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Storie di Romanzieri Illustri

Clisson et EugénieC’è gente da cui non te lo aspetti…

Non ti aspetti che, a un certo punto delle loro carriere di statisti e/o condottieri, si mettano a scrivere. E meno ancora ti aspetti che, quando lo fanno, il prodotto tenda a scadere nel melodrammatico, nel sentimentale, nel purpureo.

Voglio dire, Churchill in gioventù scrisse un ruritanian romance, una vicendona d’amore*, guerra e politica ambientata in un regnolino che è un’ Inghilterra in miniatura. Garibaldi scrisse due o tre romanzoni patriottici (e cosa sennò?) e un dramma storico in cinque atti – tutto dimenticabile anzichenò. Disraeli, poi… Oh, Disraeli! Dove trovasse il tempo di scrivere una ventina di romanzi, dal primo all’ultimo indicibilmente preachy, proprio non lo so, ma tant’è…

Ma il mio caso prediletto è quello di Napoleone. Ebbene sì – Napoleone Bonaparte, da giovane ufficiale di guarnigione, si annoiava a morte e scriveva narrativa. Racconti storici, fino a un certo punto. Poi il govanotto s’innamorò di Désirée Clary, la cognatina di suo fratello Giuseppe, e i due si fidanzarono.  Non durò a lungo. Désirée doveva avere i suoi dubbi, e Napoleone stesso decise che, se aveva delle ambizioni, gli conveniva cercarsi una moglie piazzata meglio… Di lì a non molto avrebbe perso la testa per Josephine de Beauharnais – ma questa è un’altra storia, ed era di là da venire quando il fidanzamento fra Désirée e Napoleone fu rotto, credo con un certo sollievo da parte di entrambi.

O forse non proprio, quando si considera che Napoleone sentì la necessità di reimmaginare tutta la storia in una novella chiamata Clisson et Eugénie, il cui protagonista, un fiero soldato rivoluzionario, sposa una deliziosa fanciulla, vive felice con lei – ma poi torna in guerra, rimane ferito e manda a confortare la mogliettina un bell’aiutante di campo che (mascalzone!) s’innamora di lei… ricambiato! Ah, orrore e duplice tradimento! Il povero Clisson va a cercare la morte in battaglia – non prima di avere spedito a Eugénie un’ultima lettera à la Werther, una di quelle cose studiate per rendere tutti tanto infelici quanto è possibile…

Ebbene sì. Un concentrato di retorica e melodramma, e una riorganizzazione dei fatti che, dietro il velo sottilissimo dei nomi cambiati (di secondo nome Désirée faceva Eugénie), getta una quantità di biasimo vastamente immaginario sull’ex fidanzata.  Ora, la vendetta per via di romanzo non è certo un caso unico**, ma la vendetta per torti mai subiti… Yes, well – considerando la carriera verso cui il ragazzo si stava avviando, forse, non c’è nemmeno da stupirsi troppo.

Ad ogni modo, Désirée se la cavò benissimo, sposò il generale Bernadotte e diventò regina di Svezia – e la novella non venne mai pubblicata mentre autore e bersaglio erano in vita. In realtà rimase sparsa per l’Europa in una certa quantità di versioni manoscritte – apparentemente Napoleone non aveva le idee chiare su quel che voleva fare di questa storia – fino al 2009, quando uscì in Inghilterra, collazionata e tradotta sulla base delle carte recuperate. E, tra parentesi, non ci stupiamo affatto che siano stati gli Inglesi a pubblicare un’opera giovanile in cui Napoleone fa una una figura meschinella…

E fosse almeno ben scritto – ma no. Oddio, magari l’indagine psicologica del protagonista ha qualche finezza, ma per il resto… retorica, melodramma, e la più spiccia impazienza verso le convenzioni narrative. Come si diceva, lasciate fare agli Inglesi – ma buon per Napoleone l’avere avuto ben altre ambizioni che quelle letterarie.

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* Pare tuttavia che, dopo avere letto il manoscritto, la terribile nonna duchessa gli dicesse: “Sarebbe ora, mio caro, che tu cominciassi a frequentare qualche donna.”

