romanzo storico · scribblemania

V for Victory

the-end-The-EndE così ce l’ho fatta, dopo tutto.

La notte scorsa, intorno alle tre, ho finito la mia prima stesura – and glory be.

Centoquattordicimilaquattrocentonovantacinque parole.

Insomma, è possibile che abbia barato un pochino – appena un pochino, nel senso che il penultimo capitolo è un nonnulla frettoloso, e l’ultimo per ora è una collezione di scene e domande tenute insieme con il refe.

E il finale… be’, il finale magari non ha ancora quella che si chiama una forma precisa.

E ho un taccuino pieno di cose da aggiungere.

E mentre scrivevoscrivevoscrivevo in questi giorni un diluvio di possibilità, The_End_Bookdeviazioni, piccole folgorazioni e sviluppi inattesi si è accampato sui gradini e non accenna a disperdersi…

Ma vi dirò una cosa – anzi, ve ne dirò due.

Prima cosa: tutto questo è per luglio. Per adesso ho finito, e le buone intenzioni sono di lasciare Ned a riposo per un mese e, se tutto va bene, riprenderlo in mano a luglio con occhi relativamente nuovi per la revisione. Dico “se tutto va bene” perché mi conosco, e ho un passato infelice in fatto di buone intenzioni… Ma d’altra parte ho un sacco di libri da leggere e varie altre cose da scrivere, e devo farmi perdonare gli ultimi cinque mesi da amici e famiglia, e non cominciamo nemmeno a parlare del lavoro. Sarà un giugno intenso anzichenò, anche senza Ned.

TheEndSeconda cosa: questo ultimo sprint di scrittura mi mancherà. Fra ieri e sabato ho scritto ottomila parole e spiccioli, che per me sono una quantità notevole. Le ho scritte con più impeto che cura, e non ho dubbi che la revisione sarà interessante nella più blanda delle ipotesi. Ma il continuo germogliare di idee su idee e possibilità su possibilità, e il senso di movimento, e lo scorrere di tutto quanto verso il sipario è stato… heady.  A scrivere sempre a questo ritmo, si butterebbero giù prime stesure in un mese… Abbozzi di prime stesure, quanto meno. E sì, sarebbe bello, e me lo dico tutte le volte, ma poi… Mah.

Ma non importa poi troppo. Non adesso, almeno. Non fino al prossimo romanzo.

Adesso viene un mese di normalità o giù di lì. E nordic walking. E giri in città. E cene con gli amici. E cose così. E magari qualche ora di sonno in più.  E ho tanto idea che sarà luglio prima che me ne accorga.

E poi la revisione…

Ma intanto ho finito – e quanto mi piacciono i sipari che si chiudono!

 

scribblemania

Cogitazioni ed Esperimenti

50k-likesSì, sì – cinquantamila, in effetti.

Ma è evidente che il periodo pasquale, così come quello natalizio, non giova straordinariamente alla scrittura. C’è di buono che Ned si ritrova nei guai. In alcuni si è cacciato da solo, in altri… be’, diciamo che ci si è ritrovato senza saper troppo come.

Anyway, sto pensando.

Sto pensando di introdurre una variazione al mio ruolino di scrittura – che al momento consiste nello scrivere quando riesco – in mezzo a /attorno a /a scapito di/ contemporaneamente a tutto il resto. E tutto sommato riesce a funzionare abbastanza. Potrebbe funzionare molto meglio, e c’è sempre il serio problema della procrastinazione – ma, ripeto: funziona abbastanza.

Abbastanzina.

E tuttavia, mi domando, se ogni settimana ci fosse un Writing Day?

Non nel senso di scrivere solo un giorno alla settimana – scampi&liberi. Quello che intendo è continuare a scrivere quando riesco – in mezzo a /attorno a/ a scapito di /contemporaneamente a tutto il resto – e in più dedicare un giorno alla settimana alla scrittura.

Scrivere e nient’altro per un giorno intero, da mane a sera. Una volta la settimana. Writing

Non è tantissimo, e di sicuro non sarebbe abbastanza se fosse un giorno isolato – ma l’idea non è quella. L’idea è una specie di accelerazione settimanale, un giorno di concentrazione continuativa, niente internet, scarsi contatti con il resto dell’umanità, tè a fiumi e scritturascritturascrittura. Un tempo così si facevano le settimane. Al presente non sembra terribilmente possibile, ma un giorno è relativamente semplice a farsi, giusto?

