anglomaniac · gente che scrive · romanzo storico

Sulla Via di Oxford

HNSOxford16bSignori, vado alla mia prima writer’s conference.

Tra dieci minuti parto per l’aeroporto, con destinazione Oxford per il convegno annuale della mia beneamata Historical Novel Society. Si tratta di tre intensi giorni di conferenze, lezioni, workshop, incontri, una cena di gala con musica d’epoca e sfilata in costume, e la possibilità di sottoporre un proprio lavoro a due agenti letterari – il tutto dedicato al romanzo storico.

Non è favoloso?

Non so se questo genere di cose esista davvero in Italia, su questa scala e così specializzato. Nel mondo anglosassone la writer’s conference è abitudine diffusa, e ce ne sono di generali o specifiche per genere. Ho sempre pensato di trovarmene una cui andare, prima o poi – quando avessi avuto un romanzo pronto. Adesso ci siamo: il romanzo è pronto, e Oxford16 mi aspetta.

Confesso che la faccenda degli agenti letterari mi agita un pochino. Avrò a disposizione sette minuti – sette! – con ciascuno dei due – ma questo lo sapevo già. Quel che è successo è che di recente ho cominciato a leggere articoli e post in proposito, e ho scoperto che più di un agente detesta questo genere di sessioni. Ouch. Se già il pensiero di convincere un estraneo che ho scritto un gran bel libro – in sette minuti e in una lingua che non è la mia – mi agita alquanto, se l’estraneo in questione deve anche essere annoiato/seccato/desideroso solo di veder finire le benedette sessioni… ecco, al sol pensiero voglio iperventilare.

Forse, se avessi saputo tutto ciò l’anno scorso in ottobre, quando ho prenotato il mio posto alla Conference, avrei lasciato perdere le pitch sessions. E sarebbe stato un peccato, perché ci devono essere agenti che non odiano incontrare gli autori in questo modo (altrimenti, perché continuare a farlo?) e in ogni caso sarà interessante e istruttivo. Il mio primo contatto diretto con questa curiosa specie – agens literarius, della varietà inglese.*

E così parto, armata del mio romanzo, di un Moleskine con gli appunti sugli agenti, sui workshop e sugli autori, e di un vestitino per la cena di gala. Non mi aspetto che la Conference mi cambi la vita e mi catapulti nelle elette schiere degli autori pubblicati sull’Isoletta. Però mi aspetto di imparare parecchio, d’incontrare gente della mia stessa tribù. Mi aspetto che sia interessante, istruttivo, stimolante e anche divertente.

Oxford, arrivo!

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* Non in assoluto, perché un’agente italiana l’ho avuta, a suo tempo – ma… per ora stendiamo un tulle misericorde. Magari una volta o l’altra ne parleremo.

lostintranslation · romanzo storico · scribblemania · teatro

Piccolo Bollettino Generale

draft announcingAllora, ricapitoliamo, volete? Una volta consegnato il Serpente è arrivato il momento di quella che, se tutto va bene, sarà l’ultima e definitiva stesura del romanzo.

La Terza Stesura.

No, non c’è un contaparole, perché questa volta non funziona così. Sto asciugando, per cominciare, e assottigliando, e potando, e sfoltendo, e tagliuzzando, e sfrondando, e snellendo – e quindi un contaparole sarebbe di scarso aiuto. Magari lo sarà di più quando inizierò ad aggiungere le scene che ho lasciato indietro nella seconda stesura… Potrei forse organizzare uno di quegli arnesi che, anziché le parole, contano i capitoli. Questo magari sì, perché sto procedendo capitolo per capitolo… Non in ordine – perché mai in ordine? Ieri ho lavorato sul quinto capitolo, oggi sul secondo, domani ancora un po’ di secondo e poi il terzo entro la fine della settimana. Il quarto è già a posto. Sentite: sul campo ha più senso di quanto possa sembrare dalla descrizione – e ad ogni modo potrei davvero aggiungere un contacapitoli.

Ma in fondo è lo stesso. Quel che importa è che va piuttosto bene. Per lo più si tratta di aggiustare e potare. Ho eliminato qualcosa, girato come un guanto qualcos’altro, non ho ancora deciso che fare dell’abominevole William Bradley (tre o quattrocento parole…) e in questa stesura il protagonista litiga molto di più con suo fratello. Nel complesso: so far, so good.

