Natale

Di Alberi di Natale

smallvictorianchristmastree.jpgAvete fatto l’albero, o Lettori? Magari già il giorno dell’Immacolata? Per lunga tradizione famigliare, a casa mia lo si fa il pomeriggio del 12 – vigilia di Santa Lucia. E ci ho messo quasi dieci giorni a pensare che si potevano anche raccogliere un po’ di alberi di carta…

Perché il fatto è che l’albero di Natale spunta sporadicamente in letteratura – non solo in quel genere di storia fattapposta che si pubblica sotto Natale a edificazione stagionale di fanciulli e famigliole. Sono tanti gli autori che infilano un albero di Natale o due in memorie d’infanzia, racconti e altre cose “minori”*.

Per esempio, Truman Capote racconta la caccia all’albero di Natale perfetto in A Christmas Memory. La scelta cade su un abete “alto due volte un bambino, così che i bambini non riescano a rubare la stella in cima”, e l’albero è “una bella bestia vigorosa” che richiede trenta colpi d’ascia per essere abbattuto. Riportarlo in paese – per l’ammirazione e l’invidia generali – sarebbe quasi impossibile, se non fosse per l’entusiasmo dei due cacciatori trionfanti e il profumo fresco e pungente della preda.

Una versione cittadina si trova in Un Albero Cresce a Brooklyn, in cui – bizzarramente, if you ask me – a fine giornata i venditori di alberi di Natale regalano gli alberi invenduti a chiunque riesca a restare in piedi quando l’albero in questione gli vien tirato addosso. La protagonista Francie e il fratellino Neeley sorvegliano per ore un certo bellissimo albero che non possono assolutamente permettersi e, all’ora di chiusura, si fanno avanti per la prova, in concorrenza con un robusto giovanotto. Tutti fanno il tifo per i due bambini, ma sembra impossibile che siano capaci di reggere l’albero enorme… invece ci riescono, e se ne tornano a casa con il più meraviglioso abete che Boggart Street abbia mai visto.57d0d108bad9dd1ac0035e46c8d72b7f

L’albero di Jack Kerouack in The Town And The City, invece, è già addobbato di fili d’argento e lucine, per la gioia del piccolo Mickey, che ama la sera della Vigilia, con la radio che trasmette Dickens e le carole nella casa silenziosa, con le luci dell’albero e i regali da aprire al ritorno dalla messa di mezzanotte. Ma anche nella festa del giorno di Natale, mentre sua madre suona il pianoforte e gli ospiti cantano, le gioie principali di Mickey sono due: la musica della mamma e la contemplazione dell’albero.

Le cose vanno diversamente ne L’Albero Di Natale E Il Matrimonio, di Dostoevskij – ma si sa: i Russi sono Russi. E così, attorno al’albero ornato di frutta e di dolci, i bambini trovano regali accuratamente appropriati alla loro posizione sociale presente e futura: la bambola più bella è per la principessina che possiede già una favolosa dote di rubini, e poi giù giù, fino al figlio della governante, per il quale c’è solo un libro di racconti di animali senza nemmeno un’illustrazione.

Gli autori anglosassoni sembrano mantenere una ben più candida fede nell’albero e in tutto ciò che lo circonda, anche quando diventano malinconici. In Un Albero Di Natale**, Dickens descrive bambini che ammirano l’albero di Natale con “occhi di diamante”, e più tardi, sveglio nel suo letto, ricorda i Natali della sua infanzia e immagina “un albero d’ombra”, che cresce libero e maestoso dal soffitto – ogni ramo ed ogni luce un ricordo natalizio.

5 desktop nexusIn My Antonia (che non è un’opera minore), i personaggi di Willa Cather dispongono frutta candita e ghirlande di pop-corn sul loro alberello freddo e profumato, ma è dal baule dell’immigrato austriaco che escono le vere meraviglie: ornamenti di cartone colorato a forma di Sacra Famiglia e Re Magi con il loro serraglio – cosicché l’abete, provvisto anche di finta neve di cotone e lago di vetro, diventa una sorta di albero-presepio, l’albero parlante delle favole natalizie, carico di “storie e leggende annidate tra le sue fronde come uccelli”.

