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In memoriam: Giorgio Codognola

Credo che in pochi a Mantova non abbiamo almeno un ricordo di aver messo piede in Teatrino d’Arco e trovato Giorgio Codognola. Alla biglietteria o alla consolle, con le sue giacche di tweed e i suoi cardigan – Giorgio era lì, parte del teatro, una colonna della compagnia, l’uomo delle luci e tanto di più.

Giorgio conosceva ogni centimetro quadrato del Teatrino e dei suoi impianti – che aveva in buona parte costruito di persona – dei magazzini, del trovarobato… Volevate una poltrona a schienale alto, un tacchino, un pezzo di siepe? Si chiedeva a Giorgio – e lui sapeva. E discuteva con la puntigliosità di chi ha maturato le idee con l’esperienza. E lavorava, lavorava, lavorava, lavorava – tra un brontolio e l’altro, magari – ma indefesso e generoso. E saltava su come un leone in difesa del palco e degli impianti se facevate qualcosa di maldestro. E preparava sorprese di nascosto…

Come la macchina della neve montata in gran segreto, messa in funzione all’insaputa di tutti per il Canto di Natale del 31 dicembre, sull’ultima battuta dello Spirito del Natale Presente. Se eravate in platea quella sera, forse ci ricordate che, sulla scena, guardiamo in su, stupefatti e incantati… Ricordo di avere sbirciato verso la consolle allora, di avere visto Giorgio così compiaciuto e soddisfatto per la sua meravigliosa sorpresa! E più tardi a cena, da un tavolo all’altro: “Allora, Prezzavento – cosa dici della neve?”

Giorgio mi prendeva bonariamente in giro per la mia tendenza al ritardo,  e aveva una pazienza infinita nello spiegarmi perché un effetto di luci che avevo strologato non poteva funzionare – per poi trovarmi un’alternativa praticabile, ed era una miniera di aneddoti (“…magari ci scrivi un libro!), e faceva un delizioso sugolo, e raccontava la migliore storia di fantasmi di tutta la compagnia.

E mi aveva promesso di iniziarmi ai misteri dell’illuminotecnica… “Uno di questi giorni ci troviamo e cominciamo,” ci si diceva. Uno di questi giorni, come si fa sempre – e quel giorno non è mai venuto, né verrà mai più, perché quasi una settimana fa Giorgio ci ha lasciati, vittima di questo terribile virus che ha cambiato le nostre vite. Non si dovrebbe mai posporre nulla, vero? Mai rimandare. Mai dire “uno di questi giorni…”

Giorgio mancherà tanto. Mancherà alla Compagnia e al Teatro, per tutto il preziosissimo lavoro che faceva – alla luce e nell’ombra – e mancherà a tutti noi come l’amico che era.

Come congedo vi ripropongo la lunga intervista che mi aveva rilasciato in occasione del Settantesimo della Campogalliani. C’è molto di lui in questa chiacchierata sul d’Arco, sulla vita della Compagnia, sulla tecnica, sugli spettacoli, su avventure e disavventure… Davvero: c’è molto di lui. La trovate qui: prima parte e seconda parte.

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E in effetti mancava…

Mi si è fatto notare di recente che a Senza Errori di Stumpa mancava una pagina dedicata alle mie attività teatrali…

“Ma no!” ho detto – e invece è proprio vero. Da non dirsi, don’t you think? Tra tutte le cose che potevano mancare, si direbbe che una pagina sulle mie cose rappresentate dovesse essere l’ultima… E invece no. Sarebbe interessante mettersi a rimuginare di cecità selettiva, punti ciechi, cose che diamo talmente per scontate che nemmeno facciamo caso se mancano.

A voi capita mai, o Lettori? Che qualcosa sia talmente fondamentale nella vostra vita e nel vostro modo di pensare, che finite per considerarlo assodato e ovvio – non solo per voi, ma per tutti?