** Lady Caroline Lamb, anyone?

 

 

 

 

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La Battaglia delle Battaglie – II Parte

Rieccoci qui. Waterloo, dicevamo. Waterloo di carta, precisa e dettagliatissima per Hugo, impressionistica e confusa secondo Stendhal. E fin qui, Waterloo francese, dunque. Ma in Inghilterra? Ebbene, in Inghilterra Napoleone ha lasciato una traccia profonda. Possono negarlo fin che vogliono, ma provate a guardare quanto è alta la colonna di Nelson a Trafalgar Square. Oppure provate a vedere quanta narrativa storica è incentrata sulle guerre napoleoniche… Noi oggi ovviamente ci concentriamo su Waterloo, e cerchiamo di attenerci (more or less) a quel che si trova di tradotto. E allora vediamo un po’…

WaterlooHeyerNon è della scuola Stendhaliana Georgette Heyer, che in An Infamous Army (in Italiano L’incomparabile Barbara) subordina la vicenda sentimentale tra Audley e Barbara (ispirata a Lady Caro Lamb) a una descrizione della battaglia così rigorosa e interessante al tempo stesso da essere stata per anni lettura obbligatoria per i cadetti dell’accademia militare di Sandhurst. Ms. Heyer, indipendentemente dal fatto che in Italia sia tradotta in genere così così e classificata come autrice di romanzetti rosa, era una romanziera storica di tutto rispetto, non aveva simpatia per la ricerca approssimativa di Thackeray, secondo cui i cannoni di Waterloo si potevano sentire fin da Bruxelles.WaterlooThackeray

Ma d’altra parte a Thackeray la battaglia interessava pochino dal punto di vista militare. Lui voleva l’impatto sulle vite dei suoi personaggi, le ironie del fato, le reazioni individuali. Così in Vanity Fair (La fiera delle vanità) la notizia arriva durante il celebre ballo, e tutti partono di corsa, e il fatuo George Osborne muore in battaglia lasciandosi dietro una vedovella adorante e ignara, e il fido Dobbin sopravvive, così come Rawdon Crawley, alla cui moglie, l’irrepressibile Becky, la vedovanza non sarebbe dispiaciuta poi troppo. A Thackeray interessano i suoi individui più che i destini continentali, e quindi il carattere di spartiacque di Waterloo varia alquanto in base alle aspettative di ciascun personaggio.

WaterlooDoyleDiverse sono le cose per l’irresistibile Gérard, il protagonista napoleonico di Arthur Conan Doyle, (qui e qui in originale e qui in Italiano): la battaglia diventa un’avventura molto personale quando il nostro spavaldo giovanotto s’impadronisce del cappello dell’Imperatore per distrarre nove ferocissimi cavalieri prussiani decisi a cambiare la storia a modo loro – ma persino l’egocentrico e vanitoso Gérard si rende conto di che terremoto stia accadendo tutt’attorno a lui – e, come spesso accade in questi libri, l’allegra avventura assume un vago colore amarognolo.WaterlooCornwell

E poi c’è l’avventura-avventura di Bernard Cornwell. In Sharpe’s Waterloo (non ancora tradotto, credo) Richard Sharpe si ritrova, dopo un pessimo inizio, a ricacciare indietro la Guardia Imperiale – e scusate se è poco. D’altra parte questo modo di reclamare per i propri personaggi fittizi l’una o l’altra azione chiave è una delle colonne portanti della narrativa storica. Basta vedere che cosa ne ha  fatto Susanna Clarke in Jonathan Strange & Mr. Norrell, il cui protagonista semieponimo, mago tattico di Wellington, sposta strade, villaggi e conformazione del terreno a beneficio degli Inglesi, ma soprattutto procura quella pioggia secondo cui, a sentire Victor Hugo, Napoleone avrebbe vinto.

E così siamo tornati all’inizio – e siamo tornati in Francia, perché è facile e piacevole immaginare che Ms. Clarke, leggendo questa frase di Hugo, abbia cominciato a domandarsi: e se non fosse piovuto? oppure, se la pioggia non fosse stata naturale? Il che fa di JS&MrN quasi una seconda generazione, una Waterloo di carta (parzialmente) ispirata da un’altra Waterloo di carta…

E questa è la punta dell’iceberg, perché ripeto: ci sarebbe molto di più, ma non in traduzione. Epperò è evidente già così, direi, che duecento anni più tardi Waterloo è ancora, nell’immaginazione generale e in quella degli scrittori in particolare, una di Quelle Battaglie.

