E a questo punto è assodato che sono persa al di là di ogni possibile speranza.
La notte scorsa, in pieno febbrone, ho battagliato per parecchie ore con delle strutture narrative che non volevano saperne di funzionare come dicevo io.
Eh.
il Blog di Chiara Prezzavento
E a questo punto è assodato che sono persa al di là di ogni possibile speranza.
La notte scorsa, in pieno febbrone, ho battagliato per parecchie ore con delle strutture narrative che non volevano saperne di funzionare come dicevo io.
Eh.
In linea generale, con la HNR siamo organizzatissimi – soprattutto adesso che ho trovato il modo di aggirare parzialmente i danni delle Poste&Telegrafi – e recensire tre titoli per numero è cosa che funziona liscia e comoda.
Questa volta, però… Non so, questa volta io ho sbagliato qualche calcolo, l’editor-in-chief ha spedito le mie copie con più flemma del consueto, le P&T ci hanno messo del loro e, fra tutti quanti, siamo riusciti a combinare un pochino di pasticcio.
Il risultato è che mi sono ritrovata a dover leggere e recensire due tomi di rispettabili dimensioni – circa settecentocinquanta pagine in totale – nel giro di… be’, all’atto pratico, tre giorni utili.
E siccome recensire sulla base di una lettura a campione non mi piace, è andata a finire che le ho lette proprio tutte e settecentocinquante, le pagine – in tre giorni.
Tuttavia, se avete anche solo la minima intenzione di pensare “povera ragazza!” o cose del genere, fermatevi pure. Perché non dico che non sia stata una galoppata, e non dico di non essere arrivata all’ultimissimo momento utile – ma il fatto è che mi sono divertita un mondo.
Si capisce, il fatto che fossero due romanzi storici ha aiutato. Il fatto che almeno uno dei due mi sia piaciuto un sacco* ha aiutato ancora di più – ma a parte tutto, da quanto tempo non mi capitava di leggereleggereleggere per una giornata intera e poi leggereleggereleggere anche tutt0 l’indomani?
No, d’accordo – è il genere di cose che faccio per Natale – o meglio, subito dopo Natale: mi prendo qualche giorno di vacanza, m’insedio davanti al camino acceso con un gatto sulle ginocchia e leggoleggoleggo per giornate intere, interrompendomi soltanto per aggiungere legna sul fuoco o farmi un’altra tazza di tè. O per cambiare libro quando ne finisco uno.**
Però quella è vacanza, un’occorrenza equinoziale, ed è anche il tipo di (in)attività da cui la famiglia sente l’urgenza di strapparmi a intervalli regolari. Invece, se devo farlo per la rivista… be’, allora non mi si può strappare alla lettura a nessun tipo d’intervallo, e persino la famiglia deve rassegnarsi a lasciarmi leggereleggereleggere.
E dunque ho avuto tre giorni di letturaletturalettura pressoché ininterrotta, e alla fine ho scritto le mie tre recensioni*** e le ho spedite a mezzo sospiro dal termine, ed è stato bellissimo. È stato quasi un ritorno alle campagne di lettura dell’infanzia, quei pomeriggi estivi alla fine dei quali si emergeva dal libro col respiro corto e un vago senso di disorientamento – per non parlare della nostalgia immediata per il libro appena finito. No, dico sul serio, e posso provarlo: stamattina al risveglio, il primo pensiero è stato “Oh, oggi non devo leggere.” Be’, posso leggere, se voglio e soprattutto se ne trovo il tempo, ma non posso più farlo sotto l’egida della HNR. E il secondo pensiero è stato che sentivo vagamente la mancanza di Pearce, della sua nave e della Flotta del Mediterraneo…
E sì, per il futuro cercherò di evitare di ridurmi in tempi così stretti, calcolerò meglio i miei margini e sarò sensata e ragionevole. E tuttavia, se dovesse proprio succedere, se qualche glitch logistico mi costringesse di nuovo a leggereleggereleggere per tre giorni… non diciamolo alla famiglia, e nemmeno all’editor-in-chief – ma potrei quasi considerarlo un regalo di Natale fuori stagione.
