Mai cercato disperatamente un libro? Non perché vi servisse, non per motivi di studio o di lavoro: solo perché lo volevate tanto. Adesso che c’è Internet capita assai meno, ma ho trascorso la mia adolescenza e prima giovinezza cercando l’uno o l’altro libro. Sempre qualcosa fuori catalogo, o qualcosa che non si trovava più, o qualcosa di pubblicato da uno sconosciutissimo mini editore di provincia…
E ogni volta che arrivavo in una città nuova, ogni volta che passavo davanti a una libreria mai vista prima, entravo e chiedevo. Era come avere una caccia al tesoro tutta mia, e quindi continuavo anche di fronte alla crescente evidenza che la maggior parte delle librerie erano diventate come farmacie: ti procuravano quello che c’era in catalogo; per il resto potevi attaccarti al tram e fischiare in curva. Biblioteche, lo confesso, meno possibile, perché non c’era altrettanto gusto. Voglio dire, trovare il tesoro e non potertelo tenere, averlo in prestito per un misero mesetto… No, non era la stessa cosa.
Dopodiché… qualche volta si trovava, qualche volta no. Qualche volta era proprio solo ostinazione pura, come per le memorie del Barone Rosso, trovate dopo anni di indefesse ricerche, falsi allarmi e delusioni. Altre volte era serendipità: La Bufera di Edoardo Calandra, scovata, tra tutti i posti possibili, in un istituto di vendite giudiziarie – quando ormai ci avevo rinunciato. O come la vecchia edizione BUR della Saga di Gösta Berling rinvenuta (insieme a varie altre meraviglie) al Parnaso, meravigliosa libreria pavese specializzata in edizioni fuori commercio. Ah, quante volte sono stata sul punto di chiedere al proprietario del Parnaso se non gli servisse una commessa, anche a metà stipendio… ma non divaghiamo, parlavamo di ritrovamenti miracolosi – con l’aiuto altrui, talvolta. Come il Corradino di Svevia di Salvator Gotta, ricordo d’infanzia apparentemente introvabilissimo, recuperato per me, alla fin fine, da un amico più abile e più ostinato. Altre volte ancora, invece, non ci si riusciva proprio. Nessun grado di cocciutaggine, nessuna serendipità e nessun aiuto bastavano: il libro non si trovava e basta.
E poi fu la rete. E confesso che mi ci volle un po’ prima di fare davvero amicizia con Internet – ma, una volta risvegliata alle sue meraviglie… ah! Immaginate Aladino nella grotta del tesoro, Alice nel Paese delle Meraviglie, Pinocchio in un Paese dei Balocchi senza ripercussioni asinine… Amazon, eBay, il Project Gutenberg, Internet Archive, Google Books, e tutto quanto… All’improvviso non c’era libro, non c’era articolo, non c’era play che fosse impossibile a trovarsi – o quasi.
Il che, a prima vista, parrebbe la fine della caccia al tesoro – ma naturalmente non è così: è solo che le regole del gioco sono cambiate, e la faccenda si è fatta enormemente più vasta, e ci sono così tanti libri in più da cercare… e anche così, i titoli davvero difficili ci sono ancora: la caccia è ancora in corso – eccome.
E sia chiaro: mi piacciono ancora tanto le librerie, i mercatini, le bancarelle – e ho anche fatto amicizia con le biblioteche. Ma vivendo in campagna e leggendo per lo più in Inglese, non c’è quasi giorno in cui, mentre inseguo romanzi dimenticati, fonti primarie e saggi sui corrieri diplomatici nel Rinascimento, non levi peana colmi di gratitudine all’esistenza della Rete.
E voi, o Lettori? Mai giocato a questo genere di gioco? Sono sicura di sì, almeno una volta… do tell!

Ora, a sentire IMdB, nel corso dell’ultimo secolo e rotti non meno di undici attori hanno provato a vestire i panni di Alan, a cominciare dal 1917. Film muto, naturalmente, con Robert Cain nel ruolo rilevante. E va detto che non è male – un Alan ridente e un pochino stagey, sfrondato in termini narrativi e d’interpretazioni ma non oltre le ragionevoli necessità della trasposizione da mezzo a mezzo. Poteva andar peggio.
Un’altra decina d’anni, e lo sceneggiatore Scott Darling sembra fare qualche tentativo di fedeltà a Stevenson – ma più in superficie che altro. Per prima cosa, anche lui ritiene di dover aggiungere una ragazza – questa volta per un David dell’età giusta, ma chissà perché, non la pur stevensoniana Catriona. E si capisce che l’aggiunta di un’innamorata per David sposta del tutto il baricentro della storia, spingendo Alan fermamente in secondo piano. Al punto che Dan O’Herlihy è ridotto a una figura compita e severa – molto più Athos che Alan. 
Infinitamente meglio, ad ogni modo, dell’Alan di Michael Caine nel 1971… Una gran delusione, perché davvero, Michael Caine! Ma dev’essere l’interpretazione più tiepida e molliccia della sua carriera, e lui stesso sembra così poco convinto, approssimativo e mogio… e a tratti scivola persino nel Cockney. Well, forse chiunque sarebbe mogio e approssimativo se costretto a portare la parrucca, i baffi e i costumi che toccano al povero Caine. A parte tutto il resto, perché il tartan, quando Stevenson insiste così tanto sull’ossessione di Alan per i suoi abiti francesi – un nonnulla infangati ma eleganti? E già che ci siamo, perché finire con Alan catturato e destinato al patibolo, in completa contraddizione tanto del romanzo quanto della storia? D’altra parte l’Alan dello sceneggiatore Jack Pulman non è quello di Stevenson – quindi forse non c’è da stupirsi che non lo sia quello di Michael Caine…