L’idea mi attira molto, e quanto meno intendo sperimentarla. Bisognerà organizzare un po’ le cose, sistemare “tutto il resto” attorno… La famiglia sembra disponibile in proposito – a patto, sembra, che mi ritiri in una stanza dove quasi nessuno passa mai, il che è molto più ragionevole di quanto possa sembrare.

Sono quasi tentata di fare un primo esperimento… domani stesso? Perché no, dopo tutto? Se oggi sistemo, sposto e anticipo il dovuto, perché no, indeed?

Vi farò sapere come sarà andata.

 

scribblemania

Daccapo

TrentamilaO magari non proprio daccapo, ma…

Cominciamo col dire che cervicali durante, nonostante l’impressione che poteva dare il contaparole qui accanto, non me ne sono rimasta del tutto ferma.

A parte tutto il resto, al collo dolorante si è accompagnata una notevole insonnia. Tre ore di sonno e poi… E – che non mi senta mia madre – non c’è modo di negarlo: di notte si scrive meglio. Poi naturalmente queste cose si pagano di giorno in vaghezza, sonnolenza, dolori e doloretti, e quindi in realtà il wordcount è aumentato un po’ – ma non tanto. Nondimeno, senza parere, ho passato le trentamila parole questa notte… vedete la barra arancione?

“Non male”, mi verrebbe da dire – se non fosse che…

E sì, considerando il titolo del post non siete terribilmente sorpresi di scoprire l’esistenza di un Non Fosse Che.

Ecco, il fatto è che… Ricordate il dilemma in fatto di modalità narrative? E ricordate il supposto superamento del dilemma stesso? E ricordate anche che a quota ventimila non ero poi così convinta della mia decisione?

Ecco, diecimila parole più tardi sono più dubbiosa che mai.

In realtà c’erano ragioni per la decisione – ragioni sensate – e credevo di avere trovato un modo per conciliare almeno un po’ le due alternative. Ma… Tips-for-writers-001

Ma.

Mentre procedevo, mentre la trama germogliava di qua e di là, mentre i personaggi prendevano iniziative, mi sono ritrovata a sentir la mancanza della maniera alternativa, della struttura, del personaggio che avevo dovuto poco meglio che tagliar fuori… Così sono tornata all’altra maniera. Non ho ricominciato daccapo. Ho lasciato tutto così com’è, cambiando le cose a partire dalle ultime tre scene.

E mi consolo dicendomi che ehi, in fondo è soltanto la prima stesura…

Francamente, non è un gran metodo. Intanto vado avanti e scrivo la storia – sperando che prima o poi mi albeggi in mente una soluzione definitiva. Magari prima che poi – ma ad ogni modo, la revisione sarà… interessante.

Mi sento come il bruco dei problemi di aritmetica, quello che sale durante il giorno e scivola indietro durante la notte – e quanti giorni impiegherà a raggiungere la cima dell’albero? Ed è possibile, a dire il vero, che di passi indietro propriamente detti non ne abbia fatti – ma di sicuro mi sono spostata di lato, di qua e di là, con criminale incoscienza.

Ne riparleremo.

elizabethana · scribblemania · Storia&storie

Ri-Serendipità

Little Moreton windowSerendipità storica, ricordate? Ne avevamo parlato qui, e qui, e altrove – perché non c’è niente da fare: ogni tanto capita.

E cominciamo con la definizione che io credevo di ricordare farina del sacco di Diana Gabaldon*, ma sono andata a ripescare la pagina in questione** e ho scoperto che DG l’attribuisce a un romanziere/a storico/a di sua conoscenza:

[La condizione per cui] quando si arriva al punto in cui diventa necessario… (gasp!) inventare qualcosa, le scelte narrative non solo sono storicamente plausibili, ma molto spesso si rivelano a posteriori per nient’altro che l’onesta verità.

