Immaginate un posto labirintico e pittoresco, pieno di angoli bui e ogni genere di bizzarri attrezzi, popolato di gente temperamentale con tendenza all’egocentrismo che pratica la finzione per mestiere, percorso da rivalità e carrierismo di notevole ferocia…
Non vi sembra perfetto per quantità industriali di omicidi?
Be’, siete in buona compagnia: da decenni sembra perfetto a un sacco di giallisti che ambientano le loro storie a teatro e nell’ambiente teatrale…
In realtà dubito che attori, registi e autori teatrali abbiano una tendenza a delinquere superiore alla media. Al momento mi viene in mente soltanto Ben Jonson che uccide Gabriel Spenser in duello – ma ammetto che, essendo successo quattrocento e tanti anni fa, non è terribilmente significativo.
E se vogliamo, anche Marlowe passò un paio di settimane a Newgate per concorso in omicidio (compiuto più o meno per autodifesa da un altro autore teatrale, Thomas Watson), e morì accoltellato in una rissa… ma di nuovo, stiamo parlando di Elisabettiani.
E tuttavia, svariati secoli più tardi, nell’epoca d’oro del giallo classico inglese, si sviluppò una considerevole tendenza a far maturare delitti tra le sensibilità arroventate e le scarse inibizioni dei teatranti.
Cominciamo pure da Agatha Christie, i cui attori – dalla Lady Edgware di Tredici a Tavola al Charles Cartwright di Tragedia in Tre Atti, non sono sempre creature equilibratissime. Badate, non sto dicendo che siano necessariamente assassini – ma di sicuro muovono parecchio la trama a furia di temperamento, ambizioni e mancanza di scrupoli.
Con Ngaio Marsh, poi, non c’è gioco. La signora era una regista e insegnante di teatro, per cui l’ambientazione le riusciva naturale. Tanto che, lo confesso, i gialli della Marsh li leggo, più che per l’indagine, per l’aguzzo ritratto dell’ambiente teatrale. Aguzzo e vario: per citare solo un paio di titoli, se l’allegro e ironico Death at the Dolphin è costruito intorno al sogno di ogni autore teatrale degno del nome (meno l’omicidio, magari…), l’antecedente First Night non risparmia nulla della fatica, delle perfidie e dell’occasionale squallore nascosti dietro le quinte di una produzione. E il più tardo The Light Thickens è talmente dettagliato e vivido nella sua descrizione del lavoro di scena, da essere stato definito “la terza regia della Tragedia Scozzese di Ngaio Marsh”.
Dopodiché non sempre i delitti avvengono tra camerini, boccascena e magazzino degli attrezzi. Nessun romanzo di Josephine Tey è ambientato a teatro (anche se The Man in the Queue inizia davanti a un teatro del West End, e la Christine di A Shilling for Candles è un’attrice), ma Marta Hallard, la grande amica dell’Ispettore Grant, è un’attrice teatrale – e frequenta di conseguenza, cosicché attori, autori, registi e produttori non mancano mai.
A questo proposito, potrei citare la contemporanea Nicola Upson, che proprio della Tey ha fatto la protagonista della sua serie di gialli. Nel primo volume, An expert in murder, Josephine e l’Ispettore Archie Penrose indagano su due omicidi commessi durante l’ultima settimana di repliche del successone teyano Richard of Bordeaux. Per un motivo o per l’altro, mezza popolazione del teatro si ritrova ad avere mezzo, movente od occasione – e forse la maggiore delizia di questo libro sta nei personaggi modellati su gente come John Gielgud o le sorelle Harris di Motley, autentica fauna del West End anni Trenta.
Quindi, vedete, la tradizione continua ininterrotta ai giorni nostri. Spesso, è vero, continua nei gialli storici. Qualche volta i protagonisti sono fittizi, come l’ur-direttore di scena elisabettiano Nicholas Bracewell di Edward Marston, o il farmacista settecentesco John Rawlings di Deryn Lake – che teatrante non è, ma a un certo punto della sua carriera si ritrova a investigare sulla morte di un primattore assassinato in scena al Drury Lane. Altre volte, il protagonista/detective è un personaggio storico, come il Tom Nashe di Mike Titchfield, o i (plurale) Kit Marlowe di M.J. Trow e Sarah D’Almeida.