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1815-2015: La Battaglia delle Battaglie – I Parte

Waterloo

Forse no – o quanto meno non solo questa. Però quando si parla di battaglie, Waterloo è una di quelle cose che funzionano – di fatto o idealmente – da spartiacque. È difficile negare che ci sia stato un Prima di Waterloo e un Dopo Waterloo, proprio come c’è stato un Prima di Canne e un Dopo Canne* e, a un livello più circoscritto, un Prima di Hastings e un Dopo Hastings…

Voglio dire: anche i Campi Catalaunici furono una significativa battaglia, segnarono una battuta d’arresto nell’avanzata degli Unni, cambiarono – o quanto meno misero in luce inequivocabilmente – la dipendenza di Roma dai barbari… però dopo Chalons il mondo non cambiò – tanto è vero che un po’ di mesi più tardi Attila ricominciò daccapo in Italia…**

Canne è tutta un’altra faccenda. E Hastings. E Waterloo… È l’irreparabilità, credo.

MiserablesE questi scontri in cui si decidono i destini di un mondo, di un continente, di un regno, di un’isola, queste giornate dopo le quali non si torna indietro, gettano ombre lunghe in una quantità di campi, compresa – ed è qui che noi andiamo a parare – la narrativa. È inevitabile, se ci pensate: la narrativa vuole conflitto, giusto? E allora una battaglia, una terribile, epocale battaglia che Cambia il Mondo Come lo Conosciamo è qualcosa che supplica di essere narrato, uno sfondo ideale per le vicende individuali, un punto di non ritorno perfetto sotto la maggior parte dei punti di vista. Per cui nessuna sorpresa che Victor Hugo, in Les Misérables (I Miserabili) dedichi molte pagine a una dettagliata e vivida descrizione della battaglia, piazzando in mezzo al fuoco, al sangue e ai destini d’Europa l’incontro accidentale tra il saccheggiatore Thénardier e l’aristocratico babbo di Marius. La faccenda, accaduta molti anni prima e destinata ad avere sproporzionate ripercussioni sulla storia, si sarebbe potuta risolvere in un paio di pagine – ma tale era l’attrazione di Waterloo che Hugo ne cavò il pretesto per tutto il Libro Primo del Tomo II.Chartreuse

Un quarto di secolo prima, e in modo più pertinente da un punto di vista narrativo, Stendhal a Waterloo ci manda il suo protagonista. Ne La Chartreuse de Parme (La Certosa di Parma), Fabrizio del Dongo, cresciuto in adorazione di Napoleone, ha diciassette anni quando scappa di casa per unirsi all’avventura  fiammeggiante dei Cento Giorni. Poi però Stendhal è Stendhal, e per una combinazione di sfortuna e ingenuità Fabrizio si mette in tanti guai che solo a Waterloo riesce a trovare i Francesi… Non solo ormai è un pochino tardi, ma il nostro ragazzo ne cava un’esperienza terrificante e sconcertante quando scopre che trovarsi in mezzo a una battaglia vera e leggerne dei libri sono due cavalli di diversissimo colore. E gloria sia alla descrizione impressionistica di Stendhal, padre dell’idea narrativa di Confusione della Battaglia…

E forse, in qualche modo, questi due sono i capostipiti narrativi in fatto di Waterloo, e di sicuro i sue esempi francesi più celebri. Ma sull’altro lato della Manica? Perché naturalmente c’è anche l’altra faccia della medaglia: Waterloo vista dall’Isoletta. Ebbene, per questo bisognerà avere pazienza fino a lunedì, quando arriverà la seconda parte de La Battaglia delle Battaglie – uno sguardo a Waterloo in narrativa negli ultimi duecento anni.

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* Sapevate che l’avrei citata, vero?

** In realtà, se vogliamo, il fatto stesso che Ezio avesse troppa paura dei suoi inaffidabili alleati per permettere loro di dare agli Unni il fatto loro fino in fondo è segno di un cambiamento molto, molto irreparabile, but bear with me: non è questo che intendo qui e adesso.

angurie · Storia&storie · tradizioni

Maypole!

