Marina Spinelli ha aperto a Milano l’Atelier Cartesio, parte galleria d’arte, parte spazio culturale, parte laboratorio di rilegatoria. La carta declinata in tutte le sue connotazioni, come supporto delle arti e veicolo della cultura.
E giovedì 28 Marina m’invita all’Atelier Cartesio per…
La Storia di Un Libro
28 maggio alle ore 18,00
presso l’Atelier Cartesio
Cso. Garibaldi, 71 – Milano
(Si prega di confermare la partecipazione all’evento via e-mail all’indirizzo ateliercartesio@gmail.com , via sms al n. di cellulare 3403038225 oppure compilando l’apposito doodle al link http://doodle.com/7g25ri7yhnb9fqsd . Grazie per la collaborazione!)
Una edizione originale dell’Opera Omnia di Cicerone, edita e commentata nel 1583 da Aldo Manuzio il Giovane, sarà esposta in Atelier.
Chiara Prezzavento parlerà di James Crichton, detto anche l’Ammirabile Critonio, e ci racconterà quale collegamento esista tra questo personaggio e il libro esposto. Seguirà un piccolo rinfresco.
Se siete in quel di Milano, sarò felice di vedervi. Intanto, scaricate la locandina qui.
Un giorno, una manciatina d’anni orsono, squilla il telefono, e una voce dall’accento teutonico chiede se è possibile parlare con Chiara Prezzavento. Quando rispondo che non solo è possibile, ma la cosa è già in corso, la signora mi spiega di essere una ricercatrice per conto del Clan Urquhart.
“I discendenti di Sir Thomas?” domando io un po’ incredula. Sir Thomas Urquhart è un erudito e viaggiatore scozzese del Diciassettesimo Secolo, uno Sbregaverze fatto e finito. E se pongo la domanda è perché…
“Sì!” esclama la signora all’altro capo del telefono. “E non riesco a trovare il suo libro, né alla biblioteca Teresiana né in libreria, e invece io DEVO leggere il suo libro!”
Perché, vedete, Sir Thomas è uno dei personaggi de Lo Specchio Convesso, il mio primo romanzo, pubblicato nel 2004 presso La Kabbalà, e tristemente uscito di commercio molto presto. O piuttosto, mai entrato veramente in commercio, come capita ai libri pubblicati con microeditori che non hanno distribuzione… Anyway, tornando alla mia telefonata, immaginatemi assolutamente elettrizzata dal fatto che qualcuno abbia disseppellito lo Specchio dal suo oblio. Non capita tutti i giorni che un ricercatore straniero ti chieda del tuo romanzo morto… C’è sempre la possibilità che il ricercatore in questione alla fin fine faccia te e il tuo romanzo a pezzettini molto piccoli per qualche inaccuratezza, ma decido che sono disposta a correre il rischio.
Con Elisabeth ci accordiamo per incontrarci in San Simone (dove è sepolto il Critonio, protagonista del libro e, incidentalmente, l’idolo di Sir Thomas), e una volta là passiamo un’oretta felice scambiandoci storie, aneddoti, fonti e teorie… Elisabeth sta conducendo delle ricerche su Sir Thomas per conto del Clan scozzese degli Urquhart, appunto, che non solo esistono ancora, ma sono riuniti in un’associazione culturale molto attiva per quanto riguarda la loro storia. Adesso le sue ricerche l’hanno condotta a Mantova dove, secondo lei, Sir Thomas non può non essere passato.
