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Dalla Serendipità Alla Gugletarietà – Per Tacer Dell’Accu-Thump

john crowley, romanzo storico, ricerca, google, serendipitàJohn Crowley è un eclettico autore americano, pluripubblicato in vari generi dalla fantascienza al fantasy al romanzo storico.
Naturalmente è da quest’ultimo lato che mi sono imbattuta in lui qualche tempo fa, e in particolare in un suo delizioso articolo intitolato The Accu-Thump of Googletarity, apparso in origine sul sito di Powell’s Books. Sotto il titolo nonsense, non capita tutti i giorni di leggere una descrizione così aguzza e divertente del funzionamento della ricerca alla base di un romanzo storico – e poi c’è la gugletarietà… ah, la gugletarietà. O guglitudine? O forse guglinità…?

E a questo punto spero che siate curiosi e che apprezziate quel che ho fatto: a suo tempo, ho scritto a Mr. Crowley e gli ho chiesto se potevo tradurre e pubblicare l’articolo sul mio blog. Come tende a capitare con gli scrittori americani, John Crowley (che incidentalmente insegna scrittura creativa a Yale) ha risposto nel giro di mezz’ora, dandomi il suo placet.

E quindi ecco a voi, nella mia traduzione, John Crowley su storici e romanzieri, profilattici e pneumatici, nonché le gioie della Rete con…

L’Accu-Thump Gugletario

Quanto costava un profilattico nel 1944? Com’era confezionato? Dove si comprava? C’erano dei distributori automatici nelle ritirate* dei bar, come alla fine degli Anni Cinquanta? Stavo scrivendo Four Freedoms, il mio romanzo sugli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, e avevo bisogno di saperlo. Avrei potuto glissare sul dettaglio – “comprò un profilattico, oppure “tirò fuori un profilattico”, ma sono proprio questi piccoli dettagli della vita quotidiana a dare realtà, vividezza e spessore a una storia, in qualunque secolo sia ambientata. La differenza è che i dettagli del passato bisogna andarseli a cercare, senza potersi basare sull’esperienza.

Gli autori di romanzi storici fanno (o almeno dovrebbero fare) un sacco di ricerca prima di cominciare a scrivere, e poi continuano a fare ricerca fino alla fine – proprio come gli storici veri. Solo che spesso cercano roba diversa. La ragione delle cose, le ragioni per cui le persone credevano di agire nel modo in cui agivano, le forze mal comprese, o non comprese affatto, che influenzavano la gente, una cronologia che metta in ordine cause ed effetti – ecco quello che immagino quando mi chiedo che cosa ricerchi uno storico. A parte i singoli casi in cui un minuscolo dettaglio è fondamentale (ad esempio l’ora precisa in cui fu spedito un certo telegramma), i dettagli dell’abbigliamento e della cucina, il modo in cui un personaggio passava le mattinate o le serate, dove si faceva fare un abito e quanto lo pagava, non sono lo scopo della ricerca. La ricerca del romanziere è l’opposto, o magari l’immagine speculare, proprio come la narrativa storica è lo specchio della storia – la stessa cosa, ma non lo stesso. Lo scrittore vuole un’abbondanza di dettagli che riguardino i suoi personaggi, se sono storici, o altri come loro. Non gl’importa tanto quel che facevano tutti, quanto quello che era possibile fare. Più di quel che faceva una specifica persona, gl’importa quello che avrebbe potuto fare una persona qualsiasi. Immaginiamo un certo tipo di personaggio: avrebbe potuto pensare questi pensieri, possedere quest’arma, ricordare questo evento, indossare questo cappello? È questo che serve al romanziere per modellare il passato in un mondo che sia credibile come un’ambientazione contemporanea.

Naturalmente un romanziere non è tenuto ad essere scrupoloso in fatto di ricerca, però, anche se nessuno potrà mai accusarlo d’inattendibilità se pasticcia i dettagli – o persino il quadro generale – resta pur sempre inattendibile. Per alcuni romanzieri questo è un aspetto fondamentale, per altri meno. Walter Scott, che si può dire abbia inventato il romanzo storico, spesso lardellava le sue storie di note a piè di pagina, per sostenere le sue invenzioni con l’evidenza dei fatti. Ma se i romanzieri possono sempre sostenere che una ricerca accurata è superflua o marginale, non possono più lamentarsi che sia troppo difficile. Ora, non so se Internet, in tutta la sua gloria e con qualche infamia, abbia rivoluzionato la vita degli storici di professione – magari sì, ma si guardano dal dirlo – però di sicuro ha fatto della ricerca una vacanza per i romanzieri storici: divertente, rilassante e piena di soddisfazioni.

E non è solo questione di Google, del Progetto Gutenberg e di JSTOR. Ho usato tutti e tre questi strumenti quasi ogni giorno, seguendo tracce di sito in sito e incappando in strane avventure con collezionisti, memorialisti, visionari, mercanti e gente ossessiva, perché è impossibile scrivere alcunché a proposito di vecchie auto, vecchie ferrovie, vecchi aerei, Seconda Guerra Mondiale o fumetti senza incontrare gente del genere. E poi ho beneficiato dell’aiuto dei lettori del mio blog**, che trovo essere una compagnia di gente indicibilmente in gamba, sempre pronta a fare ricerche e condividerne il risultato. Abbiamo avuto una serie di favolose conversazioni – come la volta in cui mi serviva il prezzo dei profilattici nel 1944.

Cercando “prezzo”, “profilattico” e “1944”, la mia Brigata Cervelloni è approdata per prima cosa su eBay, dove erano in vendita vari oggetti connessi con i profilattici vintage. Salta fuori che contenitori, pacchetti, istruzioni e volantini dei profilattici d’antan sono oggetti da collezione – chi l’avrebbe mai detto? La persona che su LiveJournal conosco come “Jonquil” mi ha scritto: “Questo non ha data, per cui magari non ti serve a niente, però mostra una lattina di Merry Widow*** con il prezzo impresso sul coperchio.” Poi Nineweaving mi ha mandato un’immagine inglese: “A quanto pare, da questo lato della Tinozza usavano allegre scatolette rosse. Co-Ed Prophylactics**** – da non crederci! E quando vai a caccia, sta’ alla larga dalle studentesse…” Ben presto abbiamo cominciato ad avere conversazioni come questa:

Cameo: Ho trovato un paio di links che potrebbero divertirti… un fracasso di vecchie confezioni di profilattici del Powerhouse Museum, in Australia: Una Galleria di 21 Involucri di Carta per Profilattici degli Anni Trenta E Quaranta: http://www.ep.tc/condom-envelopes/

Crowleycrow: Che belle buste di carta – sicuramente asetticissime! E poi i nomi: Bufalo, Odalisco, Poncho… Par quasi di sentire il ronzio del ventilatore a soffitto e la musica che filtra dalla piazzetta attraverso le griglie della finestra.

Cameo: Il mio preferito però è Devil Skin.*****

Jonquil: A me piace Odalisque, ma Sedatex suona allarmante. Un calmante… proprio ?