-Maibaum_Ostfriesland967E magari somiglia a un albero della cuccagna, ma non lo è. In realtà è una vecchia tradizione di stampo germanico: l’albero/tronco/palo decorato sta per Yggdrasil, l’Albero del Mondo e, anziché cospargerlo di grasso e arrampicarcisi a caccia di cotechini e prosciutti, lo si decora e ci si danza intorno. Più dignitoso, se chiedete a me. Per l’albero e per tutti quanti.

Se andate in giro per Austria o Baviera dopo il I di maggio (che, guarda caso, è oggi), ne vedete uno in ogni villaggio, sotto il nome di Maibaum.

Un tempo usava esser così anche in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles: al Maypole si appendevano dei nastri colorati e ci si intrecciavano (è il caso di dirlo) attorno complicate danze circolari. I nastri si intrecciavano, appunto, intorno al palo, creando dei motivi colorati. E non è affatto semplice come magari ha l’aria di essere…

E d’accordo, è una Renaissance Faire di New York, per cui è tutto più fantasy che altro – ma la danza rende l’idea. *

Ad ogni modo, nelle Isole Britanniche tutto ciò andò gaiamente avanti per diversi secoli, e poi… Poi arrivò la Riforma. I Protestanti, soprattutto i Presbiteriani, il Maypole e le danze e i giochi del I di Maggio non li potevano vedere. “Robaccia pagana!” strillavano, stracciandosi le vesti – e noi che possiamo fare se non scuotere il capino, una volta di più, sull’allergia di questa gente a tutto ciò che era allegro e festoso e giocoso…?

Oh well. C’è da dire che non era facile scoraggiare gli Inglesi (e Gallesi, e Scozzesi e Irlandesi) dalle loro feste. Dopo il 1660 e la Restaurazione, i Maypoles rigermogliarono dappertutto e, in taluni luoghi, permangono tutt’ora.

E, avendovi forniti di un lieto fine, non ho altro da fare che augurarvi un lieto I di maggio.

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* Il video dura tre minuti e mezzo – non occorre che lo guardiate tutto. Giusto per farvi un’idea.

romanzo storico · Storia&storie

Storia e Storie

387px-Rudyard_Kipling

Se la storia s’insegnasse sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe mai.

Questo lo diceva Kipling, e voi sapete che a Kipling io tendo a dare retta. L’idea mi piace molto, e vorrei che fosse così – in un certo senso lo è. Ma fino a che punto?

Vediamo un po’.

Secoli fa – troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione – sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com’è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d’Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film… non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?

La risposta era “Non necessariamente”, e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l’idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l’interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un’interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta…), dall’esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c’è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.

Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.

Detto ciò, qual è l’impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciAvete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli – e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c’è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. “E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano…” racconta Sara. “Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita.” E, ci dice la signora Burnett, persino l’ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un’impressione più vivida della storia, dall’altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni – un’età che non molte bambine di dodici anni considerano giovanile… Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Ms. Burnett o l’autore del libro che si suppone Sara abbia letto? Ma non è del tutto rilevante, e comunque l’episodio rimane significativo.

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciMi è tornato in mente di recente, quando M. mi ha fatto notare che l’Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. “Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero…” E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell’uno o dell’altro personaggio, sui Romani descritti dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie… e non c’è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.***

Per cui è saggio concludere che la Storia non s’impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi.

E però questo non significa affatto che Kipling abbia torto, sapete? Perché dopo che avete studiato, c’è qualcosa d’altro che potete cercare.

Nel suo The Time Traveller’s Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell’interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all’epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all’Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl’Inglesi che per mesi avevano temuto l’invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d’isolamento dell’Isoletta governata da un monarca femmina e di (forse) dubbia legittimità… 

Vero, vero, vero. Armada

Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell’Inghilterra all’accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l’impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano…

E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l’età della principessa di Lamballe può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l’impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po’, siamo tutti Sara Crewe – e, guarda un po’, dopo tutto Kipling aveva ragione.

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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn – need I say more?

** E questo mi fa venire in mente l’irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all’ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell’orribile carretta… “A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento,” replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l’idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie…

*** Yes well, potrei considerare l’ipotesi di offendermi un nonnulla perché M. sembra disposto a dare retta a qualsiasi altro romanziere prima che a me, ma fingiamo di nulla…

 

considerazioni sparse · Internettaggini · Storia&storie

A Rendere Tutto Facile

History“Ah, be’, tu appartieni a un’altra generazione. Per quelli della mia età non c’è stata Internet, a rendere tutto facile…” mi disse una volta un autore americano con cui avevo avuto da dissentire in fatto di… be’, diciamo in fatto di elisabettianerie.

