considerazioni sparse · grillopensante

E lo sport?

BallA me, ad essere sinceri, il calcio non piace. Però è difficile ignorare gli Europei in corso, e le partite della Nazionale le guardo persino io. E mentre le guardo, rimugino su faccende che strettamente calcistiche non sono – but still. Non ricordo più dove ho letto che le cronache sportive sono l’ultimo rifugio del linguaggio epico – ma concordo abbastanza.  Provate a pensare alle telecronache di calcio, piene di attacchi, di sciabolate, di spalti in delirio, di cannonate… E di certo lo sport è un sostituto socialmente accettabile della guerra per lo sfogo degl’istinti aggressivi, giusto?

Nondimeno mi pare che in Italia il romanzo sportivo proprio non prenda. Negli Stati Uniti lo Sports Novel è un sottogenere, anche se non il più prolifico del mondo, piuttosto concentrato su baseball e football americano, con occasionali incursioni in altri sport. Confesso di essermi chiesta, quando l’ho scoperto, come si riesca a rendere avvincente una scena di baseball per iscritto, ma non ho mai trovato il coraggio di leggere qualche baseball novel per sincerarmene.

Naturalmente ci sono molti film di argomento sportivo, e anche molti anime (la mia generazione è cresciuta con i cartoni animati sulla pallavolo), ma pochi romanzi. Tutto considerato, è abbastanza sorprendente, data la quantità di conflitto e di dramma che circonda lo sport sotto tutti gli aspetti. Dalle corse delle bighe tra Verdi e Azzurri nell’antica Bisanzio in qua, le rivalità, i destini dei campioni, gli intrighi, il denaro, il peso politico degli sport non sono mai diminuiti: tutta roba che si presta dannatamente ad essere raccontata, con o senza trame secondarie gialle o sentimentali, con o senza bildungsroman incorporato…. che diamine, lo sport si presta ad essere incorporato praticamente in qualsiasi genere.

Prendiamo per esempio il pattinaggio artistico. Rimpiango molto il tempo in cui Plushenko e Yagudin si contendevano lo scettro. Rivalità epica, feroce, di quelle che meriterebbero davvero un romanzo:

Nonostante quello che ho scritto qui sopra a proposito del baseball, mi rifiuto abbastanza di credere che una partita sportiva per iscritto non renda. Pur non essendo un’appassionata di sport, mi rendo conto a livello istintivo che, sulla carta e sotto la penna giusta, una partita può avere la stessa carica drammatica di una battaglia. E che Yagudin e Plushenko, col mondo che li circonda, gli allenamenti durissimi, la pressione delle gare, i problemi di alcool (Yagudin) e di salute (entrambi), sono due personaggi perfetti.hippodrome

Persino il linguaggio, dicevamo, esiste già. E allora? Se un libro pieno di battaglie all’arma bianca, ciascuna protratta per molte pagine e descritta nei minimi dettagli, è considerato commestibile e appetibile per il pubblico (e di fatto è letto in sufficiente abbondanza), perché lo stesso non vale per un libro pieno di partite? Perché, considerato l’enorme appeal popolare dell’argomento nessuno scrive romanzi incentrati sullo sport?

Chi segue lo sport non legge libri? Non è un luogo comune, questo? E, quand’anche fosse vero, non potrebbe magari il tifoso-non-leggente medio leggere un po’ di più se trovasse romanzi di stile accessibile e di buona qualità letteraria su un argomento che già lo appassiona?

Giro la domanda…

 

musica · tradizioni

Summertime ’16 ♫

Summertime16È vero, la musica domenicale non la facciamo più da qualche tempo – e oggi, a voler vedere, non è affatto domenica, e nemmeno il solstizio…

Ma nessuno di questi mi sembra un serio motivo per trascurare le buone vecchie tradizioni – e questa è forse la più vecchia traduzione di Senza Errori di Stumpa.

