scribblemania

Stratigrafia Cartaceo-Narrativa

Allora, all’inizio della settimana scorsa ho iniziato a revisionare RtM – e ovviamente la prima cosa da fare è stampare la prima stesura e rileggere il tutto, perché questa non è cosa che si possa fare leggendo sullo schermo.

Ora, Holly Lisle, nel suo corso sulla revisione, raccomanda energicamente di stampare su carta bianca e nuova, per non avere nulla sul retro dei fogli che possa distrarre dal lavoro di revisione. E qui è il punto in cui confesso che, pur tendendo a dar retta a Holly in linea generale, c’è il fatto che la carta, gli alberi, il pianeta… E quindi no, non lo faccio quasi mai: se ho della carta di recupero, la uso – con buona pace di Holly Lisle.

E questa volta di carta di recupero ne avevo davvero parecchia, in seguito al più o meno recente riordino dello studio. Anni e anni di carta di recupero, ben più di quanta ne occorresse per stampare le 182 pagine A4 della stesura in TNR corpo 12, con interlinea 1.5 e nessuna interruzione di pagina tra i capitoli. Centottantadue pagine – un discreto malloppo.

Ma il punto si è che Holly ha ragione, e quel che c’è dietro è un motivo di distrazione non indifferente – soprattutto quando si tratta di anni… no: di decenni di stampe miste assortite. Non vi fate idea di quel che è saltato fuori.

Anzi, ve la fate, perché ve lo dico:

– Scampoli della Fenomenologia dello Squarciacavoli, una delle mie non frequentissime incursioni in campo saggistico, germogliata da una serie di vecchi post qui su SEdS e, in realtà, mai andata da nessuna parte.

– Un paio di storie molto più recenti, due delle dodici scritte a cadenza mensile l’anno scorso.

– Pezzi di una stampa di quello che mi piace chiamare il mio primo tentativo di romanzo, e qui torniamo davvero indietro, considerando che ero ancora all’università. Bisogna dire che la mia stampante dell’epoca fosse alquanto inaffidabile, perché ci sono pagine illeggibili nella più irregolare delle maniere – paragrafi mancanti, righe saltate, file di punti o poco più…

– Il canovaccio della primissima presentazione del mio primo libro pubblicato: Lo Specchio Convesso, back in the day, ebbe un debutto piuttosto grandioso, al Monicelli di Ostiglia, con tanto di attori in costume rinascimentale che recitavano brani…

– Tre copie di una versione piuttosto iniziale del play tratto da Somnium Hannibalis. Una versione ancora abbastanza didattica… quando ero bloccata dall’idea del progetto per le scuole. Non ho idea del perché ne abbia tre copie, considerando che non è affatto quel che poi è andato in scena.

– Le prenotazioni di un albergo a Earl’s Court e di due biglietti al Noël Coward Theatre per Shakespeare in Love – insieme, per qualche motivo, alla prenotazione di una serata della Rassegna Estiva 2020 a Palazzo d’Arco.

– Le didascalie per una mostra iconografica virgiliana a cui ho collaborato per la buona vecchia BorgoCultura.

– Esercitazioni di Economia Politica. Uno degli esami che ho detestato di più all’Università. Si potevano prendere questi pacchi di vecchi esami per esercitarsi… Arrossisco un nonnulla nel confessare che apparentemente non ho nemmeno provato a risolvere un singolo problema.

– Moduli di richiesta per il passaporto e tre copie del modulo per la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. Tutti in bianco.

– La prima scena di un play su Clara Bow – stella del cinema muto negli anni Venti. Prima e unica, se ben ricordo. Però forse potrei pensare di andare avanti? La scena richiede lavoro, ma l’idea di fondo non era male…

– Pezzi del Romeo e Giulietta stampato per il primissimo Palcoscenico di Carta, quando eravamo ancora nella libreria Einaudi di Corso Vittorio Emanuele.

