bizzarrie letterarie · romanzo storico · Storia&storie

Gli Sciuani

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineSi parlava di Balzac, e a un certo punto, a dimostrazione della mia teoria secondo cui anche lui aveva le sue giornate così, ho citato Les Chouans – che insomma, diciamolo: è un libro un po’ così.

E allora “Perché, perché, perché,” mi domanda T. “anche quando citi un autore normale, devi andare a pescare i titoli più sciagurati? Che d’è ‘sto Les Chouans, che è un libro un po’ così?”

“Ci faccio un post,” ho detto io. Ed eccoci qui.

Allora, vediamo un po’. Les Chouans ou la Bretagne en 1799. Trattasi di romanzo storico, scritto da un Balzac trentenne, e poi inserito con scarsa convinzione nella Comédie, alla voce “Scene della Vita Militare.”

E gli Chouans, dovete sapere, sono una specie di coda lunga, e bretone, delle Guerre di Vandea. C’erano fin dal 1791: bande di guerriglieri realisti, meno organizzati dei loro omologhi d’oltre Loira. Prendevano il nome da un capo chiamato Jean Chouan (come dire Gianni la Civetta), e li si immaginava tutti torvi e feroci, col cappellaccio e gli scarponi chiodati.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Tra l’autunno del 1793 e la primavera del 1794 si unirono più o meno burrascosamente ai Vandeani fuggiti oltre Loira sotto l’incalzare dei Blu repubblicani, e quando questi se ne tornarono a casa decimati e scoraggiati per firmare un armistizio e concludere la prima Guerra di Vandea, continuarono per la loro strada di scaramucce, imboscate, agguati e tutte quelle tattiche che possono rendere la vita tanto difficile  per un esercito regolare, e tanto più in un paesaggio di acquitrini e nebbie.

Con recrudescenze periodiche, gli Chouans continuarono a infastidire in grande Repubblica, Direttorio e Consolato e Impero fino al 1805, per poi risorgere brevemente (insieme ai Vandeani) nel 1815 e poi nel 1832.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineNel 1799, l’anno in cui Balzac ambienta il suo romanzo, l’Ovest sta attraversando l’ennesima di queste recrudescenze – e stavolta le cose paiono farsi serie, con Chouans e Vandeani riuniti nello sforzo di resuscitare un’altra volta l’Armée Catholique e Royale… Non finirà bene, per le rivalità tra i capi, per una radicata avversione a coordinarsi, per il tiepido aiuto dell’Inghilterra e perché poi arriverà il colpo di stato di Napoleone che, da Primo Console, per prima cosa offrirà agli insorti la libertà religiosa e la dispensa dalla leva, bagnando – per dir così – le loro cartucce nella maniera più efficace.

Ma questo è di là da venire all’inizio del romanzo, quando la bella Marie de Verneuil, duchessa illegittima, vedova di Danton e spia della Repubblica, arriva in Bretagna per nuocere alla Chouannerie in generale e al capo del momento in particolare, il giovane, tormentato e fascinoso marchese di Montauran.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

E indovinate chi s’innamora di chi a prima vista – e viceversa?

Seguono battaglie, tradimenti, gelosie, rivelazioni, ripensamenti, sangue, lacrime e melodramma in dosi industriali. Davvero, a leggerlo senza sapere di che si tratta, non direste mai che sia Balzac. Marie e Montauran sono bellissimi, competentissimi, torturatissimi dalla dura necessità, buonissimi, generosissimi e nobilissimi d’animo – e quando commettono errori (anche della varietà più fatale), lo fanno sempre per troppa buona fede, troppo buon cuore, troppo amore. Per contro, l’aristocratica chouanne Mme du Gua è fascinosissima e perfidissima, il poliziotto blu Corentin è astutissimo e spregevolissimo, gli Chouans sono fanaticissimi e barbarissimi – e il paesaggio è ostilissimo, nebbiosissimo e spettralissimo.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE d’altra parte è in questa luce e in questi superlativi che, nel 1829, si guardava all’Ovest realista e alle sue pittoresche e sanguinose effervescenze. Diciamo pure che Vandea e Chouannerie sembrano fatte apposta per essere romanzate. Una tentazione quasi irresistibile per un romanziere, seppur complicata dai nervi collettivi della Francia, che in proposito sono ancora un po’ scoperti oggidì – figuriamoci nel 1829 . Epperò, francamente, Les Chouans non è il miglior Balzac in cui possiate inciampare.