Io spiego che nel mio romanzo Sir Thomas è un personaggio abbastanza secondario, che mi sono presa delle libertà con i buchi che ci sono nella sua biografia, che si tratta di un romanzo, dopo tutto: assolutamente e solo un romanzo… Ma Elisabeth rimane pervicacemente entusiasta. Non c’è molta gente in Italia che scriva o abbia scritto su Sir Thomas, e comunque lei è convinta che i romanzi siano porte aperte sulla storia. Perché un’invenzione letteraria non può fornire uno spunto o una direzione per la ricerca? Magari era lo spirito di Sir Thomas a suggerirmi certi particolari, conclude Elisabeth…
E io sorrido all’idea, ma Elisabeth è serissima, e procede ad informarmi che di quest’ultima teoria è convinta nella più granitica delle maniere. Noi crediamo di scrivere saggistica e narrativa storiche di nostra iniziativa, ma in realtà sono gli spiriti dei morti a ispirarci, guidarci e pungolarci. Segue un’affascinante storia à la Delia Bacon, su come visitare il campo di battaglia di Bannockburn sia stato fondamentale per il suo saggio in proposito – e non certo per il colore locale, ma per quello che i morti di tanti secoli fa le hanno sussurrato mentre passeggiava…
Ora, vedete, sentirsi mormorare queste cose nella penombra di una chiesetta gelida e deserta è il genere di cose che v’induce a… diciamo a esplorare possibilità narrative. Così m’immagino il Critonio seduto sul suo cenotafio che ci guarda dall’alto e sospira un po’. E Annibale che da vent’anni a questa parte mi dà il tormento perché scriva, scriva, scriva la sua storia. E in anni più recenti Kit Marlowe ugualmente impegnato… E in realtà è un esercizio lusinghiero, perché magari James Crichton è un tantino dimenticato dalla storia e disperato alla ricerca di un autore qualsiasi, ma l’idea di avere attirato l’attenzione di gente come il generale Barca e Marlowe… eh.
Di Elisabeth, poliglotta, viaggiatrice e mezza spiritista, non ho più avuto notizie dopo quel pomeriggio lievemente surreale. Non mi ha nemmeno più scritto, come aveva promesso di fare per dirmi se il libro le fosse piaciuto… Immagino di no – e in effetti, considerando la sua ammirazione per Sir Thomas e il mio ritratto del personaggio, non posso dire di essere oltremodo stupita. Quel che mi resta è l’idea per una storia che, credo, prima o poi metterò in pratica.
Questa è la storia di una collisione storico-letteraria – con la partecipazione del sentito-dire.
Per prima cosa bisogna che vi dica di John Aubrey, uno di quei bizzarri ed eclettici eruditi secenteschi, ur-archeologo, ur-folklorista, naturalista, storico, occultista, curioso generale, glorioso pettegolo e biografo, autore – tra un diluvio di altre cose pubblicate postume, delle Brief Lives, o Schediasmata, una raccolta di… be’, lo dice il titolo: note biografiche di personaggi notevoli, elisabettiani e contemporanei.
Ora, queste note biografiche tendevano ad essere pittoresche. Aubrey si documentava spulciando l’occasionale libro, ma soprattutto raccogliendo aneddoti e annotando conversazioni – il che tande a rendere le Brief Lives più affascinanti che affidabili. È al pettegolo ma credulo Aubrey che dobbiamo, tra l’altro, alcune singolari informazioni sugli anni perduti di Shakespeare, che vogliono il giovane futuro bardo maestro di scuola in provincia, bracconiere lungo l’Avon e parcheggiatore di cavalli a Londra…
L’attendibilità di queste notizie, pur riprese con entusiasmo da successivi biografi settecenteschi, in realtà lascia molto a desiderare. Quanto a desiderare? Be’, è possibile farsene un’idea considerando la nostra collisione, che si trova nelle pagine che Aubrey dedica a un altro autore elisabettiano, Ben Jonson.
A un certo punto, veniamo informati che Jonson
Uccise Mr. … Marlowe, il poeta, a Bunhill – giungendo dal teatro chiamato Green Curtain. Così dice Sir Edward Shirburn.