– La scaletta annotata per la conferenza sui malvagi di Malvagi, Amici & Amanti, il mio cicletto shakespeariano. Una versione potata e senza letture, by the look of it. Non saprei dire dove e quando.

– Tre pagine di brainstorming per un lavoro di copyediting.

– Pezzetti sparsi di una stesura di Sweet Ned.

– Un appunto a mano e a pennarello in cui ricordo a me stessa di chiamare Francesco e Simone per la Tempesta. Nove meno un quarto. Anche qui, se ben ricordo, si torna indietro di più di vent’anni.

– Una citazione di P.G. Wodehouse che dice: Non voglio vedere nessuno e non voglio andare da nessuna parte né fare alcunché. Voglio soltanto scrivere.

– Parte di  Di Uomini e Poeti, annotato a pennarello verde.

– L’inizio dei Promessi Sposi, preparato dal Professor Artioli per le letture manzoniane alla UTE. A me era stato assegnato Quel ramo del lago di Como…

– Quello che forse è un articolo sull’ormai dissolta associazione CLIC – stampato, chissà perché, in magenta.

– Una singola pagina di The Red Apple…

Quindi… quindi sì, Holly Lisle ha ragione. Se dicessi che questa carotatura per iscritto dell’ultimo paio di decenni della mia vita non mi ha occasionalmente distratta dalla revisione, mentirei. E però non sono dispiaciuta che sia accaduto. Spero che la distrazione non finisca col nuocere in qualche modo a RtM – ma d’altra parte, come si resiste alla tentazione di un viaggio nel tempo?

angurie

Zot!

writtSiede la Clarina e scrive. O meglio, ella revisiona. O meglio ancora, dovrebbe revisionare. All’atto pratico, appollaiata  nel suo angolo di divano, la Clarina fissa ferocemente un pezzetto di Capitolo Terzo sullo schermo del computer. E intanto si mordicchia il labbro, e agita le punte delle dita a un paio di centimetri dalla tastiera.

L’ospite P, insediata in poltrona, legge. E legge. E legge.

La Clarina sospira.

E P legge.

E la Clarina mugugna.

E P legge.

E la Clarina geme.

E P chiude il libro e contempla per un pochino la Clarina e poi…

P. “Perché, o Clarina, fissi ferocemente un pezzetto del Capitolo Terzo, e ti mordicchi il labbro, e agiti le punte delle dita a un paio di centimetri dalla tastiera, e sospiri, e mugugni, e gemi? Eh? Perché?

C. “Sono bloccata. Mi serve una battuta fulminante…”Zot

P. (prontissima) “Muori?”

La Clarina sussulta e si abbandona a un convulso di cachinni.

C. (tra un cachinno e l’altro) “Non… Non… non così drastica…”

P. (altrettanto pronta) “Be, allora Ti venisse un fulmine? È più soft, volendo.”

Eh. Volendo proprio tanto…

No, così. Perché queste cose a casa mia succedono davvero.

Dovevo mettervi a parte.

lostintranslation · romanzo storico · scribblemania · teatro

Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Il Sipario della Conoscenza

curtainNon lasciatevi spaventare dal titolo – è una faccenda di vitarelle e rotelle.

E della revisione, anche.

Sì – la mia revisione, ricordate? In proposito ci eravamo lasciati ai primi di dicembre – con poche speranze di finire la seconda stesura entro l’anno. E in effetti non solo non l’ho finita affatto – ma, dopo quell’ultimo bollettino ci ho lavorato ben poco. C’è stato dicembre, c’è stata una bronchite, c’è stato altro, c’è stato Natale, c’è stata una commissioncella di cui avrete notizie…

Ma adesso ho ricominciato – e, benché forse non lo meritassi del tutto, ho cominciato che meglio non si sarebbe potuto. Ho cominciando trovando quello che Larry Brooks chiama lo Snodo Centrale – quella scena cruciale in cui si scosta il postonimo* sipario della conoscenza. Quel centro che dovrebbe capitare a metà del secondo atto. Il momento in cui non è che la storia cambi necessariamente – ma cambia il modo in cui la vede il protagonista. E – se tutto va bene – anche il lettore…