Torniamo momentaneamente in Russia con l’orfanello Vanka che, in un racconto giovanile di Checov, ricorda i preparativi natalizi della grande casa di campagna dove suo nonno lavora come custode – incaricato tra l’altro di procurare ogni anno l’albero da decorare con la frutta. Come vorrebbe, povero Vanka, che la signorina Olga – la sua preferita tra le padroncine – gli mettesse da parte una noce dorata come accadeva ogni anno… ma, Cechov essendo Cechov, sappiamo tutti che le lettere natalizie non vanno mai a buon fine.CarolingTownSquare

Persino Thackeray, in Attorno All’Albero Di Natale, riesce ad essere un po’ più lieto: tutto passa, la gioventù passa, passa il tempo dei sogni, proprio così come passa l’inverno. Ma stanotte è ancora Natale, è consentito indugiare sui ricordi e fingere che la neve non debba sciogliersi.

Elizabeth Cummings goes for tears nella poesia The Little Tree, parlando all’abetino smarrito e confortandolo – solo e lontano dalla sua foresta: “ti consolo e ti abbraccio stretto come farebbe una mamma, ma non avere paura”. E in effetti, la malinconia degli alberi tagliati è uno degli aspetti meno gioiosi di tutta la faccenda.

Va meglio all’abete in giardino che si ritrova ornato di candele ne La Verga di Aronne di Lawrence, e si ritrova persino al centro delle danze dei suoi improvvisati adoratori della luce.

E infine torniamo in Europa per un’ultima dose di buon vecchio ricatto emotivo: La Piccola Fiammifferaia di Andersen, che prima di morire accende tutti i suoi fiammiferi che nessuno ha voluto comprare, nella luce di ciascuno vede una meravigliosa immagine natalizia e, subito prima della più bella di tutte – la Nonna che viene a prenderla – c’è un albero decorato con migliaia di candeline e allegre figure colorate. Poi sappiamo tutti quel che succede: ricatto emotivo, appunto.

Insomma, gli alberi di Natale sono sempre una faccenda emotiva, ma non necessariamente lieta: ricordi, nostalgie, innocenza perduta, meraviglia e fiabesca memoria.

_____________________________________________

* Minori, a meno che non vogliamo parlare di Goethe, con gli insopportabili fratellini di Lotte che cantano O Tannembaum intorno all’albero di Natale proprio mentre il giovane Werther si tira la pistolettata fatale…

** Pubblicato 170 fa di questi giorni – e potete trovarlo qui in originale e qui nella traduzione di Marcello Jatosti.

Digitalia · teatro

Natale con la Campogalliani

E se vi dicessi che il Teatrino d’Arco, benché chiuso, non è fermo?

Certo, se le cose fossero normali, se il mondo non fosse cambiato in modi che mai avremmo immaginato, saremmo nel bel mezzo del terzo giro di repliche di Canto di Natale, e in attesa di un debutto per la sera di San Silvestro… E se tutto fosse andato anche solo un po’ meglio di quanto sia andato, staremmo rappresentando qualcosa di nuovo e di adatto ai tempi – pochi attori in scena, pubblico limitato, scenografie ridotte e suggestioni immutate, perché una delle magie del teatro è che sa funzionare in ogni dimensione.

Invece abbiamo tutti sotto gli occhi la situazione, e sappiamo che i teatri sono chiusi fino a data da destinarsi… Sipario chiuso, luci spente, platea vuota.

Però…

Però l’Accademia Campogalliani non si ferma, e abbiamo deciso di offrire un’alternativa. Un’alternativa tecnologica, un’alternativa a distanza. Un’alternativa.

Un piccolo cartellone natalizio di spettacoli interpretati dagli allievi dei nostri corsi e riproposizioni di vecchi successi, in diretta o registrati, accessibili in via digitale:

Lunedì 21 dicembre, ore 20.30 – Donne da Palcoscenico

Martedì 22 dicembre, ore 20.00 – Natale con Delitto

Mercoledì 23 dicembre, ore 18.00 – Un Natale da Favola

Venerdì 25 dicembre, ore 17.00 – Canto di Natale, di Charles Dickens

Sabato 26 dicembre, ore 17.00 – Canto di natale, di Charles Dickens

Martedì 5 gennaio ’21, ore 17.00 – Il Fantasma di Canterville, di Oscar Wilde

Mercoledì 6 gennaio ’21, ore 17.00 – Il Fantasma di Canterville, di Oscar Wilde

 

Che ne dite? Volete unirvi a noi in queste feste a distanza, per vivere e rivivere la magia del palcoscenico – seppure da lontano? Tenete d’occhio la nostra pagina Facebook: oltre a permettervi di accedere ai link per vedere gli spettacoli, è un buon modo per non perdersi novità e aggiornamenti. E poi, naturalmente, c’è il nostro sito.