Nondimeno, a suo tempo il romanzo ebbe la sua dose di successo, rinnovato quando venne incluso nella Comédie. Ogni tanto viene ripubblicato – spesso, specie in anni recenti, con copertine d’ispirazione più vandeana che chouanne.honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per dire, Fallois piazza in copertina capi vandeani come Jacques Cathelineau o Henri de la Rochejaquelein (cui in realtà, secondo me, Montauran è largamente ispirato), mentre Folio passa dal principe di Talmont – bretone di nascita ma generale dei Vandeani – a un paio di truci fantaccini vandeani ritagliati dal ritratto di la Rochejaquelein… La sentinella sulla copertina dell’edizione Le Mat è dubbia, perché il quadro di Loyer va variamente sotto il nome di Breton montant la garde devant une église o Vendéen montant la garde…, per cui va’ a sapere. L’edizione Flammarion forse è l’unica che prenda la faccenda sul serio, perché credo (e ripeto: credo) che il personaggio in copertina sia Jean Jan, chouan vero e proprio.

honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaineE in Italia? Come tutta la Comédie, anche Les Chouans ci arrivò, per la prima volta nel 1927, in una traduzione di Tiziano Ciancaglini, pubblicata da Corbaccio e intitolata Gli Sciuani.* Poi ci fu un’altra traduzione (anonima) nel 1964, e nel frattempo non fa meraviglia che, nel 1940, Nicola Daspuro ne avesse tratto un’opera lirica. Mai storiellona gonfia, improbabilità miste assortite e personaggi di cartone furono più adatti a diventare libretto…honoré de balzac, les chouans, chouannerie, guerre di vandea, la comédie humaine

Per cui non vi sto consigliando particolarmente di leggere Les Chouans, a meno che non siate cacciatori di bizzarrie letterarie, o magari curiosi di vedere come se la cavava il primo Balzac. Non so, ma alle volte, specialmente quando si è nel bel mezzo di una di quelle crisi da come-ho-mai-potuto-pensare-di-saper-scrivere-non-prenderò-mai-più-in-mano-una-penna, si può trovare consolazione e incoraggiamento nel constatare che anche Balzac non è sempre stato meraviglioso. Curiosità o terapia, trovate il testo originale qui. Se volete la traduzione, invece, vi toccherà cercare per biblioteche. Qua e là si trova – e quasi di sicuro sarete i primi a prenderla in prestito da decenni a questa parte.

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* Visto che il titolo del post aveva una ragione? Cominciavate a dubitarne, vero? Gente di poca fede.

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Di Dilemmi e Cose Truci

dilemma-676x305Oh, dubbio lacerante! Oh, amletica incertezza! Oh, dilemma bicornuto…!

Insomma, si tratta del romanzo in corso, e la faccenda è così.

C’è questa cosa un po’ truce che accade nel giugno del 1594. Accade davvero, intendo: accadde. È un po’ che ci rimugino su a intermittenza, perché pur non coinvolgendo strettamente il mio protagonista, ha due legami con le sue vicende – uno storicamente documentato e uno, shall we say… psicologico.

Se dico che ci rimugino a intermittenza è perché ogni tanto provo a incastrarla nella storia, e ogni volta giungo alla conclusione che dopo tutto è meglio di no, perché il giugno del ’94 è già un periodo densissimo per il mio protagonista. Gli capita di tutto, povero Ned, e poi ne esce a vele spiegate – in una serie di circostanze in cui le implicazioni psicologiche della Cosa Truce finirebbero per essere di necessità un po’ troppo oppure non abbastanza.

No, davvero: credetemi se vi dico che ha più senso di quanto sembri dal paragrafo qui sopra. Ma insomma, il fatto è che l’ultimo tentativo con la Cosa Truce l’ho fatto nel corso del finesettimana – e, una volta di più, ho dovuto rinunciarci a malincuore. Suona eccessivo, suona forzato… troppo sale, you know. CosaTruce

“Peccato non poterlo avere a ottobre 1597, quando potrebbe condurre perfettamente al climax…” ho sospirato tra me – e… zzinnnnnng!

Sapete com’è, la scintilla che si accende e illumina all’improvviso un intero paesaggio di concatenazioni che si agganciano le une alle altre con suono di campane?

Oh, gioia! Se a giugno ’94 la Cosa Truce è troppo sale, a ottobre ’97 tende un allascamento che mi rendeva un pochino infelice, e lo trasforma in un arco perfetto. Se avete mai scritto una storia, sapete che sono gran bei momenti.

Solo che…

Solo che questo è durato poco, perché il fatto incontrovertibile resta che la Cosa Truce è accaduta irremovibilmente nel giugno del 1594, e nessuna vaghezza deliberata, nessun gioco di telescopio può spostarla nelle più remote vicinanze dell’autunno del ’97. Fosse un atto unico, non ci penserei due volte – ma questo è un romanzo. Un romanzo in cui tutto il resto è piuttosto accurato, e varie cose dipendono da questa ragionevole accuratezza.

Epperò… è davvero un gran peccato, sapete? La storia ne beneficerebbe in modo enorme, e dopo tutto, come dicevamo, la storia in questione è un romanzo, giusto?

Quindi adesso che ho deciso di trasgredire alle mie stesse regole per una volta, tutto sta nel decidere in che modo pDilemma3referisco farlo. Eccolo qui, il dilemma:

– sposto la Cosa Truce al ’97 e, spiegandolo poi nella Nota dell’Autore?

Oppure…

– Accenno alle implicazioni pratiche della Cosa Truce nel giugno ’94 e poi invento un episodio simile per l’autunno del ’97 e uso le implicazioni psicologiche per i miei biechi fini narrativi? (E probabilmente ammetto anche questo nella NdA?)

E non lo so. Non ancora. È da ieri sera che mi ci dibatto – e forse è solo presto. Devo rimuginarci di più, magari sperimentare con entrambe le possibilità.