È uno di quei punti che tutti sappiamo di dover mettere in una storia. E io avevo una scena graziosa ma un nonnulla insipida e una rivelazione vagante e non correlata. E quando le due si sono improvvisamente incastrate l’una nell’altra… Bang! La scena ha improvvisamente acquisito vita, conflitto e una serie di radici sparse per i primi sette capitoli – e la rivelazione, per parte sua, è andata a cadere esattamente a metà della storia. snake

E badate – non è un caso e non è un miracolo: è il segno che la storia sta prendendo la giusta forma, ha un arco ragionevole e rispetta le leggi della fisica narrativa. Non negherò che la cosa comporti un certo grado di soddisfazione.

On the other hand, questo significa che è quasi la fine di gennaio e io sono solo a metà della seconda stesura – e questo non è particolarmente bello. Posso trovare consolazione nel fatto che, apparentemente, sto andando nella direzione giusta.

Evviva.

E adesso al lavoro, perbacco.

____________________________

* Che devo dire? “Eponimo” sembrava un po’ troppo, nelle circostanze…

scribblemania

Da che parte per la seconda stesura?

“E come va la revisione, o Clarina?”

Oh, che carini a chiederlo… E visto che chiedete, la revisione… diciamo che procede. Intanto ho finito la prima rilettura diagnostica – con tutta una piccola serie di risultati. Vediamo un po’…

Postit1.Sotto un cumulo di carte, nel mio studio, ho trovato – incredibile dictu! – una scrivania. Essendo grande, si è rivelata moto più comoda del divano per quel che devo fare adesso. Chi l’avrebbe mai detto? Voglio dire, una scrivania…

2. Ho deciso che il post-it è il migliore amico del revisore.  Ho dato retta a Holly Lisle, e in questa fase non ho fatto nemmeno un segnolino sulle mie duecento e rotte pagine di stampa – perché questa è una fase di diagnosi, giusto? Però, man mano che rileggevo, ho preso appuntiappuntiappunti, cose del genere “spostare al capitolo successivo” oppure “Ma G.D. aveva già lasciato la compagnia”, oppure “VOCE, VOCE, VOCE!!!”, oppure “Stringere” – e li ho presi su un diluvio di post-it di vari colori e misure, a seconda della necessità e di un vago colour-code.

3. Potrei negare che subito dopo il post-it venga la lavagna di sughero, ma mentirei. Per avere anche una visione d’insieme, ho Corkboardattaccato alla lavagna di sughero una serie di cartoncini su cui ho scritto a caratteri di scatola – e in alcuni casi, non ridete, anche illustrato – una serie d punti chiave. La struttura di fondo della storia, alcune cose che al momento non ci sono ma servono assolutamente, temi e immagini che devono ricorrere più spesso, necessità & magagne… cose così. La lavagna adesso è issata bene in vista su una mensola della libreria.

4. Rileggendo, comunque, ho scoperto che questa prima stesura mi piace più di quanto mi aspettassi – per una prima stesura. Questo può essere un bene, oppure no. Non vorrei che mi intralciasse nella necessità di asciugare e snellire il tutto… Ero convinta che la seconda stesura sarebbe stata più succinta della prima, ma… er. Diciamo che non ne sono più così sicura.

kj5. Ho trovato una faccia al mio protagonista. No, sul serio. Non ne aveva ancora una. Per me è sempre un problema, perché da un lato non sono una persona terribilmente visiva e tendo a trascurare questo aspetto, e dall’altro però sono costretta ad ammettere che una faccia è di grande aiuto in fatto di descrizioni e caratterizzazione… Be’, adesso Ned assomiglia a Tom Hiddleston. Ammettiamolo: poteva andare molto peggio.