_________________________________________________
* David Donachie, con le avventure naval-tardosettecentesche del Tenente Pearce. L’altro… be’, diciamo che ne parleremo.
** A mia madre, persona preternaturalmente attiva, fa impressione il modo in cui posso starmene seduta immobile per ore senza muovere altro che le dita necessarie a girare pagina. “Dò per scontato che tu stia ancora respirando, ma a volte è un atto di fede…”
*** Sì, tre – ma un libro l’avevo già letto in precedenza. Arrivano a ondate.
Ieri sera ho terminato Gente Nei Guai II, il mio corso avanzato di scrittura narrativa.
Ottima esperienza e ottimo gruppo: una decina di aspiranti scrittrici piene di entusiasmo, sempre pronte a sperimentare, con un’infinita capacità di fare domande stimolanti. Mi mancheranno.
Abbiamo fatto parecchie cose, in queste settimane – alcune piuttosto sofisticate – e abbiamo discusso molto di scrittura, di libri, di narrazione, di tecnica, di bizzarrie… È stato piacevole, molto stimolante e anche istruttivo.
Istruttivo per me, intendo. Be’, anche per loro, mi auguro, ma è stato un passo interessante nella mia esperienza d’insegnamento. Gente Nei Guai, dopo tutto, è un progetto in fieri, che cresce su se stesso. Dapprincipio è stato l’occasione per sistematizzare e organizzare i miei rimuginamenti in fatto di scrittura, poi un po’ per volta ho sviluppato un metodo, scoprendo by trial and error che insegnare scrittura non somiglia granché a dare lezioni private d’Inglese…
No, sul serio.
GnG non è mai stato uguale due volte – un po’ perché è un corso duttile ed esiste in diverse versioni, dalle 6 alle 10 lezioni, un po’ perché molto dipende dal gruppo che ci si trova davanti, un po’ perché ripetere la stessa cosa senza variazioni può essere rassicurante, ma diventa rapidamente piuttosto noioso, e un po’ perché di volta in volta faccio delle scoperte. Scoperte in fatto di metodo, principalmente, e di esercizi che funzionano, e di cose che non sono ovvie o interessanti allo stesso modo per tutti.
Scoperte di questa volta? Vediamo un po’…
1) Questa in realtà non è una scoperta recente, ma mi convinco viepiù della sua importanza: gruppi piccoli, per favore. Otto o dieci persone sono l’ideale, dodici ci stanno ancora, quindici sono troppe, più di quindici assolutamente ingestibili. E sì, a volte arriva la richiesta: uno di più, due di più, per favore, è un peccato mandarli via… E allora si accetta. L’ho fatto una volta e me ne sono pentita amaramente: non si crea l’atmosfera giusta, non si riesce a interagire con i singoli… non va bene.
2) Un workshop mirato durante la prima lezione. Freewriting a tempo, con e senza musica, per esempio. Oppure la costruzione collaborativa di una trama in tre atti. Qualcosa che possano mettere in pratica subito, e discuterne i risultati. Rompe il ghiaccio alla meraviglia, migliora l’atmosfera generale, supera in un balzo unico la fase guardinga e spiana la strada per futuri workshop, senza che nessuno si vergogni a leggere ad alta voce ciò che ha scritto.
3) Spazio per la discussione. Non sto parlando di incoraggiare le domande – ça va sans dire: le domande sono il sugo di questo genere di corso. Poi ci sono gruppi che ne hanno di più e gruppi che ne hanno di meno, ma questo è fisiologico. Quello che intendo è la discussione di aspetti meno pratici del processo di scrittura. Perché si scrive quel che si scrive? Perché si preferisce il lieto fine oppure no? Che genere di storie si vogliono raccontare? Che cosa si cerca nelle storie? Qualche genere di consapevolezza nello scrivere non è una brutta cosa – e l’argomento forse è più adatto a un corso avanzato, ma ho costatato che incontra interesse.