E allora, o Lettori, ecco qui Summertime in una versione che mi piace particolarmente: a chi non piacciono Ella Fitzgerald e Louis Armstrong, presi singolarmente o in coppia?

Ascoltatela questa sera, al calare del crepuscolo. O più tardi, a notte fonda.

E buona estate.

tradizioni

Solstizio D’Estate

Midsummer_s_Night_Dream_7834442.jpgE rieccoci d’estate! Oggi è il solstizio: non è una parola bella di per sè? Sol stat, che è esattamente quello che dice l’etichetta, ma attraverso i millenni l’espressione si è caricata di suggestioni di ogni genere.

Non c’è quasi popolazione al mondo che non celebri l’inizio della bella stagione, la luce, la fertilità, la salute, l’abbondanza. Tende ad essere una festa di fuochi, di danze e di riti antichi: si salta sopra i fuochi, ci si danza attorno, si celebrano finti matrimoni, si innalzano alberi decorati, si raccolgono erbe magiche, si esprimono desideri, si cerca di vedere fate, folletti e fuochi fatui, si esplodono fuochi d’artificio, si mettono in fuga gli spiriti malvagi, si traggono auspici… Tutte cose vecchie come le colline, tutte espressioni, a voler vedere, dell’eterno terrore del buio e dell’ignoro che accompagna e condiziona tanta parte di tutto ciò che l’uomo fa.

E siccome, se è vero che si è giunti al massimo delle ore di luce, è anche vero che dall’indomani, superato il culmine, i giorni cominciano ad accorciarsi, in alcuni paesi nordici il solstizio d’estate è considerato l’inizio dell’inverno: meglio godere della luce e celebrarla fin che ce n’è!Ivankupala.jpg

Il Cristianesimo, al suo arrivo, fece del suo meglio per assorbire la festività pagana, sovrapponendovi ricorrenze religiose: S.Giovanni il 24 e i SS. Pietro e Paolo il 28. Come al solito fu un successo misto: nel ‘400, in Inghilterra, le celebrazioni di Midsummer si erano spostate dal solstizio propriamente detto alle date cristiane, ma avevano conservato abbastanza tratti pagani perché i predicatori del tempo tuonassero ancora – dai pulpiti e per iscritto – contro pratiche diaboliche come le danze attorno al fuoco e i canti “diabolici”. Per fortuna il fuoco era abbastanza in linea con la simbologia cristiana da facilitare il passaggio di riti, e tuttora in tutto il mondo si conservano tradizioni di processioni notturne, veglie e fuochi d’artificio. Ma la componente magica, come al solito, non è sparita del tutto. Dalle mie parti, la mattina di S.Giovanni ci si alza presto e ci si lavano gli occhi con la rugiada – si suppone che la pratica protegga la vista, e a quanto pare la condividiamo con i Lituani. E la sera della vigilia di S.Pietro si lascia in giardino una bottiglia d’acqua aperta in cui si è fatto scivolare l’albume di un uovo. L’indomani mattina si dovrebbe trovare l’albume disposto in una forma che ricorda un veliero: quanti più sono gli alberi, tanto più prospero sarà l’anno a venire.

Anche in altre parti d’Europa ci sono pratiche connesse con l’acqua: in Polonia si gettano ghirlande nei fiumi e nei laghi, in Spagna si bagnano le erbe medicinali in sette acque diverse, in Russia si fa il bagno in costume adamitico (presumibilmente nei laghi o nei fiumi, altrimenti non vedrei l’eccezionalità della cosa…).