Discorso a parte merita il bellissimo e già citato Mystery Play – La Commedia della Vita di Barry Unsworth, in cui un capocomico tardomedievale e i suoi attori risolvono un omicidio abbandonando la vecchia tradizione teatrale dei Misteri. Francamente, in questo caso, l’omicidio non è del tutto rilevante, se non come indovinello viscerale, cui offrono soluzione l’arte e la conoscenza.
Col che non voglio dire che il filone sia confinato ai secoli passati. Non vi stupirete se confesso di non leggere molti gialli di ambientazione contemporanea, ma basta contare quanti episodi de La Signora in Giallo siano ambientati a teatro e abbiano per vittima o assassino un attore, un autore, un regista, un produttore. O un critico – non dimentichiamoci dei critici. Ed è vero, eravamo tra gli anni Ottanta e Novanta, but still.
Perché alla fin fine, il teatro è sempre quel luogo di buio e luci parimenti artificiali, di illusioni, di corde, di armi non sempre finte, di gelosie, di apparenza che inganna, di false prospettive, di controllo supremo unito all’impulsività più scoperta. E se niente e nessuno è quel che sembra, torno a chiedervelo: c’è dunque posto più adatto a mettere in scena un assassinio?

Ora, è mia ponderata opinione che gl’implumi siano un pubblico più difficile di altri.
Ho ricordi di una volta in cui, con gli Histriones, mettemmo in scena il Somnium Hannibalis per le scuole al Monicelli di Ostiglia. Nulla di strano, in teoria: la versione teatrale del SH era nata come progetto didattico, quindi le scuole erano il pubblico naturale. In teoria. All’atto pratico lo avevamo portato in giro per due anni davanti a pubblici adulti, e quando, da dietro il sipario chiuso, cominciammo a sentire quinte elementari e prime medie cicalanti invadere il teatro, ci prese un nonnulla di sconforto collettivo. Ancor più quando, all’abbassarsi delle luci e ai discorsi di circostanza, il cicaleccio non accennò a scemare. Quando andai a prendere il mio posto alla consolle luci, confesso che lo feci con molti misgivings: attori innervositi*, pubblico disinteressato… ammetterete che non prometteva molto bene.
Poi venne la serata di beneficenza natalizia, sempre al Monicelli, con Christmas Joy sciaguratamente infilato fra un cantante di tristissime carole romene e i balli latinoamericani… E c’era anche un coro d’implumi, le Voci Bianche della Corale Verdi, a riempire le prime due file della platea in attesa del loro turno. E (non del tutto incomprensibilmente) i piccoli coristi si stavano annoiando a morte, e parlottavano e ridacchiavano…
E funziona anche con un pubblico implume ma più grande, come scoprii qualche anno dopo a Poggio Rusco, con Shakespeare in Words per le scuole superiori. Di nuovo: un teatro pieno d’implumi borbottanti e non particolarmente interessati, al di là di una mattinata senza lezioni… E penserete che forse, a quel punto, avrei potuto avere più fiducia – ma… well.
Mi si è fatto notare di recente che a Senza Errori di Stumpa mancava una pagina dedicata alle mie attività teatrali…
Quest’anno in Campogalliani attorno alla Giornata della Memoria abbiamo costruito un progetto più “lungo” del consueto – qualcosa che, tra gennaio e marzo, intreccia due testi diversissimi tra loro per tono, per idea, per origine. Diversissimi – eppure…
E poi ci sono le Donne di Ravensbrück, tratto dall’operetta-pastiche che l’antropologa francese Germaine Tillion scrisse per le sue compagne di blocco durante la prigionia nel campo di Ravensbrück… Un’operetta, sì. Perché di fronte all’orrore quotidiano, alla morte incombente, alla crudeltà insensata, Germaine e le altre si tenevano vive strappando al buio un sorriso, una canzone… Ne riparleremo più avanti, quando questo singolarissimo lavoro sarà pronto per la scena – ma per ora diciamo questo: il Processo e Ravensbrück, nella loro enorme diversità, si accostano alla perfezione. Non le due facce di una medaglia – perché la cosa è molto più complessa di così. Diciamo due tra le facce dello stesso prisma, piuttosto. E lavorare all’uno e assistere all’altro è stata (sta essendo) un’esperienza piena di fermenti e di commozione – e, una volta di più, di domande.
E questa volta non inizierò il post con una stupefatta constatazione su come – oh dear! – sia già la fine di dicembre, di come gennaio sia già dietro l’angolo… no, stavolta non lo farò affatto.