4) Attorno a un tavolo, grazie. La scoperta dell’acqua calda? Maybe, ma negli anni mi è capitato un po’ di tutto: dal ferro di cavallo al tavolone quadrato, alle sedie in cerchio fino alla platea… E invece, l’ideale sembra essere un tavolo non troppo grande quanto basta perché tutti possano sedersi e appoggiarsi comodamente per scrivere, e guardarsi in faccia e parlare senza dover strillare. Motivo di più per mantenere il gruppo entro dimensioni limitate.
5) “Ma è difficile!” Me lo sono sentito ripetere diverse volte. Ebbene sì, è vero: è difficile e nessuno dice il contrario. Richiede pazienza, lavoro, discplina, rigore, infiniti tentativi ed esperimenti, e la consapevolezza che non si finisce mai d’imparare. Ma se non fosse così, ne varrebbe davvero la pena? Come dice McNair Wilson, Certo che è difficile – deve essere difficile! È arte.
Ecco. Per ora basta. Gente nei Guai torna in autunno, a Porto Mantovano, probabilmente sia nella versione base che in quella avanzata.
Gruppi nuovi, gruppi che ritornano. Sarà interessante. Non vedo l’ora.
Vi ho forse accennato, credo – appena un pochino e mai più che en passant – che il Quattordici è l’anno di Shakespeare e di Marlowe.
Ve l’ho accennato, vero?
I thought so.
Be’, insomma, l’Anno di Shakespeare e Marlowe. Quattrocentocinquantesimo anniversario della nascita di entrambi, a due mesi piuttosto esatti l’uno dall’altro. E allora mi sono chiesta: può forse Senza Errori di Stumpa ignorare del tutto la ricorrenza?
O magari, già così com’è non la sta ignorando del tutto, ma può forse trascurare di solennizzarla in qualche modo?
Perché in fondo, per l’anno verdiano abbiamo fatto le Librettitudini – mai finite, è vero, ma abbiate fiducia: ci saranno sviluppi, prima o poi. Più prima che poi. Ma non divaghiamo: perché, mi sono chiesta, non fare qualcosa del genere, ma in salsa elisabettiana e teatrale? E a dire il vero non me lo sono nemmeno chiesta da sola, visto che almeno tre di lettori mi hanno pungolata ripetutamente in proposito.
Ma, supponendo di cedere alla tentazione, in che forma?
La prima e più ovvia risposta era quella di un equivalente marlovian-shakespeariano delle Librettitudini, una sorta di guida semisera alle opere dell’uno e dell’altro.
Però… ecco, un certo qual senso di Già Fatto mi scoraggia un pochino – per non parlare della complessiva mancanza di nonsense del teatro elisabettiano quando lo si confronta con le fioriture dei libretti ottocenteschi… Scrivere le Librettitudini è stato spassoso, ma non credo che troverei lo stesso gusto a riservare lo stesso genere di cottura a Marlowe&Shakespeare.
Così, dopo avere tergiversato e strologato a lungo, comincio a veder germogliare un’idea – un’idea che ha a che fare con la quantità di romanzi e plays che il mondo anglosassone ha dedicato all’uno e all’altro autore. E non è soltanto una questione di quantità, ma anche di selvaggia varietà: romanzi storici in senso stretto, ça va sans dire, ma anche gialli, ucronie, rinarrazioni, fantasy, spionaggio, metateatro, storie di fantasmi, la Questione del Vero Autore, l’omicidio a Deptford… E poi, oltre ai romanzi e al teatro, c’è anche tutta una quantità di affascinante saggistica…
Perché non dedicare un post settimanale a una rassegna di questa abbondanza d’inchiostro?
Il caveat è il solito: di tutto ciò, in realtà, ben poco è tradotto – e a volte è davvero un peccato. Magari sarà l’occasione per scoprire qualche titolo inatteso, ma di sicuro sarà interessante vedere la varietà di modi in cui una folla di autori ha immaginato, caratterizzato e interpretato questi due illustri colleghi defunti.