Midsummer-Nights-Dream-Print-C10100755.jpgMusica e letteratura non sono passate indenni attraverso tutto ciò, naturalmente: a quanto pare Una Notte Sul Monte Calvo fu ispirata a Mussorgskij dalle celebrazioni della notte di S.Giovanni, e come non citare Le Notti Bianche di Dostoevskij, che non ha a che fare con le celebrazioni del solstizio, ma con le lunghe notti subartiche della fine di giugno e, soprattutto, il Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Shakespeare, con la sua abbondanza di fate e incantesimi d’amore? A questo proposito si potrebbe aggiungere, quasi come una curiosità metaletteraria, il prologo di Puck of Pook’s Hill, deliziosa raccolta Kiplinghiana, in cui Dan e Una chiamano involontariamente il folletto Puck ripetendo tre volte una versione abbreviata della Commedia al tramonto di Mezz’Estate. Ho sempre trovato irresistibile la parte in cui Puck ammette, quasi con riluttanza, che i versi di Shakespeare sono diventati – per pura bellezza – un incantesimo tanto potente da vincolare le fate.

In principio sono sempre la paura e il bisogno, poi in risposta vengono la divinità, il fuoco, l’acqua, la bellezza, la conoscenza e l’arte. Non finirò mai d’incantarmi alle meraviglie che l’umanità compie nel processo di dominare la necessità.

grilloleggente · libri, libri e libri · pennivendolerie

Titoli

TitleSono alla disperata caccia di un titolo, un titolo, un titolo per un racconto – il che, come spesso accade, mi ha portata non a un titolo come sarebbe tanto necessario, ma a ogni genere di rimuginamenti in proposito. Confesso di avere un’ossessione per i titoli – quasi pari a quella che ho per i nomi. E in fondo, che cos’è un titolo se non il nome di un libro?

Le due cose tendono a coincidere, tra l’altro, nella vasta serie di casi (spesso ottocenteschi) in cui il libro trae il suo titolo dal nome del protagonista, come Jane Eyre, David Copperfield*, Anna Karenina, Martin Eden, Daniel Deronda, Lucien Leuwen, Ermanno Raeli e via dicendo. Nome e cognome e basta, senza specificazioni di sorta. Qualche volta, addirittura solo il nome, come Emma. In questi casi immagino che tutto dipenda dalla simpatia del lettore per il nome specifico e da un minimo di attenzione nell’evitare cacofonie. Le cose cambiano appena quando il titolo indica rapporti di parentela (I Fratelli Karamazov, Le sorelle Materassi, La Cugina Bette, I Buddenbrook, Otto Cugini) oppure titoli e funzioni (I Viceré, Il Signore di Ballantrae, Il Colonnello Chabert, Il Piccolo Principe).

Ma questi sono casi “facili”, tutto sommato: sappiamo di doverci aspettare la storia dell’individuo o della famiglia il cui nome appare in copertina. A dispetto dei casi ingannevoli – Il Signore degli Anelli è in realtà l’antagonista, mentre il titolo apparentemente nobiliare di Lord Jim (combinato tra l’altro con un diminutivo non particolarmente aristocratico, al pari del Ruy Blas di Hugo) si rivelerà essere ben altro – tendiamo a sapere che cosa aspettarci da un titolo di questo genere.

La narrativa di genere ha talvolta titoli che abbinano il nome di un protagonista ricorrente a qualcosa di descrittivo: Poirot a Styles Court, Maigret e il Lettone**, ma non è necessariamente così. I gialli di Sherlock Holmes sono tanto di genere quanto si può esserlo, ma hanno titoli evocativi come Uno Studio in Rosso e La Banda Maculata. Agatha Christie alterna what-it-says-on-the-tins come Assassinio Sull’Orient Express a eccentricità come Perché Non L’Hanno Chiesto A Evans, per non parlare delle citazioni: Sento I Pollici Che Prudono o And Then There Were None***.Titles

Citazioni e titoli descrittivi abbondano al di fuori della narrativa di genere. La Battaglia, I Miserabili, La Rivolta Nel Deserto, 1984, Guerra e Pace ed altre cose autoevidenti da un lato; e dall’altro L’Inverno Del Nostro Scontento, Fuoco Pallido, Le Armi E L’Uomo…****