Ecco, non so se a me capiti davvero molto spesso, ma indubbiamente capita. E vi ho anche già raccontato ripetutamente di che genere di enorme soddisfazione sia, per cui non lo farò di nuovo – o forse solo un pochino, per mettervi a parte del vago senso di vertigine. Più che vago, a dire il vero, perché viene con l’impressione di avere aperto una finestra su un altro secolo, e di avere visto qualcosa – qualcosa.

Ma non importa – o meglio, importa solamente perché è successo di nuovo.

In piccolo, se volete: in una scena del primo capitolo avevo mandato il celebre buffone Dick Tarlton ad assistere alle prove della Actorscompagnia del mio protagonista – e sghignazzarne – in un’altra locanda. Considerando quanto fosse competitivo e piccolo al tempo stesso l’ambiente teatrale elisabettiano, non era un enorme sforzo di immaginazione – ma nondimento è stato soddisfacente ritrovare in un documento dell’epoca la descrizione di una scena molto simile, una visita teatral-concorrenziale di Tarlton ad altri teatranti, proprio nella locanda in cui l’ho piazzata…

Finestra aperta. Qualcosa – qualcosa.

In realtà, lo ripeto, non era un salto logico particolarmente improbabile, e altrettanto in realtà, le cose sono cambiate da quando ho scritto la scena, ed è possibile che debba spostare la “mia” compagnia – e di conseguenza la scena – altrove. Ma non cambia molto le cose: Dick Tarlton faceva queste cose, e non c’è proprio nessun bisogno di considerarla un’occasione isolata e irripetibile.

E dunque credo di poterlo considerare un ulteriore piccolo attacco di serendipità storica. Se vuol succedere ancora, non ho obiezioni di sorta.

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* Sì, Diana Gabaldon. Ho letto La Straniera secoli orsono, quando è uscito in Italia per la prima volta. Molti e molti anni prima che se ne traesse una miniserie.

** La deliziosa introduzione al brillante A Plague of Angels, un volume dei Carey Mysteries di P.F. Chisholm – su cui non mi dilungo entusiasticamente, perché l’ho già fatto un sacco di volte.

 

 

libri, libri e libri · romanzo storico

Il Diavolo È Bianco

william palmer, the devil is white, romanzo storicoAvviso ai naviganti: Libro Non Tradotto ahead.

Non avevo mai letto nulla di William Palmer, fino al giorno in cui mi è capitato fra le mani, a fini di HNR, il suo The Devil is White.

Ed è stata una sorpresa. 

La storia comincia in Inghilterra, nel 1792, con un gruppo di entusiasti decisi a fondare la loro utopia coloniale su un’isola vicina alla costa occidentale dell’Africa.

Una società libera e democratica, senza schiavitù, basata sul duro lavoro, sul merito e sull’onesta interazione con le tribù della costa.

E sì, è vero, le tribù della costa praticano il commercio degli schiavi con lucroso entusiasmo – ma solo per mancanza di solida guida morale. L’esempio degli isolani liberi&felici e la conversione al Cristianesimo sono destinati a cambiare tutto… 

E sì: ingenui fino a questo punto.

Almeno alcuni di loro.

Perché noi non tardiamo ad accorgerci che accanto agli idealisti in perfetta buona fede, come il Capitano Coupland, l’aristocratico poeta Caspar Jeavons e il Reverendo Tolchard, ci sono anche sogetti meno disinteressati, come il futuro governatore Sir George, più ansioso di gloria personale che di duro lavoro, o i Meares, in fuga dalla prigione per debiti…

E ci accorgiamo anche che tutti – candidi e profittatori alike – vanno alla ventura nella più superficiale delle maniere. Nessuno ha mai messo piede sull’isola, nessuno si preoccupa del perché i precedenti coloni portoghesi abbiano rinunciato dopo pochi anni, nessuno ha pensato di selezionare in qualche modo gli aspiranti isolani, nessuno si preoccupa della stagione delle piogge.