Uno dei miei corrispondenti ha chiamato in aiuto un’autentica storica del sesso che, essendo inglese, ha fornito risposte intriganti ma non del tutto pertinenti.

Oursin: Non c’è una risposta unica alla domanda sul prezzo di un profilattico. Ho consultato qualche catalogo (inglese) della seconda metà degli Anni Trenta, e un rivenditore poteva offrire articoli in una gamma di prezzo che andava dai tre pence alla ghinea, a seconda dello stile, del livello, della durevolezza (riutilizzabile? lavabile?), del materiale (gomma? pelle?), eccetera. E non parliamo di economie di scala e acquisto all’ingrosso: si potevano comprare persino confezioni di campioni assortiti. Alcuni tipi erano confezionati in lattina, altri no. Si sentono anche storie di gente elegante che se li faceva fare su misura, con tanto di monogramma… Non so se ci fosse da fidarsi di un profilattico da tre soldi, ma non giurerei nemmeno che l’affidabilità migliorasse significativamente in proporzione ai prezzi più elevati.

Crowleycrow: Grazie di tutto, in particolare per l’espressione “profilattico da tre soldi”, che intendo annotare e usare da qualche parte. “Profilattico da due centesimi” ci va vicino, ma è molto meno divertente.

Jonquil: “Riutilizzabile? Lavabile?” Questa sì che è un’idea sgradevole. Evviva la prevenzione delle malattie!

Crowleycrow: Di solito quelli economici di gomma si buttavano, mentre quelli di pelle (in realtà intestino di pecora) si lavavano/riutilizzavano/riarrotolavano. E sì, all’epoca si era parsimoniosi – e stupidi.

Dopo un po’ di questo regime, ho potuto scrivere con ragionevole sicurezza una scena in cui il mio personaggio sceglie tra quattro marche: Merry Widow, Sheik, Co-ed e Fortuna. L’ultima marca è una mia invenzione, di cui un altro personaggio commenta: “La fortuna è se non scoppiano.” Il mio fittizio giovanotto paga un dollaro e settantacinque per una lattina da tre profilattici di gomma. La Brigata Cervelloni mi ha anche segnalato uno spot televisivo diretto da Michel Gondry e disponibile, naturalmente, su YouTube, in cui proprio una lattina del genere compare in una scena di ambientazione rétro… E Gondry, mi domando, dove avrà scovato il dettaglio?

Il maggior pericolo della ricerca storica, per l’appassionato di curiosità e bizzarrie, è la distrazione – che d’altra parte è anche una delle maggiori soddisfazioni. Sono sicuro che, proprio come noi abbiamo la parola Serendipità, ispirata al romanzo sui tre principi vagabondi di Serendip, le generazioni future avranno un sinonimo derivato da Google. Gugletarietà? Gugolitudine? Gugolinità? Quando ho fatto ricorso a Internet per provare che il modo idiomatico “kick the tires”****** prende origine dalla scarsità di gomma e pneumatici durante la Seconda Guerra Mondiale, non ci sono riuscito. In compenso, ho trovato un sito che vendeva Accu-Thump, un arnese fatto come un manganello provvisto di manometro: quando date una manganellata al vostro pneumatico, il manometro vi dice se la pressione è sufficiente. Interessante. Ero quasi tentato di comprarmi un Accu-Thump, ma poi nello stesso sito ho scoperto che l’inventore sta anche progettando una valuta cristiana, “una moneta che [i Cristiani] possano far circolare tra loro come un memento costante del loro Creatore e Salvatore, al posto delle monete che recano l’immagine di un idolo o di un re.” E in quale altro modo avrei potuto scoprire questa bizzarra e suggestiva idea? Ci vedo già il nocciolo di un altro romanzo…

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* Sì, la chiamavamo ritirata… [NdA]

** John Crowley Little and Big su LiveJournal [NdA]

*** Er… “Vedova Allegra.”

**** Letteralmente “Profilattici Studendessa-In-Una-Classe-Mista.” Immagino che “Profilattici Classe Mista” renda l’idea…

***** “Pelle di Diavolo”…

****** Letteralmente “Prendere a calci le gomme”, cosa che la gente faceva prima di acquistare una macchina usata, per verificare lo stato degli pneumatici. Il modo di dire è passato a significare “esitare/spaccare il capello in quattro/cercare pretesti prima di prendere una decisione” o più semplicemente “tergiversare.”

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grillopensante · scrittura · teatro

Lo Specchio d’Inchiostro

MirrorMirrorCredo di avervi detto qualche centinaio di volte, nel corso dell’ultimo anno o giù di lì, che il Coro di Shakespeare in Words è stato il mio ritorno sulle scene dopo più di vent’anni. Così come vi ho detto che stavo scrivendo (e adesso ho finito) un romanzo che parla di teatranti – un teatrante in particolare – nella Londra elisabettiana.

Ebbene, quello che forse non vi ho detto è come le due cose si siano incrociate e influenzate a vicenda…

Allora, cominciamo dicendo che il mio protagonista è, appunto, un attore. Un attore di notevole talento, insoddisfatto delle parti che si trova a recitare – ma questo non ha molto a che fare con me. La cosa rilevante è che, in seguito a un incontro rilevante, N. comincia a mettere in discussione quel che fa in scena – e come lo fa. Non è proprio un caso di Millepiedi di Kipling, perché N. non si rovescia nel fosso a ActorElizdomandarsi che zampa muovere per prima – però diventa molto più consapevole dei rapporti di causa ed effetto in quel che fa e nelle reazioni che ottiene. E altre cose di questo genere. Diciamo che comincia a elaborare una teoria dietro la sua pratica quotidiana – e a pensare a quel che questa teoria implica…

E no, non allarmatevi: è un romanzo, e funziona romanzescamente – o almeno spero. Però questa consapevolezza fa parte della crescita del protagonista.

E della mia, si direbbe – perché scrivere di tutto questo mentre reimparavo a stare in scena, è stato infinitamente d’aiuto. Il modo in cui N. pensava, la tecnica che usava, le scoperte che faceva in fatto di rapporto scena-platea eccetera… tutto ciò è servito ad esplorare quello che stavo cercando di fare, a disciplinare e sistematizzare un sacco di idee – qualcuna vecchia di vent’anni, qualcuna nuova, qualcuna solida, qualcuna allo stato gassoso. Ed è servito a tradurre e capire cose che G. la Regista buttava lì per vedere che cosa ne avrei fatto. Ed è servito, la sera del debutto, a farmi guardare negli occhi l’uno o l’altro membro del pubblico.Me-Writing

Non vi stupirà troppo se vi dico che la cosa ha funzionato anche nell’altra direzione: quel che facevo in prova o in scena – scoperte, rovelli, progressi, terrori e travasi di bile – diventava materiale per i rovelli di N. Poi, si capisce, N. è molto più bravo di me – per non parlare del fatto che vive, pensa e recita in un altro secolo. Io non sono N. e N. non è me. Però ci sono sempre quelle cose che non cambiano troppo attraverso i secoli (e che qualche fortunata volta sono lì a strizzarci l’occhio, annotate su un copione del tardo Cinquecento), e quelle cose che sono cambiate, ma vanno tradotte perché il romanzo possa essere un romanzo.