Ora, chi fosse questo malinformato baronetto non sono riuscita ad appurare, ma di sicuro non aveva le idee chiare. Marlowe, come sappiamo bene, era morto a Deptford, nel 1593 – in circostanze dubbie, se volete, ma che nulla avevano a che fare con Ben Jonson. Col che non voglio dire che Jonson non fosse tipo da omicidi, sia ben chiaro. Da quel che sappiamo di lui, e dalle non-proprio-memorie che dettò al suo amico – il paziente poeta scozzese William Drummond, doveva essere singolarmente irascibile e permaloso, con un ego delle dimensioni di un fox terrier. Nel 1598 uccise in duello un celebre attore, il ventenne Gabriel Spenser. In realtà, che si trattasse di un duello formale e che a lanciare la sfida fosse stato Spenser lo sappiamo soltanto da Jonson (via Drummond). Quel che è certo è che Spenser era a sua volta un personaggio alquanto infiammabile, e che il buon Ben sarebbe finito a Tyburn se, grazie a uno sconcertante residuo giudiziario di origine medievale, non avesse dimostrato di saper leggere e scrivere, cavandosela così con un marchio a fuoco sul pollice…
Quindi sì: Marlowe fu ucciso in una rissa, e Jonson uccise un uomo in duello – solo che non si trattava della stessa occasione. E naturalmente, dopo gli anni ottanta del Seicento, epoca di compilazione delle Brief Lives, le circostanze della morte di Marlowe erano abbondantemente note – se non altro perché una quantità di autori di persuasione puritana ne avevano fatto un caso esemplare di hybris punita, godendo nel raccontare in truce e sanguinoso dettaglio la fine dell’ateo colpito con il suo stesso pugnale – e proprio nel cervello che aveva partorito tante perniciose idee…
Considerando tutto ciò, possiamo soltanto immaginare che il misterioso Sir Edward Shirburn, magari alticcio dopo una cena bene annaffiata, combinasse le due storie della morte di Marlowe e del duello di Jonson in una sola, a beneficio di un altrettanto avvinazzato Aubrey* – con il singolare effetto, per un lettore particolarmente pio che conoscesse anche gli autori puritani, di trasformare Ben Jonson in uno strumento del furore divino.
L’irruente Ben aveva ammirato Marlowe, creatore del possente verso sciolto – ma aveva una notevole opinione di se stesso e un moderato riguardo per la verità. Non posso fare a meno di domandarmi quanto gli sarebbe piaciuto vedersi raffigurare, seppur indirettamente, nei panni della vendetta celeste.
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* Che le sue conversazioni di documentazione fossero alquanto conviviali ce lo dice lui stesso – più di una volta.
Così cominciamo. Cominciamo con le conferenze shakespearian-marloviane.
Cominciamo con entrambi – e sapete una cosa? Nel proporre le mie conversazioni in proposito sono vagamente ma piacevolmente sorpresa di costatare un certo interesse per il fatto che Shakespeare non esistesse isolato e fluttuante in una specie di vacuum. C’è un certo interesse per il suo mondo, per i suoi contemporanei, colleghi e rivali, per la sua Londra, per l’ambiente teatrale in cui e per cui ha scritto. C’è un certo interesse per Marlowe. E allora, giovedì 13 alla Sala Civica di Levata, alle ore 20.45…
Sarà la storia di una rivalità poetica in una città esuberante, rumorosa e affamata di teatro. La storia di quello che se ne sa, di quello che se ne è immaginato e ricostruito nei secoli, di come andò a finire, e sarà avvincente, drammatica, curiosa e piena di colpi di scena come un lavoro di Shakespeare – o Marlowe.
Conoscete quella poesia di Lois Sorrells, “Triste come una ragazzina di domenica pomeriggio, con i compiti da fare…”?
A voi non capita? A me sì. Anche se lunedì non devo andare a scuola. Anche se sono passati decenni dall’ultima volta in cui ho dovuto fare i compiti. Anche se ho passato una bella domenica e ho preso il tè con le amiche e ho fatto progetti… Verso sera mi prende quel genere di vago sconforto bigio e umidiccio…
Sapete che cosa intendo. Quel genere di situazione che richiede della cioccolata. Oppure dei libri.
Così, prima di cena ho dato un’occhiatina alla mia wishlist su Amazon – il che è sempre un’idea pericolosissima, ma se non altro ingrassa meno della cioccolata. E, dopo essermi arresa per l’ennesima volta alla difficoltà di comprare un libro su John Dee e la sua casa di Mortlake – che il mini-editore spedisce soltanto entro i confini del Regno Unito – ho ceduto ad altri richiami di sirena, e ho comprato due ebook.
Albion: the Origins of the English Imagination, di Peter Ackroyd, è una massiccia (quando è di carta numera qualcosa come 550 pagine) storia culturale dell’Inghilterra, imperniata su quel che la gente dell’Isoletta ha immaginato di se stessa e in generale attraverso i secoli.