Nel caso specifico, non ero straordinariamente incline a commuovermi, perché le elisabettianerie in questione sono di pubblico dominio e disponibili su carta da molti decenni, e non si può interessarsi all’argomento e ignorarle – men che meno scrivere un play in proposito vantando ricerca originale e poi trascurare documenti che sono riprodotti per intero in ogni biografia degna del nome.* A parte questo, però, capisco perché il signore over the Pond dicesse così: non c’è quasi limite a quel che il romanziere storico d’oggidì può trovare in rete – soprattutto, va detto, se scrive di storia inglese o americana,  ma non solo.

Checché ne dicesse il mio interlocutore transoceanico, ho l’età per avere costatato la differenza di persona. Una ventina d’anni fa, quando ho deciso che avrei scritto romanzi storici, Internet era già in circolazione – solo che io non ne avevo idea. Così un’estate sono partita per la Francia** e ho gironzolato per Bretagna, Poitou e Vandea per una dozzina di giorni – di campo di battaglia in magione di campagna, di cittadina in museetto, di castellotto in libreria – e me ne sono tornata a casa con un enorme zaino pieno di libri che in Italia non avrei mai trovato. Piacevole viaggio, non lo nego , ma il guaio è che non sempre all’inizio sappiamo tutto quel che ci servirà come documentazione. Non so dire quante volte mi siano mancati particolari, informazioni e conferme – ma che potevo fare? Tornarmene in Francia ogni volta?

Adesso… well. Voglio un’enorme e navigabile mappa della Londra elisabettiana? Un elenco delle stazioni di posta e dei giorni di partenza dei trasportatori via terra e via fiume? le date di una serie di transazioni commerciali registrate a metà Cinquecento?  Tappe, mezzi e tempi di un precipitoso viaggio dalla campagna polacca a Marsiglia alla fine dell’Ottocento?*** Ebbene, posso mettermi a caccia dal mio studio e, la maggior parte delle volte, trovare quel che cerco. E questo è ancora più meraviglioso quando si abita in un paesino sperduto tra le verdi campagne e i fiumi sinuosi… Internet

Il che non significa che sia facile. Il fatto che lo sia molto di più che viaggiare in treno una notte e mezza giornata e scapicollarsi su e giù per l’Ovest della Francia, non significa che basti digitare qualche paroletta nella casella di ricerca e fermarsi al primo risultato. Magari sembra ovvio, tanto che non perderei tempo a farlo notare se non fosse per una serie di esperienze men che felici con alcuni presunti nativi digitali. È dura convincerli che le gioie di Internet applicate agli studi non si riducono al copia&incolla da Wikipedia e all’inqualificabile Yahoo Answers. Forse sono capitata male, ma perché deve essere così impervio convincerli a confrontare sempre più di una fonte? A leggere le dannate didascalie prima di scegliere la prima immagine che capita? A valutare l’attendibilità di quel che trovano? A cercare i documenti originali, oltre alle fonti secondarie? A sfruttare almeno un po’ le infinite possibilità invece di sedersi su quella in cima alla pagina – spesso senza nemmeno leggerla?

Perché in realtà è proprio questo il punto, o Implumi Digitali e Drammaturgo Transoceanico: Internet non ha reso tutto più facile. Niente affatto. Più comodo, questo sì – ma solo nel senso che ha reso infinitamente più comodo accedere a una quantità infinitamente maggiore di informazioni. Informazioni da ricercare, confrontare, analizzare, scartare se è il caso…

Tutt’altro che facile – non vi pare?

 

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* No, non sono di quelle persone che si divertono a contattare gli autori per far notare uno svarione a pagina 15… Vi assicuro che aveva cominciato lui.

** Allora andava così…

*** Chiaramente questo non ha nulla a che fare con il progetto in corso – ma è capitato.

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Ri-Serendipità

Little Moreton windowSerendipità storica, ricordate? Ne avevamo parlato qui, e qui, e altrove – perché non c’è niente da fare: ogni tanto capita.