Ed è stata una piccola, luccicante, soddisfacentissima rivelazione vedere come, pur trattandosi di due storie diverse, scrittura e recitazione si siano incontrate a mezza strada, specchiandosi l’una nell’altra, dandosi forma a vicenda. Sono certa che tanto il Coro quanto N. ne hanno tratto giovamento.

romanzo storico · Storia&storie · Vitarelle e Rotelle

E L’Azione Rapita

DumasAthosParlavamo dell’Azione Orfana, giusto? Quella tecnica narrativa in base alla quale il romanziere storico affibbia ai suoi personaggi fittizi le parti non assegnate della storia.

Come D’Artagnan e compagnia, gente semifittizia – nel senso che degli originali storici Dumas conservò poco più che nomi e professione – infilata in circostanze (forse) storiche ma nebulose.

Insomma, supponendo che La Rochefoucauld non lavorasse di fantasia citando la faccenda dei puntali di diamanti della Regina, qualcuno li avrà pur trafugati, giusto? E qualcun altro li avrà pur recuperati… E allora, perché non rispettivamente Milady e i Moschettieri?

Parlavamo di tutto ciò, e concludevamo che, non pur non essendo inciso nella pietra che si debba far così, si tratta di un metodo efficace – anche perché, per la duratura fortuna dei romanzieri storici, la storia pullula di buchi interessanti.

Ma non è detto che si debba far così – e infatti si fa (e soprattutto si faceva) anche in altri modi. romanzo storico, alexandre dumas, arthur conan doyle, francesco domenico guerrazzi, r. l. stevenson, rafael sabatini

C’è il Posto in Prima Fila, ovvero un protagonista fittizio che è segretario/scudiero/amico d’infanzia/amante/prole illegittima/sarta/confessore/whatnot del personaggio storico che fa le cose interessanti. E perché debba proprio venirmi in mente per primo Rogiero, il fittizio figlio illegittimo di Manfredi di Svevia ne La Battaglia di Benevento di Guerrazzi, proprio non lo so – ma tant’è. E poi mi viene in mente l’Ascanio dumasiano, apprendista di Benvenuto Cellini. Ma per un esempio migliore, suppongo di poter citare David Balfour, che assiste all’Omicidio di Appin molto da vicino e poi scappa per le brughiere con il principale sospettato.

romanzo storico, alexandre dumas, arthur conan doyle, francesco domenico guerrazzi, r. l. stevenson, rafael sabatini Poi c’è lo Scippo d’Azione, il cui re incontrastato è probabilmente Arthur Conan Doyle con il suo Gérard. Il fittizio Gérard è ampiamente ispirato al reale Marbot, ufficiale di cavalleria, aiutante di campo e memorialista – di cui gli vengono assegnate d’ufficio varie vicende e prodezze. Come pure vicende e prodezze di varia altra gente, in una collezione di elevata improbabilità e notevole spudoratezza… Ma in realtà fa tutto parte del gioco, perché dato il tono generale e l’ottima, ma proprio ottima opinione che Gérard ha di sé, il lettore è di fatto invitato a leggere con un sopracciglio levato e il costante dubbio di avere a che fare con un contafrottole di prima forza.

E infine c’è l’Azione Rapita Con Spudorato Flair, il cui esempio più fulgido si trova, a mio timido avviso, in Captain Blood. Ora, vedete, da un lato Peter Blood è ispirato almeno in parte alla vita di Henry Morgan e alla sua pittoromanzo storico, alexandre dumas, arthur conan doyle, francesco domenico guerrazzi, r. l. stevenson, rafael sabatini ca, eminentemente seicentesca carriera da schiavo a governatore della Giamaica. Dall’altro lato Sabatini si dà qualche pena per stabilire una voce narrante che finge di comportarsi da storico. Ogni tanto, tra una scena e l’altra, il narratore cita e compara fonti, ricostruisce, opina, dubita… Oh, è tutto molto tongue-in-cheek, ma quello è il gioco a cui si gioca. E poi, mentre Peter Blood si prepara a prendere Maracaibo, ecco che il narratore esce allo scoperto.

È vero, c’informa, che la presa di Maracaibo è attribuita a Morgan dal suo (ostile) biografo Esquemeling*, ma Jeremy Pitt, navigatore, amico e memorialista di Blood, ce la conta diversamente nei suoi dettagliatissimi e affidabili registri. Tant’è vero che…

Io sospetto che Esquemeling— anche se non arrivo a immaginare come o dove —debba avere messo le mani su questi registri, e che ne abbia tratto le corolle brillanti di più di un’impresa per infiorarne la storia del suo protagonista, il Capitano Morgan. Questo lo dico in via incidentale, prima di passare a narrare le vicende di Maracaibo, per mettere in guardia quelli tra i miei lettori che, conoscendo il libro di Esquemeling, potrebbero rischiar di credere che Henry Morgan abbia davvero compiuto quelle azioni che invece qui si attribuiscono veritieramente a Peter Blood. E tuttavia credo che, quando avranno avuto modo di valutare le motivazioni che spingevano tanto Blood quanto l’Ammiraglio spagnolo a Maracaibo, e di considerare come l’evento s’inserisca logicamente nella storia di Blood – mentre rimane nulla più che un incidente isolato in quella di Morgan – i miei lettori giungeranno alle mie stesse conclusioni riguardo a chi tra i due autori abbia commesso plagio.**

Et voilà! Carte ribaltate. Fonte storica riconosciuta, citata, rivoltata come un calzino e ridotta a plagio. Non sul serio, ma in un gioco non del tutto implausibile, perché Exquemelin è davvero inaffidabile nella sua ansia di annerire quanto può la fama di Morgan, e la faccenda di Maracaibo sembra davvero un po’ uscita dal blu…

Un gioco quasi ucronistico, un piccolo atto di pirateria narrativa pittoresco, spudorato ed elegante – perfetto per la storia in cui è inserito.

E quindi sì: si può fare diversamente, si può eccome – a patto di farlo con la giusta combinazione di eleganza e faccia tosta, e magari strizzando l’occhio al lettore.

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* O, com’è più comunemente conosciuto, Exquemelin.