Nonostante le porte chiuse, il Teatrino è aperto e più vivo che mai. Noi, una volta di più, ci siamo.

 

 

elizabethana · Shakespeare · teatro

Esserci o Non Esserci

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonQuesto è il problema. Se sia meglio portare il fantasma in scena come uno spirito incarnato o suggerire la sua incorporeità per mezzo di luci blu, velari e macchina della nebbia – o magari non mostrarlo affatto. Spettro, apparizione, voce disincarnata, ossessione folle – e con un’idea registica dire che si è messo fine al dibattito sulla natura dell’ectoplasma vendicativo…

Perché il fatto è, vedete, che quando Shakespeare scrisse il suo Amleto, i fantasmi nell’Inghilterra riformata erano una vexata quaestio. Per i cattolici, naturalmente, erano anime del purgatorio, tornate a chiedere preghiere, esigere vendetta o sistemare faccenduole lasciate indietro. Ma la riforma aveva fatto piazza pulita di purgatorio, limbo e altre consimili sistemazioni provvisorie: una volta morti si ascendeva o si sprofondava in luoghi da cui nessuno tornava più.shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burton

Però i fantasmi c’erano – pochi dubitavano dell’esistenza di apparizioni spettrali. Il problema era come spiegarle… La risposta protestante era, come spesso accadeva, il diavolo. Non di fantasmi si trattava, ma di forme create illusoriamente (o abitate – su questo non c’era accordo) dal demonio al fine di sconvolgere le menti più impressionabili*, spingerle a compiere azioni riprovevoli come la vendetta e/o il suicidio e, già che ci si era, rastrellarne le anime.

Ma questi erano gli strologamenti dei teologi e dei re**, e l’opinione generale era che le anime dei morti tornassero indietro eccome. Magari non erano affatto raccomandabili, magari avevano davvero a che fare con il diavolo, ma erano propio fantasmi.

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonE la questione cessa di sembrare di lana caprina quando si guarda che cosa ne fa Shakespeare, portando in scena il fantasma di Amleto senior. Bernardo e Marcello, i primi a vederlo, non sanno bene che cosa pensarne ma, a ogni buon conto, chiamano e mandano avanti Orazio, perché Orazio sa il Latino e quindi è in grado di conversare con l’apparizione – e presumibilmente scacciarla, se necessario.

Orazio ha studiato a Wittemberg, e quindi arriva armato di accademico, filosofico e teologico disprezzo per tutto l’armamentario superstizioso medievale***. E infatti parte arringando lo spettro come se fosse un diavolo… E bisogna dire che allo spettro non piace molto essere perentoriamente invitato a parlare “per il cielo!”…

Questo potrebbe significare che si tratta in effetti di un diavolo cui non piace sentir nominare le cose superne, oppure che si tratta di un fantasma legittimo, offeso dal sospetto di Orazio. La faccenda rimane ambigua in una maniera che doveva essere accettabile per il Master of Revels e molto eccitante per un pubblico elisabettiano.

Diavolo? Fantasma? Fantasma? Diavolo?shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burton

La cosa buffa è che il filosofico Orazio si converte subito all’idea del fantasma, mentre Amleto, com’è nel suo stile, dubita. Ci saranno anche più cose in cielo e in terra che in tutta la filosofia di Orazio, ma perbacco, questa preoccupante apparizione vuole spingere il nostro tetro giovanotto a commettere peccato… diavolo o fantasma? Fantasma o diavolo?

E poi tutti sappiamo come va a finire.

Ora, la complessiva ambiguità dell’ectoplasma danese incarnava senza scioglierlo uno dei grandi dubbi dell’epoca, e l’Inglese medio si riconosceva nel rovello di Amleto: è o non è un fantasma? Defunto in cerca di giustizia (of sorts) o diavolo tentatore? È più indegno trascurare la volontà del trapassato o rischiare l’influenza diabolica? Eccetera, eccetera.

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonIn termini di pratica teatrale, la faccenda si traduceva in un attore in armatura che entrava in scena (da destra o da sinistra?), faceva le sue declamazioni con voce stentorea**** e poi si affrettava a cambiarsi per interpretare un’altra particina o due.

E così rimase per vari secoli, e ci volle il Novecento perché qualcuno cominciasse a porsi la questione in termini più registici che teologici.