A pagina 7 sappiamo già che l’impresa è destinata al disastro. Ma i personaggi non lo sanno, e noi li seguiamo, con affascinato orrore, mentre precipitano. Leggiamo le lettere senza destinatario di Caspar, alternate alla voce onnisciente e a una manciata di altri punti di vista. E simpatizziamo viepiù con Mr. Knox, il disincantato mercante (di non si sa troppo bene cosa) che fa da interprete e balia a questi sconsiderati. E guardiamo i nodi venire al pettine, l’uno dopo l’altro. E ci domandiamo a quale punto idealismo e perseveranza diventino follia…

E il tutto in un linguaggio asciutto ed elegante e apparentemente distaccato persino nel descrivere la ferocia dell’isola nei confronti dei suoi would-be colonizzatori. Ma dietro l’eleganza, è l’incrociarsi dei punti di vista a costruire spessore e ironia drammatica.

E no, non è tradotto – né potrei giurare che lo sarà mai. Però è una storia crudele, intelligente, aguzza e scritta magnificamente, e vale del tutto la pena.

Ossessioni · scribblemania · Somnium Hannibalis · teatro

Annibale, Di Nuovo?

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

“Perché sai, ho ripreso in mano il romanzo proprio ieri pomeriggio, e anche solo spulciando qua e là ci ho ritrovato tante cose che mi piacciono da matti, e che sono rimaste fuori dalla versione teatrale… Adesso che non abbiamo più il problema delle scuole e il limite di tempo, perché non lo riprendi in mano?”

E io non so se G. abbia ben chiaro che razza di bomba abbia sganciato, perché…

Ma cominciamo dall’inizio – e poi no, nemmeno quello. Cominciamo di lato.

Se avete mai presentato un libro, o se avete mai avuto la ventura di lasciarvi scappare che scrivete, odds are che qualcuno prima o poi vi abbia chiesto quanto impiegate a scrivere un libro. Quanto meno, a me capita tutto il tempo, e rispondere a proposito del Somnium Hannibalis può essere divertente o imbarazzante, a seconda dell’interlocutore. Perché l’ineludibile verità è che a scrivere SH ho impiegato più o meno vent’anni.

E adesso sì che cominciamo dall’inizio, e dalla Clarina sedicenne che, dopo avere divorato tutto il G.B. Shaw della ben fornita libreria di casa, decide di provarci e scrive a matita su fogli gialli a quadretti… Annibale – dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo.

Sì, davvero. E no, non ridete. Oppure ridete pure – a distanza di vent’anni e rotti ci rido anch’io, e all’epoca mio padre non finiva di divertircisi. Io però lo prendevo molto sul serio. E lo finii, sapete? Fu la prima cosa più lunga di un raccontino che finii sul serio.

Che dire? Se davvero l’imitazione è la forma più sincera di adulazione, lo spirito di Shaw aveva di che sentirsi molto lusingato. E da qualche parte devo averli ancora, i foglietti gialli a quadretti con il mio primo dramma scritto a matita. Quel che ricordo con vera felicità di quella stesura è che ero capace di lavoraci, in piena concentrazione, nel bel mezzo di qualsiasi grado di casino. E adesso smetto di sdilinquirmici, ma abbiate pazienza: è un bel ricordo.

Poi, in sporadici e successivi sussulti di buon senso, eliminai l’epilogo. E poi il prologo. E poi un atto. E poi un altro. Arrivando a Pavia da matricoletta, mi portai dietro un atto unico. Ed era ancora un atto unico quando partii per Cardiff – solo che era stato trascritto su foglietti azzurri. Sempre a quadretti. E si svolgeva tutto la sera dopo la battaglia di Canne.

Maarbale, e la vittoria, e nimini dii nimirum dederunt, e perché diavolo dopo Canne non aveva attaccato Roma? Perché il punto era quello: sapevo bene che c’erano tutte le buone e solide ragioni strategiche del mondo per non cacciarsi ad assediare una città murata in territorio ostile, eppure l’idea che la tentazione dovesse pur essersi presentata, e poi nulla, mi dava i brividini alla schiena.

Avete presente quando sapete, proprio sapete con assoluta certezza di avere una buona idea per le mani – solo che sappiate darle la forma giusta? Ecco, così. Peccato che la forma giusta continuasse a sfuggirmi. Ho perso il conto delle stesure di quell’atto unico. Ho anche quelle, da qualche parte. Foglietti azzurri in una copertina ad anelli azzurra, pieni di cancellature e correzioni. Sapevo quel che volevo, solo che non riuscivo a dargli la forma che avevo in mente.