** Traduzione mia.

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Poesia · romanzo storico · Storia&storie

I Fantasmi di George Garrett

Ah, dunque, c’è questo Saluto dell’Autore, all’inizio di Entered From The Sun, di George Garrett…Garrett

Qualche anno fa, EftS è stata una di quelle letture inaspettate in vario modo. Scelto perché ha per sottotitolo The Murder of Marlowe, salvo poi scoprire che l’assassinio di Marlowe c’entra poco. O molto, in realtà, ma non nel modo che ci si potrebbe aspettare… In nessun modo che ci si potrebbe aspettare, a dire il vero. Immagino che ci voglia un poeta per rendere un argomento visceralmente fondamentale e, al tempo stesso, alla fin fine irrilevante. Perché Garrett era un poeta, e si sente molto, e lo stile è… difficile da definire. Shall we say caleidoscopico? Sì, diremo proprio così, ed è un’approssimazione buona come un’altra. Iridescente, forse, è un’altra ragionevole possibilità. O una combinazione delle due, forse.

Insomma, per non girarci attorno: EftS, a ben pensarci, è un catalogo di cose che dovrebbero irritarmi nel profondo, eppure l’ho trovato di enorme soddisfazione, con il suo mosaico di punti di vista spesso inafferrabili… Ah well. Diciamo che è un’esperienza di un genere non comune.

Tuttavia, quel che volevo fare oggi, è proporvene un pezzettino – da quel Saluto dell’Autore di cui vi dicevo prima di perdermi a rapsodizzare.

Per non dimenticare, né ora né mai, quella perduta lucentezza, speranza e gloria di quei tempi. E similmente per ricordare, portandola in mente,  l’altra faccia di tutto questo. Il pietroso scontento, la gelida disperazione, l’apocalittica indifferenza.

Abbiate pazienza con me, fantasmi.

E benediteci, tutti e ciascuno – i vostri nuovi amici perduti.

Parlate a me.

Parlate tramite me.

Parlate a noi.

Una perfetta preghiera secolare del romanziere storico – e anche del traduttore, nelle giuste circostanze. Non trovate anche voi?

anacronismi · grillopensante · Storia&storie

Scusi, Cosa Cerca?

Parlavamo di storia e romanzi storici, ricordate? E ci eravamo lasciati con il drammatico quesito:

Che cosa cerca davvero il lettore in un romanzo storico?

past_and_presentPer cominciare, potremmo dire – e, badate, non vale solo per il romanzo storico – che quel che cerca il lettore non è necessariamente quel che cerca chi scrive. Anzi, direi che abbastanza spesso possiamo essere ragionevolmente sicuri del contrario. Per non parlare poi di quel che i lettori trovano nelle storie. Se avete mai scritto qualcosa e l’avete fatto leggere a chiunque – fosse pure la vostra metà, l’amico del cuore o la mamma – odds are che siate rimasti basiti di fronte alle altrui interpretazioni di quel che credevate di avere espresso con cristallina chiarezza…

Ma questa è un’altra faccenda, una vasta e perenne fonte di più o meno ilare sconcerto che, magari ci terremo per un’altra volta. Per ora limitiamoci a nuotare in acque più circoscritte: che cosa si cerca in un romanzo storico – quando lo si scrive o quando lo si sceglie da uno scaffale di libreria?

* Un senso della sostanziale parentela che ci lega a questi antenati? È quel che sostengono i fautori dell’uso del linguaggio contemporaneo nella narrativa storica, a partire da Josephine Tey. Considerando la gioia vertiginosa dell’incontrare in una storia vecchia di millenni o in una teca di museo qualcosa che non è mai cambiato, direi di sì. Questo naturalmente fa del romanziere storico una specie di traduttore, e si sa che le traduzioni sono irte di pericoli…

* Uno sguardo agli usi, costumi e pensieri di un mondo che il passare dei secoli ha reso estraneo? Una specie viaggio nel tempo inteso à la Hartley, come un paese straniero dove fanno le cose in maniera diversa. In un certo senso è la teoria opposta: non le parentele, ma l’estraneità. Osservate, o Lettori, gl’indigeni nei loro pittoreschi costumi… Dopodiché qualche ponte bisogna pur lanciarlo, perché stiamo parlando di narrativa, e il lettore deve potersi identificare con questa gente che non solo fa le cose, ma pensa e sente in maniera diversa. Attraverso i secoli il peso relativo dei fattori che condizionano pensieri, credenze e decisioni è cambiato piuttosto drasticamente – tanto che può essere difficile simpatizzare con un’inadulterata mentalità, say, quattrocentesca. La questione intricata diventa dunque non la necessità dei ponti, ma la quantità, larghezza e spessore dei ponti stessi.

* Qualcosa – qualcosa che riempia lo spazio tra le righe dei libri di testo? Ombre, luci, spessore, tridimensionalità dietro gli elenchi di date… Che cosa facevano tra una battaglia e l’altra? Tra un trattato e l’altro? Chi erano? Che cosa pensavano? Si combina bene con uno dei precedenti a scelta e offre il destro a quantità variabili di speculazione. Perché, e ne abbiamo parlato ancora, ci sono tante Cose Che Non Sappiamo Più – e allora il mestiere del romanziere storico consiste nel ricostruire quel che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo. La libertà con cui si trattano le basi e i limiti dipende in parte da quale dei due atteggiamenti qui sopra si decide di sposare.  A meno che non vogliamo dire che quel che si cerca alla fin fine sia più di tutto…

* Una buona storia e basta? Perché non c’è dubbio: i secoli passati sono una miniera di faccende, di gente e di guai che strepitano per essere narrati… E probabilmente questo è il motore primo di tutta la narrativa storica, che diamine. Ma aspettate, non è finita. Potremmo cercare anche…

* Possibilità alternative, spiegazioni outlandish, ipotesi controverse? Ci sarà un motivo, non credete, per tutta quella sterminata produzione romanzesca sulla questione del Vero Autore. Domande che magari non sono del tutto domande, ma che è interessante o divertente esplorare. E allora si va dal Supponiamo Per Gioco Che Shakespeare Non Abbia Scritto Il Suo Canone allo storico extraaccademico convinto di possedere la Prova Inoppugnabile che, dopo aver trovato chiuse tutte le porte editoriali per il suo saggio, contrabbanda le sue più o meno bizzarre teorie in forma di romanzo. Ma anche giochi di altro genere: fingiamo che Napoleone non sia stato sconfitto a Waterloo, immaginiamo un Cinquecento in cui la magia esisteva e funzionava davvero come la gente dell’epoca credeva che funzionasse, ipotizziamo che Costantinopoli non sia caduta, supponiamo di riuscire a tornare nella Roma repubblicana con la macchina del tempo, costruiamo un medioevo immaginario à la Walter Scott… Non è come se stessimo davvero uscendo dal territorio – ed è per questo che a me anche l’ucronia e il fantasy storico piacciono ragionevolmente accurati, ma ammetto la possibilità di standard diversi dai miei. E infine…

* Qualcosa d’altro – in costume? Sesso rovente in (o più che altro senza) abiti regency, parabole contro l’emarginazione/il razzismo/la discriminazione delle donne/la guerra/younameit in vesti del tutto inadatte al tema in questione… E qui, temo di dover confessare, divento un nonnulla impaziente. Mi va benissimo il giallo in cui il detective di turno, più o meno dilettante, indaga plausibilmente e alla maniera e secondo le conoscenze del suo secolo, su qualcosa che sarebbe potuto accadere all’epoca. Quando si distorce un mindset passato per sostenere una tesi, quando si mettono in costume personaggi contemporanei con la logora scusa dell’Eroina Anticonvenzionale, quando si finge di ambientare nella Grecia classica una storia cui basterebbe aggiungere un po’ di tartan e qualche cespuglio d’erica per spostarla nella scozia del Settecento, allora divento acida – e fatemi causa. Ma ciò non toglie che anche questo sia qualcosa che lettori e scrittori possono cercare in un romanzo storico. Che poi io mi rifiuti di considerare il prodotto un romanzo storico at all fa davvero poca differenza.