Poi ci sono le cose semi-ermetiche, il cui senso si paleserà (se siamo fortunati) leggendo il libro, come Il Rosso e il Nero, Farhenheit 451, Uno, Il Nome Della Rosa, citazioni del libro stesso, come La Coppa D’Oro o L’Eleganza Del Riccio, metatitoli come Se Una Notte D’Inverno Un Viaggiatore o Gl’Insorti di Strada Nuova, nomi di posti come Mansfield Park o Una Terra Chiamata Alentejo, titoli ricattori tipo Va’ Dove Ti Porta Il Cuore, titoli che non sono affatto quello che sembrano, à la Pfiz, O La Città Perfetta e Cento Colpi Di Spazzola…

E poi mi fermo qui, ma si potrebbe continuare a lungo. Alle volte si spendono quasi più pensieri, dubbi e succo di meningi sul titolo che sul romanzo; alle volte non si trova affatto il titolo giusto; alle volte viene giù come un colpo di fulmine; alle volte arriva un titolo perfetto – peccato che non ci sia ancora il libro, e il guaio è che non si può registrare, brevettare o accaparrare un titolo in alcun modo se non pubblicando il libro relativo; alle volte ci s’imbatte in siti che propongono generatori di titoli, per scherzo o ne producono a pagamento sul serio*****; alle volte se ne escogita uno perfetto e poi è talmente perfetto che qualcun altro lo usa prima di noi; alle volte se ne elucubra uno con fatica e affetto e poi l’editore lo cassa senza un’ombra di remora…

Viene da pensare che si potrebbe scrivere romanzi solo sulla genesi dei titoli, vero? Ne riparleremo.

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* E Oliver Twist, Martin Chuzzlewith, Barnaby Rudge, Nicholas Nickleby…  a Dickens piaceva questa maniera.

** Che cito confessando di avere creduto, da bambina, che vi si parlasse di un grosso letto – e invece era un abitante della Lettonia…

*** Che sarebbe Dieci Piccoli Indiani, ma la traduzione non è, come l’originale,  l’ultimo verso di una filastrocca leggermente macabra.

**** Shakespeare è una vera miniera da questo punto di vista, e qui c’è una piccola lista di titoli tratti dai suoi versi.

***** Hanno persino la tariffa maggiorata per le urgenze!!

libri, libri e libri

Le Cose che Piacciono a Me

Ecco le coseÈ la metà di giugno, o Lettori.

Non si direbbe – o almeno non lo si direbbe dalle mie parti,  dove ci godiamo un diluvio dietro l’altro – ma l’estate è a un passo. E, come ogni anno, Ad Alta Voce rompe le righe fino all’autunno.

Chiudiamo questa sera, all’Ostello dei Concari di Governolo (dettagli qui), con un incontro dal tema “Ecco le Cose che Piacciono a Me.”

Ricordate Tutti Insieme Appassionatamente? Julie Andrews che cinguetta con i fanciulli Von Trapp?

Ecco, una cosa così. Letture tratte dai libri che ci piacciono di più, o a proposito delle cose che ci piacciono tanto. Libri preferiti, posti, idee, passioni, ricette… Sarà come un negozio di giocattoli ideale. EccoleO magari di dolci… (Tra parentesi, quale delle due idee vi rende più felici?)

Se siete da queste parti, perché non vi unite a noi – portando qualcosa da leggere o solo per ascoltare? Sarà divertente, sarà un inizio d’estate diverso. Saranno cose che ci piacciono.

A questa sera…

Vitarelle e Rotelle

Alla Ghigliottina!

Mail:

[…C]osa vuol dire che in realtà, in via di principio, propendi per la decapitazione?

RedQueenE ammetto che, detto così, suona decisamente male – ma in realtà è una cosa saggia e sensata.  Una volta superato lo shock. E lo shock, ammetto anche questo, può essere notevole.

Lo so perché la prima volta che qualcuno mi ha consigliato di decapitare quello che avevo scritto, sono scoppiata a piangere. La mia attenuante è che avevo quattordici anni, tenevo da morire al giudizio del mio interlocutore e a doversi decapitare erano quelli che, con il candore degli adolescenti, consideravo i primi tre capitoli del mio primo romanzo.