Intanto, qualunque cosa l’apparizione fosse, bisognava in qualche modo segnalarne il carattere preternaturale. La voce da stentorea cominciò a farsi eterea ed echeggiante, la presenza scenica si sciolse in diluvii di nebbia, garze, tulli, luci blu, nebbia artificiale, ombre, proiezioni e – al cinema – trasparenze e doppie esposizioni.shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burton

Per esempio, nella versione olivieriana del 1948, il fantasma è un’armatura dalla celata semichiusa, avvolta in vortici di nebbia. Ricordo di avere visto, a Cardiff negli Anni Novanta, una produzione studentesca in cui il fantasma se ne stava dietro un canovaccio nero. Al momento giusto, un piazzato bianco illuminava l’attore, per dare l’impressione di un’immagine sfocata che emergesse dal buio. 

shakespeare, amleto, fantasmi, eleanor prosser, vincent price, john gielgud, laurence olivier, richard burtonOra, non è che questo ingentilimento e questa rarefazione dello spettro avessero eliminato del tutto l’opzione diavolo-cadavere-animato/posseduto, che ricompariva periodicamente nella forma di fantasmi-scheletri o fantasmi-zombi. E tuttavia, la tendenza ebbe uno sviluppo logico in altre direzioni: lo spettro scomparve del tutto quando i registi cominciarono a ipotizzare che non fosse un fantasma affatto – ma un caso di possessione, una proiezione dell’inconscio di Amleto o un sintomo della sua follia.

Per esempio, a New York nel 1964, John Gielgud diresse Richard Burton in una produzione quasi ghost-less: al momento fatale, un’ombra indistinta si proiettava sullo scenario, e Burton/Amleto faceva conversazione con la voce del regista in quinta – una soluzione di cui Gielgud era particolarmente orgoglioso. Ma la storica del teatro Eleanor Prosser era meno entusiasta:

Tutti i versi erano squisitamente salmodiati nel tono tremulo di un santo morente – tutti tranne quelli troppo spudoratamente rivoltanti oppure osceni. Quelli – la descrizione dell’avvelenamento e l’immagine della lussuria che si pasce di letame – erano cassati. Ma in queste produzioni moderne, abbiamo mai modo di essere davvero spaventati o scossi da quel che il Fantasma dice, e da come lo dice?*****

E poi, nel 1980, Vincent Price interpretò a Londra un Amleto interamente senza fantasma. Le battute del defunto babbo le diceva lui, con una voce diversa

[U]n grugnito tipo teatro Noh, che suonava come un tritarifiuti shakespeariano,

ricorda l’attore e regista shakespeariano Paul Whitworth, prima di esprimere tutta una serie di dubbi: c’è il fatto che scegliere proprio Vincent Price per una faccenda di (forse) possessione sembrava singolarmente poco sottile; c’è il non del tutto trascurabile particolare che anche Bernardo, Francesco, Marcello e Orazio vedono il fantasma senza che Amleto sia nei paraggi; c’è la conseguenza che così Amleto, anziché scivolare gradualmente nei guai di una causa che si presenta con qualche merito di giustizia, appare fin dall’inizio matto da legare e matto da legare rimane fino alla fine.

E non so quali e quanti Amleti abbiate visto in vita vostra, ma sono certa che le apparizioni del fantasma variavano attraverso tutta la gamma – a riprova del fatto che, se gli Elisabettiani non avevano le idee chiare in fatto di spettri, non le abbiamo del tutto nemmeno noi. Anima in pena, diavolo, follia, inconscio represso? L’ambiguità deliberata di Shakespeare in proposito lascia spazio alle interpretazioni – anche quelle che non avrebbero avuto un senso definito a cavallo tra Cinque e Seicento.

La cosa importante è che il Fantasma non è una pittoresca particina secondaria, né un comodo device letterario. Nato come espressione di un dilemma che la riforma protestante si trascinava dietro come le catene di Marley, rimane un fulcro concettuale di tutto il dramma: la risposta registica alla domanda “che cosa è il Fantasma?” la dice lunga su chi è Amleto – e su chi siamo noi che ne interpretiamo la storia. 

È davvero calzante, non credete, che proprio questo fosse il ruolo in cui Shakespeare saliva in scena a incontrare il suo pubblico? Supponendo che sia vero, naturalmente… ma questa è, in tutta probabilità, un’altra storia.

__________________________________________________________

* Tra l’altro, un temperamento malinconico (leggi depressivo, in modern parlance) esponeva particolarmente a questo genere di attacchi. Amleto, per dire.