Nel frattempo ci sono in corso altre cose, naturalmente. Draft

1) Il Project F. Questo è una traduzione… Una terrificante traduzione con secondi fini di natura teatrale. Dico che è terrificante perché sotto molti aspetti è un sogno che si realizza, ma mi rendo conto di essermi assunta un compito dannatamente complicato – e per di più me lo sono assunto da miscredente. Quante volte ho detto di non avere un briciolo di fede nella traduzione letteraria? Ebbene, eccomi qui, ma non è come se fossi convertita o nulla del genere. Sono quei secondi fini che vi dicevo e nient’altro. È una traduzione strettamente mirata, e con l’intenzione di riprodurre una serie di idee e condizioni, più che altro… Ma basta così. Dopo tutto, se fosse facile forse non ne varrebbe la pena, giusto? Vi farò sapere.

2) L’editing. Un editing in Inglese che promette molto bene. Su un tipo di testo diverso dal consueto. Non sono certa di avere una zona di sicurezza in fatto di editing, e di sicuro, se ne avessi una, tutto questo è troppo piacevole per poterlo considerare un’escursione… Ma di sicuro è qualcosa che non ho mai fatto prima, à la Colazione da Tiffany – e ciò è bello e anche istruttivo.

3) BJ è un racconto. Quasi quattromila parole. Non ne sono affatto insoddisfatta, tanto che mi piacerebbe mandarlo a un concorso di una certa importanza. Peccato che il concorso accetti testi fino a 2500 parole. E duemilacinquecento sono meno di quasi quattromila. Un bel po’ di meno. Quindi sto cercando di capire se vale la pena di provarci. Se posso ridurre BJ alle dimensioni necessarie senza danneggiarlo irreparabilmente. Per ora sono alla fase potatura – con risultati modesti. La settimana prossima comincio a rimuginare su eventuali amputazioni.

Ecco, più o meno è così che funziona. Poi ci sono gli altri lavori, le traduzioni di saggistica, le revisioni, e le idee di tre plays – una vecchia, una nuova e una di mezz’età – che strillano Scrivimiscrivimiscrivimi… Ma quello per ora è rumore di fondo.

More to come. E sarà bene che torni al lavoro.

libri, libri e libri

Il Mostro Multicipite

Crowd1La folla è una di quelle cose che supplicano di essere scritte. Trovatemi il romanzo storico che, prima o poi, spesso in qualche momento altamente climatico, non se ne esca con una bella scena di folla in tumulto. D’altra parte, le folle si prestano bene alla bisogna: le folle rumoreggiano, ruggiscono, s’infuriano con facilità, osannano, si fanno trascinare, sbandano sotto la paura, si sollevano, fanno un gran chiasso, festeggiano, assaltano, distruggono, incendiano, portano in trionfo, calpestano, linciano… È come avere un elemento naturale, però senziente (almeno in parte), e con una psicologia tutta sua. Ammettiamolo: una tentazione irresistibile. Per non parlare poi delle battaglie, perché cos’è in definitiva una battaglia, se non folle organizzate in armi che si muovono per nuocersi vicendevolmente?

Ma sorvoliamo su tattica e strategia, per il momento, e concentriamoci piuttosto sulle folle in furia disordinata, i tumulti di piazza, le sollevazioni, i tafferugli.

Francamente, D’Annunzio non è il mio autore preferito, e credo anzi che sia un’eresia grossa se dico che tra i suoi lavori la mia predilezione va alle Novelle della Pescara. In una delle Novelle, La Morte del Duca d’Ofena, la folla assalta il palazzo di un feudatario molto odiato.

“La moltitudine […] irrompeva su per l’ampia salita, urlando e scotendo nell’aria armi ed arnesi, con una tal furia concorde che non pareva un adunamento di singoli uomini ma la coerenta massa d’una qualche cieca materia sospinta da una irresistibile forza. In pochi minuti fu sotto al palazzo, si allungè intorno come un gran serpente di molte spire, e chiuse in un denso cerchio tutto l’edifizio. Taluni dei ribelli portavano alti fasci di canne accesi, come fiaccole, che gittavano su i volti una luce mobile e rossastra, schizzavano faville e schegge ardenti, mettevano un crepitìo sonoro. […] “

Per la gente del palazzo non si mette bene. Il maggiordomo del duca si affaccia al balcone e…

“Un urlo immenso l’accolse. Cinque, dieci, venti fasci di canne ardenti vennero lì sotto a radunarsi. Il chiarore illuminava i volti animati dalla bramosia della strage, l’acciaro degli schioppi, i ferri delle scuri. I portatori di fiaccole avevano tutta la faccia cospersa di farina, per difendersi dalle faville; e tra quel bianco i loro occhi sanguigni brillavano singolarmente. Il fumo nero saliva nell’aria, disperdendosi rapido. Tutte le fiamme si allungavano da una banda, spinte dal vento, sibilanti, come capellature infernali.”