Vi farò sapere – e, nel frattempo, o Lettori, voi che ne pensate?

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Passa Il Pacchetto

The History BoysA un certo punto di The History Boys, Alan Bennet – sul quale si può sempre contare per qualcosa di straordinariamente acuto, spiritoso e struggente al tempo stesso – fa dire all’eccentrico insegnante Douglas Hector che a volte, con la grande letteratura, ti capita di imbatterti in…

…un pensiero, una sensazione, un modo di vedere che avevi creduto speciale e solo tuo. E invece eccolo lì, scritto da qualcun altro, qualcuno che non hai mai conosciuto, qualcuno che magari è morto da un sacco di tempo. Ed è come se quella persona saltasse fuori e ti prendesse per mano.*

A chi non è mai capitato? Si sta leggendo ed ecco che… capita in modi diversi: un senso di familiarità, come ritornare in un posto dove si era stati tanto tempo fa, oppure una folgorazione: ma sono io! Posso anche confessare un momento del genere particolarmente vivido con L’Ussaro Sul Tetto di Giono, quando Angelo cammina nei boschi e sente una musica di provenienza incerta e per un istante pensa che sia lì per lui** e rimane quasi deluso nello scoprire un soldato che suona su uno strumento saccheggiato…
Ma non è questo il punto.

Il punto è che ho ritrovato un’annotazione (a proposito di  DigVentures, credo) in cui quest’idea era applicata alla storia – e in particolare all’archeologia, con la differenza che è l’archeologo ad allungare la mano verso il passato, nella forma un frammento di vaso o della traccia lasciata dalla lama di un’ascia.bread-burial-plate-flat-nk

E in effetti… Non vi è mai capitato, in un museo egizio, di commuovervi di più davanti a una pagnottella pietrificata che davanti a tutti i sarcofagi e alle maschere d’oro, perché nella pagnottella si concentrava tutto quello che non è mai cambiato troppo? Perché avevate la sensazione che chiunque avesse impastato e cotto quella pagnottella ve la stesse in qualche modo allungando attraverso i millenni?
Oppure le bolle di consegna. Quegli involucri sigillati che i mercanti sumeri mandavano insieme alla merce: arnesi panciuti di argilla, dentro i quali c’erano delle specie di gettoni a forma di pecora, pesce, rotolo di stoffa, orcio, sacco di granaglie… E chi riceveva era in grado di controllare che la spedizione fosse integra – anche se non sapeva leggere. Bolle di consegna.

Capita di riconoscere in un oggetto un gesto, una necessità, una pratica, una piega della natura umana, e sono queste gemme di parentela lontana che il romanziere storico, il biografo, l’insegnante, il divulgatore, l’archeologo cercano e usano nello sforzo di gettare ponti tra il lettore/studente/ascoltatore e ciò che è successo in un passato più o meno lontano.

Come Gianni Granzotto, che nelle sue ricerche su Annibale trova Himilce, la bella e nobile moglie di cui si sa poco più che il nome, in un paio d’orecchini d’oro provenienti da una necropoli andalusa.

O come i miei implumi, che cominciarono ad appassionarsi a Dickens scoprendo che, con i suoi ritmi di pubblicazione settimanali, lavorava come un autore televisivo dei nostri giorni.

O come Bryher, che decanta come somma felicità della ricerca quella di ritrovarsi tra le mani un pezzetto di quella che era la verità agli occhi di un Elisabettiano – minuscola tessera di un rompicapo destinato ad essere sciolto forse da qualcuno che non è ancor nato.

English: portrait of Alan BennettE questo ci riporta di nuovo a Bennet e a Douglas Hector che, nel congedarsi definitivamente dai suoi allievi in un momento à la Dead Poets Society, li esorta a “passare il pacchetto”***.

A volte è tutto quello che potete fare. Prendetelo, sentitelo, e poi passatelo. Non per me, non per voi stessi, ma per qualcuno, da qualche parte, un giorno. Passate il pacchetto, ragazzi. Ecco il gioco che voglio che impariate. Passatelo.*

Mi piace pensare che anche i romanzieri storici giochino a questo gioco – o che, quanto meno, possano giocarci. Credo che per giocarci debbano impacchettare la gemma in molti strati di storie fittizie, licenze narrative, fatti inclinati a 45° e tinti di violetto – perché essendo romanzieri, raccontano storie, e se le cose che raccontano non sono storie funzionanti, non sono più romanzieri. Però credo anche che non possano giocare barando. Se invece di ritrarre un periodo con i suoi splendori e le sue brutture, le sue credenze, le sue paure e la sua forma mentis, scelgono di presentare gente contemporanea in costume intenta a scintillare in mezzo ai retrogradi e meschini pregiudizi del tempo – e soprattutto se annegano qualsiasi senso del periodo nell’ansia di offrire protagonisti politically correct – allora non stanno più giocando al gioco di  Bryher.

Può darsi che stia ancora giocando a quello di Bennet – può darsi che il lettore, scartando pagina dopo pagina, ritrovi frammenti di se stesso, se non frammenti di contatto attraverso i secoli.