E immaginatevi gli anni che passano, le stagioni che si succedono e la Clarina che, tra Cardiff, Pavia, la Vandea e Londra, decide che forse dopo tutto la sua strada non è il teatro, ma il romanzo storico. Fast forward un certo numero di anni, mentre scrivo tutt’altro, eppure, eppure… Annibale resta sempre lì, tra le quinte, in attesa che mi decida a farne qualcosa.

Ma in realtà nel frattempo è diventato difficile. Non che sia mai terribilmente facile, ma Annibale è peggio della media. Se non fosse buffo, direi quasi che non riesco ad essere debitamente lucida…

Finché, dopo due volumi di Vandea e il Rinascimento mantovano, dopo la Francia seicentesca e Costantinopoli moribonda, ecco che arriva la folgorazione: Annibale, sì, ma in forma di romanzo. E comincio a strologarci su, e prendo… come chiamarla? Una deviazione? Immagino di sì. Una consistente deviazione: un metaromanzo su… er, gente che non scrive su Annibale. 

I know, I know... Eppure anche quello aiuta. Mentre scrivo di gente che esplora l’idea da vari punti di vista e poi rinuncia per un motivo o per l’altro, in qualche modo mi convinco. Prima di tutto, mi convinco a leggere e studiare di più in proposito, perché a teatro non c’è davvero bisogno di ricostruire minutamente un mondo – basta suggerirlo – ma un romanzo è un’altra faccenda. 

E così si legge in abbondanza e in varie lingue, ci si documenta e si strologa, e si scoprono varie cose. Come la vecchiaia passata presso Re Antioco, ospite di lusso, pericoloso e inascoltato. O come il probabilmente apocrifo episodio del giavellotto scagliato dentro le mura prima di allontanarsi per sempre da Roma… Apocrifo finché si vuole, ma indicibilmente bello.

E allora…

Ma no, che diavolo. È tardi, devo precipitarmi al seggio, da brava piccola segretaria. Mi perdonate se per oggi mi fermo qui?

Ci sarà una seconda puntata di questa storia: giungerà la nostra eroina alla conclusione di riscrivere il Somnium? Staremo a vedere. 

Staremo a vedere tutti, credetemi…

grillopensante · romanzo storico

Che Cosa Non È Un Romanzo Storico?

hnrmay09cover.jpgC’era una volta, un paio di anni fa, una lettrice (ed ex collaboratrice, se ho ben capito) di Historical Novels Review, che scrisse alla rivista una lettera furibonda, sollevando la questione di che cosa fosse di preciso un romanzo storico – e di che cosa invece non lo fosse affatto. Il romanzo storico è un genere ben definito, sosteneva la signora in questione, al quale non appartengono romanzi rosa in costume, fantasy a sfondo storico, viaggi nel tempo, ucronie e via dicendo.

HNR, rivista angloamericana specializzata, seguiva e segue una politica molto aperta in materia, e rispose alla lettrice sostenendo che negli ultimi anni la definizione del genere si era allargata a comprendere un certo numero di sottogeneri, la cui natura varia selvaggiamente. Fenomeno difficile da ignorare – ma soprattutto, si chiedeva il redattore nella risposta, era saggio e lungimirante volerlo ignorare?

Non è un caso che la discussione sia nata in ambito anglosassone, nel contesto di un mercato editoriale molto più segmentato del nostro, ma l’argomento è interessante. Al di là della politica editoriale di HNR, è assolutamente vero che il romanzo storico, come genere, si è ramificato in modo notevole, negli ultimi otto o dieci anni.

È lontana l’arcadia candida e un po’ strettina in cui Sir Walter Scott, Dumas e Manzoni, con i loro seguaci, imitatori ed epigoni, esaurivano più o meno il panorama. C’era l’ambientazione in secoli passati, c’era una guerra/battaglia/pestilenza/cospirazione/sollevazione armata, c’era una maggiore o minore libertà rispetto alle fonti, c’era un malvagio destinato alla sconfitta, c’era una giovane coppia destinata all’altare, et voilà: romanzo storico.