** Per dire, Giacomo VI e I era un appassionato (e bilioso) demonologo, ossessionato da streghe, diavoli e apparizioni, su cui scrisse abbondantemente – e si capisce che l’opinione di un re tendeva a fare testo. Poi viene da chiedersi se, quando era ancora solo VI, detestasse il conte di Bothwell perché lo riteneva uno stregone, o se dicesse che era uno stregone perché lo detestava…

*** Disprezzo molto elisabettiano e riformato, si capisce.

**** Leggenda e il solito Aubrey vogliono che Shakespeare recitasse il ruolo del fantasma – dal che i biografi deducono che non dovesse essere un attore straordinariamente bravo, ma possedesse polmoni di tutto rispetto.

***** Eleanor Prosser, Hamlet and Revenge, 1971. (Traduzione mia)

scrittura

Gente nei Guai – un corso di scrittura

Parlando con C. mi è albeggiata in mente una cosa: sono secoli che non propongo Gente nei Guai, il mio corso di scrittura narrativa. E mi è albeggiato in mente anche questo: se lo rifacessi? Online?

Partendo dal presupposto che gli ingredienti fondamentali di ogni storia siano il conflitto e i personaggi, Gente Nei Guai propone una serie di teorie, principi, tecniche ed esercizi – strumenti per imparare a maneggiare gli elementi base della narrazione scritta.

L’idea è quella di otto incontri in cui esploreremo i misteri della struttura drammatica e del conflitto narrativo; costruiremo personaggi, li faremo agire e parlare; passeggeremo dietro le quinte della scrittura e analizzeremo i Grandi all’opera; passeremo al setaccio la pubblicità delle macchine da caffè e impareremo a misurare la tensione delle storie, delle scene e dei dialoghi…

In video-conferenza, una volta la settimana in orario serale.

Che ne dite? Se siete interessati, qui c’è la brochure, e per informazioni o adesioni, potete contattarmi qui.

 

 

Storia&storie

Differenze franco-inglesi: una ritrattazione

Ricordate come lamentavo, nell’ultimo post, la scarsa attitudine dei Francesi a dispensare informazioni storiche?

Ebbene, o Lettori, sono qui a rettificare nel più completo dei modi!

Perché il fatto si è che, lunedì stesso, ho deciso di provare a scrivere al Musée de Montreuil sur Mer – attraverso la mail di contatto trovata sul sito della Citadelle de Montreuil*. Confesso che non speravo granché in una risposta. Era più che altro l’ultimo tentativo prima di mettermi il cuore in pace e risolvere il Capitolo VI con qualcuna di quelle descrizioni che suonano meno generiche di quanto siano. You know what I mean.

E invece…

Invece, l’indomani, mail dalla Francia: mi scrive un gentilissimo signore, storico e guida in forza al museo – e non solo mi invia una dettagliatissima mappa di Montreuil nel 1565, ma anche una serie di possibilità per i movimenti di Tom nella città. Punti d’ingresso e uscita, luoghi utili, luoghi che all’epoca erano in (ri)costruzione… E un invito a non esitare se ho altre domande. E io di altre domande ne ho, e le pongo, e Monsieur G. risponde, paziente ed esauriente, e manda altro materiale… Alla fine ho capito i miei dubbi su cittadella, città alta e città bassa, so con ragionevole certezza dove va Tom, ho capito dove sbagliavo con i profili della città, e ho di che rendere il Capitolo VI non solo plausibile e accurato – ma, si spera, tridimensionale. Di nuovo: you know what I mean.

E quindi ritratto quel che ho scritto a proposito della scarsa disponibilità dei Francesi – o quanto meno della sua qualità di carattere nazionale. Il mio amico L. suggerisce la possibilità che sia anche una questione di dimensioni, e che le istituzioni medio-piccole siano più disponibili di quelle grandi – e non è impossibile che sia così. Quel che è certo è che a Montreuil sono gentilissimi, più che disposti ad assistere il romanziere straniero in cerca di dettagli, pieni di entusiasmo, generosi con il loro tempo e la loro conoscenza. Quindi… che dire? Grazie mille, Monsieur G. È stato veramente un piacere!

__________________________________________________

* L’altra volta ho scordato di dirvelo, ma Montreuil-sur-Mer, se vogliamo una connessione letteraria, è la cittadina di cui Jean Valjean diventa sindaco nei Miserabili.