Ma se è davvero bravo e intenzionato a farlo, il romanziere storico dovrebbe saper impacchettare nella sua storia premi che luccicano in entrambi i modi.

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* Traduzione mia.

** Essendo un ussaro napoleonico, non pensa in termini di colonna sonora personale, ma quella è l’idea…

*** Ecco, e qui la cosa perde un po’ d’impatto perché Passare il Pacchetto è un gioco diffuso nel mondo anglosassone – o se esiste anche da noi, non ne ho mai sentito parlare. I giocatori sono seduti in cerchio e, a suon di musica, si passano un premio avvolto in numerosi strati di carta. Ogni volta che la musica si ferma, chi si ritrova in mano il pacchetto rimuove uno strato di carta – trovando qualche volta una citazione, qualche volta una penitenza, qualche volta uno scherzo, qualche volta un premio minore, qualche volta nulla. Quando la musica riprende si ricomincia, e chi toglie l’ultimo strato vince il premio.

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Dumas Al Lavoro

alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ifQuando, a partire dal 1844, Alexandre Dumas si convertì sul serio dal teatro ai romanzi storici, si accorse che la cosa funzionava diversamente.

Prima di tutto, c’era la questione della documentazione: pur avendo ambientato la maggior parte del suo teatro in altri secoli, si accorse che le dimensioni, i tempi e la densità del romanzo consentivano meno scorciatoie. A teatro, i tempi si scorciano in prospettiva a favore dell’unità di azione, il secolo si suggerisce e sottintende, l’incredulità, in generale, si sospende più in alto. Un romanzo si muove a velocità diversa – e lascia molto più tempo per i dettagli della trama e, diciamo così, del décor.

Ma Dumas era già una di quelle persone di cui vien da chiedersi come facciano a far tutto: il teatro (che non abbandonò affatto dopo il ’44), i giornali, un’intensissima vita sociale fatta di salotti, legioni di amici e una quantità e varietà di amanti, le ricorrenti ambizioni politiche, i viaggi, l’occasionale rivoluzioncella… E poi, diciamocelo: anche salexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ife ne avesse avuto il tempo, e pur amando appassionatamente la storia, Dumas non era uomo da seminar diottrie andando a caccia di dettagli, date e minuzie varie. Così si procurò Maquet, un giovane professore di liceo con ambizioni letterarie. Maquet in realtà era arido come la segatura, ma aveva il dono della precisione, della sintesi e dell’attenzione per i particolari. Perfetto, no? Be’, col tempo la cosa si sarebbe rivelata un po’ meno ideale di quanto sembrasse – ma al momento lo era: Maquet faceva le ricerche, i due mettevano insieme una trama, poi Dumas scriveva, e Maquet faceva editing…

Scriveva, per l’appunto – e scriveva davvero un sacco. E se per il teatro e il giornalismo era sempre riuscito a fare quel che doveva in mezzo al caos domestico e sociale, non tardò a rendersi conto che un romanzo era un’impresa più lunga e complicata, che richiedeva concentrazione – e la concentrazione richiedeva solitudine.

alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ifPer cui sviluppò l’abitudine di ritirarsi in campagna – ma non così isolato da non poter scambiare pacchi di fogli con il fido Maquet – e possibilmente in logge e padiglioni piccoli, pittoreschi e relativamente spartani – quasi a scoraggiare le distrazioni, le visite e gl’inviti. Non a caso, quando si farà costruire il sontuoso castello di Montecristo, ci farà aggiungere il padiglioncino neogotico dal nome di Chateau d’If – due stanzette, piccine ma col soffitto azzurro a stelle d’oro, guglie in abbondanza, una torretta col terrazzino sopra e un laghetto attorno. Ci si arrivava solo via ponticello, in un ottocentesco e stravagante equivalente di quelle tazzone “Go Away, I’m Writing.”

Ad ogni modo, che faceva una volta ritirato nel padiglione di turno? Si alzava presto e si vestiva comodo, e si metteva alla scrivania. Scriveva a penna (d’oca), in inchiostro bruno su fogli azzurri di largo formato, che si faceva produrre appositamente. E scriveva, scriveva, scriveva per tutto il giorno, fino all’ora di cena, fermandosi per un pochino soltanto a mezzogiorno, pagina dopo pagina, cancellando pochissimo. alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'if

A vederli, quei fogli celestini di quarantaquattro centimetri per ventotto, non hanno l’aria di conciliarsi con quello che sappiamo di Dumas. Il rumoroso, esuberante, sentimentale e disordinato Alexandre scriveva come una macchina: le righe si susseguono sciolte e ordinatissime – estremamente facili da leggere, se non fosse per la punteggiatura. Pare che tutta questa cura e chiarezza (probabilmente la migliore eredità dei suoi anni da giovane di studio notarile) fosse a beneficio dei tipografi… Ma non posso fare a meno di domandarmi quanti accidenti tirassero i tipografi alla punteggiatura mancante – soppressa per guadagnare tempo.