La folla si muove come una forza cieca, come un serpente, e gli occhi luccicanti nelle facce infarinate hanno poco di umano. Tra il duca dissoluto e tirannico e la folla animalesca, l’autore non distribuisce simpatie: registra i colori, le luci, le urla e la paura, e ce li mette davanti agli occhi, vivi e paurosi.Crowd32

Passiamo altrove e in altri tempi: la Milano secentesca di Manzoni, con la folla che assalta la casa del Vicario alle Provvigioni e cerca di abbattere la porta.

“Chi con ciottoli picchiava su’ chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali, e scarpelli e martelli, cercavano di lavorar più in regola; altri poi, con pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, con l’unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro, e s’ingegnavano di levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare, facevan coraggio con gli urli; ma nello stesso tempo, con lo star lì a pigiare, impicciavan di più il lavoro già impicciato dalla gara disordinata dei lavoranti”

Espressivo e pittoresco, assai meno viscerale di D’Annunzio. A Manzoni non importa mostrarci la folla malvagia e pericolosa. Ce la descrive, invece, la analizza, descrivendone gli estremi, i rimestatori e i pacieri, e la massa che si fa manovrare:

“Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini che più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno o dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e d adprare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo”.

Vivido e acuto, ma distaccato, e sempre lievemente ironico, Manzoni è pur sempre il nipote degl’Illuministi.

Crowd33Infine, passiamo la Manica per uno dei due soli romanzi storici di Dickens, il poco noto Barnaby Rudge. Barnaby è un semplice che, nel 1780, si trova suo malgrado coinvolto in una sollevazione anticattolica nelle strade di Londra. Ecco quello che Gashford, uno dei malvagi, vede da una finestra:

“Avevano delle torce accese, e si distinguevano bene i volti dei capi. Che venissero dall’aver distrutto qualche edificio era chiaro, e che si fosse trattato di un luogo di culto cattolico si capiva dalle spoglie che portavano a mo’ di trofei, facilmente riconoscibili per abiti talari e ricchi arredi d’altare in pezzi. Coperti di fuliggine, e sudiciume, e polvere e  calce, con gli abiti a brandelli e i capelli scarmigliati, con le mani e i volti insanguinati per i graffi dei chiodi arrugginiti, Barnaby, Hugh e Dennis venivano per primi, con l’aria di pazzi furiosi. Li seguiva una folla densa e furibonda, di gente che cantava e dava urla trionfanti, e rompeva in liti, e minacciava gli spettatori ai lati della strada, e brandiva gran pezzi di legno, su cui scatenava la sua rabbia come se fossero stati vivi, facendoli a brani e gettandoli per aria, gente ebbra, dimentica delle ferite ricevute nel crollo di mattoni, pietre e travi, che portava a braccia, su una porta divelta, un corpo avvolto in un panno tarlato, forma inerte e spaventosa.  Così turbinava la folla: una visione di facce rozze, macchiata qua e là dalla vampa fumosa di una torcia, un incubo di teste diaboliche e occhi feroci, e bastoni e spranghe levate in aria e roteate, uno spaventoso orrore di cui si vedeva così tanto eppure così poco, che pareva breve e interminabile al tempo stesso, così fitto di visioni spettrali, ciascuna incancellabile dalla mente, e tutte insieme impossibili da cogliere a una sola occhiata – così turbinava la folla, e in un istante passò oltre.”

Dickens fa qualcosa di diverso ancora: parte da una descrizione fisica e dettagliata, in cui si riconoscono persone e oggetti, per poi scioglierla gradualmente in una visione da incubo, immagini confuse e spaventose, di durata e consistenza oniricamente incerte.

Insomma: tre autori, tre libri, tre folle impegnate allo stesso modo, ma molto diverse tra loro e, soprattutto, tre sguardi ben distinti. Non viene voglia di provare?

Furore Tremendo · gente che scrive · romanzo storico

Il Romanziere Istantaneo

Rant ahead, vi avverto.

coauthorsAllora, dicevamo che ne L’Uomo dal Guanto* a un certo punto, i due protagonisti contemporanei decidono di scrivere un romanzo storico – possibilmente un bestseller. Sì, è vero, non l’hanno mai fatto prima, e non conoscono i “trucchi del mestiere”, ma sono due storici, “abituati a scrivere con proprietà” e provvisti di un argomento esplosivo… In fondo “è soprattutto l’argomento il motivo d’interesse principale”… E l’implicazione si è che diamine, che ci vorrà mai?