E cominciamo con la definizione che io credevo di ricordare farina del sacco di Diana Gabaldon*, ma sono andata a ripescare la pagina in questione** e ho scoperto che DG l’attribuisce a un romanziere/a storico/a di sua conoscenza:

[La condizione per cui] quando si arriva al punto in cui diventa necessario… (gasp!) inventare qualcosa, le scelte narrative non solo sono storicamente plausibili, ma molto spesso si rivelano a posteriori per nient’altro che l’onesta verità.

Ecco, non so se a me capiti davvero molto spesso, ma indubbiamente capita. E vi ho anche già raccontato ripetutamente di che genere di enorme soddisfazione sia, per cui non lo farò di nuovo – o forse solo un pochino, per mettervi a parte del vago senso di vertigine. Più che vago, a dire il vero, perché viene con l’impressione di avere aperto una finestra su un altro secolo, e di avere visto qualcosa – qualcosa.

Ma non importa – o meglio, importa solamente perché è successo di nuovo.

In piccolo, se volete: in una scena del primo capitolo avevo mandato il celebre buffone Dick Tarlton ad assistere alle prove della Actorscompagnia del mio protagonista – e sghignazzarne – in un’altra locanda. Considerando quanto fosse competitivo e piccolo al tempo stesso l’ambiente teatrale elisabettiano, non era un enorme sforzo di immaginazione – ma nondimento è stato soddisfacente ritrovare in un documento dell’epoca la descrizione di una scena molto simile, una visita teatral-concorrenziale di Tarlton ad altri teatranti, proprio nella locanda in cui l’ho piazzata…

Finestra aperta. Qualcosa – qualcosa.

In realtà, lo ripeto, non era un salto logico particolarmente improbabile, e altrettanto in realtà, le cose sono cambiate da quando ho scritto la scena, ed è possibile che debba spostare la “mia” compagnia – e di conseguenza la scena – altrove. Ma non cambia molto le cose: Dick Tarlton faceva queste cose, e non c’è proprio nessun bisogno di considerarla un’occasione isolata e irripetibile.

E dunque credo di poterlo considerare un ulteriore piccolo attacco di serendipità storica. Se vuol succedere ancora, non ho obiezioni di sorta.

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* Sì, Diana Gabaldon. Ho letto La Straniera secoli orsono, quando è uscito in Italia per la prima volta. Molti e molti anni prima che se ne traesse una miniserie.

** La deliziosa introduzione al brillante A Plague of Angels, un volume dei Carey Mysteries di P.F. Chisholm – su cui non mi dilungo entusiasticamente, perché l’ho già fatto un sacco di volte.

 

 

Storia&storie · teatro

La Tragedia Scozzese

MacbethScottishPlayAvete presente la Tragedia Scozzese?

Quella cosa shakespeariana che si rappresenta – facendo i debiti scongiuri – ma non si nomina mai? Mai sul palco – all’infuori di quel che richiede il copione durante prove o spettacolo. Mai, mai, mai dietro le quinte. Ma in platea o in tutto il teatro – almeno non quando attori, regista e tecnici possono sentire.

E tutto perché, a seconda della versione, Shakespeare avrebbe inserito nel testo dei veri incantesimi stregoneschi*, oppure il trovarobe, in mancanza di un calderone adatto, ne avrebbe sottratto uno a delle streghe vere. In either case, per niente divertite, le streghe avrebbero maledetto la tragedia… quando si dice una pessima recensione!  E doveva essere anche una maledizione a effetto rapido, perché narrasi che Hal Berridge, primo interprete di Lady M. nel 1606**, sia morto durante la prima rappresentazione.

Dopodiché bisogna dire che la storia del teatro shakespeariano sia piena di pronunciatori sconsiderati e di increduli puniti, perché alla tragedia scozzese è associato  tutto un catalogo di disastri, a partire dalla rappresentazione datata 1672, ad Amsterdam, in cui il protagonista avrebbe accoltellato il Buon Re Duncan per davvero. O della spaventosa tempesta che infuriò per tutta la durata di una rappresentazione nel 1703. E che dire dei venti morti nei disordini che scoppiarono a New York tra i fan dell’inglesissimo Macready e dell’indigeno Forrest – che recitavano lo stesso ruolo in due teatri diversi? A Laurence Olivier andò abbastanza bene, e il peso di piombo che precipitò dall’impianto luci dell’Old Vic lo mancò di un soffio – ma il Re Duncan e due streghe su tre di una produzione bellica diretta da John Gielgud morirono durante il Blitz. Dopodiché la maledizione si considerò sazia di vite umane, si vede, perché a Charlton Heston non capitò nulla di peggio di una calzamaglia andata a fuoco – con lui dentro – e Sean Connery se la cavò con un’influenza micidiale…

macbeth1Pittoresco. Un filo macabro, se vogliamo, ma pittoresco.