Ci avevo messo tanta cura, nella mia prima pagina… Tre paragrafi di descrizione di un bosco all’alba, con i raggi del sole nascente, le gocce di rugiada sulle foglie, il cinguettio degli uccelletti, il profumo della resina…

“Decapitalo. Elimina i primi tre paragrafi.”

E giù singhiozzi.

Il fatto è, tuttavia, che una volta smaltita la crisi di pianto, una volta smaltito lo shock, una volta smaltiti i tre paragrafi, mi sono accorta che M.Guillotin aveva ragione. Invece di cominciare con l’alba, i lamponi, la rugiada e l’aria fresca, la mia storia cominciava con il mio protagonista su tutte le furie perché non voleva che il suo precettore se ne andasse.

E indovinate un po’? Era un inizio molto migliore.

Quel romanzo poi non l’ho mai scritto, ma la lezione l’ho imparata. Nove volte su dieci, eliminare la testa (e il termine può indicare una porzione compresa tra la prima frase e il primo capitolo) non è una crudeltà né un atto di misericordia: è la folgorante differenza tra un inizio così così e un inizio travolgente.guillotine

C’è tutta una serie di ragioni, per questo. L’inizio è il punto in cui conosciamo meno la nostra storia, in cui ancora non padroneggiamo la voce narrante, in cui ci stiamo guardando attorno con aria interrogativa, in cui non abbiamo ancora preso confidenza con i nostri personaggi, in cui ci stiamo ancora scaldando, in cui siamo così maledettamente preoccupati di dire un sacco di cose che non diciamo quelle importanti, in cui ci pare di dovere sempre cominciare da un po’ più indietro.

Non ricordo più chi dicesse che l’inizio è l’ultima cosa che si dovrebbe scrivere in un romanzo, ma doveva essere qualcuno di saggio. L’inizio non è una passatoia rossa che conduce verso la storia; l’inizio è la storia stessa che afferra il lettore per il collo e lo inghiotte, con tanta forza da non lasciarlo andare fino alla fatidica paroletta di quattro lettere… È davvero una buona idea scriverlo quando la storia non è ancora ben salda sulle gambe?

Perciò adesso non mi preoccupo più troppo dell’inizio, se non dopo la fine, quando torno indietro e mi ci metto sul serio. Decapito quello che ho scritto, lo rendo più incisivo e vivido che posso, lo trascino in medias res, più spesso che no lo riscrivo daccapo. E poi, naturalmente, decapito ancora.

E spesso è il miglior servizio che posso rendere alle mie storie.

scrittura

Tagli, Ricorsi e Potature

Scissors5Non è che passi il tempo a rileggere il mio blog – ma per una serie di circostanze mi è ricapitato sotto gli occhi questo post, ed è stato piuttosto bizzarro.

Se non avete voglia di andare a (ri)leggervi il vecchio post, ve lo riassumo: due anni e una settimana fa, mi lamentavo di una storia che volevavolevavoleva essere scritta, nonostante stessi lavorando su tutt’altro e avessi non una ma due scadenze al breve orizzonte. Dopo un po’ di inutile resistenza, l’Altra Storia e io eravamo giunte a un compromesso: io ti butto giù in prima stesura, e tu mi lasci in pace. E così era andata. Cinquemila parole e rotte in due giorni e una notte. Non male, trattandosi di me.