Vi sembra irritante e implausibile? Dovrebbe – e tuttavia, guardate: potrebbe essere peggio. Se non altro, Salvatore&Silvio sono due storici, con lunga esperienza di ricerca generale e specifica alle spalle, ben documentati e con un interesse nei confronti di Shakespeare e del suo tempo**, della letteratura e dell’arte…

Pensate invece al protagonista de Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio. Costui, un professore di Liceo con un romanzo (contemporaneo e autobiografico) pubblicato, a un certo punto si ritrova per le mani le prove manoscritte e inconfutabili della sicilianità di Shakespeare***. Benché il nostro sia alquanto scettico, qualcuno gli chiede di cavarne un romanzo storico – e quest’anima bella che fa? Invece di obiettare che non l’ha mai fatto prima, che non conosce il mestiere, che ci vogliono lunghe ricerche o qualche altra cosa sensata, si procura qualche libro di storia dell’arte (per avere un’idea di abbigliamento e mobilio dell’epoca, you know), si siede alla scrivania e, nel giro di qualche settimana, produce un romanzo storico con piena soddisfazione sua e del committente.

A Saramago, ne La Storia dell’Assedio di Lisbona, non serve nemmeno il manoscritto ritrovato. E nemmeno Shakespeare, in realtà. Tutto ruota attorno a uno stimato correttore di bozze che, in un momento di follia, aggiunge un “non” al saggio di storia medievale che sta correggendo, negando la riconquista di Lisbona da parte dei Portoghesi. E non solo l’editore, anziché licenziare in tronco lo sciagurato, pensa bene di commissionargli un romanzo ucronico su Lisbona non riconquistata – ma lo sciagurato che, badate bene, non ha mai scritto una riga in vita sua, vince al volo qualche pallida riluttanza e accetta.  Senz’altra documentazione oltre al libro di cui ha corretto le bozze, lo vediamo meditare su come entrare nella testa di questa gente del XII secolo, e poi abbozzare una piccola scena in cui un armigero e una lavandaia s’incontrano al fiume e, in breve tempo, ecco a noi un romanzo ucronico perfettamente pubblicabile.

Quindi, vedete, scrivere un romanzo storico è facilissimo e indolore: mettete in una ciotola capace una buona conoscenza di grammatica & sintassi****, unite un argomento interessante, meglio se un po’ controverso. Aggiungete acqua calda, mescolate et voilà: romanzo storico istantaneo.

Non ci vuol nulla, sussurrano Covarrubias, Seminerio e Saramago. Why, qualunque individuo ragionevolmente istruiti può sfornare un romanzo storico senza bisogno di esperienza o trucchi del mestiere e – peggio ancora – senza interesse particolare per l’epoca, il soggetto, il genere, e poco meglio che senza ricerca e documentazione. In fondo, non stiamo nemmeno parlando di letteratura… Roba di genere, un mestiere che si esercita per trucchi…*****

E sentite, lo so: anni di ricerche, letture infinite, esperienza precedente, due o tre lunghe stesure, settimane di revisione, frustrazioni, biscotti al cioccolato, camminate sulle scogliere (metaforiche) e tutto il resto difficilmente sono buona materia narrativa. Lo so, e sono anche abbastanza d’accordo – salvo rare eccezioni. Ma allora lasciamoli fuori dai romanzi e giù dai palcoscenici, questi romanzieri storici – almeno mentre scrivono. Che bisogno c’è di ritrarli – di ritrarci mentre mettiamo insieme romanzi come se fossero altrettante scodelle di minestra liofilizzata.

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* Poi la pianto, promesso.

** Yes well, poi magari sfugge loro qualche particolare – come il tè nel XVI secolo – ma non sottilizziamo.

*** Essì. Anche lui. Che vogliamo farci?

**** Certo, essere docenti universitari o liceali o correttori di bozze aiuta…

***** Sì, è del tutto possibile che ultimamente io passi troppo tempo in compagnia di certi teatranti elisabettiani…

 

Furore Tremendo · gente che scrive · romanzo storico

Il Romanziere Istantaneo

ECCO NO, PER DIRE… QUESTE QUI SOTTO SONO LE SPOGLIE DI UN POST AZZANNATO DAL BLOGO MANNARO.

DI NUOVO.

 

Rant ahead, vi avverto.

mentre mettiamo insieme romanzi come se fossero altrettante scodelle di minestra liofilizzata.