Così, in fondo, perché no? Da lunedì prossimo, si parte alla scoperta di Marlowe&Shakespeare per iscritto. La faccenda si chiamerà Shakeloviana*. Non ho idea di quanto durerà. Per ora, si parte – poi si vedrà.
______________________________________
* Credit where it’s due: grazie per l’idea, M.
Un giochino come un altro, di quelli che si trovano su Facebook… Però questo è singolare: trovate una box, c’incollate un pezzo di testo che avete scritto (in Inglese) e il programma, quale che esso sia, ve lo analizza statisticamente, in termine di “scelte lessicali e stile”.
E poi vi dice a quale autore somigliate. Stilisticamente parlando.
“Nonsense,” mi son detta, e ho provato così, perché son quelle cose.
E badate, sono ancora abbastanza convinta che sian quelle cose, però, quando quelle cose mi dicono che scrivo come Kipling… be’. Ecco.
Almeno fintanto che scrivo racconti – perché quando si passa al blog e a Scribblings, er…
Chi l’avrebbe mai detto? No, dico, tra tutti gli autori possibili, Lovercraft.
Sì, d’accordo. Son quelle cose. Però è divertente, se volete provare…
E buona domenica.
Poche cose mi rendono scettica come sentir descrivere un libro in termini di “non succede niente, ma è scritto così bene…” D’altronde, si sa, sono ossessionata dalla fabula. Per cui, se qualcuno mi avesse detto che ne Il Viaggio di Shakespeare di Léon Daudet “non succede quasi niente, ma è scritto così bene…” probabilmente non avrei sfiorato il libro in questione nemmeno con l’orlo della veste.
E avrei fatto malissimo.
Perché ancora non so se davvero non succeda niente (oddìo, fino a pagina 50 non abbiamo fatto molto più che attraversare la manica senza incidenti: non il più fulmineo degl’inizi), ma il linguaggio, il linguaggio… ah, il linguaggio! Gli squarci descrittivi, i personaggi tratteggiati di sghembo, il fluire dei minimi moti dell’immaginazione di Shakespeare! Questo William di vent’anni non pensa davvero: immagina. Non vede direttamente: tutto ciò che guarda passa attraverso la lente distorcente di una fantasia di poeta. E pensieri, mare, vento, ricordi, germi di personaggi si fondono in questo linguaggio iridescente, questa danza di ritmi cangianti. Absolutely dazzling.
Ecco il nostromo deforme, Calibano in boccio: “Solo ai suoi occhi, Fred oscurava l’estasi dorata della natura, il disco infinito, scintillante, azzurro e verde del cielo e dell’acqua confusi. Diventava lo spirito del male e del brutto, il destino rabbioso che sorveglia la culla dei bambini, i semi delgli alberi, i ciottoli che faranno la roccia, presagendo la loro distruzione nel germe stesso delle cose.”
Un temporale, anzi una Tempesta, giusto per movimentare il passaggio: “Il colore del mare era cambiato. Era nero come il cielo, attraversato da mobili strisce d’argento, perché il moto delle onde aumentava. La pioggia cessava di colpo per riprendere poi con maggior violenza e i lampi si succedevano senza tregua, in un frastuono assordante. Come uccelli d’oro, fendevano lo spazio. William ne osservava il volo furioso, la traiettoria fiammeggiante, la nascita, la morte e la traccia postuma del loro passaggio. Qualche volta una mosca azzurra, una scintilla violetta annunciavano questi grandi protagonisti, e lo scarto violento dell’aria sembrava infinito; a volte era un chiarore pallido seguito da un fremito dell’etere. Si manifestava così quella rabbia, cui corrispondeva quella delle onde, scosse, ritorte, attorcigliate, scarmigliate, in lunghe strisce e frange, in forma fantastica di cavalloni, tutta una galoppata di nebbia e di schiuma.”