The White Rose Murders, di Paul Doherty**, è una lettura più leggera. Un giallo in cui un nipote del cardinal Wolsey indaga su un omicidio nell’entourage di Margaret Tudor, vedova del Re di Scozia…
Ed ero tentata di considerarmi quasi bravina perché, per una volta, non c’era nulla di elisabettiano – fino a quando non mi sono resa conto che è tutta Inghilterra, in parte Tudor e in parte… be’, non ci si può aspettare che una storia culturale dell’immaginario inglese glissi sul periodo elisabettiano, giusto?
Quindo no, non sono per niente bravina, però lo sconforto bigio e umidiccio mi è passato. E senza assunzione di cioccolata. E comunque poco dopo si è levato un vento meraviglioso, e poi ho scritto un po’, e più tardi ho guardato la prima parte di Elizabeth I, con la meravigliosa Helen Mirren che fa Queen Bess*** – per cui forse lo sconforto bigio e umidiccio sarebbe passato lo stesso.
Avrei potuto aspettare – ma se avessi aspettato, adesso non avrei altri due libri a strillare leggimi-leggimi! dalla mia già biblica To Read List… Quindi tutto va bene. Tanto si sa che la mia capacità di resistere alle tentazioni è men che nulla.
E voi? Soffrite mai di SdDP?** E come contrastate quella o altre condizioni del genere?
* E sì, si vede irreparabilmente che è girato in Lituania, e Jeremy Irons che fa Leicester mi è antipatico, e la scena di Tilbury era miserella e bruttina a vedersi – ma nel complesso vale del tutto la pena. E non guasta per nulla il fatto che Helen Mirren sia doppiata da Antonella Giannini.
**Sì, lo so – sulla copertina in illustrazione c’è scritto Michael Clynes. È sempre lui, sotto pseudonimi diversi.
*** Che non mi dispiacerebbe chiamare Sindrome di Sorrells. Suona medico e serio, non vi pare?
Ecco, in realtà non ho ancora proprio deciso se ho tutta questa simpatia per Guy Fawkes e la sua congiura delle polveri…
Però, siccome l’altro giorno era il quattrocento e ottavo anniversario della sua esecuzione, ho pensato di mettervi a parte della versione toy-theatre della sua vicenda.
L’animazione, è opera di Nigel Peever, a partire da un teatrino di Webb.
Ecco, poi domenica notte – ad alta notte, mentre cercavo di far cambiare ritmo ai neuroni prima di un’ultimissima revisioncina – mi sono imbattuta in The Prince and the Pauper, ovvero Mark Twain secondo William Keighley. È un delizioso film del 1937 – ma ne parleremo un’altra volta – anche perché ne ho visto solo un pezzettino.
Ma quel pezzettino iniziava con una premessa perfetta:
Questa non è storia – solo un racconto di un tempo lontano. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.
Vi racconto una storia, o Lettori. È reale? Oh, per nulla – o solo un pochino, ma potrebbe esserlo. Di sicuro ho fatto del mio meglio perché fosse vera. Mentre ve la racconto, vi sembrerà vera. Giocheremo a che sia vera, volete? Il mio mestiere è di far sì che, per il tempo che impiegate a leggerla o mentre ve ne state seduti a teatro, siate molto contenti di considerarla vera.
Il che, in fatto di narrativa storica, a mio timido avviso, il mio mestiere implica un ragionevole grado di accuratezza nell’ambientazione, un certo genere di plausibilità storica per cui sì, sarebbe potuta andare così…
Ma a ben pensarci, se ci badate bene, in realtà vale per ogni genere di storia. È il consueto dilemma tra reale e vero, ne abbiamo parlato un sacco di volte – interrogandoci sempre sul perché il fatto che si tratti di una storia vera o no debba essere la prima preoccupazione del lettore…
Per quanto mi riguarda, resto dell’idea che, in fatto di narrativa di qualunque colore, la realtà sia sopravvalutata – e la prossima volta che qualcuno mi chiederà se quello che ho scritto è una storia vera, probabilmente risponderò che forse sì, forse no, ma sarebbe potuta andare così.
Parliamo di altri tempi, tempi in cui la carta era poca e costosa, e non ci si accontentava di usarla una volta sola – e spesso nemmeno due. Ci si scriveva sopra da un lato, poi dall’altro, poi si tagliava a strisce e si usava per avvolgerci una presa di pepe o una fialetta di vetro*… E poi, semmai, ancora qualcos’altro – perché stiamo parlando di tempi più frugali.