A parte tutto il resto, è apparentabile al rischio che si corre quando si scrive: noi sappiamo esattamente tutto quel che di non detto c’è dietro ogni singola parola. Lo sappiamo ancor più che esattamente, lo sappiamo in quel modo per cui a volte addirittura nemmeno sappiamo consciamente di saperlo. Non ci poniamo nemmeno il problema… Senza considerare che per il lettore non è necessariamente lo stesso. Ed è uno dei motivi per cui servono gli editor: un altro paio d’occhi che non danno per scontato quel che diamo per scontato noi scrivendo.

Ma mi sto perdendo per i prati, ed è inutile che cerchi giustificazioni: quando G. mi ha detto che la pagina non c’era, aveva tutte le regioni di stupirsi. Però adesso la pagina c’è: questa. E devo dire che metterla insieme è stato un interessante esercizio retrospettivo su quante cose e cosette sono andate in scena negli anni…

Consideratela un work in progress – un po’ perché conto di non avere affatto finito di vedere cose mie in scena, e un po’ perché la pagina in questione verrà arricchita un po’ per volta.

Intanto, non si può più dire che la pagina manchi. E grazie mille, G.!

considerazioni sparse

Tutto sospeso…

Teatro chiuso, scuola di teatro chiusa, eventi in libreria sospesi… Il debutto de Le Donne di Ravensbrück, previsto per l’altra sera, è stato rimandato, così come i rimanenti Lunedì del d’Arco – compreso il mio, che doveva andare in scena questa sera – e il nuovo Palcoscenico di Carta…

Non so voi – ma la mia agenda è una costellazione d’impegni cancellati, sospesi, rimandati sine die. Siamo, d’altronde, in Zona Arancione, questa specie di limbo virale, invitati pressantemente a non muoverci di casa, se non per necessità.

Mi confesso tra i fortunati: teatro a parte, editare, scrivere e tradurre son cose che si fanno tranquillamente da casa – e anzi, si son sempre fatte, nel mio caso di Partitina IVA. Seduti al computer di casa, si può quasi fare finta che non stia succedendo nulla di allarmante, nevvero?  Poi però quel che manca, e che lascia tutto questo tempo vuoto, sono prove, spettacoli, lezioni…

E allora si riordinano libri e carte, s’intacca la To Read List, si tolgono erbacce dal giardino, si accelera sui progetti in corso e se ne riconsiderano di accantonati, si spolvera, si rimugina sull’umana natura, si fanno piani per lo stagno – quando la temperatura consentirà di starsene con le mani nell’acqua fino al gomito…

E poi si attende.

È una strana vita, in molti modi. Chissà che aspetto avrà, vista da una distanza di venti, cinquanta, cent’anni? Come la racconteranno alla prole quelli che adesso sono pargoli in vacanza forzata? Ci sarà l’equivalente di un servizio del TG a dire “Cinquant’anni fa scoppiava l’epidemia di Coronavirus”…? Comparirà affatto nei libri di storia del secolo Ventiduesimo?

Voi che ne dite, o Lettori? Come credete che apparirà tutto questo, visto da lontano?

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Dimostrazione Scientifica

Image result for writing a card vintage illustrationDice Thomas Mann che “Uno scrittore è una persona per cui scrivere è più difficile che per gli altri.”

Quante volte, in occasione del consueto regalo di gruppo all’amico che si sposa, vi siete sentiti ingiungere “il biglietto lo scrivi tu!”, con l’implicazione che scrivere meravigliosi, originali, profondi biglietti augurali sia cosa da nulla per lo scrittore (più o meno aspirante) della compagnia?

E poi che succede? Che vi sedete alla scrivania con il dannato biglietto e una penna, fissate il primo e mordete la seconda, scartate idea dopo idea, cacciate il tutto nella borsa e ci pensate e ripensate, e nulla viene. Poi, nel momento meno opportuno, vi viene in mente qualcosa e lo buttate giù, salvo constatare che non vi piace del tutto e che adesso dovete procurarvi un altro biglietto. Allora cominciate a scrivere in brutta copia su un foglio A4, sostituendo verbi e modificando l’ordine degli elementi della frase, disperandovi a ricordare chi diavolo sia l’autore di quella citazione che potrebbe essere perfetta per l’occasione, cercando il giusto equilibrio tra spirito, affetto e sincerità…

“E allora, hai finito?” chiede ogni tanto qualcuno.