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* Poi la pianto, promesso.

** Yes well, poi magari sfugge loro qualche particolare – come il tè nel XVI secolo – ma non sottilizziamo.

*** Essì. Anche lui. Che vogliamo farci?

**** Certo, essere docenti universitari o liceali o correttori di bozze aiuta…

***** Sì, è del tutto possibile che ultimamente io passi troppo tempo in compagnia di certi teatranti elisabettiani…

elizabethana · grilloleggente · romanzo storico

L’Uomo dal Guanto – Pag. 309

The_End_BookIl che significa che il libro è finito. Din don dan.

Volete sapere come? Well, sul versante cinquecentesco, il giovane Will, privato dell’università dai guai economici dell’ex supermercante che si ritrova per padre, seguita a studiare per conto suo, conosce Anne Hathaway, la mette incinta senza mai amarla veramente, la sposa in fretta e furia con scarso entusiasmo della famiglia, la mette incinta di nuovo e poi… Sapete la faccenda degli Anni Perduti? Il periodo tra il 1585 e il 1592, in cui nessuno sa troppo bene dove diamine fosse Shakespeare? Ebbene, o Lettori, ecco la risposta: il giovane Will era in Italia a girare per atenei, corti e meraviglie, apprezzato da tutti e ciascuno – soprattutto il lontanto cugino duca Guglielmo (che per qualche motivo Covarrubias spesso chiama granduca…), che gli procura persino una morosa a tempo determinato, una bellissima, intelligente e colta danzatrice e coreografa (!) ebrea. E poi torna a casa, naturalmente, e con questa educazione da principe e i suoi bei quarti di noblità, seppure illegittima, si sceglie la carriera più reprensibile e malcerta che l’Inghilterra offra a un uomo al di qua del limite penale: il teatro. Hurrà! mundi_thema_giuntini

E nel nostro secolo? Ebbene, uno dei nostri storici professionisti, messo sulla pista da un sogno premonitore, non solo intuisce l’esistenza di un oroscopo di Shakespeare – ma lo trova al primo colpo! E l’altro decide che, pur con tutte le prove inattaccabili di cui dispongono, non è il caso di presentare la teoria in maniera scientifica. Meglio scriverci sopra un romanzo – che diamine. E un romanzo serio, mica una robetta à la Dan Brown. Non l’abbiamo mai fatto prima, non conosciamo “i trucchi del mestiere” – ma che ci vorrà mai, per due storici professionisti?

E fu così che iniziarono…

E dite la verità: l’avevate indovinato che le parti “storiche” di questa faccenda erano i capitoli del romanzo dei nostri eroi? Per cui, se questo è il risultato dell’implicito “che ci vorrà mai?” con cui si conclude la parte moderna… well.

AnashakespeareE non parlo soltanto della festicciola a base di tè – per quanto, in un romanzo purportedly scritto da due storici, il tè sia già uno scivolone maiuscolo. Ma che dire di Will che si chiede se la sua preferenza per l’unico figlio maschio sia un retaggio medievale – e poi decide che no, sono il Rinascimento e il Neoclassicismo a parlare in lui? O di John Shakespeare, che fa fuoco e fiamme quando Will deve sposare l’inadeguata Anne, ma accetta abbastanza allegramente l’idea che il suo superfiglio onnicompetente si metta a scrivere per il teatro? E Will stesso, che il teatro lo vuole per scrivere robe immortali e migliorare l’immagine della sua natia Italia agli occhi degli Isolani?

Insomma, stiamo parlando di un’epoca in cui “teatrante” era più o meno sinonimo di scarafaggio, e se c’era un tipo di scrittura che si considerava effimera, inferiore e commerciale, era – you guess it – il teatro. E questo uno storico dovrebbe saperlo anche nel sonno – così come un non-storico cui pruda l’uzzolo di scrivere un romanzo su Shakespeare.

Ma, pare obiettare Covarrubias nella predicatoria postilla, il punto è che “questo non è un romanzo, è una storia vera, seppure romanzata.” Questa sarebbe “la vera storia di William Shakespeare”  – e, se è vero che la postilla è firmata dai due storici fittizi, la traduttrice e curatrice conferma nella sua presentazione che Covarrubias partiva da documenti che gli erano effettivamente capitati tra le mani.