È quasi un peccato che non sia vero nulla…

Nessun ragazzino di nome Hal Berridge risulta nella compagnia di Shakespeare – né in nessun’altra compagnia contemporanea, e la storia non risulta in nessuna fonte dell’epoca. A volte è attribuita a John Aubrey – e in questo caso sappiamo quanto la si possa prendere sul serio. Oserei dire che, se fosse successa una cosa del genere, se ne troverebbe traccia nell’opera di qualche polemista puritano teatrofobo… Per quanto riguarda l’assassinio in scena del 1672, in realtà non c’è nessun M. documentato ad Amsterdam per quell’anno. Ce ne fu una a Londra, una specie di… er, versione musicale con tanto di streghe volanti, in perfetto gusto Restoration. Quindi, magari, rimaneggiamento per rimaneggiamento, è anche possibile che il regicidio avvenisse in scena. E tuttavia, fra gli altri spettatori, c’era anche il pettegolissimo diarista Samuel Pepys: vogliamo pensare che, se un attore avesse usato un pugnale vero per far fuori un rivale in amore nel più pubblico dei modi, Pepys non ce l’avrebbe raccontato? La tempesta del 1703… be’, che dire? La Tragedia Scozzese va in scena da quattro secoli abbondanti: semmai, c’è da stupirsi che abbia incrociato una tempesta sola. I sanguinosi disordini a New York ci furono veramente, ma qualcosa di analogo era successo, per esempio, a Londra a metà Settecento, quando Garrick e Barry si sfidarono a colpi di Re Lear – e a nessuno salta in mente di dire per questo che il Re Lear porti sfortuna. E in quante produzioni cade qualcosa dall’altro, con o senza conseguenze letali? E quanta gente è morta nel Blitz? O prende l’influenza durante uno spettacolo? E la calzamaglia di Heston non prese fuoco per davvero: è solo che per qualche motivo finì impregnata di kerosene, e il kerosene… yes, well.

Macbeth_1884_Wikipedia_cropE quindi signori della giuria, credo che la Tragedia Scozzese si possa senz’altro assolvere da ogni accusa di iettatura – e anzi, che si possa ascrivere la nomea in questione a una combinazione di amore del pittoresco, malignità e al carattere naturale della gente di teatro, cui non pare sano raccontare una storia senza abbellirla almeno un pochino.

Il che non impedisce che in molti teatri, soprattutto nel mondo anglosassone, sia proibitissimo pronunciare il nome che comincia per M., o citare le battute della tragedia in questione al di fuori delle prove e dello spettacolo. I trasgressori vengono spediti fuori dal teatro a pronunciare scongiuri shakespeariani, girare su se stessi, correre attorno all’isolato o a compiere altri esorcismi – credo che ogni teatro abbia il proprio – per poi bussare per essere riammessi.

E sì, è irragionevole e più che un tantino buffo – ma siamo franchi: il teatro non è come il mondo di fuori. Il teatro funziona secondo regole tutte sue, e ci son più cose in scena e dietro le quinte, Horatio , di quante ne sogni la vostra filosofia. Per cui, a parte tutto il resto, perché sfidare sorte, tradizioni e storie?

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* Suona familiare?

** Forse. In realtà, la datazione di gran parte del teatro elisabettiano è a mezza strada fra il sudoku e uno sport violento…

 

grilloleggente · Storia&storie

L’Organo Del Sultano

DallamVi ho detto del libro che ho ricevuto per Natale, giusto? Il diario di Thomas Dallam, l’organaro che Elisabetta I spedì al Sultano Mehmet III con un singolarissimo regalo?

In realtà il regalo era stato pagato da alcune corporazioni londinesi, che speravano in concessioni commerciali di varia natura. Elisabetta era abilissima nel far pagare qualcun altro… Ma never mind. Il regalo era questo elaboratissimo organo automatico, un arnese delicato e ingombrante, che non poteva viaggiare se non smontato – e ci voleva qualcuno che lo sapesse rimontare una volta a destinazione. E chi meglio degli ideatori e costruttori?