E però questo è davvero un elenco di massima – anche abbastanza personale. Voi, o Lettori, che cosa  cercate in un romanzo storico?

grillopensante · romanzo storico · Storia&storie

Passato Remoto Sgradevole

marathon-battle-1Questo , vi avverto, sarà un post di rimuginamenti e confessioni.

Bisogna cominciare dal fatto che, qualche tempo fa, mi si è segnalato questo articolo su Black Gate, il cui autore, M. Harold Page, scrive avventura storica, ucronia e fantasy storico.

Se non avete voglia di leggere l’articolo, il sugo è questo: l’autore, provvisto di tanto senso della storia quanto ne serve per spargere una lacrima sul tumulo di Maratona, fatica a riconciliare la sua commossa ammirazione per i cittadini-soldati che danno il fatto loro ai potentissimi Persiani con dettagliuzzi quali la schiavitù e la condizione femminile nell’Atene del V Secolo…

Quando mi vengono di queste paturnie, dice Page, di solito mi rifugio nella Space Opera o nello Sword and Sorcery, due generi capaci di riprodurre eccitanti ambientazioni storiche senza gli aspetti discutibili. Si può combattere Maratona daccapo – ma con delle tostissime guerriere nei ranghi, e senza schiavi che ci aspettano a casa.

Confesso che nel leggere questa quasi-conclusione sono inorridita un nonnulla. Non solo Page si confessa colpevole di giudicare il passato attraverso sensibilità moderne, ma in risposta immagina un V Secolo fantasy, con le guerriere tostissime e nemmeno uno schiavo in vista… orrore, orror.

Ed è a queMHPagesto punto che ho cercato di capire chi stessi leggendo, e mi sono stupita di scoprire non un autore di fantasy, ma un cultore di scherma d’epoca che scrive narrativa storica. E sia ben chiaro: non nutro l’ombra di un pregiudizio contro il fantasy e i suoi autori in via di principio, ma odds are che l’atteggiamento di un autore di fantasy nei confronti della storia sia diverso dal mio…

Ora, se bazzicate SEdS da qualche tempo, sapete della mia violenta allergia all’anacronismo psicologico con annessi e connessi. Salta fuori, tuttavia, che non posso assumere che Page soffra di Sindrome della Bambinaia Francese. O meglio, magari un po’ ne soffre, a giudicare dall’articolo – ma da quel che leggo sul suo blog e nelle recensioni su Amazon ho qualche remora nell’assumere automaticamente che la condizione si rifletta sui suoi romanzi.

E persino nell’articolo incriminato si riscatta parzialmente ai miei occhi ammettendo che la Maratona originale, brutta, sporca e politically uncorrect, non smette per questo di esercitare il suo fascino…

Insomma, il punto è che alla fin fine, e pur con qualche riluttanza, lo capisco, Page. I secoli passati sono pieni di fascino e di riprovevoli sgradevolezze in parti uguali, e non c’è modo di negarlo. bearbaiting

Ci sono autori che sposano con zelo le riprovevoli sgradevolezze, e riempiono le loro storie con il sudiciume, le pessime abitudini, le torture, le deficienze sanitarie e altre consimili gioie del loro periodo… Devo confessare che di questo genere di accuratezza mi stanco abbastanza presto. A parte tutto il resto, so che le cose stavano così – o quasi così* – e non sento il desiderio di sentirmelo ripetere ad nauseam pagina dopo pagina. E questa magari è una questione tanto di senso della misura quanto di atteggiamento storico – ma resta il fatto che magari, dopo un’immersione nei sanguinolenti dettagli dei combattimenti di orsi e mastini o nelle tecniche predilette di Richard Topcliffe** – e più ancora nell’assoluta normalità di combattimenti e torture – è un gran sollievo leggere un po’ di Josephine Preston Peabody. E badate che JPP non è particolarmente allegra o soleggiata, ma temo che il suo Marlowe idealizzato non sia davvero molto meno fantasy delle tostissime guerriere a Maratona…

E quindi ecco la confessione: in realtà non posso inorridire affatto. In via di principio so che non posso giudicare l’allegra propensione alla crudeltà, i terribili pregiudizi, la giustizia sbrigativa e l’intolleranza degli Elisabettiani secondo le mie sensibilità del XXI Secolo. All’atto pratico, le mie sensibilità del XXI Secolo sono anestetizzate solo in parte dalla prospettiva storica.***

E devo presumere che lo stesso valga, e a maggior ragione, per il lettore. Che cosa cerca davvero il lettore in un romanzo storico?

Ne parleremo. Intanto, la mia confessione l’avete avuta. Ho peccato – magari non in parole o in opere – ma in pensieri, in letture e nell’occasionale omissione. Si direbbe che, se si tratta di lapidare bambinaie francesi, non sia in condizione di scagliare il primo tomo di enciclopedia.

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* In realtà sull’igiene dei secoli passati gira anche un buon numero di pittoreschi pregiudizi. Sulla crudeltà il discorso è diverso.

** Granted: Richard Topcliffe, torturatore al servizio della Grande Elisabetta, era uno psicopatico sadico e crudele, che sarebbe stato orribile in qualunque epoca, per cui magari l’esempio non è dei più calzanti.

*** Per quanto poi salti sempre fuori qualcuno pronto a credere che pregiudizi, crudeltà e disinvolture, siccome li racconto, io debba condividerli… ma questa è un’altra storia e ne abbiamo già parlato.

 

 

 

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bizzarrie letterarie · romanzo storico · Storia&storie

Gli Sciuani

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineSi parlava di Balzac, e a un certo punto, a dimostrazione della mia teoria secondo cui anche lui aveva le sue giornate così, ho citato Les Chouans – che insomma, diciamolo: è un libro un po’ così.

E allora “Perché, perché, perché,” mi domanda T. “anche quando citi un autore normale, devi andare a pescare i titoli più sciagurati? Che d’è ‘sto Les Chouans, che è un libro un po’ così?”

“Ci faccio un post,” ho detto io. Ed eccoci qui.

Allora, vediamo un po’. Les Chouans ou la Bretagne en 1799. Trattasi di romanzo storico, scritto da un Balzac trentenne, e poi inserito con scarsa convinzione nella Comédie, alla voce “Scene della Vita Militare.”