Perché, ed ecco che dietro il semi-asceta rispunta il compulsivo, tutto era calcolato per guadagnare tempo. Una pagina ogni quarto d’ora. Ogni pagina 40 righe. Ogni riga 50 lettere. A duemila lettere (oggi diremmo battute) al quarto d’ora, e anche considerando che ogni tanto dovesse pur fermarsi per pensare, otto dieci ore al giorno di quarti d’ora ammontano a una produzione impressionante…

E d’altronde, per i suoi ritmi editoriali non ci voleva nulla di meno.

Poi cenava, si prendeva la sera libera, dormiva come un ghiro e ricominciava al mattino. Un andare forsennato, che ogni tanto pagava con qualche giorno di febbre. Allora dormiva per un paio di giorni, ed era pronto a ricominciare.

Col che non voglio dire che dal 1844 Dumas perdesse la capacità di scrivere in altra maniera. Rimase capace di interrompersi, fare tutt’altro e riprendere dove aveva lasciato, e di scrivere in luoghi affollati e rumorosi. Però questo andava bene per gli articoli e per i drammi, e quasi tutti i suoi romanzi li scrisse asserragliato nella quiete dell’uno o dell’altro padiglione pittoresco.

alexandre dumas, auguste maquet, romanzo storico, chateau d'ifCosicché, Alexandre Dumas Père: romanziere prolificissimo, playwright, giornalista, uomo d’affari con vicende alterne, costruttore di castelli, buongustaio, senatore e accademico mancato, aspirante rivoluzionario, storico dilettante, viaggiatore, collezionista di amanti e, badate bene, sistematizzatore del writer’s retreat.

 

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anglomaniac · gente che scrive · romanzo storico

Sulla Via di Oxford

HNSOxford16bSignori, vado alla mia prima writer’s conference.

Tra dieci minuti parto per l’aeroporto, con destinazione Oxford per il convegno annuale della mia beneamata Historical Novel Society. Si tratta di tre intensi giorni di conferenze, lezioni, workshop, incontri, una cena di gala con musica d’epoca e sfilata in costume, e la possibilità di sottoporre un proprio lavoro a due agenti letterari – il tutto dedicato al romanzo storico.

Non è favoloso?

Non so se questo genere di cose esista davvero in Italia, su questa scala e così specializzato. Nel mondo anglosassone la writer’s conference è abitudine diffusa, e ce ne sono di generali o specifiche per genere. Ho sempre pensato di trovarmene una cui andare, prima o poi – quando avessi avuto un romanzo pronto. Adesso ci siamo: il romanzo è pronto, e Oxford16 mi aspetta.

Confesso che la faccenda degli agenti letterari mi agita un pochino. Avrò a disposizione sette minuti – sette! – con ciascuno dei due – ma questo lo sapevo già. Quel che è successo è che di recente ho cominciato a leggere articoli e post in proposito, e ho scoperto che più di un agente detesta questo genere di sessioni. Ouch. Se già il pensiero di convincere un estraneo che ho scritto un gran bel libro – in sette minuti e in una lingua che non è la mia – mi agita alquanto, se l’estraneo in questione deve anche essere annoiato/seccato/desideroso solo di veder finire le benedette sessioni… ecco, al sol pensiero voglio iperventilare.

Forse, se avessi saputo tutto ciò l’anno scorso in ottobre, quando ho prenotato il mio posto alla Conference, avrei lasciato perdere le pitch sessions. E sarebbe stato un peccato, perché ci devono essere agenti che non odiano incontrare gli autori in questo modo (altrimenti, perché continuare a farlo?) e in ogni caso sarà interessante e istruttivo. Il mio primo contatto diretto con questa curiosa specie – agens literarius, della varietà inglese.*

E così parto, armata del mio romanzo, di un Moleskine con gli appunti sugli agenti, sui workshop e sugli autori, e di un vestitino per la cena di gala. Non mi aspetto che la Conference mi cambi la vita e mi catapulti nelle elette schiere degli autori pubblicati sull’Isoletta. Però mi aspetto di imparare parecchio, d’incontrare gente della mia stessa tribù. Mi aspetto che sia interessante, istruttivo, stimolante e anche divertente.

Oxford, arrivo!

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* Non in assoluto, perché un’agente italiana l’ho avuta, a suo tempo – ma… per ora stendiamo un tulle misericorde. Magari una volta o l’altra ne parleremo.

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Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

libri, libri e libri

Il Mostro Multicipite

Crowd1La folla è una di quelle cose che supplicano di essere scritte. Trovatemi il romanzo storico che, prima o poi, spesso in qualche momento altamente climatico, non se ne esca con una bella scena di folla in tumulto. D’altra parte, le folle si prestano bene alla bisogna: le folle rumoreggiano, ruggiscono, s’infuriano con facilità, osannano, si fanno trascinare, sbandano sotto la paura, si sollevano, fanno un gran chiasso, festeggiano, assaltano, distruggono, incendiano, portano in trionfo, calpestano, linciano… È come avere un elemento naturale, però senziente (almeno in parte), e con una psicologia tutta sua. Ammettiamolo: una tentazione irresistibile. Per non parlare poi delle battaglie, perché cos’è in definitiva una battaglia, se non folle organizzate in armi che si muovono per nuocersi vicendevolmente?