Parliamo, ad esempio, del primo Settecento, quando a John Warburton, collezionista di antichità teatrali e storico del Vallo di Adriano, parve una buona idea lasciare in uno stipo della cucina una cinquantina di rarissimi manoscritti teatrali di età elisabettiana e giacobita – il cuore della sua collezione.
Eh già… in cucina.
Posso solo immaginare che gli sembrasse un posto più caldo e potenzialmente asciutto di altri, in cui la carta rischiasse meno muffa… Che potesse correre rischi di altra natura non dovette albeggiargli in mente – e un annetto più tardi se ne scese in cucina per recuperare i suoi amati manoscritti. Solo che lo stipo era quasi vuoto – ad eccezione di qualche triste decina di fogli abbandonati sul fondo.
Warburton sbiancò. Dove diavolo erano le sue carte?
Mrs. Baker, la cuoca, fece gli occhi tondi. Perché, perché, perché mai il padrone non le aveva detto che quelle cartacce vecchie erano importanti?
Cartacce… Warburton si sentì mancare. “Che cosa avete ne avete fatto, donna?” ruggì.
Mrs. Baker aggrottò la fronte e ci pensò un attimo. Con una parte aveva foderato gli stampi dei pasticci e delle torte – però non tutti.
“E il resto?” indagò Warburton, con un filo di voce, osando appena sperare che parte della collezione si potesse recuperare…
“Dio vi benedica, Signore – con il resto ho acceso la stufa,” lo gelò Mrs. Baker.
Le cronache non dicono se Mrs. Baker fosse licenziata in tronco – ma a dire il vero lo troverei molto ingiusto. Che poteva saperne lei, che il suo padrone avrebbe lasciato nella sua cucina un fascio di roba preziosissima, compresa una manciata di possibili inediti di Shakespeare e di Marlowe? Anzi, a dire il vero, che poteva saperne di Marlowe e di Shakespeare? Lei si era trovata per le mani una bella riserva di carta asciutta, e ne aveva fatto quel che si faceva all’epoca con la carta usata.**
E doveva essere una figlia ideale di Mrs. Baker quella cameriera che, un centinaio d’anni più tardi, quando entrò nello studio di John Stuart Mill per accendere il fuoco, trovò abbandonata in disordine sul tappeto una pila di fogli manoscritti coperti di correzioni, annotazioni e cancellature.
Robaccia da gettare, concluse la ragazza – e procedette a servirsene per accendere il fuoco nello studio e nelle altre camere…
E di nuovo, francamente, che poteva saperne lei, povera ragazza? Che poteva saperne che il suo padrone avrebbe lasciato sparso sul tappeto l’opus magnum del suo grande amico? O che il grande amico del suo padrone avrebbe affidato agl’incerti di un viaggio l’unica copia del suo lavoro?
Più che “Attenti alla cuoca”, forse questo post dovrebbe intitolarsi “Attenti all’uomo disordinato”…
Piccoli incidenti di cui ricordarsi, ad ogni modo, ogni volta che si è tentati di stupirsi che non ci siano giunti più manoscritti dei secoli passati. E ogni volta in cui si è tentati di abbandonare incustodita in giro per casa l’unica stesura di qualcosa che si sono impiegate molte ore e molta fatica a scrivere.
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* E questa era già un’abitudine antica, consolidata, più vecchia della carta e – sotto certi aspetti, benedetta. Pensate a tutti i frammenti di poeti, tragediografi e storici antichi che ci sono arrivati sotto forma di imbottitura dei vetri trasportati via terra o via nave…
** Non mettiamoci nemmeno a pensare alle implicazioni igieniche di un pasticcio di carne cotto in un manoscritto vecchio di centocinquant’anni e passato per chissà dove… Non mettiamoci nemmeno, volete?
The Armor of Light, di cui parlavamo qualche giorno fa, ha anche una nota dell’autore – in realtà delle autrici – che inizia così:
I fatti raccontati in questo libro sono veri – solo che non sono mai accaduti.
Il che va a dimostrare che le note dell’autore andrebbero sempre, ma sempre lette – per non rischiare di perdere gemme come questa, che in una manciata di parole riassume perfettamente la mia idea di fantasy storico.