Per molto tempo, l’unica distinzione era stata quella tra romanzi storici e romanzi storici per fanciulli – alle volte con risultati bizzarri: sapete tutti che questo è a pet peeve of mine, ma davvero: chi può voler considerare Il Signore di Ballantrae di Stevenson un romanzo per fanciulli?).

Arcadia, come dicevo: adesso si può contare facilmente una decina di sottogeneri.

1. Romanzo rosa storico. Oppure romanzo storico rosa, a scelta. E sì, lo so: tutti pensiamo subito a qualche Harmony in cui personaggi dalla mentalità e dal comportamento contemporanei indossano costumi di un’epoca a scelta, e questo è quanto. Ad ovest della Manica, in realtà, si trovano commercializzati come historical romance dei romanzi di caratura molto superiore (per qualità di scrittura e accuratezza di ambientazione), che da noi sfuggirebbero alla classificazione “rosa”, ma in cui l’elemento sentimentale ha un’importanza prevalente.

2. Fantasy storico. Probabilmente, il caso più famoso è il bellissimo Jonathan Strange & il Signor Norrel, di Susanna Clarke, che ipotizza l’impiego della magia a fini militari nel corso delle guerre napoleoniche. Personalmente, trovo irresistibile l’idea dei maghi dell’esercito inglese impegnati a spostare colline, strade, fiumi e villaggi della Spagna per confondere le idee ai Francesi! Ad ogni modo, si tratta di trame che associano elementi fantastici agli avvenimenti storici, oppure creano mondi immaginari basati su un periodo storico. Se vogliamo, il Calvino de Il Cavaliere Inesistente ricade in questo genere. All’interno del quale, in teoria, bisognerebbe distinguere…

3. Horror storico, il cui punto di forza sono gli onnipresenti vampiri, calati in un’epoca a scelta*. Pensate a Intervista con il Vampiro di Anne Rice – ma non dimenticherei nemmeno licantropi, zombie e streghe. 

4. Giallo storico. Questo non ha quasi bisogno di spiegazione: delitti e indagini in qualche epoca passata. Citiamo Il Nome della Rosa di Umberto Eco, e anche le indagini di Fratello Cadfael di Ellis Peters. Persino Agatha Christie si lasciò tentare, già nel 1945, ambientando C’era una volta (Death comes as the end) nell’antico Egitto. Una variante particolarmente fortunata di questo genere vede personaggi storici all’opera come detectives – e per un esempio italiano citerò La Sposa di Annibale, di Guglielmo Colombero – ma la produzione in questo campo è molto varia – dal fratello di Shakespeare a Jane Austen, da Abigail Adams al Dr. Johnson…

5. Romanzo storico militare. Anche questo è piuttosto autoevidente: protagonisti militari e abbondanza di guerre e battaglie. Bernard Cornwell e Valerio Massimo Manfredi rientrano in questo genere. Un sottogenere è costituito dalla cosiddetta Naval Fiction. Ne abbiamo parlato di recente.

6. Multiperiod. Romanzo che alterna vicende accadute in secoli diversi, e più o meno correlate tra di loro. Mi viene in mente il (mediocre) The Intelligencer, di Leslie Silbert, i cui capitoli si dividono tra la Londra elisabettiana di Christopher Marlowe e la Washington contemporanea, con lo stesso mistero al centro. Se posso essere spudorata, il mio Lo Specchio Convesso insegue l’elusivo Ammirabile Critonio tra la Mantova cinquecentesca, la Scozia del XVII Secolo e la Londra di Dickens. Diverso da…

7. Saga familiare, che segue diverse generazioni della stessa famiglia attraverso il corso degli anni (o dei secoli). Rilevante ai nostri fini quando gli anni in questione appartengono a qualche passato, come i cicli dei Courteney e dei Ballantynes di Wilbur Smith e, più vicino a noi, La Spilla di Janesich, di Antonio Della Rocca.  

8. Viaggio nel tempo. Il nostro eroe, per un motivo qualsiasi, volutamente o per caso, si ritrova in un’epoca diversa dalla sua. I risultati possono variare dalle buffe complicazioni (il capostipite è forse Un Americano alla Corte di Re Artù, di Mark Twain), ai cavoli amari, come in Timeline, di Michael Chricton.