E gli Chouans, dovete sapere, sono una specie di coda lunga, e bretone, delle Guerre di Vandea. C’erano fin dal 1791: bande di guerriglieri realisti, meno organizzati dei loro omologhi d’oltre Loira. Prendevano il nome da un capo chiamato Jean Chouan (come dire Gianni la Civetta), e li si immaginava tutti torvi e feroci, col cappellaccio e gli scarponi chiodati.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Tra l’autunno del 1793 e la primavera del 1794 si unirono più o meno burrascosamente ai Vandeani fuggiti oltre Loira sotto l’incalzare dei Blu repubblicani, e quando questi se ne tornarono a casa decimati e scoraggiati per firmare un armistizio e concludere la prima Guerra di Vandea, continuarono per la loro strada di scaramucce, imboscate, agguati e tutte quelle tattiche che possono rendere la vita tanto difficile  per un esercito regolare, e tanto più in un paesaggio di acquitrini e nebbie.

Con recrudescenze periodiche, gli Chouans continuarono a infastidire in grande Repubblica, Direttorio e Consolato e Impero fino al 1805, per poi risorgere brevemente (insieme ai Vandeani) nel 1815 e poi nel 1832.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineNel 1799, l’anno in cui Balzac ambienta il suo romanzo, l’Ovest sta attraversando l’ennesima di queste recrudescenze – e stavolta le cose paiono farsi serie, con Chouans e Vandeani riuniti nello sforzo di resuscitare un’altra volta l’Armée Catholique e Royale… Non finirà bene, per le rivalità tra i capi, per una radicata avversione a coordinarsi, per il tiepido aiuto dell’Inghilterra e perché poi arriverà il colpo di stato di Napoleone che, da Primo Console, per prima cosa offrirà agli insorti la libertà religiosa e la dispensa dalla leva, bagnando – per dir così – le loro cartucce nella maniera più efficace.

Ma questo è di là da venire all’inizio del romanzo, quando la bella Marie de Verneuil, duchessa illegittima, vedova di Danton e spia della Repubblica, arriva in Bretagna per nuocere alla Chouannerie in generale e al capo del momento in particolare, il giovane, tormentato e fascinoso marchese di Montauran.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

E indovinate chi s’innamora di chi a prima vista – e viceversa?

Seguono battaglie, tradimenti, gelosie, rivelazioni, ripensamenti, sangue, lacrime e melodramma in dosi industriali. Davvero, a leggerlo senza sapere di che si tratta, non direste mai che sia Balzac. Marie e Montauran sono bellissimi, competentissimi, torturatissimi dalla dura necessità, buonissimi, generosissimi e nobilissimi d’animo – e quando commettono errori (anche della varietà più fatale), lo fanno sempre per troppa buona fede, troppo buon cuore, troppo amore. Per contro, l’aristocratica chouanne Mme du Gua è fascinosissima e perfidissima, il poliziotto blu Corentin è astutissimo e spregevolissimo, gli Chouans sono fanaticissimi e barbarissimi – e il paesaggio è ostilissimo, nebbiosissimo e spettralissimo.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE d’altra parte è in questa luce e in questi superlativi che, nel 1829, si guardava all’Ovest realista e alle sue pittoresche e sanguinose effervescenze. Diciamo pure che Vandea e Chouannerie sembrano fatte apposta per essere romanzate. Una tentazione quasi irresistibile per un romanziere, seppur complicata dai nervi collettivi della Francia, che in proposito sono ancora un po’ scoperti oggidì – figuriamoci nel 1829 . Epperò, francamente, Les Chouans non è il miglior Balzac in cui possiate inciampare.

Nondimeno, a suo tempo il romanzo ebbe la sua dose di successo, rinnovato quando venne incluso nella Comédie. Ogni tanto viene ripubblicato – spesso, specie in anni recenti, con copertine d’ispirazione più vandeana che chouanne.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per dire, Fallois piazza in copertina capi vandeani come Jacques Cathelineau o Henri de la Rochejaquelein (cui in realtà, secondo me, Montauran è largamente ispirato), mentre Folio passa dal principe di Talmont – bretone di nascita ma generale dei Vandeani – a un paio di truci fantaccini vandeani ritagliati dal ritratto di la Rochejaquelein… La sentinella sulla copertina dell’edizione Le Mat è dubbia, perché il quadro di Loyer va variamente sotto il nome di Breton montant la garde devant une église o Vendéen montant la garde…, per cui va’ a sapere. L’edizione Flammarion forse è l’unica che prenda la faccenda sul serio, perché credo (e ripeto: credo) che il personaggio in copertina sia Jean Jan, chouan vero e proprio.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE in Italia? Come tutta la Comédie, anche Les Chouans ci arrivò, per la prima volta nel 1927, in una traduzione di Tiziano Ciancaglini, pubblicata da Corbaccio e intitolata Gli Sciuani.* Poi ci fu un’altra traduzione (anonima) nel 1964, e nel frattempo non fa meraviglia che, nel 1940, Nicola Daspuro ne avesse tratto un’opera lirica. Mai storiellona gonfia, improbabilità miste assortite e personaggi di cartone furono più adatti a diventare libretto…honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per cui non vi sto consigliando particolarmente di leggere Les Chouans, a meno che non siate cacciatori di bizzarrie letterarie, o magari curiosi di vedere come se la cavava il primo Balzac. Non so, ma alle volte, specialmente quando si è nel bel mezzo di una di quelle crisi da come-ho-mai-potuto-pensare-di-saper-scrivere-non-prenderò-mai-più-in-mano-una-penna, si può trovare consolazione e incoraggiamento nel constatare che anche Balzac non è sempre stato meraviglioso. Curiosità o terapia, trovate il testo originale qui. Se volete la traduzione, invece, vi toccherà cercare per biblioteche. Qua e là si trova – e quasi di sicuro sarete i primi a prenderla in prestito da decenni a questa parte.

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* Visto che il titolo del post aveva una ragione? Cominciavate a dubitarne, vero? Gente di poca fede.

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Di Dilemmi e Cose Truci

dilemma-676x305Oh, dubbio lacerante! Oh, amletica incertezza! Oh, dilemma bicornuto…!

Insomma, si tratta del romanzo in corso, e la faccenda è così.

C’è questa cosa un po’ truce che accade nel giugno del 1594. Accade davvero, intendo: accadde. È un po’ che ci rimugino su a intermittenza, perché pur non coinvolgendo strettamente il mio protagonista, ha due legami con le sue vicende – uno storicamente documentato e uno, shall we say… psicologico.

Se dico che ci rimugino a intermittenza è perché ogni tanto provo a incastrarla nella storia, e ogni volta giungo alla conclusione che dopo tutto è meglio di no, perché il giugno del ’94 è già un periodo densissimo per il mio protagonista. Gli capita di tutto, povero Ned, e poi ne esce a vele spiegate – in una serie di circostanze in cui le implicazioni psicologiche della Cosa Truce finirebbero per essere di necessità un po’ troppo oppure non abbastanza.