6. Sono lievemente sconcertata nel constatare che manca un finale, manca un finale e manca un finale – e non c’è niente da fare. Voglio dire – la storia giunge a una conclusione di qualche tipo – ma da questo a dire che ci sia un finale… Mah. Speriamo che emerga nel corso della seconda stesura.

Ecco. E adesso dovrei essere pronta per la fase successiva: tendere archi, dar forma a cose vaghe, aggiungere strati, pieghe e ombre, fissare le luci, annodare tutto quanto a tutto il resto… Dovrei avere tutto quel che serve, giusto? E allora perché invece procrastino da due giorni come se non ci fosse un domani?

Ah well. Passerà – e sarà bene che veda di passare oggi stesso. Adesso. Subito. Al lavoro, o Clarina!

Vi saprò dire.

scribblemania

Piccolo Bollettino Speranzoso

Ahoy there!

Mi vedete? Era un po’ che trascuravo i bollettini, vero?

E niente, visto che l’influenza mi chiude in casa, ne approfitto per scrivere. Ok, per revisionare, ma capite quel che intendo.

Adesso stampo il primo atto della revisione in corso – che ancora non ha un titolo definitivo – e intanto cerco il nome di uno stampatore tardocinquecentesco con il giusto numero di sillabe, e poi vediamo.

 

elizabethana · scribblemania · teatro

PBD

Ultimissima revisione in corso. Pur riuscendo a lavorarci solo a bocconi&spizzichi, sono pressoché a metà.

Il che, probabilmente, non è una cattiva cosa.

Voglio dire – prima mi è venuto un dubbio su un sonetto, di cui non ricordavo il numero.

Non c’è nulla di strano nel fatto che non ricordassi il numero: i numeri non li ricordo a nessun patto. In compenso – e questo sì, che trattandosi di me è strano – ricordavo perfettamente la posizione sulla pagina, e se si trattasse di una pagina pari o di una pagina dispari…

E d’accordo, ricordavo anche prima di che cosa e dopo che altro veniva, ma il fatto resta che, con la mia scarsissima memoria visiva, ricordavo perfettamente dove fosse il sonetto in questione.

Ad occhi chiusi, per così dire.

E un’amica mi ha detto che, se non la pianto di citare i Sonetti alla minima provocazione e spesso anche senza, vedrà di perdere il mio numero di telefono finché non avrò cominciato a scrivere qualcosa d’altro.

Per cui, sì: numeri a parte, direi che i Sonetti sono assorbiti.

Vitarelle e Rotelle

La Consolante Provvisorietà Delle Prime Stesure

Scrivere una prima stesura è come orientarsi a tentoni in una stanza buia, o traudire una conversazione sussurrata, o raccontare una barzelletta senza ricordarsi come va a finire. Non so più chi abbia detto che si scrive più che altro per riscrivere e revisionare, perché è riscrivendo e revisionando che la nostra mente prende piena confindenza con ciò che abbiamo scritto.

E questo era Michael Seidman, citato da Cindy Vallar sulla HNR, un paio di numeri orsono.

Credo che sia qualcosa di terribilmente difficile da imparare, e in tutta probabilità la prima causa di morte letteraria. È difficile, difficile, difficile convincersi che la prima stesura è soltanto una prima stesura, il cui scopo è quello di buttar fuori un ragionevole abbozzo della storia. Per poi lavorarci su. Sistemare la logica, aggiungere folgorazioni, intonare la voce, aggiustare lo schema di colori, il ritmo e i particolare, scuotere la struttura e i meccanismi finché non funzionano alla perfezione – questi sono tutti compiti per la revisione.