E la risposta è no, e allora comincia la pioggia di battute sulla Divina Commedia, voi v’innervosite, stracciate il foglio A4 in coriandoli molto piccoli e dite agli spiritosi che se lo scrivano loro, il biglietto. Seguono, in ordine sparso, ulteriori frecciatine sul temperamento degli artisti, suppliche e hints al fatto che il matrimonio è tra meno di una settimana.

Allora vi rimettete all’opera, producete tre versioni del biglietto d’auguri e, in un sussulto di buon senso, cassate le due più brillanti perché sono troppo brillanti, troppo letterarie per la vita reale.

Così vi resta quella elegante e semplice e affettuosa, quella che farà piacere agli sposi, quella di cui tutti i vostri co-donatori, nel firmare, penseranno “ero capace anch’io!”

E qualcuno ve lo dirà, anche. Ed è vero: qualcosa del genere lo avrebbero saputo scrivere anche loro, e in un decimo del tempo che ci avete messo voi. Qualcosa del genere.

Perché uno scrittore non è chi produce belle parole una dietro l’altra come con ispirata e rigogliosa facilità: lo scrittore cattura, plasma, cesella e intreccia le parole, evitando con ogni cura che la fatica e la tecnica siano evidenti nel risultato finale – ma la fatica e la tecnica ci sono. E disciplina, e rigore e numerose revisioni…

Per questo è più difficile.

Storia&storie

La Chiusura dei Teatri

Il 28 di gennaio 1593, in seguito al preoccupante aumento dei casi di peste a Londra e dintorni, il Privy Council, il consiglio privato della Regina, inviò una lettera alle autorità cittadine, ordinando la chiusura dei teatri fra molte altre cose.

“Riteniamo conveniente,” scrivevano i ministri di Elisabetta, “che ogni genere d’incontro e pubblica riunione per il teatro, i combattimenti degli orsi, le bocce e altri simili affollamenti sportivi siano proibiti.”

Il Consiglio ingiungeva al Lord Sindaco, alle corporazioni e alle parrocchie di pubblicare la misura per proclamazione, e di esercitare speciale vigilanza nei luoghi deputati all’esercizio di simili passatempi. Per chi avesse violato l’ordine, si disponevano l’arresto e la prigione…

A parte il sistema di applicazione… suona familiare? Quattrocentoventisette anni più tardi, sembra proprio che ci risiamo. Le autorità prendono precauzioni – forse non necessariamente le più sensate, ma quelle con cui sperano di contenere il diffondersi di un contagio sulla cui dinamica nessuno è poi troppo sicuro; i teatri si svuotano; la gente si procura i sacchetti di erbe medicinali da tenere davanti a naso e bocca; i barcaioli del Tamigi protestano per il mancato profitto; si isolano i focolai; si compilano liste di contagio e di decessi; si diffida di chi viene da fuori…

Col che non voglio minimamente apparentare il “nostro” virus alla peste bubbonica, e naturalmente sono passati quattro secoli e moneta, la conoscenza scientifica, le comunicazioni, la società sono enormemente cambiate – eppure certe cose…

Non finisco mai di restare affascinata dal modo in cui, per quanto tempo passi, certe cose non cambiano mai troppo.

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(E già che ci siamo, una comunicazioncella di servizio: anche al Teatrino d’Arco le rappresentazioni sono sospese fino a nuovo ordine)

 

 

 

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In Memoriam: Flavia Ferrari

Flavia era una forza della natura.

Non si resisteva a Flavia. Dovunque arrivasse portava il cambiamento, con la sua intelligenza, la sua energia, la sua competenza, la sua voglia instancabile di fare, la sua incapacità di tollerare ingiustizie, mediocrità e adagiamenti.