Ma sorvoliamo su tattica e strategia, per il momento, e concentriamoci piuttosto sulle folle in furia disordinata, i tumulti di piazza, le sollevazioni, i tafferugli.

Francamente, D’Annunzio non è il mio autore preferito, e credo anzi che sia un’eresia grossa se dico che tra i suoi lavori la mia predilezione va alle Novelle della Pescara. In una delle Novelle, La Morte del Duca d’Ofena, la folla assalta il palazzo di un feudatario molto odiato.

“La moltitudine […] irrompeva su per l’ampia salita, urlando e scotendo nell’aria armi ed arnesi, con una tal furia concorde che non pareva un adunamento di singoli uomini ma la coerenta massa d’una qualche cieca materia sospinta da una irresistibile forza. In pochi minuti fu sotto al palazzo, si allungè intorno come un gran serpente di molte spire, e chiuse in un denso cerchio tutto l’edifizio. Taluni dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi, come fiaccole, che gittavano su i volti una luce mobile e rossastra, schizzavano faville e schegge ardenti, mettevano un crepitìo sonoro. […] “

Per la gente del palazzo non si mette bene. Il maggiordomo del duca si affaccia al balcone e…

“Un urlo immenso l’accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati dalla bramosia della strage, l’acciaro degli schioppi, i ferri delle scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell’aria, disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda, spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali.”

La folla si muove come una forza cieca, come un serpente, e gli occhi luccicanti nelle facce infarinate hanno poco di umano. Tra il duca dissoluto e tirannico e la folla animalesca, l’autore non distribuisce simpatie: registra i colori, le luci, le urla e la paura, e ce li mette davanti agli occhi, vivi e paurosi.Crowd32

Passiamo altrove e in altri tempi: la Milano secentesca di Manzoni, con la folla che assalta la casa del Vicario alle Provvigioni e cerca di abbattere la porta.

“Chi con ciottoli picchiava su’ chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali, e scarpelli e martelli, cercavano di lavorar più in regola; altri poi, con pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, con l’unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro, e s’ingegnavano di levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata dei lavoranti”

Espressivo e pittoresco, assai meno viscerale di D’Annunzio. A Manzoni non importa mostrarci la folla malvagia e pericolosa. Ce la descrive, invece, la analizza, descrivendone gli estremi, i rimestatori e i pacieri, e la massa che si fa manovrare:

“Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini che più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno o dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e d adprare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo”.

Vivido e acuto, ma distaccato, e sempre lievemente ironico, Manzoni è pur sempre il nipote degl’Illuministi.

Crowd33Infine, passiamo la Manica per uno dei due soli romanzi storici di Dickens, il poco noto Barnaby Rudge. Barnaby è un semplice che, nel 1780, si trova suo malgrado coinvolto in una sollevazione anticattolica nelle strade di Londra. Ecco quello che Gashford, uno dei malvagi, vede da una finestra:

“Avevano delle torce accese, e si distinguevano bene i volti dei capi. Che venissero dall’aver distrutto qualche edificio era chiaro, e che si fosse trattato di un luogo di culto cattolico si capiva dalle spoglie che portavano a mo’ di trofei, facilmente riconoscibili per abiti talari e ricchi arredi d’altare in pezzi. Coperti di fuliggine, e sudiciume, e polvere e  calce, con gli abiti a brandelli e i capelli scarmigliati, con le mani e i volti insanguinati per i graffi dei chiodi arrugginiti, Barnaby, Hugh e Dennis venivano per primi, con l’aria di pazzi furiosi. Li seguiva una folla densa e furibonda, di gente che cantava e dava urla trionfanti, e rompeva in liti, e minacciava gli spettatori ai lati della strada, e brandiva gran pezzi di legno, su cui scatenava la sua rabbia come se fossero stati vivi, facendoli a brani e gettandoli per aria, gente ebbra, dimentica delle ferite ricevute nel crollo di mattoni, pietre e travi, che portava a braccia, su una porta divelta, un corpo avvolto in un panno tarlato, forma inerte e spaventosa.  Così turbinava la folla: una visione di facce rozze, macchiata qua e là dalla vampa fumosa di una torcia, un incubo di teste diaboliche e occhi feroci, e bastoni e spranghe levate in aria e roteate, uno spaventoso orrore di cui si vedeva così tanto eppure così poco, che pareva breve e interminabile al tempo stesso, così fitto di visioni spettrali, ciascuna incancellabile dalla mente, e tutte insieme impossibili da cogliere a una sola occhiata – così turbinava la folla, e in un istante passò oltre.”

Dickens fa qualcosa di diverso ancora: parte da una descrizione fisica e dettagliata, in cui si riconoscono persone e oggetti, per poi scioglierla gradualmente in una visione da incubo, immagini confuse e spaventose, di durata e consistenza oniricamente incerte.

Insomma: tre autori, tre libri, tre folle impegnate allo stesso modo, ma molto diverse tra loro e, soprattutto, tre sguardi ben distinti. Non viene voglia di provare?