No, davvero: credetemi se vi dico che ha più senso di quanto sembri dal paragrafo qui sopra. Ma insomma, il fatto è che l’ultimo tentativo con la Cosa Truce l’ho fatto nel corso del finesettimana – e, una volta di più, ho dovuto rinunciarci a malincuore. Suona eccessivo, suona forzato… troppo sale, you know. CosaTruce

“Peccato non poterlo avere a ottobre 1597, quando potrebbe condurre perfettamente al climax…” ho sospirato tra me – e… zzinnnnnng!

Sapete com’è, la scintilla che si accende e illumina all’improvviso un intero paesaggio di concatenazioni che si agganciano le une alle altre con suono di campane?

Oh, gioia! Se a giugno ’94 la Cosa Truce è troppo sale, a ottobre ’97 tende un allascamento che mi rendeva un pochino infelice, e lo trasforma in un arco perfetto. Se avete mai scritto una storia, sapete che sono gran bei momenti.

Solo che…

Solo che questo è durato poco, perché il fatto incontrovertibile resta che la Cosa Truce è accaduta irremovibilmente nel giugno del 1594, e nessuna vaghezza deliberata, nessun gioco di telescopio può spostarla nelle più remote vicinanze dell’autunno del ’97. Fosse un atto unico, non ci penserei due volte – ma questo è un romanzo. Un romanzo in cui tutto il resto è piuttosto accurato, e varie cose dipendono da questa ragionevole accuratezza.

Epperò… è davvero un gran peccato, sapete? La storia ne beneficerebbe in modo enorme, e dopo tutto, come dicevamo, la storia in questione è un romanzo, giusto?

Quindi adesso che ho deciso di trasgredire alle mie stesse regole per una volta, tutto sta nel decidere in che modo pDilemma3referisco farlo. Eccolo qui, il dilemma:

– sposto la Cosa Truce al ’97 e, spiegandolo poi nella Nota dell’Autore?

Oppure…

– Accenno alle implicazioni pratiche della Cosa Truce nel giugno ’94 e poi invento un episodio simile per l’autunno del ’97 e uso le implicazioni psicologiche per i miei biechi fini narrativi? (E probabilmente ammetto anche questo nella NdA?)

E non lo so. Non ancora. È da ieri sera che mi ci dibatto – e forse è solo presto. Devo rimuginarci di più, magari sperimentare con entrambe le possibilità.

Vi farò sapere – e, nel frattempo, o Lettori, voi che ne pensate?

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Passa Il Pacchetto

The History BoysA un certo punto di The History Boys, Alan Bennet – sul quale si può sempre contare per qualcosa di straordinariamente acuto, spiritoso e struggente al tempo stesso – fa dire all’eccentrico insegnante Douglas Hector che a volte, con la grande letteratura, ti capita di imbatterti in…

…un pensiero, una sensazione, un modo di vedere che avevi creduto speciale e solo tuo. E invece eccolo lì, scritto da qualcun altro, qualcuno che non hai mai conosciuto, qualcuno che magari è morto da un sacco di tempo. Ed è come se quella persona saltasse fuori e ti prendesse per mano.*

A chi non è mai capitato? Si sta leggendo ed ecco che… capita in modi diversi: un senso di familiarità, come ritornare in un posto dove si era stati tanto tempo fa, oppure una folgorazione: ma sono io! Posso anche confessare un momento del genere particolarmente vivido con L’Ussaro Sul Tetto di Giono, quando Angelo cammina nei boschi e sente una musica di provenienza incerta e per un istante pensa che sia lì per lui** e rimane quasi deluso nello scoprire un soldato che suona su uno strumento saccheggiato…
Ma non è questo il punto.

Il punto è che ho ritrovato un’annotazione (a proposito di  DigVentures, credo) in cui quest’idea era applicata alla storia – e in particolare all’archeologia, con la differenza che è l’archeologo ad allungare la mano verso il passato, nella forma un frammento di vaso o della traccia lasciata dalla lama di un’ascia.bread-burial-plate-flat-nk

E in effetti… Non vi è mai capitato, in un museo egizio, di commuovervi di più davanti a una pagnottella pietrificata che davanti a tutti i sarcofagi e alle maschere d’oro, perché nella pagnottella si concentrava tutto quello che non è mai cambiato troppo? Perché avevate la sensazione che chiunque avesse impastato e cotto quella pagnottella ve la stesse in qualche modo allungando attraverso i millenni?
Oppure le bolle di consegna. Quegli involucri sigillati che i mercanti sumeri mandavano insieme alla merce: arnesi panciuti di argilla, dentro i quali c’erano delle specie di gettoni a forma di pecora, pesce, rotolo di stoffa, orcio, sacco di granaglie… E chi riceveva era in grado di controllare che la spedizione fosse integra – anche se non sapeva leggere. Bolle di consegna.

Capita di riconoscere in un oggetto un gesto, una necessità, una pratica, una piega della natura umana, e sono queste gemme di parentela lontana che il romanziere storico, il biografo, l’insegnante, il divulgatore, l’archeologo cercano e usano nello sforzo di gettare ponti tra il lettore/studente/ascoltatore e ciò che è successo in un passato più o meno lontano.

Come Gianni Granzotto, che nelle sue ricerche su Annibale trova Himilce, la bella e nobile moglie di cui si sa poco più che il nome, in un paio d’orecchini d’oro provenienti da una necropoli andalusa.

O come i miei implumi, che cominciarono ad appassionarsi a Dickens scoprendo che, con i suoi ritmi di pubblicazione settimanali, lavorava come un autore televisivo dei nostri giorni.

O come Bryher, che decanta come somma felicità della ricerca quella di ritrovarsi tra le mani un pezzetto di quella che era la verità agli occhi di un Elisabettiano – minuscola tessera di un rompicapo destinato ad essere sciolto forse da qualcuno che non è ancor nato.

English: portrait of Alan BennettE questo ci riporta di nuovo a Bennet e a Douglas Hector che, nel congedarsi definitivamente dai suoi allievi in un momento à la Dead Poets Society, li esorta a “passare il pacchetto”***.

A volte è tutto quello che potete fare. Prendetelo, sentitelo, e poi passatelo. Non per me, non per voi stessi, ma per qualcuno, da qualche parte, un giorno. Passate il pacchetto, ragazzi. Ecco il gioco che voglio che impariate. Passatelo.*

Mi piace pensare che anche i romanzieri storici giochino a questo gioco – o che, quanto meno, possano giocarci. Credo che per giocarci debbano impacchettare la gemma in molti strati di storie fittizie, licenze narrative, fatti inclinati a 45° e tinti di violetto – perché essendo romanzieri, raccontano storie, e se le cose che raccontano non sono storie funzionanti, non sono più romanzieri. Però credo anche che non possano giocare barando. Se invece di ritrarre un periodo con i suoi splendori e le sue brutture, le sue credenze, le sue paure e la sua forma mentis, scelgono di presentare gente contemporanea in costume intenta a scintillare in mezzo ai retrogradi e meschini pregiudizi del tempo – e soprattutto se annegano qualsiasi senso del periodo nell’ansia di offrire protagonisti politically correct – allora non stanno più giocando al gioco di  Bryher.