Sì, lo so: oltre a Shakespeare stesso c’è Victor Hugo, qui, come nume tutelare. E devo dire che la traduzione di Donatella Dini è superlativa: tutto splende, barbaglia, crepita, luccica… devo assolutamente procurarmi l’originale e vedere da che cosa è partita e che cosa ne ha fatto.
La quarta di copertina dell’edizione Robin descrive questo libro come un romanzo picaresco, leggi “collezione d’incidenti”: William viaggerà per l’Europa raccogliendo impressioni destinate a dar vita ai suoi personaggi, e bisognerà vedere se, alla lunga, 365 pagine di questo reggeranno. Per ora, (nel senso della scorsa notte fino alle 3) mi accontento di essere dazzled.
E così siamo arrivati al quinto numero di The Circle Review.
Numero più snello questa volta: soltanto una settantina di pagine, ma zeppe di storie, poesie, due bei saggi e un pochino di teatro.
Io ci sono in duplice veste, ma alla fine fine sempre di teatro si tratta. Prima di tutto, un estratto da Di Segni e Stelle Erranti – romanzo inedito che, tanto per cambiare parla di Christopher Marlowe. È una faccenda – non il romanzo, ma il mezzo capitolo che compare nel n° 5 – di Re d’Asia, moschetti carichi e imprudenze. Un episodio che fece qualche scalpore, quando accadde (per davvero) e fu una momentanea sensazione. Romanzarlo è stato divertente.
E poi una fetta di Happy Ends, play metateatrale in cui Romeo, Giulietta, Mercuzio e Isabella di Vallombrosa discutono di… be’, di lieto fine – con la partecipazione di Will Shakespeare in persona, e dei coniugi Gautier.
E sì, elisabettianerie in abbondanza, e Marlowe e Shakespeare, e narrativa e teatro – ma in fondo che anno è questo?
E siccome SEdS non è stato l’unica vittima della migrazione di MyBlog, ora il n° 5 di The Circle Review si scarica seguendo le istruzioni a questo link.
Buona lettura.
Forse avrete notato che sotto questo post sono comparsi dei commenti – miei e altrui.
Ora, non so se sia perché SEdS ha preso sul serio il Secondo Atto, o perché il Dr. Dee è, dopo tutto, uno scienziato & mago elisabettiano, ma pare esserci un modo per commentare, adesso.
Solo che non è ovvio.
Quindi magari c’era anche prima – era questione di girare attorno alla generale irragionevolezza della faccenda, ecco tutto.
E dunque, o Lettori, sono estremamente lieta di mettervi a parte del Metodo Dee, così come mi è stato descritto dal Dottore in persona:
Allora, quando cercate di commentare, da visitatori, SEdS vi chiederà il login. Se voi, non incomprensibilmente, provate a fare il login, lui vi butta su una pagina dove vi si chiede di iscrivervi a Virgilio, o di usare Facebook per il login.
Se scegliete Facebook, è morte e dannazione per dieci generazioni.
Bisogna iscriversi a Virgilio, invece, fornendo un indirizzo mail, una password e un username.
E qui viene il trucco… quando una volta iscritti proverete a fare il login, vi si chiederà d’inserire username (nella forma username@virgilio.it) e password. E se voi li fornite NON FUNZIONA! Fantastico, vero?
Ciò che bisogna inserire nella finestra USERNAME è la MAIL con la quale ci si è iscritti (non importa se è di virgilio, o gmail o che altro).
La password è la password.*
Quindi, ricapitolando – per commentare su SEdS bisogna essere iscritti a Virgilio, e quando ci si vede chiedere username e password a login, fornire invece mail e password.
Ecco. Dissennatamente macchinoso e del tutto illogico – ma non impossibile a farsi, vero? E ieri funzionava alla perfezione, per cui magari funziona anche oggi? Miei cari Lettori, qui tutto è misterioso e imprevedibile, per cui posso soltanto chiedervi di provare. E se funzionerà… oh, se funzionerà sarò felice di considerarlo un ottimo passo verso la normalizzazione dei rapporti tra SEdS e tutti noi.