Furore Tremendo · gente che scrive · romanzo storico

Il Romanziere Istantaneo

Rant ahead, vi avverto.

coauthorsAllora, dicevamo che ne L’Uomo dal Guanto* a un certo punto, i due protagonisti contemporanei decidono di scrivere un romanzo storico – possibilmente un bestseller. Sì, è vero, non l’hanno mai fatto prima, e non conoscono i “trucchi del mestiere”, ma sono due storici, “abituati a scrivere con proprietà” e provvisti di un argomento esplosivo… In fondo “è soprattutto l’argomento il motivo d’interesse principale”… E l’implicazione si è che diamine, che ci vorrà mai?

Vi sembra irritante e implausibile? Dovrebbe – e tuttavia, guardate: potrebbe essere peggio. Se non altro, Salvatore&Silvio sono due storici, con lunga esperienza di ricerca generale e specifica alle spalle, ben documentati e con un interesse nei confronti di Shakespeare e del suo tempo**, della letteratura e dell’arte…

Pensate invece al protagonista de Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio. Costui, un professore di Liceo con un romanzo (contemporaneo e autobiografico) pubblicato, a un certo punto si ritrova per le mani le prove manoscritte e inconfutabili della sicilianità di Shakespeare***. Benché il nostro sia alquanto scettico, qualcuno gli chiede di cavarne un romanzo storico – e quest’anima bella che fa? Invece di obiettare che non l’ha mai fatto prima, che non conosce il mestiere, che ci vogliono lunghe ricerche o qualche altra cosa sensata, si procura qualche libro di storia dell’arte (per avere un’idea di abbigliamento e mobilio dell’epoca, you know), si siede alla scrivania e, nel giro di qualche settimana, produce un romanzo storico con piena soddisfazione sua e del committente.

A Saramago, ne La Storia dell’Assedio di Lisbona, non serve nemmeno il manoscritto ritrovato. E nemmeno Shakespeare, in realtà. Tutto ruota attorno a uno stimato correttore di bozze che, in un momento di follia, aggiunge un “non” al saggio di storia medievale che sta correggendo, negando la riconquista di Lisbona da parte dei Portoghesi. E non solo l’editore, anziché licenziare in tronco lo sciagurato, pensa bene di commissionargli un romanzo ucronico su Lisbona non riconquistata – ma lo sciagurato che, badate bene, non ha mai scritto una riga in vita sua, vince al volo qualche pallida riluttanza e accetta.  Senz’altra documentazione oltre al libro di cui ha corretto le bozze, lo vediamo meditare su come entrare nella testa di questa gente del XII secolo, e poi abbozzare una piccola scena in cui un armigero e una lavandaia s’incontrano al fiume e, in breve tempo, ecco a noi un romanzo ucronico perfettamente pubblicabile.

Quindi, vedete, scrivere un romanzo storico è facilissimo e indolore: mettete in una ciotola capace una buona conoscenza di grammatica & sintassi****, unite un argomento interessante, meglio se un po’ controverso. Aggiungete acqua calda, mescolate et voilà: romanzo storico istantaneo.

Non ci vuol nulla, sussurrano Covarrubias, Seminerio e Saramago. Why, qualunque individuo ragionevolmente istruiti può sfornare un romanzo storico senza bisogno di esperienza o trucchi del mestiere e – peggio ancora – senza interesse particolare per l’epoca, il soggetto, il genere, e poco meglio che senza ricerca e documentazione. In fondo, non stiamo nemmeno parlando di letteratura… Roba di genere, un mestiere che si esercita per trucchi…*****

E sentite, lo so: anni di ricerche, letture infinite, esperienza precedente, due o tre lunghe stesure, settimane di revisione, frustrazioni, biscotti al cioccolato, camminate sulle scogliere (metaforiche) e tutto il resto difficilmente sono buona materia narrativa. Lo so, e sono anche abbastanza d’accordo – salvo rare eccezioni. Ma allora lasciamoli fuori dai romanzi e giù dai palcoscenici, questi romanzieri storici – almeno mentre scrivono. Che bisogno c’è di ritrarli – di ritrarci mentre mettiamo insieme romanzi come se fossero altrettante scodelle di minestra liofilizzata.

__________________________

* Poi la pianto, promesso.

** Yes well, poi magari sfugge loro qualche particolare – come il tè nel XVI secolo – ma non sottilizziamo.

*** Essì. Anche lui. Che vogliamo farci?

**** Certo, essere docenti universitari o liceali o correttori di bozze aiuta…

***** Sì, è del tutto possibile che ultimamente io passi troppo tempo in compagnia di certi teatranti elisabettiani…

 

Furore Tremendo · gente che scrive · romanzo storico

Il Romanziere Istantaneo

ECCO NO, PER DIRE… QUESTE QUI SOTTO SONO LE SPOGLIE DI UN POST AZZANNATO DAL BLOGO MANNARO.

DI NUOVO.

 

Rant ahead, vi avverto.

mentre mettiamo insieme romanzi come se fossero altrettante scodelle di minestra liofilizzata.

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* Poi la pianto, promesso.