E credete, non sto predicando – o, se lo faccio, predico prima di tutto a me stessa, perché per molti anni ho strologato fino alla nausea su ogni virgola della prima stesura e, una volta giunta alla fatidica paroletta di quattro lettere, non sapevo mai indurmi a nulla più di un safari a caccia di errori di battitura, una spolveratina qui, una timida sfrondatina là…

Ma ogni volta che si presentava la necessità – o la possibiltà – di un intervento più energico ripensavo a tutto il lavoro certosino e alla bruta fatica che avevo profuso nella prima stesura, e mi mancava il coraggio.

E questo, ammettendo che alla fatidica paroletta ci fossi arrivata affatto. Non vado per nulla orgogliosa della quantità di inizi che giacciono qua e là nel mio hardware, come ciclopiche ossa in un cimitero degli elefanti. Oh, sono tutte ossa lucidate a cera – talmente lucidate che ogni volta, alla prima difficoltà, al primo intoppo, al primo colpo di noia, ho ripensato a tutto il lavoro certosino e alla bruta fatica eccetera, e mi sono scoraggiata. 

Oppure sono ossa più nature, in cui mi pareva di non trovare la voce e il ritmo e il colore che volevo e, invece di dirmi che per quello c’era tutto il tempo, e avanzare da bravo soldato… indovinate un po’? Mi sono scoraggiata.

E ancora adesso, per quanto sappia che non è così che funziona, faccio una fatica del diavolo a non perdere una sessione di scrittura fissando lo schermo e tambureggiandomi sullo sterno la Marcia Funebre di Chopin con le dita, nell’insana fissazione di trovare la replica perfetta alla battuta del personaggio X.

E poi qualche volta mi rendo conto che non è affatto detto che la battuta di X resti così com’è indefinitamente, e forse se non riesco a trovare una risposta adatta è anche perché quella fettina di dialogo non va bene in generale, e comunque non è un problema che devo risolvere adesso, e allora aggiungo un’annotazione tipo [Y TAGLIA X A FETTINE MOLTO SOTTILI – CONCLUDENDO CON UNO SCONSIDERATO AFFONDO IN CUI NOMINA Z > CONSEGUENZE] e passo oltre. Ci penserò in fase di revisione – ammesso che debba ancora farlo.

E poi, quando arrivo alla revisione, qualche volta il problema si è risolto da sé, qualche volta è superato, qualche volta richiede ulteriori cogitazioni, ma…

Badate a questo, perché è importante – ed è l’acqua calda, I know, eppure vorrei che qualcuno me l’avesse detto prima, e anche adesso che lo so, sentirei il bisogno di incidermelo in fronte*. Dico davvero, badateci:

Il punto è che, quando si arriva a riscrivere e revisionare un nodo lasciato indietro, si è forti di tutto il resto della storia. Si sa che cosa succede dopo. Si sa come va a finire. Si sa dove e come possono germogliare le conseguenze del nodo. E, cosa non indifferente, si ha molta, molta, molta più confidenza con la storia in generale. 

Per cui, a parte tutto il resto e a parità di problema, le probabilità di saperlo risolvere in seconda stesura sono infinitamente superiori a quelle che si avevano prima.

Ecco.

Perché è in revisione che si trova l’interruttore, o ci si avvicina alla gente che sussurra, o ci si ricorda come va a finire la barzelletta. E, a differenza dei narratori di barzellette, si può tornare indietro e raccontarla meglio.

______________________________________________

* Modo di dire che mi piace, ma non posso fare a meno di considerare un po’ scemo, perché una volta che me lo fossi inciso in fronte, non avrei modo di leggermelo. Avrei bisogno di qualcuno che me lo leggesse. Oppure dovrei farlo incidere a rovescio per poterlo leggere allo specchio. Ma c’è anche la possibilità che un’incisione in fronte sia un procedimento abbastanza doloroso da restare memorabile a lungo – insieme alla causa della sua adozione? Ma allora forse basterebbe un’incisione meno elaborata e da qualche altra parte che non fosse la fronte? E lo so, tutto ciò non ha un briciolo di senso e i modi di dire son modi di dire, ma abbiate pazienza: sono convalescente.