9. Romanzo storico per ragazzi. Citiamo R.L. Stevenson con Il Ragazzo Rapito e Lino Piccolboni con I Cannoni di Venezia, autore e titolo che, per una volta ci consentono di sorvolare sul modo in cui, negli autori italiani di questo sottogenere, l’ansia per il politically correct nuoce al rigore storico.  

10. Ucronia. Ovvero, ipotesi di storia alternativa. Il re del genere è Harry Turtledove, il cui romanzo ucronico più conosciuta in Italia forse è Per il Trono d’Inghilterra, ma c’è, per esempio, Roberto Farneti, con la saga di Occidente.

Il mercato americano distingue ancora almeno due sottogeneri: il western storico (devo spiegarlo davvero?) e il romanzo storico cristiano (a forte contenuto spirituale), che in Italia praticamente non esistono. E si possono aggiungere ancora le “psedudostorie”, come L’Isola del Giorno Dopo di Eco, o Il Viaggio dell’Elefante di Saramago, che narrano avvenimenti storici filtrati attraverso una voce autoriale moderna o a-storica.

Se non bastasse, esistono poi romanzi che mescolano vari sottogeneri. Il Teschio di Cristallo di Manda Scott (sì, quello…) è un multiperiod con forti elementi fantasy e una trama pseudogialla. Personalmente non mi azzarderei a definirlo un romanzo storico, ma è pur vero che per metà si svolge nel Cinquecento, e quindi, per dire, rientra nei criteri di HNR, che peraltro lo ha recensito, seppur senza eccessivo entusiasmo.

Insomma, il romanzo storico, come tutti i generi letterari, è in continua evoluzione, in una dialettica continua tra sperimentazione e mercato. E, tornando alla domanda iniziale, che bisogna fare di questa fioritura fuori dalle aiuole?

Ecco, a me sembra che la fioritura sia qui per restare, e che volerla ignorare sia un genere di esercizio singolarmente futile – oltre che miope. A che serve rinchiudere un genere letterario in un quadratino? A mio timido avviso il discrimine è altrove, tra il tentativo di ritrarre in modo onesto e plausibile i modi, gli usi e la mentalità di un’epoca e le collezioni di anacronismi psicologici in crinolina – ma anche questa è una valutazione d’altro tipo, che non può funzionare come criterio pratico per la delimitazione del genere…

E allora trovo ragionevole la definizione di HNR:

Per essere considerato storico ai nostri fini, un romanzo deve essere stato scritto almeno 50 anni dopo gli eventi narrati, o da qualcuno che non era vivo all’epoca in cui gli eventi si sono svolti, e quindi le conosce soltanto attraverso la ricerca.

E la distanza di cinquant’anni può essere arbitraria, ma in fondo è tutto quel che serve: al di là di quel limite c’è spazio per tutte le evoluzioni, gli esperimenti, le ibridazioni e le ipotesi che possono mantenere vivo il genere. 

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*Non credo che sia stato tradotto in Italiano, ma esiste un ciclo di romanzi che ritraggono il Barone Rosso e i suoi piloti come una squadriglia di supervampiri… giuro!

 

 

anacronismi · grillopensante · romanzo storico

Davvero Deprimente

Sotto molti aspetti gli Elisabettiani non erano gente simpaticissima. Erano pieni di pregiudizi sessuali e razziali, spesso intolleranti, spesso spudoratamente crudeli con gli animali e con i loro simili. Dare a persone vissute quattrocento anni fa delle belle opinioni liberali in fatto di omosessualità, femminismo o persino democrazia (che era poco meglio di una parolaccia per l’Elisabettiamo medio) sarebbe tanto sciocco quanto vestirli in cilindro e redingote anziché farsetto e gorgiera, e armarli di Colt 45. Ho fatto del mio meglio per evitare gli anacronismi psicologici, che considero un delitto detestabile e irritante, e tuttavia sarebbe davvero deprimente se si pensasse che condivido le opinioni di certi miei personaggi in fatto di politica o religione, razza o orientamento sessuale.