** Yes well, poi magari sfugge loro qualche particolare – come il tè nel XVI secolo – ma non sottilizziamo.

*** Essì. Anche lui. Che vogliamo farci?

**** Certo, essere docenti universitari o liceali o correttori di bozze aiuta…

***** Sì, è del tutto possibile che ultimamente io passi troppo tempo in compagnia di certi teatranti elisabettiani…

elizabethana · grilloleggente · romanzo storico

L’Uomo dal Guanto – Pag. 309

The_End_BookIl che significa che il libro è finito. Din don dan.

Volete sapere come? Well, sul versante cinquecentesco, il giovane Will, privato dell’università dai guai economici dell’ex supermercante che si ritrova per padre, seguita a studiare per conto suo, conosce Anne Hathaway, la mette incinta senza mai amarla veramente, la sposa in fretta e furia con scarso entusiasmo della famiglia, la mette incinta di nuovo e poi… Sapete la faccenda degli Anni Perduti? Il periodo tra il 1585 e il 1592, in cui nessuno sa troppo bene dove diamine fosse Shakespeare? Ebbene, o Lettori, ecco la risposta: il giovane Will era in Italia a girare per atenei, corti e meraviglie, apprezzato da tutti e ciascuno – soprattutto il lontanto cugino duca Guglielmo (che per qualche motivo Covarrubias spesso chiama granduca…), che gli procura persino una morosa a tempo determinato, una bellissima, intelligente e colta danzatrice e coreografa (!) ebrea. E poi torna a casa, naturalmente, e con questa educazione da principe e i suoi bei quarti di noblità, seppure illegittima, si sceglie la carriera più reprensibile e malcerta che l’Inghilterra offra a un uomo al di qua del limite penale: il teatro. Hurrà! mundi_thema_giuntini

E nel nostro secolo? Ebbene, uno dei nostri storici professionisti, messo sulla pista da un sogno premonitore, non solo intuisce l’esistenza di un oroscopo di Shakespeare – ma lo trova al primo colpo! E l’altro decide che, pur con tutte le prove inattaccabili di cui dispongono, non è il caso di presentare la teoria in maniera scientifica. Meglio scriverci sopra un romanzo – che diamine. E un romanzo serio, mica una robetta à la Dan Brown. Non l’abbiamo mai fatto prima, non conosciamo “i trucchi del mestiere” – ma che ci vorrà mai, per due storici professionisti?

E fu così che iniziarono…

E dite la verità: l’avevate indovinato che le parti “storiche” di questa faccenda erano i capitoli del romanzo dei nostri eroi? Per cui, se questo è il risultato dell’implicito “che ci vorrà mai?” con cui si conclude la parte moderna… well.

AnashakespeareE non parlo soltanto della festicciola a base di tè – per quanto, in un romanzo purportedly scritto da due storici, il tè sia già uno scivolone maiuscolo. Ma che dire di Will che si chiede se la sua preferenza per l’unico figlio maschio sia un retaggio medievale – e poi decide che no, sono il Rinascimento e il Neoclassicismo a parlare in lui? O di John Shakespeare, che fa fuoco e fiamme quando Will deve sposare l’inadeguata Anne, ma accetta abbastanza allegramente l’idea che il suo superfiglio onnicompetente si metta a scrivere per il teatro? E Will stesso, che il teatro lo vuole per scrivere robe immortali e migliorare l’immagine della sua natia Italia agli occhi degli Isolani?

Insomma, stiamo parlando di un’epoca in cui “teatrante” era più o meno sinonimo di scarafaggio, e se c’era un tipo di scrittura che si considerava effimera, inferiore e commerciale, era – you guess it – il teatro. E questo uno storico dovrebbe saperlo anche nel sonno – così come un non-storico cui pruda l’uzzolo di scrivere un romanzo su Shakespeare.

Ma, pare obiettare Covarrubias nella predicatoria postilla, il punto è che “questo non è un romanzo, è una storia vera, seppure romanzata.” Questa sarebbe “la vera storia di William Shakespeare”  – e, se è vero che la postilla è firmata dai due storici fittizi, la traduttrice e curatrice conferma nella sua presentazione che Covarrubias partiva da documenti che gli erano effettivamente capitati tra le mani.

Viene da chiedersi quali, vero?UomodalGuanto048

Il libro contiene in effetti la riproduzione di parte di un elenco di battezzati – tra cui Scespe Guglielmo di Giovanni – e della registrazione del battesimo dello stesso Guglielmo, datato 30 aprile 1564 – entrambi in Italiano. Non ci sono riferimenti, ma sia il  l’elenco – alfabetico e numerato – che la registrazione mi sembrano un nonnulla strani. Però, pur avendo consultato qualche liber baptizatorum dell’epoca, ammetto che la mia esperienza in materia è limitata e non mi pronuncio oltre.

E tuttavia, se volete, posso spingermi ad ammettere che questo non importa poi molto. Se fosse un gioco incentrato su dei documenti immaginari, non ci sarebbe nulla di male. Un romanzo storico è un romanzo storico, e il Documento Ritrovato è forse la più vecchia e onorata convenzione del genere. A patto che poi dal documento ritrovato si parta per scrivere bene una storia plausibile, senza bambinaie francesi e, potendosi, senza anacronismi.

Qui, alas – e quale che sia la dose di veridicità di questa storia – non è andata così.