 

anglomaniac · romanzo storico · scribblemania · Storia&storie

Di terze stesure, scadenze, e differenze franco-inglesi

Ieri sera, con un giorno di ritardo e una certa sorpresa, ho inserito nel taccuino rosso dedicato a Road to Murder il calendario mensile di novembre – una faccenda che è per metà un ruolino di marcia, e per metà resoconto quotidiano di quel che faccio (o non faccio).

E dico che l’ho fatto con una certa sorpresa perché… novembre! Un mese alla scadenza. Un mese alla consegna. Ancora quasi tutto un mese. Solo un mese… oh dear! Sì, ecco. Sto lavorando sulla terza stesura – in realtà, più che altro, una serie di aggiustamenti e la dannata Montreuil sur Mer – e non so più troppo bene se sono indietro, avanti o a un punto ragionevole…

No, davvero: non lo so più. Va a tratti. Immagino che dipenda dalla quantità di tè assunto, dal meteo, dalla dannata Montreuil…

E sia ben chiaro, non ho nullissima contro Montreuil sur Mer – se non il fatto che in rete non se ne trova una pianta cinquecentesca a nessun patto. O finora io non l’ho trovata e non la trovo, e in fondo dovrei solo capire un paio di cose su come erano rispettivamente piazzate e distribuite cittadina e cittadella… e sapete la cosa peggiore? Che i Francesi non sono di nessun aiuto.

Voglio dire: avete un dubbio su come fossero fatte le navi che nel tardo Cinquecento facevano la spola tra Dover e Calais trasportando merci e qualche passeggero per arrotondare? Vi domandate cose come il tipo di costruzione, il numero di alberi e cose così – e, per quanto cerchiate, trovate ben poco di consclusivo, che sia contemporaneo o moderno? Ebbene, quel che fate è scrivere a qualcuno di inglese o di americano. Può essere uno storico che tiene un blog, il curatore di un museo navale, il webmaster di un sito che traccia le rotte commerciali in età Tudor… Scrivete una piccola mail cortese in cui spiegate il vostro dubbio, raccontate a che punto siete riusciti ad arrivare da soli, e formulate la vostra domanda – e… nel giro di qualche giorno, ecco che arriva la risposta!  Nella più blanda delle ipotesi, vi indirizzano verso qualche libro o archivio online – ma di solito offrono risposte dettagliate o, dove non ce ne sono, ipotesi ragionate. E vi salutano augurandovi buona fortuna per il romanzo e sperando di essere utili… Ed è meraviglioso.

Però funziona solo con gli Anglosassoni.

Provate a fare lo stesso con un museo, un archivio o un’associazione culturale francesi. Provate pure – ma non aspettatevi nulla. Nemmeno una risposta per dire che non vi possono aiutare. E non sto facendo l’anglomane ossessiva – è che, per esperienza diretta e recente, è proprio così. In fairness, dirò che una volta, una ventina abbondante d’anni fa, ho avuto risposta – cartacea e dettagliata – dal Musée des Guerres de Vendée di Cholet. Una volta. Più di vent’anni fa. Fine.

Quindi sì, forse sono un’anglomane ossessiva – ma dopo tutto ho le mie ragioni. Ecco.

E adesso torno alla mia terza stesura, e a cercare notizie sulla Montreuil del tardo Cinquecento, e a cercar di capire se sono indietro, avanti o, dopo tutto, nessuna delle due cose.

Vi farò sapere.

teatro

Chiusi – di nuovo

Non so, immagino che fosse solo questione di tempo – ma non per questo ci ha fatto meno male…

A partire da oggi i teatri sono chiusi di nuovo, per un mese. Almeno per un mese. Francamente, nella situazione in cui siamo, è difficile dire come potranno essere le cose di qui a quattro settimane, giusto?

E noi eravamo ripartiti da poco. Avevamo aperto la stagione, con un sacco di lavoro, spirito di adattamento e una buona dose di ottimismo. Tutto molto diverso da com’era stato fino al febbraio scorso – ma ce l’avevamo fatta, e Mai Stata sul Cammello stava andando bene…

Così abbiamo chiuso il sipario, spento le luci, riorganizzato prove e lezioni in teleconferenza. Perché l’intenzione è di non fermarsi affatto. Di mantenere in vita didattica e stagione – e benedetta sia la tecnologia che lo permette. E di riprendere alla fine di novembre con il Cammello, e portarlo fino a Santa Lucia, e poi il 18 dicembre debuttare con lo spettacolo successivo, che è Il Rumore delle Ali & l’Aviatore.