Viene da chiedersi quali, vero?UomodalGuanto048

Il libro contiene in effetti la riproduzione di parte di un elenco di battezzati – tra cui Scespe Guglielmo di Giovanni – e della registrazione del battesimo dello stesso Guglielmo, datato 30 aprile 1564 – entrambi in Italiano. Non ci sono riferimenti, ma sia il  l’elenco – alfabetico e numerato – che la registrazione mi sembrano un nonnulla strani. Però, pur avendo consultato qualche liber baptizatorum dell’epoca, ammetto che la mia esperienza in materia è limitata e non mi pronuncio oltre.

E tuttavia, se volete, posso spingermi ad ammettere che questo non importa poi molto. Se fosse un gioco incentrato su dei documenti immaginari, non ci sarebbe nulla di male. Un romanzo storico è un romanzo storico, e il Documento Ritrovato è forse la più vecchia e onorata convenzione del genere. A patto che poi dal documento ritrovato si parta per scrivere bene una storia plausibile, senza bambinaie francesi e, potendosi, senza anacronismi.

Qui, alas – e quale che sia la dose di veridicità di questa storia – non è andata così.

grilloleggente

L’Uomo dal Guanto – pag. 238

perplexed_ada-noldeOh dear… oh dear.

C’è stato un momento in cui mi sono detta che, non fosse per il diario di lettura in corso, avrei piantato l’Uomo dal Guanto lì dov’era per non toccarlo mai più. Ma non è del tutto vero. Confesso che a questo punto devo arrivare in fondo, perché sono mortalmente curiosa di che altro mai possa succedere…

Quel che è successo fin qui è che Salvatore&Silvio, sempre più messianicamente convinti della loro scoperta, non hanno trovato granché per archivi, se non qualche accenno che, per considerarlo una conferma, bisogna inclinarlo a 54°, tingerlo di violetto e guardarlo da sopra una spalla. Tuttavia, guarda la fortuna, hanno finito con l’inciampare in un antiquario che ha venduto loro un fascio di lettere cinquecentesche – un carteggio tra un’Ilaria, un Giovanni e un Guglielmo. Vi si parla di famiglia, di una defunta Gertrude, di ritratti e di tutto quel che serve… E così i nostri sono a cavallo. Già che ci sono, incaricano la zia di Silvio, curatrice museale in pensione, di rintracciare i ritratti in questione – e lei, senza batter ciglio e senza nemmeno sapere troppo bene che cosa sta cercando, li trova…louvre-portrait-d039homme-dit-l039homme

Perché nel frattempo, nel secolo Decimosesto, tra una conferenza e l’altra Gertrude è defunta di peste, ma non prima di avere dipinto insieme a Tiziano un ritratto del suo amato e aver dato alla luce Guglielmo, figlio del ripartito John, che a Stratford sarà anche diventato un mercante internazionale di guanti e vestiti confezionati (!) ma è infelicissimissimo. E comunque, appena ne scopre l’esistenza, questo fedifrago torna in Italia a prendersi il figliolino – con buona pace di Mary, che acconsente a far passare un italianino di due anni per suo… Ma d’altronde, chi non vorrebbe annettersi un pargolo così geniale e saggio che la Grammar School è troppo facile per lui – e per fortuna che nei dintorni c’è un coltissimo vecchio pescatore (!) pronto a iniziarlo alla Romanitas?…

Tea&BiscuitsCapite che cosa intendo? Non c’è limite. La zia di Silvio sposta avanti di quarant’anni la datazione accettata dell’Uomo dal Guanto di Tiziano (& Gertrude Gonzaga) perché… be’, perché sì. E pronuncia la faccenda dei guanti inspiegabile se il soggetto non fosse un guantaio – quando in realtà i guanti (in mano o indossati, uno o due) costituiscono un topos ben diffuso nella ritrattistica dell’epoca e, a ben pensarci, in Tiziano stesso.  E che dire del breeching del piccolo Will, festeggiato a Stratford con una merenda di dolcetti e ? Ma d’altra parte, nella stessa pagina, il bambino si ammirava i pantaloni nuovi color caffè

E così adesso alla Sindrome della Bambinaia Francese e a quella di Phillips, all’implausibilità generale, all’ansia didascalica, ai dialoghi di legno e ai personaggi di cartoncino, adesso possiamo aggiungere anche gli anacronismi tout court.

Di bene in meglio… Che altro, prima della fine?

 

 

Festivaletteratura

Secondo Bollettino Festivaliero

Festival15E così il Festivaletteratura n° 19 ha chiuso i battenti… Credo che sia l’edizione che ho seguito con più intensità – ad eccezione della prima, quando ero una piccola Maglietta Blu. A dire il vero non credo neppure che ci si chiamasse già così… Mi pare che all’epoca di blu ci fosse solo il logo su fondo bianco – ma d’altra parte all’ufficio stampa dove ero io le magliette del Festival non le avevamo nemmeno.

