenterà l’occasione di leggere ad alta voce Le Due Città – con una traduzione migliore e dei tagli più smaliziati – ma, Dickens a parte, temo molto che la mia carriera di curatrice di letture alla UTE sia franata a valle.

 

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* E non è che non lo sapessi anche prima di iniziare, ma pensavo che, se erano sopravvissuti alla lettura del Cuore, dovevano essere vaccinati contro qualsiasi livello di saccarina…

anglomaniac · Elsewhere · gente che scrive

Agatha & C. All’Indice

Davvero non so come mi sia potuto sfuggire – o forse lo so: gl’implumi delle mie tre classi si divertono un mondo quando, dopo ogni lezione, con micidiale infallibilità, si rende necessario rincorrermi per i corridoi perchè ho dimenticato in aula la cartella, la borsa, il computer, il giaccone o qualche scartafaccio assortito…

E non ho nemmeno quarant’anni. Che ne sarà di me quando ne avrò ottanta?

Oh well, non divaghiamo. Il punto è che quasi un mese fa è uscito il mio articolo sulle gialliste inglesi della Golden Age su L’Indice Online.

Christie, Sayers, Tey, Allingham, Heyer, Marsh… tutte quelle signore che scrivevano di delitti, e i loro detective di buona famiglia – una sorta di club per soli uomini, se non fosse per Miss Marple…

Ad ogni modo, seppur con ritardo, vi segnalo che l’articolo si trova qui.

Vi va di dargli un’occhiata?

anglomaniac · Poesia

Nuove-Vecchie Poesie (In Numero di Cinquanta)

rudyard kipling, thomas pinney, poesie ritrovate, letteratura ritrovataA volte si è fortunati.

A volte si crede di aver letto proprio tutto quello che c’era da leggere di un autore che si ama – il che magari dà anche un senso di compiutezza, ma è triste pensare di non avere più nulla da scoprire. E le riletture, ne avevamo parlato, pur avendo il loro genere di fascino e di gioie, sono un cavallo di tutt’altro colore.

Non ho bisogno di dirlo: è un problema che riguarda i lettori di poeti (e prosatori) estinti. O ritirati, perché ultimamente si sentono autori che si ritirano, sostenendo di avere scritto tutto quel che avevano da dire. O pubblicato tutto quel che avevano da pubblicare – cosa molto diversa. Epperò, finché l’autore è vivo, la speranza c’è: magari cambierà idea, magari ci ripenserà, magari, magari… È capitato.

Ma se l’autore è defunto?

Be’, ci sono sempre le trouvailles.

Come Menandro, che si credeva perduto, e invece ogni tanto riaffiora a bocconi e spizzichi. E a volte anche meglio di così: se ben ricordo il Dyskolos ricomparve più o meno intero alla fine degli anni Cinquanta – dopo quasi ventiquattro secoli di oblio.

O come i juvenilia dei fratelli Brontë, tutto un piccolo corpus narrativo e poetico, scritto in caratteri minuscoli su quadernini cuciti a mano o sparso in centinaia di lettere, riemerso dalle carte della parrocchia di Haworth – largely ad opera di Juliet Barker.

E non cominciamo nemmeno con il Cardenio – il supposto Shakespeare perduto, che è come l’araba fenice: che ci sia ciascuno lo dice, e ogni tanto qualcuno sostiene di averlo ritrovato. C’è stato Theobald nel Settecento, c’è stato un grafologo nei nostri anni Novanta – peccato che non siamo affatto certi che il perduto Cardenio fosse di Shakespeare affatto, perché tutto quel che abbiamo è un’inaffidabilissima attribuzione della metà del Seicento. E d’altra parte la storia delle supposte trouvailles shakespeariane è variegata, pittoresca e lastricata d’infondatezze.

Ma tutto ciò è per dire che a volte succede, a volte si è fortunati.

E anche straordinariamente pazienti, determinati e abili, come Thomas Pinney, uno studioso americano, specialista di Kipling. Per anni Pinney ha razzolato per archivi navali, carte di famiglia, pacchi di lettere ritrovati, of all places, in un appartamento di Manhattan in ristrutturazione… E ha raccolto cinquanta poesie inedite. Cinquanta.

Per lo più sono componimenti degli ultimi anni, amarissimi, tesi, pieni di rabbia e disillusione, mille miglia lontano dal britannicissimo idealismo di If, o dai crepuscoli di The Recall. Non che Kipling sia mai un poeta particolarmente gioioso, ma l’ultimo Kipling è – non c’è altra parola – aspro. 

Domani le poesie riscoperte vedono la luce nella nuova Cambridge Edition of the Poems of Rudyard Kipling, tre annotatissimi volumi illustrati, con copertina rigida. 

Alas, i tre tomi (quattro kg e un po’…) sono inavvicinabili. Posso solo aspettare che Pinney decida di pubblicare i cinquanta new-found ancient poems in qualche forma un po’ meno proibitiva. Ho fiducia: prima o poi capiterà.

Nel frattempo posso sbizzarrirmi a immaginare come debba essere cercare, cercare, cercare e alla fine mettere le mani su un inedito ritrovato. Non vorreste essere stati al posto di Pinney? Io tanto…

E posso anche continuare a considerarmi fortunata: credevo di avere finito con Kipling – e invece c’è ancora qualcosa da scoprire.

anglomaniac · lostintranslation

Lost in Translation

Parliamo un po’ di traduzioni, oggi, e prendiamola da lontano.