Della mia nuova/vecchia/ricorrente ossessioncella per il mito di Prometeo parleremo un’altra volta. Per oggi quella che ho da raccontarvi è una storia di libri.
Oh, bother! Ma è presto risolto: torno su Amazon, trovo un’altra copia in condizioni ragionevoli da un altro bookseller, ordino, ricevo conferma dell’ordine e poi della spedizione… E dopo un paio di giorni, ci risiamo: all’atto della spedizione, condizioni inaccettabili, una sola copia, cenere sul capo, restituzione, c’è qualche altro libro che voglio invece?
Sì, sì – Sette di Dicembre, apre la Stagione della Scala, Attila, signore in decolleté e tutto. Io stasera l’Attila non lo vedo, perché sono a teatro – ma me lo faccio registrare e poi vedremo.
‘A questo supplizio – dicono N&M in un aside – c’è chi si abbandona motu proprio, pagando fior di lire e facendo la coda per ore fuori dal teatro. Un nostro amico di famiglia, che sa il nome di tutti i tenori prime donne baritoni e bassi (perché quest’anno al Comunale non c’era il baritono Tromboni voleva far le barricate) per i gorgheggi della Dalpiano la farebbe a piedi fino a Bologna, quel depravato!
Noi qui lo scriviamo. Ma credete che di quello che cantano in palcoscenico, si capisca una parola? Nemmen per sogno! Tenore, basso, baritono e primadonna, non contenti di essere indecifrabili negli assoli, cantano poi a due, a tre, a quattro, con e senza coro, dandosi l’un l’altro sulla voce. Una vera babilonia! E la menano così per ore ed ore. Nel Tristano e Isotta, i due folli amanti si fermano, come una balia e un soldato, sulla panchina a ragionarsela per tutt’un atto. E lui la dice a lei, e lei la dice a lui… (Beh, la fate o non la fate questa passeggiata?) Sapete qual è la conclusione? Che alla fine dello spettacolo si perde il tranvai***. E l’ultim’atto, quando lei muore, che è il punto più bello, non lo puoi ascoltar bene perché non vuoi restar ultimo nella coda al guardaroba. Una bella scocciatura! […]’



Si va incontro a marzo, dalle vostre parti? In un paese non lontano da qui ci si andava fino a nemmeno tanti anni fa: l’ultima notte di febbraio ci si armava di pentole, coperchi e altri oggetti rumorosi e si camminava per le strade facendo tutto il chiasso possibile “per cacciare via l’inverno”. Era molto divertente, perfettamente pagano e nessuno si scandalizzava granché.







Forse – e dico forse, e lo dico sottovoce – quando SEdS mette il broncio perché non lo curo abbastanza, non ha proprio tuttissimi i torti.
In primo luogo, alla locale associazione dei gruppi di lettura non piacevamo. Non eravamo conformi, you see. Non che ci avessero mai apprezzati particolarmente fin dall’inizio – ma visto che, nonostante i suggerimenti convogliati via bibliotecaria, proseguivamo con la nostra innocua follia, mandarono persino una dirigente del Sistema Bibliotecario Zonale per cercare di ricondurci all’ortodossia. Possibile che proprio non volessimo fare come tutti gli altri, leggere tutti lo stesso libro e parlare di quello? No, proprio non volevamo, perché ci piaceva l’idea dell’apporto individuale, dell’imprevedibilità, dello stimolo inatteso, della scoperta…
Benché G.B. Shaw sia un altro dei miei numi tutelari, e benché nel corso degli anni abbia letto il suo Le Armi e l’Uomo (Arms and the Man) un’infinità di volte, ho impiegato secoli a rendermi conto che la connessione virgiliana andava più a fondo della citazione nel titolo.
E tuttavia, state a sentire: figlia di maggiorente fidanzata (con più soddisfazione della madre che del padre) a brillante e bell’eroe di guerra; arriva estraneo fuggiasco e tutt’altro che sentimentale, ben accolto dal padre; estraneo mostra interesse alla fanciulla con disapprovazione della madre; brillante fidanzato rivela tratti assai meno ideali del previsto, ma non è disposto a cedere fanciulla; estraneo si rivela erede (e continuatore) di grandi fortune; estraneo e fanciulla convolano.
è Shaw. Il tutto è ambientato in Balcani da semi-operetta, durante la fulminea guerra Bulgaro-Serba del 1885, e i personaggi sono molto più inglesi che bulgari. Raina è una Lavinia solo per posizione: romantica, viziata, manipolatrice – maturerà prima del sipario, ma intanto non aspetta certo che altri decidano per lei. Sua madre Caterina è un’Amata senza tragedia, ossessionata dal passare per una signora viennese e dal maritare Raina al bellissimo e affascinante Sergius. Il maggiore Petkoff è un Latino da macchietta, il padre benevolo e non troppo intelligente, del tutto manovrato dalle sue donne, rassegnato a Sergius per amor di pace e vecchia consuetudine, ma pronto a simpatizzare con Bluntschli, l’Enea della situazione, un mercenario svizzero pratico, efficiente e disincantato, l’antitesi del fiammeggiante, deleterio e bel Sergius/Turno.
Nessuno muore, il duello finale tra i due pretendenti finisce col non farsi, Bluntschli eredita un impero alberghiero, Caterina non si suicida nemmeno un po’ e persino Sergius trova rapidamente un’altra fidanzata (l’ambiziosa servetta Luka), perché questa Arms and the Man, per tagliente e caustica che sia, è una commedia.