Perché sì, o Lettori, stiamo ancora rimuginando su storia&narrativa. Vi avevo detto che saremmo andati avanti per un po’, vero?
Allora, ci siamo chiesti di che cosa si vada in cerca aprendo un romanzo storico, ricordate? Ebbene, riformuliamo la domanda – in termini abbastanza simili a quelli usati da V. via mail: di che cosa si va in cerca, invece, aprendo un fantasy storico?
Ebbene, credo che questa volta le risposte siano un nonnulla più complicate a catalogarsi, per cui mi limiterò a dirvi di che cosa vado in cerca io.
1. Ipotesi, giochi, colori diversi. Prendiamo un secolo passato, cambiamo un ingrediente o due, e vediamo che cosa salta fuori. Da un lato, c’è il fatto che molti dei secoli che mi piacciono abbondavano in credenze preternaturali perfette per essere romanzate. Dall’altro, si può prendere qualcosa di completamente diverso e piazzarlo in un secolo passato come se fosse il suo posto naturale. Oppure ancora, si può cambiare qualche premessa, alterare qualche sequenza di eventi, aggiungere o sopprimere qualche svolta fondamentale. O una combinazione qualsiasi delle tre possibilità.
2. Domande. Finito il libro? Molto bene. Adesso immaginiamo come sarebbero potute andare le cose a partire da quel secolo passato a piacere modificato così come l’ha immaginato l’autore. Ipotizzando il Cinquecento di Scott&Barnes, come sarebbero andati i secoli successivi? Come si sarebbe sviluppata la scienza gomito a gomito con la magia? Come si sarebbe mossa la religione tra le due? Come sarebbero andati la Rivoluzione Americana, la conquista dell’Impero e tutto il resto? Come sarebbero le cose oggidì? Domande, appunto.
3. Fatti veri che non sono mai accaduti. Non reali, veri. Plausibili nel quadro modificato dalle premesse dell’autore e coerenti con quel che del quadro originario resta.
E qui arriviamo, credo, al punto fondamentale. A me un certo grado di rigore storico serve anche qui – perché siamo d’accordo, di fantasy si tratta, ma per me l’aspetto chiave rimane quello storico. Quel che cerco è, in definitiva, non un fantasy ambientato in altri secoli, ma un What If che contempli possibilità alternative e/o preternaturali.
Questione di lana caprina? Nemmeno troppo, considerando. È narrativa d’immaginazione, e su questo non si discute – ma nel momento in cui basa le sue ipotesi sulla storia, a me piace che ne tenga conto fino in fondo. Non è che me lo aspetti, ne senta la necessità o nulla del genre: è che mi piace. Ci trovo molto più gusto. Col che non voglio dire che il mio sia un atteggiamento più sensato o più ragionevole di altri – però è il mio. È quel che cerco nell’aprire un fantasy storico. Mi piace che la mia storia immaginaria funzioni come storia vera che non è mai accaduta.
È uscito il numero di Natale di The Circle Review – numero eminentemente narrativo, ma non solo. La sezione saggi e la sezione teatro sono forse meno estese, ma non per questo mancano di chicche, come il delizioso piccolo pezzo di Annarita Faggioni in fatto di aforismi, o il dialogo filosofico di Lucius Etruscus con dotta e godibilissima nota al seguito.
Io ci sono con due pezzi.
Il Fantasma di Passerino è una cosetta molto mantovana dedicata al povero Rinaldo “Passerino” Bonacolsi, Capitano di Mantova prima che i Gonzaga si facessero avanti, estromesso dall’ufficio in una versione trecentesca di coup, e subito passato a miglior vita in una maniera desolatamente stupida: quando vide che la battaglia nella non ancor piazza Sordello buttava male, cercò rifugio nel non ancor Palazzo Ducale – e cercando di entrare a cavallo, si fracassò il capo in un’architrave bassina. Sempre smontare di sella per rientrare… E comunque il fantasma di un uomo del genere è una tentazione narrativa troppo forte, non trovate?
E poi c’è uno stralcio di Acqua Salata e Inchiostro che forse, dopo averne sentito parlare in abbondanza, sarete curiosi di leggere.
Premesso che anche la rivista ha sofferto della recente migrazione a WordPress, potete scaricare il pdf qui.