Ad ogni modo, fa nulla. Torniamo al presente – o almeno al passato molto prossimo: edizione 2015 secondo la  Clarina. II parte.

6. Telling Stories. Confessione: venerdì sera, al momento di tornarmene in città per l’ennesima volta, ero stanchissima, infreddolita e con un principio di tosse… Così a sentire Kazuo Ishiguro non ci sono andata. E mi dispiace davvero tanto, perché il modo in cui la letteratura si traduce (bene o male – o non si traduce affatto) in cinema mi interessa molto. More fool I, e se qualcuno di voi è andato all’evento n° 128, apprezzerei qualche impressione. Novel-or-Short-Story-cartoon

7. Romanzo VS racconto. Confessione bis: ero un po’ pentita di avere scelto questo evento. Oh sì – argomento interessante, ma dopo la débacle della faccenda su scrittura maschile e scrittura femminile (vedi prima parte), I had misgivings. Ancora di più quando Sandro Veronesi ha dato forfait per motivi di salute, sostituito all’undicesima ora da Cristina Bartocletti… Sia chiaro che non ho nulla contro la Bartocletti – anzi – ma chiamata in sostituzione così… Ripeto: I had misgivings. E invece facevo male. Naturalmente il giocoso dibattito romanzo/racconto non c’è stato – ma, bene assecondato dalla sua relatrice nuova di zecca, Mauro Covacich ha tenuto un discorso intelligente, articolato e ben argomentato sui due lati della questione. Ha presentato il racconto come una caduta lineare, interamente trascinato da una sorta di necessità interna – che per lui di solito scaturisce da una singola immagine. Il romanzo invece è una faccenda di strati e di pezzi che emergono lentamente fino al punto in cui qualcosa-qualcosa  non li… immagino che “catalizza”, pur essendo un’orrida parola, descriva bene il processo di Covacich.Sulla distinzione tra il racconto scritto su folgorazione il romanzo scritto per paziente ricerca posso essere abbastanza d’accordo – meno sull’irrimediabilità come discrimen tra l’uno e l’altro. Secondo Covacich, il racconto è spinto da un’irrimediabilità che al romanzo manca. Personalmente trovo che l’irrimediabilità sia propria anche dei conflitti nei romanzi – ma nondimeno ho trovato il tutto molto interessante.

histnov8. Sul romanzo storico. Di nuovo al Seminario Vescovile, come Barbero&Pitzorno mercoledì pomeriggio… Sono certa che le ragioni sono logistiche, ma viene chiedersi se il Festival consideri i romanzi storici roba da seminaristi, vero? That said, evento a due velocità. Stefan Hertmans, Belga dal nome fiammingo che parla un favoloso Inglese, è chiaramente qualcuno che ha pensato molto a un genere di cui – dice – lui scrive ai margini. Di conseguenza ha un sacco di cose interessanti (e in alcuni casi originali) da dire sulle eccezioni individuali che si trovano nelle testimonianze, sugli anacronismi borderline, sulle discrepanze tra memoria individuale e memoria collettiva, sul modo in cui il romanziere storico scrive (o cerca di scrivere) la storia “da dentro”, sull’emergere narrativo dell’autore, sulla ricostruzione dell’esperienza e sull’equilibrio tra ricerca e percezioni moderne. Per contro, temo che Luigi Guarnieri suoni terribilmente vago e scontato – nonostante le buone domande di Marcello Flores. Una strana faccenda, alla fin fine. Conversazione intelligente e stimolante sul lato belga, e una serie di cauti luogi comuni su quello italiano.

9. Come trovare una storia meravigliosa. A dire il vero, mi aspettavo tutt’altro. Sulla base della descrizione dell’evento nel programma, mi aspettavo un’esplorazione del rapporto tra ispirazione e tecnica in una serie di autori men che scontati. Invece Chicca Gagliardo (che ha una voce deliziosa), ha presentato una galleria un po’ sconnessa di ispirazioni personali – le sue “conchiglie”, intese festival15bcome semi narrativi trovati qua e là tra letteratura, filosofia, cinema, immagini e vita d’ogni dì. Molta enfasi sulla rottura degli schemi, ma nulla o quasi sui meccanismi della trasformazione delle conchiglie in narrativa. Carino, gradevole, onirico, etereo. E – anche se forse al colpa è delle aspettative con cui ero arrivata – più che un po’ gratuito.