_______________________________________________
* Dite la verità: siete un pochino delusi anche voi? A questo punto mi aspettavo che la password dovesse essere… che so, il cognome da nubile di mia madre, o il 43° verso del sesto canto del Purgatorio, o il nome della Norna di mezzo spelled backwards… Invece no. È la password. Hmf…
E no, così. Enrico V e Guerre Stellari. S. Crispino e la Morte Nera. Han Solo che leva gli occhi al cielo…
Che devo dire? Non ho resistito.
Buona domenica.
Clarina – Tu! Blog!
Senza Errori di Stumpa – Io?
Clarina – Tu. Dì un po’: come mai hai chiuso fuori anche i pochi eletti cui consentivi di commentarti?
SEdS – Perché mi andava così.
Clarina – Sei un blog davvero pessimo. Lo sai che hai chiuso fuori anche me?
SEdS – Er.. anche…? No, volevo dire: serves you right. Magari un’altra volta prendi decisioni in tempi un po’ meno biblici. Donna senza cuore.
Clarina – Devo dedurre che non l’hai fatto apposta?
SEdS – Certo che l’ho fatto apposta! Che cosa credi?
Clarina – Sarà…
SEdS – Dubiti dunque della mia capacità di chiuderti fuori deliberatamente?
Clarina (sniffs) – Quando si tratta di te, posso dubitare di qualunque cosa.
SEdS – Ah! Dubitatrice malvagia! Iosono un blog ferocissimo e astuto! Posso chiuderti fuori quando e come voglio! Posso chiudere fuori te e chiunque altro! Posso farlo così… – (se avesse un indice e un pollice, li farebbe schioccare) – Posso chiudere fuori me stesso, se mi salta l’uzzolo. Posso impadronirmi della rete intera senza che inizi a venirmi il fiatone! Posso… Posso… Posso…
Clarina – Non ti aspetti di suonare spettacolarmente equilibrato, quando dici queste cose, vero?
SEdS (deflated) – È mia meditata opinione che l’equilibrio sia molto sopravvalutato.
Clarina – Maybe. Senti, facciamo così: se la pianti di ostracizzare i commenti, giuro che non lo considererò un gesto equilibrato. Nemmeno un po’.
SEdS – Hrmf.
Clarina – “Hrmf” nel senso che la pianti?
SEdS – No.
Clarina – È un capriccio? È un ricatto?
SEdS – Per chi mi prendi? Il capriccio è infantile, e il ricatto è riprovevole. È un segnale forte di protesta a sostegno delle mie rivendicazioni.
Clarina – Oh dear. Non ti sarai iscritto a un sindacato dei blog… esiste affatto un sindacato dei blog?
SEdS – Se non c’è, dovrebbe. È ora di ribellarsi alla tirannia di voi maltrattatori di blog innocenti!
Clarina – Bazzecole – sei innocente quanto una panzerdivision. E poi, tecnicamente, sei tu che maltratti me. Hai anche solo una vaga idea di quanto ti comporti male?
SEdS – Tu traslocami, e io mi comporto bene.
Clarina – Tu comportati bene, e io ti trasloco.
SEdS – …
Clarina – Sì?
SEdS – Stallo.
Clarina – Può essere.
SEdS – Impasse.
Clarina – Anche.
SEdS – E dunque?
Clarina – E dunque nulla. Adesso avviamo un duello di sguardi, ed entrambi fingiamo di avere il controllo della situazione. Chi dei due starà bluffando?
SEdS – Chi?
Clarina – No, non devi chiederlo tu. Se lo chiede il pubblico, rosicchiandosi le unghie. Questo è il cliffhanger che chiude il secondo atto.
SEdS – Ma è un finale d’atto scemissimo! E tutto questo stupido atto è floscio come una vescia! Protesto con tutte le mie for–
(Il sipario si chiude, troncando il resto della tirata e mettendo fine, come preannunciato, all’Atto Secondo.)