E questa era Patricia Finney, nella nota dell’autore a Firedrake’s Eye. Condivido ogni parola, compreso il cri de coeur che aleggia, inespresso ma nemmen troppo, nell’ultima riga e mezzo. È chiaro che la cosa davvero deprimente è già successa: è capitato che qualcuno le rimproverasse le opinioni dei suoi personaggi come se fossero sue. Forse qualcuno si è alzato in piedi durante una presentazione per rinfacciarle l’atteggiamento di David Becket nei confronti delle donne. O qualcun altro le ha scritto mail astiose in cui la definisce una persona orribile per l’intolleranza religiosa di cui traboccano i suoi libri…

Ora, vedete, qualche tempo fa sul blog di Aislinn era comparso un altro cri de coeur, un post in cui si lamentava la feroce prontezza di troppi lettori nell’attribuire l’idioletto di un personaggio all’incompetenza grammatical-sintattica dell’autore. E poi a strategie evolutive Davide Mana ne aveva tratto amarognole riflessioni sulla crescente mancanza di fiducia tra lettore e scrittore.

Mancanza di fiducia e di immaginazione e di capacità di astrarre, aggiungerei – e magari si trattasse soltanto del linguaggio. L’avete letta, Finney: il lettore capace di attribuire all’autore il pregiudizio cinquecentesco del suo personaggio esiste. Oh, se esiste.

E qui interviene un altro malanno di natura diversa: la mancanza di prospettiva storica. Forse vi ho raccontato della vispa quindicenne che veniva a lezione di Latino secoli fa e diceva che, se fosse stata un’antica romana, non avrebbe voluto schiavi.

“Li avresti voluti eccome,” le dicevo io.
“Nemmeno per idea! Anche nell’antica Roma avrei avuto le mie idee.”
“Ne avresti avute di tue, ma non quelle che hai adesso. Saresti cresciuta considerando la schiavitù un indispensabile pilastro dell’economia e della convivenza civile. Avresti potuto voler trattare i tuoi schiavi con umanità, ma avresti anche considerato innaturale una vita senza schiavi.”
“Ma non è giusto…”

E, pur essendo la fanciullina ragionevolmente sveglia, non c’era verso di convincerla troppo che, a distanza di secoli, non erano solo modi e costumi ad essere differenti, ma anche l’idea di ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

On the other hand, ci fu una lettrice sperimentale che mi rimproverò aspramente perché nelle mie storie vandeane i sacerdoti impartivano l’assoluzione preventiva prima delle battaglie. Non era colpa mia. Non me l’ero inventato. Alla fine del Settecento era una pratica comune, antica e radicata. La lettrice sperimentale si scandalizzava del fatto che lo raccontassi, perché era sbagliato. Moralmente sbagliato dal suo punto di vista moderno. E sapeva che non sono una persona religiosa, ma…

Ma le sembrava brutto che scrivessi cose del genere. Perché se l’avevo scritto, bisogna dire che lo condividessi – o quanto meno che non lo disapprovassi, visto che questi sacerdoti, per lo più, ricadevano nel campo dei Buoni. 

Il fatto che nessuno, a fine Settecento, considerasse un sacerdote un Cattivo Sacerdote (o una Cattiva Persona, for that matter) perché praticava le assoluzioni preventive – anzi! – non era rilevante. E io, che scrivevo questa gente senza almeno implicarne l’errore morale, dovevo condividere l’errore stesso.

Il che, suppongo, è frutto della convinzione che scrivere sia questione di versare su carta il contenuto delle coronarie e del proliferare di anacronismi psicologici, soprattutto nella narrativa per fanciulli. E il lettore nutrito ad anacronismi psicologici cresce incapace di prospettiva storica e sa identificarsi soltanto con personaggi psicologicamente anacronistici: in un terrificante uroburo narrativo, le Bambinaie Francesi generano innumeri altre Bambinaie Francesi…

E no, non sto cercando di essere catastrofista – è che mi riesce bene, in un mondo in cui Patricia Finney deve scrivere l’introduzione che avete letto per evitare che qualcuno la consideri piena di pregiudizi, intollerante e crudele come gli Elisabettiani di cui scrive.

Il che, se ci pensate, è davvero deprimente.