Così fu che il ventiquattrenne Dallam partì per il viaggio della sua vita, e incontrò il sultano così da vicino come era capitato a pochissimi occidentali. Durante il viaggio e il soggiorno a Costantinopoli, Dallam tenne un diario che è una delizia a leggersi. Il giovanotto era intelligente, curioso, avventuroso, con un’ottima opinione di sé e un gusto evidente per il buon vino e le belle donne. Tutto lo interessava e ben poco lo scomponeva. Sapeva il suo mestiere ed era anche (come molti elisabettiani, del resto) un buon musicista. Si guadagnò l’interesse del sultano – fin troppo. Mehmet si mostrò molto riluttante a lasciar ripartire l’uomo dell’organo, e a un certo punto parve disposto a trattenerlo con la forza… e allora Dallam perse la testa, e fece una scenata all’ambasciatore inglese, accusandolo di volerlo vendere ai miscredenti…

Poi tutto si sistemò, e Dallam se ne tornò felicemente in Inghilterra, senz’altro rimpianto che quello di non avere potuto visitare Venezia – e fece carriera, costruendo organi per re Giacomo, per il King’s College di Cambridge, e per un sacco di altri committenti importanti.

La cosa triste è che nessuno dei suoi organi soppravvisse. In Inghilterra finirono tutti sotto le asce dei Puritani. A DallamOrganCostantinopoli, il successore di Mehmet si rivelò molto più pio, molto meno amante della musica, molto meno portato per i giocattoli occidentali: siccome l’organo suonava da solo ed era decorato da diverse figure umane capaci di movimento, doveva chiaramente essere opera del demonio. Il nuovo sultano, dicono le cronache, distrusse tutto quanto di persona. Con un’ascia da guerra.

È un peccato – ed è un’ironia. Di certo, se mai pensava ai posteri, Thomas Dallam pensava di lasciare loro i suoi strumenti, perché costruire organi era il suo mestiere, la sua arte, e sappiamo che ne andava estremamente orgoglioso. E invece il suo lavoro è andato perduto a causa dell’intolleranza e della chiusura mentale. In compenso, il nome di Dallam sopravvive grazie a quel che ci ha lasciato scritto, alla vivacità e all’immediatezza delle sue osservazioni, alla sua curiosità, al suo gusto per quel che c’era da vedere e da capire in questi posti così diversi dall’Inghilterra. Alla sua poetica maniera, è una parabola confortante  –  non trovate? Poco importano le asce: alla fin fine, attraverso i secoli e per vie inaspettate, intelligenza, curiosità e apertura hanno la  meglio sulla stupidità e sull’ottusità.

Curato, annotato e reso in Inglese moderno da John Mole, The Sultan’s Organ si trova su Amazon.

 

cinema · Storia&storie

Visto Da Ankara

FetihEbbene, guardate un po’: salta fuori che c’è un film sulla caduta di Costantinopoli. Un film turco. Pare che sia piaciuto moltissimo a Erdohan – e non ce ne stupiamo poi troppo. Fetih 1453 è un film in cui i prodi e pii Ottomani attaccano una Kostantiniya potentissima e decadente, più che altro in vendetta per la crudeltà gratuita dei Cristiani in generale – guidati da un Costantino XI debosciato e perso tra sete di sangue e deliri di onnipotenza… Mentre Mehmet è un conquistatore visionario (ciò che era) e, una volta di più, estremamente pio (sul che si può… discutere).

Più una storia d’amore standard – o forse due.

Se vi par di ricordare una faccenda di colossali eserciti che stringono come una noce un pugno di rovine grandiose e semideserte, difeso a oltranza da una manciata di gente testarda… Be’, si direbbe che,vista da Ankara, la faccenda abbia colori un nonnulla diversi.

Che bisogna dire? L’iridescenza della storia and all that – ma quantomenoquantomenoquantomeno, di sicuro nel 1453 Costantinopoli non era come la dipinge il film. Dal che si può partire per tutte le considerazioni che volete in fatto di rigore storico. Per il resto, sono certa che la storia è epicissima anche così – solo che è… un’altra storia.

Buona domenica.