Per il momento il nostro amato Teatrino è chiuso – e, comunicazione di servizio, se avevate prenotato dei biglietti, sarete contattati in proposito – ma saremo pronti a riaprire nell’istante stesso in cui sarà possibile. A riaprire, a ricominciare, a riportare in scena l’umanità nelle sue sfaccettature, nei suoi timori e trionfi, e luci, e ombre…

Mai come adesso c’è bisogno di noi, non credete? E allora saremo responsabili e seguiremo le regole, com’è necessario – ma guardiamo avanti, al momento di aprire il sipario e accendere le luci.

Arrivederci in Teatrino, o Spettatori. Arrivederci a presto.

scribblemania

Stratigrafia Cartaceo-Narrativa

Allora, all’inizio della settimana scorsa ho iniziato a revisionare RtM – e ovviamente la prima cosa da fare è stampare la prima stesura e rileggere il tutto, perché questa non è cosa che si possa fare leggendo sullo schermo.

Ora, Holly Lisle, nel suo corso sulla revisione, raccomanda energicamente di stampare su carta bianca e nuova, per non avere nulla sul retro dei fogli che possa distrarre dal lavoro di revisione. E qui è il punto in cui confesso che, pur tendendo a dar retta a Holly in linea generale, c’è il fatto che la carta, gli alberi, il pianeta… E quindi no, non lo faccio quasi mai: se ho della carta di recupero, la uso – con buona pace di Holly Lisle.

E questa volta di carta di recupero ne avevo davvero parecchia, in seguito al più o meno recente riordino dello studio. Anni e anni di carta di recupero, ben più di quanta ne occorresse per stampare le 182 pagine A4 della stesura in TNR corpo 12, con interlinea 1.5 e nessuna interruzione di pagina tra i capitoli. Centottantadue pagine – un discreto malloppo.

Ma il punto si è che Holly ha ragione, e quel che c’è dietro è un motivo di distrazione non indifferente – soprattutto quando si tratta di anni… no: di decenni di stampe miste assortite. Non vi fate idea di quel che è saltato fuori.

Anzi, ve la fate, perché ve lo dico:

– Scampoli della Fenomenologia dello Squarciacavoli, una delle mie non frequentissime incursioni in campo saggistico, germogliata da una serie di vecchi post qui su SEdS e, in realtà, mai andata da nessuna parte.

– Un paio di storie molto più recenti, due delle dodici scritte a cadenza mensile l’anno scorso.

– Pezzi di una stampa di quello che mi piace chiamare il mio primo tentativo di romanzo, e qui torniamo davvero indietro, considerando che ero ancora all’università. Bisogna dire che la mia stampante dell’epoca fosse alquanto inaffidabile, perché ci sono pagine illeggibili nella più irregolare delle maniere – paragrafi mancanti, righe saltate, file di punti o poco più…

– Il canovaccio della primissima presentazione del mio primo libro pubblicato: Lo Specchio Convesso, back in the day, ebbe un debutto piuttosto grandioso, al Monicelli di Ostiglia, con tanto di attori in costume rinascimentale che recitavano brani…

– Tre copie di una versione piuttosto iniziale del play tratto da Somnium Hannibalis. Una versione ancora abbastanza didattica… quando ero bloccata dall’idea del progetto per le scuole. Non ho idea del perché ne abbia tre copie, considerando che non è affatto quel che poi è andato in scena.

– Le prenotazioni di un albergo a Earl’s Court e di due biglietti al Noël Coward Theatre per Shakespeare in Love – insieme, per qualche motivo, alla prenotazione di una serata della Rassegna Estiva 2020 a Palazzo d’Arco.

– Le didascalie per una mostra iconografica virgiliana a cui ho collaborato per la buona vecchia BorgoCultura.

– Esercitazioni di Economia Politica. Uno degli esami che ho detestato di più all’Università. Si potevano prendere questi pacchi di vecchi esami per esercitarsi… Arrossisco un nonnulla nel confessare che apparentemente non ho nemmeno provato a risolvere un singolo problema.

– Moduli di richiesta per il passaporto e tre copie del modulo per la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. Tutti in bianco.

– La prima scena di un play su Clara Bow – stella del cinema muto negli anni Venti. Prima e unica, se ben ricordo. Però forse potrei pensare di andare avanti? La scena richiede lavoro, ma l’idea di fondo non era male…

– Pezzi del Romeo e Giulietta stampato per il primissimo Palcoscenico di Carta, quando eravamo ancora nella libreria Einaudi di Corso Vittorio Emanuele.