Dopodiché le scadenze incombevano e mi ero rimessa a lavorare sul serio – ma insomma, ci avevo guadagnato una prima stesura non del tutto insoddisfacente, e chissà che in futuro non potessi farne qualcosa… eccetera. Scissors

E che cosa c’è mai di bizzarro in tutto ciò, vi chiederete. Ebbene, il fatto è questo: ne ho fatto qualcosa. In questi giorni. Finendo ieri. Quelle cinquemila parolette o giù di lì che si erano fatte scrivere con la forza adesso sono rimaste in 2750 dopo una campagna di feroce potatura. E il racconto che ne è uscito partirà nei prossimi giorni per un certo concorso Oltremanica…

Come sempre capita in queste circostanze, è stato un esercizio estremamente istruttivo. Tagliare e asciugare è sempre interessante: che cosa posso togliere senza snaturare la storia? Questa parola mi serve davvero? E ho davvero bisogno di entrambi quest aggettivi? Non posso fare con uno solo? O sostituirli con uno che in qualche modo li comprenda entrambi? E questa considerazione è necessaria? E se eliminassi queste due battute, cosa succederebbe al dialogo? E così via… E in realtà, in via di principio, propenderei per la decapitazione – ma questa volta proprio non si poteva, e così più che potare ho limato, limato e limato quasi parola per parola. Confesso che levare le ultime cento o centoventi parole è stato come scartavetrarsi i canini.

Ma ci siamo arrivati – e bisogna dire che ci fosse parecchia imbottitura, perché alla fine è ancora la storia di partenza, seppur considerevolmente più asciutta. Come dicevo, ritrovare il post in cui raccontavo la nascita del racconto… A parte tutto il resto, secondo voi posso considerare la storia punita per la sua prepotenza originaria?

E ancor più bizzarro, a ben vedere, è questo. Ieri, oltre a questa potatura, ne ho finita un’altra: quella del romanzo. Pensavo di prendermi un giorno di pausa, oggi, prima tuffarmi nelle ultime scene da aggiungere… E sapete chi si intrufola nel giorno di pausa? Un’Altra Storia, ovviamente… Qualcosa che voglio scrivere da tempo, e la cui prima scena mi è balenata in mente mentre guidavo sotto la pioggia, l’altra sera, di ritorno dalle prove. “Non ho tempo, non ho tempo e non ho tempo,” le ho detto – perché proprio non ne ho…

scissors4Ma quest’accidente adesso ha delle pretese: vuole che domani, mentre non scrivo altre cose, la butti giù. Almeno una prima stesuretta…

E che bisogna farci? Si vede che certe cose proprio non cambiano.

 

 

gente che scrive · Shakespeare Year

Shakespeare, la Luna e Borges

BorgesShakespeareParlavamo di Borges e de La Memoria di Shakespeare, ricordate?

E dicevamo anche che, nella forma narrativa, si nascondono un po’ di teorie borgesiane sul Bardo&Cigno – ma forse “teorie” non era la parola giusta. Detto così richiama alla mente gente… er, bizzarra come Wilbur Zeigler o il non-proprio Ayres/Underwood , e invece siamo su un altro pianeta.

Borges non è uno squadrellato che cerca di contrabbandare una teoria bislacca e indimostrabile in forma di cattiva narrativa. Borges racconta una storia affascinante, e le dà spessore e colore e strati di complessità con un certo numero di intuizioni indimostrabili ma bellissime.

Eccone una che mi ha colpita in particolare:

Seppi allora che per lui la luna era più Diana che la luna – e, più che Diana, quella parola dalla lunga vocale buia, luna.*

E questo è meraviglioso – è Shakespeare in venticinque parole. Non l’opera di Shakespeare – ma quel che Shakespeare è stato, o almeno BorgesShakespeareMoonpotrebbe essere stato per quel che ne sappiamo. Il Grammar Schoolboy, con abbastanza educazione classica  e retorica per identificare la luna nella sua incarnazione mitologica – ma prima di tutto l’uomo dall’orecchio squisito, il poeta che vede i suoni e usa ogni parola come se fosse una pennellata. E questo, da parte di Borges, è veramente un colpo di genio.

Aggiungete il fatto che questa gemma di caratterizzazione non è offerta direttamente, ma come una delle maree con cui la memoria di Shakespeare sommerge gradualmente quella del narratore. Par quasi di vederlo, Hermann Soergel, che guarda distrattamente la luna una sera d’estate – e all’improvviso la consapevolezza irrompe e gli leva il fiato: Diana prima, e poi subito la luce notturna, la semioscurità racchiusa nella “lunga vocale buia”: moon

Lo dico un’altra volta: è meraviglioso. Shakespeare immaginato – visto –  in controluce. Luce lunare, ovviamente. Ho l’impressione che scoprire sul serio Borges sarà un bran bel viaggio.