Ed è così che finisce il mio Festival 2015, con l’ultima passeggiata per il centro vivo ed affollato – e per ricordo una spilla completa di libricino in miniatura. È stato piacevole, divertente, a tratti irritante e a tratti stimolante. L’anno prossimo ci sarà l’edizione del ventennale… Vedremo.

 

 

 

scrittura

Piccolo Bollettino Felice

sparkEpifania!

Mentre mi facevo una seconda tazza di tè, c’è stato un piccolo sussulto, una morris dance neuronale: sostituendo un personaggio in una scena, quella scena e una serie di scene successive acquistano tutto un altro, più interessante e più utile significato, tendendo per bene l’arco di una sottotrama, dando una motivazione nuova e più sinistra a un personaggio secondario, complicando la vita a protagonista e deuteragonista e migliorando le cose in generale.

Come dicevo, epifania!

Oh, ma mi piace la piega che sta prendendo questa revisione…

 

LeggerMangiando · romanzo storico

LeggerMangiando: La Carpa alla Birra di Frau Krause

Mr.PyleBella vita e guerre altrui di mr. Pyle, gentiluomo, è un romanzo storico di Alessandro Barbero – il primo, credo, uscito la bellezza di vent’anni fa.

La vicenda è quella dell’eponimo giovane americano, diplomatico, gaudente e diarista che, inviato dal Congresso, attraversa mezza Europa napoleonica e la osserva con gli occhi di chi viene da un altro continente.

Tra palazzi e locande, vecchi ministri e belle donne, carrozze di posta e l’occasionale cannonata, Barbero ha l’aria di essersi divertito un mondo a scrivere un massiccio baedeker fittissimo di particolari e a caratterizzare il suo inaffidabile narratore, cui i piaceri della vita e lo spirito del turista interessano almeno quanto – se non più – della sua missione diplomatica.

E tra i piaceri della vita c’è senz’altro la cucina, e in particolare la carpa alla birra che Mr. Pyle assaggia in una locanda berlinese, tanto deliziosa da spingerlo a chiederne la ricetta. E la locandiera, Frau Krause, si dichiara incapace di dettare una ricetta, ma propone all’ospite straniero di guardarla cucinare, per annotarsi la ricetta da  sé, se proprio crede.

Quel che Mr. Pyle ne ricava è questo:

La ragazza , rimboccatasi le maniche, sventrò il pesce, ne cavò le interiora che finirono immediatamente ai gatti del cortile, poi ne fece scolare il sangue in un bicchiere d’aceto. Nel frattempo la padrona aveva aperto una bottiglia di birra, di quella che a Berlino chiamano bianca, e l’aveva versata nella pentola, insieme a una buona quantità di cipolle affettate. Adagiato il pesce in quel brodo, vi aggiunse sale, pepe e spezie, e il bicchiere di aceto in cui era scolato il sangue del pesce; poi mise la pentola sul fuoco. Ben presto la birra cominciò a bollire, e allora essa aggiunse un grosso pezzo di burro, che si sciolse rapidamente.
“Ecco!” dichiarò poi, trionfante. “Adesso il signore fa cuocere il pesce finché la birra non sia consumata, ma badi che bisogna lasciare una salsa sufficientemente densa.” “Ed è tutto?” “È tutto! Anzi no, povera me: un quarto d’ora o mezz’ora prima di servire si aggiunge un bicchiere di vino bianco, è molto importante.” Carpa-alla-birra-Secondi-di-pesce-250x212

E no, non è la ricetta più precisa del creato. Non c’è una dose, non c’è un tempo, non c’è nulla – ma è una piccola scena deliziosamente realistica. In fondo è la maniera in cui, duecento e dieci anni più tardi, ci comportiamo con le ricette di casa, giusto? A occhio, a spanne, a esperienza. E poi gli amici che ci chiedono le ricette levano gli occhi al cielo…*

Confesso di non avere mai sperimentato la carpa alla birra di Frau Krause**, quindi non so se posso raccomandare la ricetta. In fact, se qualcuno di voi – più disinvolto di me ai fornelli – decidesse di fare un tentativo, sarei grata di averne notizie.

Quel che posso raccomandare, invece, è il libro, ironica cavalcata alla scoperta dell’Europa – e di un Americano – del 1806.

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* Right: in realtà, mia madre si comporta così, e io levo gli occhi al cielo quando cerco di farmi dare una ricetta e lei comincia a parlare di “un po’ di burro”, o di cuocere “finché non ha il colore giusto.”

** All else apart, la sola idea di far dissanguare il pesce in un bicchiere è qualcosa a cui non voglio nemmeno pensare troppo.