Può darsi che stia ancora giocando a quello di Bennet – può darsi che il lettore, scartando pagina dopo pagina, ritrovi frammenti di se stesso, se non frammenti di contatto attraverso i secoli.

Ma se è davvero bravo e intenzionato a farlo, il romanziere storico dovrebbe saper impacchettare nella sua storia premi che luccicano in entrambi i modi.

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* Traduzione mia.

** Essendo un ussaro napoleonico, non pensa in termini di colonna sonora personale, ma quella è l’idea…

*** Ecco, e qui la cosa perde un po’ d’impatto perché Passare il Pacchetto è un gioco diffuso nel mondo anglosassone – o se esiste anche da noi, non ne ho mai sentito parlare. I giocatori sono seduti in cerchio e, a suon di musica, si passano un premio avvolto in numerosi strati di carta. Ogni volta che la musica si ferma, chi si ritrova in mano il pacchetto rimuove uno strato di carta – trovando qualche volta una citazione, qualche volta una penitenza, qualche volta uno scherzo, qualche volta un premio minore, qualche volta nulla. Quando la musica riprende si ricomincia, e chi toglie l’ultimo strato vince il premio.

gente che scrive · romanzo storico

Dumas Al Lavoro

alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ifQuando, a partire dal 1844, Alexandre Dumas si convertì sul serio dal teatro ai romanzi storici, si accorse che la cosa funzionava diversamente.

Prima di tutto, c’era la questione della documentazione: pur avendo ambientato la maggior parte del suo teatro in altri secoli, si accorse che le dimensioni, i tempi e la densità del romanzo consentivano meno scorciatoie. A teatro, i tempi si scorciano in prospettiva a favore dell’unità di azione, il secolo si suggerisce e sottintende, l’incredulità, in generale, si sospende più in alto. Un romanzo si muove a velocità diversa – e lascia molto più tempo per i dettagli della trama e, diciamo così, del décor.

Ma Dumas era già una di quelle persone di cui vien da chiedersi come facciano a far tutto: il teatro (che non abbandonò affatto dopo il ’44), i giornali, un’intensissima vita sociale fatta di salotti, legioni di amici e una quantità e varietà di amanti, le ricorrenti ambizioni politiche, i viaggi, l’occasionale rivoluzioncella… E poi, diciamocelo: anche salexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ife ne avesse avuto il tempo, e pur amando appassionatamente la storia, Dumas non era uomo da seminar diottrie andando a caccia di dettagli, date e minuzie varie. Così si procurò Maquet, un giovane professore di liceo con ambizioni letterarie. Maquet in realtà era arido come la segatura, ma aveva il dono della precisione, della sintesi e dell’attenzione per i particolari. Perfetto, no? Be’, col tempo la cosa si sarebbe rivelata un po’ meno ideale di quanto sembrasse – ma al momento lo era: Maquet faceva le ricerche, i due mettevano insieme una trama, poi Dumas scriveva, e Maquet faceva editing…

Scriveva, per l’appunto – e scriveva davvero un sacco. E se per il teatro e il giornalismo era sempre riuscito a fare quel che doveva in mezzo al caos domestico e sociale, non tardò a rendersi conto che un romanzo era un’impresa più lunga e complicata, che richiedeva concentrazione – e la concentrazione richiedeva solitudine.

alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ifPer cui sviluppò l’abitudine di ritirarsi in campagna – ma non così isolato da non poter scambiare pacchi di fogli con il fido Maquet – e possibilmente in logge e padiglioni piccoli, pittoreschi e relativamente spartani – quasi a scoraggiare le distrazioni, le visite e gl’inviti. Non a caso, quando si farà costruire il sontuoso castello di Montecristo, ci farà aggiungere il padiglioncino neogotico dal nome di Chateau d’If – due stanzette, piccine ma col soffitto azzurro a stelle d’oro, guglie in abbondanza, una torretta col terrazzino sopra e un laghetto attorno. Ci si arrivava solo via ponticello, in un ottocentesco e stravagante equivalente di quelle tazzone “Go Away, I’m Writing.”

Ad ogni modo, che faceva una volta ritirato nel padiglione di turno? Si alzava presto e si vestiva comodo, e si metteva alla scrivania. Scriveva a penna (d’oca), in inchiostro bruno su fogli azzurri di largo formato, che si faceva produrre appositamente. E scriveva, scriveva, scriveva per tutto il giorno, fino all’ora di cena, fermandosi per un pochino soltanto a mezzogiorno, pagina dopo pagina, cancellando pochissimo. alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'if

A vederli, quei fogli celestini di quarantaquattro centimetri per ventotto, non hanno l’aria di conciliarsi con quello che sappiamo di Dumas. Il rumoroso, esuberante, sentimentale e disordinato Alexandre scriveva come una macchina: le righe si susseguono sciolte e ordinatissime – estremamente facili da leggere, se non fosse per la punteggiatura. Pare che tutta questa cura e chiarezza (probabilmente la migliore eredità dei suoi anni da giovane di studio notarile) fosse a beneficio dei tipografi… Ma non posso fare a meno di domandarmi quanti accidenti tirassero i tipografi alla punteggiatura mancante – soppressa per guadagnare tempo.

Perché, ed ecco che dietro il semi-asceta rispunta il compulsivo, tutto era calcolato per guadagnare tempo. Una pagina ogni quarto d’ora. Ogni pagina 40 righe. Ogni riga 50 lettere. A duemila lettere (oggi diremmo battute) al quarto d’ora, e anche considerando che ogni tanto dovesse pur fermarsi per pensare, otto dieci ore al giorno di quarti d’ora ammontano a una produzione impressionante…

E d’altronde, per i suoi ritmi editoriali non ci voleva nulla di meno.

Poi cenava, si prendeva la sera libera, dormiva come un ghiro e ricominciava al mattino. Un andare forsennato, che ogni tanto pagava con qualche giorno di febbre. Allora dormiva per un paio di giorni, ed era pronto a ricominciare.

Col che non voglio dire che dal 1844 Dumas perdesse la capacità di scrivere in altra maniera. Rimase capace di interrompersi, fare tutt’altro e riprendere dove aveva lasciato, e di scrivere in luoghi affollati e rumorosi. Però questo andava bene per gli articoli e per i drammi, e quasi tutti i suoi romanzi li scrisse asserragliato nella quiete dell’uno o dell’altro padiglione pittoresco.

alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ifCosicché, Alexandre Dumas Père: romanziere prolificissimo, playwright, giornalista, uomo d’affari con vicende alterne, costruttore di castelli, buongustaio, senatore e accademico mancato, aspirante rivoluzionario, storico dilettante, viaggiatore, collezionista di amanti e, badate bene, sistematizzatore del writer’s retreat.

 

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