Quest’anno si è scritto anche a dicembre: la dodicesima storia, cose per il teatro, altre faccende piuttosto promettenti, di cui spero potremo parlare presto… non che si sia scritto tutti i giorni – anzi: il mio calendario di scrittura ha tanti buchi che sembra colonizzato dalle talpe. Però si è scritto un po’, ed è più di quanto abbia scritto in dicembre da non so quanti anni a questa parte. Mi è piaciuto scrivere in dicembre? Ni… Non ho mai obiezioni a scrivere un po’ di più, sia chiaro – ma farlo in questa maniera “quando si può” mi mette un nonnulla d’ansia. O meglio: l’ansia non me la mette affatto scrivere “quando si può”: è non scrivere quando non si può che mi getta in qualche genere di sconforto… All else apart, avevo deciso di infilare in dicembre un ulteriore piccolo adattamento – e non l’ho fatto. Non ho nemmeno iniziato, nemmeno creato il file all’uopo in Scrivener. E badate, era una decisione del tutto irragionevole: non so come potessi pensare di farcela… A un certo punto è stato irrevocabilmente chiaro che non ci sarei mai riuscita e ho accantonato l’idea – il che è stato un anno di buon senso, ma non la più piacevole delle cose. Quindi non so dire come andrà l’anno prossimo – ma di certo, se mi deciderò per un altro Writing December, le cose andranno programmate meglio.
E non solo le storie, perché ho scritto con una certa intensità, quest’anno. La mia prima sceneggiatura cinematografica feature-length, che alla fine dei giochi è troppo, troppo, troppo lunga. Dovrò sfrondarla, o cambiare prospettiva in qualche modo, o trovare la maniera di ridurla a dimensioni accettabili. Ecco un’altra cosa da fare per il ’20. E poi tre traduzioni/adattamenti – di varie dimensioni, di vari argomenti, da varie lingue – tutti destinati ad andare in scena nell’anno nuovo. Ne parleremo di volta in volta.
C’era una volta una Clarina cui piaceva considerarsi cinica in fatto di Dickens.
Ed è inutile che vi dica che tradurre un testo crea un rapporto singolarissimo tra traduttore e storia, tra traduttore e parole. Non è più solo questione di leggere e rileggere: ci si convive, lo si assorbe, lo si filtra, lo si fa proprio nello sforzo di fare da tramite tra l’autore e il lettore – o, in questo caso, il pubblico. Un’altra lingua, un altro secolo, un colore e una consistenza speciali da rendere in un codice diverso… E per di più qui c’era la questione dell’adattamento teatrale, delle esigenze di una compagnia, di un palcoscenico, di una produzione… Tutta una serie di condizioni molto specifiche.
Dopodiché vennero le prove – e venne un Attore malconvinto che dapprincipio aveva l’impressione di trovare “pochino” nel personaggio di Scrooge. Era bidimensionale, diceva. Prima era cattivo e poi diventava buono – così! Suonava proprio come una versione teatral/interpretativa delle ciniche cautele di quando la Clarina era tanto cauta e cinica, nevvero? E, con sua lieve sorpresa, la Clarina si ritrovò a difendere strenuamente il personaggio e la storia. Lo spessore, ella disse, era tutto nel progressivo indurimento di Scrooge, da bambino solitario ad allegro apprendista, a rapace uomo d’affari – di rimpianto in rimorso… e lo speculare, progressivo ammorbidimento nel progredire della storia: allo Scrooge della prima Strofa, quello che non aveva rivisitato i suoi vecchi Natali né visto quelli altrui, non sarebbe importato poi nemmeno troppo di morire solo e illacrimato, giusto?
Poi una sera, mentre sbirciava appollaiata su un angolo di sedia, con la colonna vertebrale ritorta e il collo tirato, si ritrovò un piccolo, piccolo nodino in gola. Era la scena in cui lo Spirito dei Natali Passati mostra a Scrooge i suoi tristissimi Natali di collegiale, e lui ricorda la consolazione dei compagni immaginari… e l’Attore che era stato dubbioso ora era così triste, così pieno di rimpianto e desiderio per quell’ombra di felicità immaginata e lontana…!

Christmas Joy, che è andato in scena giovedì scorso – e del quale per ora non ho nemmeno una foto – l’avevo scritto già nel 2011 e poi, per una serie di circostanze, era stato accantonato fino al debutto del 2014. Nel riprenderlo in mano per Storie Sotto l’Albero mi sono ricordata che scriverlo era stata un’esperienza interessante.