– La scaletta annotata per la conferenza sui malvagi di Malvagi, Amici & Amanti, il mio cicletto shakespeariano. Una versione potata e senza letture, by the look of it. Non saprei dire dove e quando.

– Tre pagine di brainstorming per un lavoro di copyediting.

– Pezzetti sparsi di una stesura di Sweet Ned.

– Un appunto a mano e a pennarello in cui ricordo a me stessa di chiamare Francesco e Simone per la Tempesta. Nove meno un quarto. Anche qui, se ben ricordo, si torna indietro di più di vent’anni.

– Una citazione di P.G. Wodehouse che dice: Non voglio vedere nessuno e non voglio andare da nessuna parte né fare alcunché. Voglio soltanto scrivere.

– Parte di  Di Uomini e Poeti, annotato a pennarello verde.

– L’inizio dei Promessi Sposi, preparato dal Professor Artioli per le letture manzoniane alla UTE. A me era stato assegnato Quel ramo del lago di Como…

– Quello che forse è un articolo sull’ormai dissolta associazione CLIC – stampato, chissà perché, in magenta.

– Una singola pagina di The Red Apple…

Quindi… quindi sì, Holly Lisle ha ragione. Se dicessi che questa carotatura per iscritto dell’ultimo paio di decenni della mia vita non mi ha occasionalmente distratta dalla revisione, mentirei. E però non sono dispiaciuta che sia accaduto. Spero che la distrazione non finisca col nuocere in qualche modo a RtM – ma d’altra parte, come si resiste alla tentazione di un viaggio nel tempo?

teatro

Campogalliani 2020/21

E come avevamo promesso, come speravamo, come abbiamo voluto fortissimamente, ecco qui la nuova stagione!

Abbiamo lavorato – e ancora stiamo lavorando – proprio tanto per questa stagione insolita, tutta nuova, che concilia le nuove necessità con la curiosità e l’integrità artistica di sempre… Come vedete, la faccenda è varia, in tutta la gamma tra il drammatico e il brillante, passando per il thriller psicologico di Amélie Nothomb, la memoria di Germaine Tillion e la storia natalizia di Forsyth. E (ma ne riparleremo a suo tempo), c’è anche la vostra affezionatissima… Ci sarà da ridere, sorridere, commuoversi e pensare; ci saranno genitrici terribili, sogni perseguiti a dispetto di tutto, paure profonde, miracoli, bugie, rovelli, e la volontà di vivere… a ben pensarci, ci sarà la vita, sul nostro piccolo palco, non trovate?

E, in questi tempi incerti, non c’è nulla di meglio da celebrare. È ora di ricominciare, o Spettatori. Noi ci siamo. Volete unirvi a noi?

***

Da un punto di vista pratico, si prenota:

1) Per telefono allo 0376325263 oppure via email all’indirizzo info@teatro-campogalliani.it – pagando con bonifico o direttamente alla biglietteria, almeno 4 giorni prima dello spettacolo;

2) Direttamente alla biglietteria, dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30.

Temo che non sia più possibile prenotare e poi pagare la sera stessa dello spettacolo – e la terza opzione, la biglietteria online, dovrebbe essere disponibile a giorni, ma vi faremo sapere.

Tutto ciò, naturalmente, è conseguenza delle misure anti-Covid vigenti, e per lo stesso motivo il numero di posti in platea è limitato rispetto agli anni scorsi. Vi consiglio di prenotare per tempo!

Se volete informazioni più dettagliate, trovate tutto sul nostro sito.

Vi aspettiamo in Teatrino!

 

 

romanzo storico · scribblemania

Piccolo Bollettino Estremamente Soddisfatto

Rejoice with me! Ho finito la prima stesura di Road to Murder!

Poco fa, con un paio di giorni di anticipo sul ruolino… dopo tutto, checché me ne paresse la settimana scorsa, mi sono data una mossa e sono giunta a conclusione. Tra parentesi, è per questo che oggi non ho postato sul serio e vi tocca soltanto questo PBES. E naturalmente tra qualche giorno si ricomincia con una seria campagna di revisioni – ma intanto… well, a dire il vero non scrivo mai la fatidica paroletta in fondo alle prime stesure – ma, se lo facessi, poco fa avrei potuto scriverla.

Ecco.

Volevo mettervi a parte.

Vado a festeggiare… non so con cosa di preciso (i famosi biscotti al cioccolato?) – ma vado a festeggiare.

Come dicevasi all’inizio: gioite con me!