Stevenson.

Vi ho già raccontato (forse anche più di una volta, ma abbiate pazienza) del punto di Kidnapped in cui, dopo la battaglia nel castello di poppa del Covenanter, Alan abbraccia David e gli chiede: “Am I no a bonnie fighter?”

Ecco, quel “bonnie”…

Bonnie (o anche bonny) è un aggettivo molto scozzese che significa “bello, grazioso, carino, attraente, vivace, adorabile” ma anche “amato, beneamato, prediletto”, talvolta persino “pasciuto ed allegro”, ed è usato spesso come vezzeggiativo.

891753_f260.jpgPer capirci, la figlia di Rossella O’Hara e Rhett Butler, quella che nella versione italiana di Via col Vento ha nome Diletta, si chiama in realtà Bonnie – e non è un caso che il nome salti fuori da un’osservazione di Melania (che di cognome fa Hamilton, molto scozzese), secondo la quale la bambina ha gli occhi azzurri “come la nostra diletta bandiera” (Our bonny flag). Per tornare in Scozia, il principe Charles Edward Stewart, il Re in Esilio di Alan, era chiamato popolarmente e affettuosamente Bonnie Prince Charlie: il bel principe Charlie, o il caro principe Charlie, o ancor più probabilmente una commistione delle due cose. My Bonnie lies over the ocean, canzone popolare scozzese, forse fa riferimento a lui, forse no, ma il senso è di nuovo quello: chiunque sia che se ne sta oltre l’oceano, è qualcuno di amato e caro. In Old Mortality di Walter Scott c’è una nonna che chiama la nipotina “Margaret, my bonny bird”, cioè “Margaret, uccellino caro.” Nello stesso romanzo incontriamo John Graham, visconte di Dundee, eroe della Prima Sollevazione Giacobita (qui c’entra il babbo di BPC) e bell’uomo, popolarmente conosciuto come Bonnie Dundee. Fuori di Scozia lo ritroviamo in Shakespeare (“Be you blythe and bonnie” in Molto Rumor per Nulla, nel senso di gaio) e in Charlotte Bronte (in Shirley, Caroline Helstone, parlando con sé stessa, chiama suo cugino “Bonny Robert”. Robert è bello, e Caroline è segretamente innamorata di lui: fate i vostri conti).

Penso di avere reso l’idea, e di avere indotto la formulazione della seguente domanda: che ci fa un aggettivo simile applicato all’abilità di un Flora_MacDonalds_Farewell_to_Bonnie_Prince_Charlie.jpgduellatore? Ecco, il fatto è che nell’Inglese di Stevenson, che è uno Scozzese inglesizzato, la faccenda ha perfettamente senso: rende fino in fondo l’idea della spudorata, ingenua delizia che Alan prova nei confronti delle proprie capacità di spadaccino. Capacità altamente letali, come David ha appena avuto modo di notare. C’è tutto Alan, lì: una battuta di dialogo geniale, che caratterizza il personaggio, il luogo, l’epoca e la situazione in sei piccole parole. *ecstatic sigh!*

Ma se noi traduciamo, più letteralmente, come “Non sono un amore di spadaccino?” o “Non sono una delizia di spadaccino?”, la domanda di Alan assume una connotazione leziosa ed affettata che travisa il carattere del personaggio, e non esiste affatto nell’originale. Pietro Gadda Conti, traduttore per la BUR, se la cava con “Non sono un buon spadaccino?”, evitando i rischi, ma perdendo un sacco di Alan nel passaggio…

Insomma, lo so: è la quadratura del cerchio. E il motivo principale per cui nessuna traduzione è definitiva, e ogni traduzione rispecchia tanto il traduttore quanto l’autore, e vale sempre la pena, quando è possibile, di leggere anche l’originale.

Dopodiché, come dice lo header qua sopra, sono una traduttrice occasionale, e non mi sono mai cimentata davvero con la traduzione letteraria, però ho una passione per le espressioni apparentemente intraducibili a cui strologare una versione convincente. E’ un giochino utile e dilettevole per le lunghe attese, quando si sia dimenticato di portarsi un libro, e può durare anni, perché leggendo altro si trovano sempre altre sfumature, altri contesti, altre connotazioni, altre possibili corrispondenze, altri colori…

E posso dire che, col tempo, con la paglia e con le code alla posta, mi è maturata una nespola stevensoniana di cui non sono del tutto insoddisfatta:

“E dimmi: non sono un fior di spadaccino?”

Din, don, dan. Siccome non conosco tutte le traduzioni italiane di Kidnapped, non è impossibile che altri ci siano arrivati – magari decenni prima di me. E se devo dirla tutta, nemmeno spadaccino mi convince fino in fondo: ha la giusta intonazione guasconcella, ma forse non è come Alan definirebbe sé stesso… Magari “un fior di duellatore”?

Ci penserò. In quasi vent’anni ho sistemato a mio piacimento bonny – adesso posso procedere con fighter. Ne riparliamo attorno al 2030.