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* Traduzione mia – dalla traduzione inglese. Eh.

 

anglomaniac · romanzo storico · Storia&storie · teatro

History Plays – Romanzi Storici a Teatro

Wolf_Hall_coverOh dolce Inghilterra, isoletta felice, dove i campi sono circondati da siepi di biancospino, il teatro è una religione, e i romanzi storici si adattano per il palcoscenico!

Sì – è una giornata così, abbiate pazienza. Ma il fatto è che è tutto vero: le siepi di biancospino, e il teatro e, soprattutto, i romanzi storici.

“E tu di che ti lamenti, o Clarina? Non hai portato in scena il Somnium Hannibalis, tu?”

Vero – ed è stato bellissimo. Ma è stato per una serie di casi, per un progetto scolastico, e quante volte succede? Quanti romanzi storici arrivano sul palcoscenico alle nostre latitudini? Ben pochi, per non dir quasi nessuno.

Sull’Isoletta è diverso. Cominciamo col dire che portare a teatro i romanzi in generale è una vecchia abitudine. Per dire, tanto il niente affatto storico Jane Eyre quanto lo storico Le Due Città furono adattati numerose volte, cominciando quando i rispettivi autori erano ancora abbondantemente in vita – ma allora era l’equivalente dell’adattamento cinematografico. La cosa bella è che l’arrivo del cinema non cambiò poi troppo le cose, perché il teatro in Inghilterra è davvero una religione, e agli Inglesi piace vedere le storie a teatro, indipendentemente dal cinema. Wolf Hall

Quindi sul palcoscenico arrivano cose di grande successo, come Wolf Hall di Hilary Mantel, insieme al seguito Bring Up The Bodies. Questa favolosa, complessa storia early Tudor incentrata sul ministro enriciano Thomas Cromwell (antenato di quell’altro Cromwell), ha vinto tutto quel che si poteva vincere, il Man Booker Prize e il Walter Scott tra gli altri – e nel 2013 Mike Poulton l’ha adattata per la Royal Shakespeare Company. E il fatto è che era già stata annunciata una miniserie della BBC, con Mark Rylance nel ruolo del protagonista – ma a nessuno è passato per la testa che questo dovesse essere un deterrente all’idea di un adattamento teatrale.

13206633E però, badate bene, in scena non ci arrivano soltanto best-seller di vastissima presa. Di Ros Barber e del suo The Marlowe Papers avevamo parlato tempo fa: romanzo in versi sciolti, una delle migliori variazioni che abbia mai letto sulla teoria marloviana del vero autore – e a me la teoria marloviana non piace granché, ma questo è talmente ben fatto da piacermi molto nonostante la premessa. Anche TMP ha vinto un certo numero di premi, ma stiamo parlando di un romanzo in versi incentrato su una teoria più che un po’ bislacca… Non c’è paragone con i numeri di Wolf Hall, e le probabilità di arrivare in televisione o – men che meno – al cinema, sono pressoché inesistenti. E però anche TMP è arrivato in scena. Una piccola compagnia indipendente ha lavorato con l’autrice all’adattamento, un atto unico/monologo, con un attore solo in scena e musica period dal vivo. Questa non è una produzione sontuosa come quella della RSC, Catturaè chiaro – ma la qualità è ugualmente altissima, e il play sta riscuotendo molto successo. Adesso è a Brighton, e poi girerà – e chissà che in autunno non si riesca a pescarlo a Londra…

Perché Laggiù i romanzi storici si leggono, si adattano, si portano in scena, e si vanno a vedere con entusiasmo – in grande o in piccolo. Capite perché dico che è un’Isoletta felice?