Quando qualcosa meritava la sua attenzione, Flavia ci metteva tutta se stessa. La famiglia, gli affetti, le amicizie, il lavoro, le passioni… Il Fiume (rigorosamente con la maiuscola), che aveva seguito di lavoro in lavoro; il suo paese, di cui conosceva ogni angolo, storia e volto; il nordic walking, che praticava e insegnava come uno strumento di libertà e di ripresa…

Di rinascita, quasi. Perché di fronte alla malattia, là dove tanti si sarebbero abbattuti, Flavia aveva inforcato i bastoncini e ritrovato il sorriso – e poi era diventata istruttrice per condividere i benefici con tante compagne di sventura.

Perché Flavia era così – non si abbatteva mai, non rinunciava, non sapeva cosa volesse dire arrendersi. Anche nei momenti peggiori, di fronte alle prove più dure come all’accumularsi dei piccoli grigiori quotidiani… Ce la posso fare, diceva. Ce la posso fare.

Invece qualche giorno fa è venuto il momento in cui non ce l’ha fatta. La battaglia di un decennio è finita – e sembra la più grande delle ingiustizie. Non sembra possibile che una persona così tremendamente viva non ci sia più…

Ma in realtà di lei c’è ancora tanto. Flavia è stata importante per tante persone che in lei hanno trovato un’amica, un’ispirazione, una trascinatrice, una persona da ammirare. Una persona così lascia tanto dietro di sé. Non se ne va mai del tutto.

Fiammeggiante, generosa, impetuosa, determinata e irresistibile – con il sorriso luminoso, la battuta sempre pronta e un coraggio infinito… È così che la voglio ricordare: mentre mi trascina a camminare alle sei del mattino, mentre propone un altro progetto, un altro viaggio, un’altra idea, mentre s’illumina raccontando del Fiume, mentre s’infiamma contro un’ingiustizia, mentre scoppia a ridere nel mezzo del caos più ingovernabile e dice con un luccichio negli occhi: Ce la possiamo fare.

Lunedì del D'Arco · Storia&storie

Viaggio al femminile con i Lunedì del d’Arco

E mentre io ero distratta dall’afterglow londinese, sono iniziati i Lunedì del d’Arco. Quest’anno si parla di viaggiatrici del passato – donne straordinarie che, tra Sette, Otto e Novecento, hanno infranto ogni genere di convenzioni per seguire il richiamo di orizzonti lontani…

Parliamo di un’epoca in cui, per una donna, viaggiare non era soltanto una questione di passaporti e di frontiere. Una viaggiatrice doveva superare ben più che i confini fisici di regni e imperi. C’erano i confini culturali e sociali del ruolo prescritto per una donna – e non era certo quello di viaggiare per curiosità e sete d’avventura.

E se è vero che fin dal Seicento le donne inglesi seguivano padri, mariti e fratelli in giro per l’impero, la figura della viaggiatrice – per così dire – in proprio è rara, e circondata da una serie di resistenze scritte e non scritte.

Nel secondo Settecento Jeanne Baret, di cui lunedì scorso si sono occupati Serena Zerbetto e Andrea Flora sotto la guida di Diego Fusari – dovette travestirsi da ragazzo per seguire il suo amante botanico nella spedizione Bougainville. Jeanne era determinata, intelligente, una botanica di grande talento a sua volta – eppure la legge non le consentiva d’imbarcarsi. Lei infranse la legge, varcò ogni genere di confini, scoprì migliaia di specie, circumnavigò il globo – e, a detta degli amici di Freudiana Libera Associazione che anche quest’anno ci accompagnano – per tutta la vita inseguì se stessa.

E anche noi, di Lunedì in Lunedì, seguiamo Jeanne e le sue sorelle ideali – viaggiatrici, esploratrici, sfidatrici di destini.

Stasera tocca a Freya Stark, la signora dei deserti – a cura di Maria Grazia Bettini.

L’appuntamento è per questa sera alle 21 al Teatrino d’Arco – ma vi rivolgo il consueto invito ad arrivare per tempo se volete trovar posto, perché non c’è prenotazione e i Lunedì sono popolari e affollatissimi.

Vi aspettiamo!

anglomaniac · Londra · posti

Sette Cose Londinesi

There’s no place like London… si canta in Sweeney Todd – e lasciate che ve lo dica: sono d’accordo. Lo sono nel modo in cui il giovane Anthony intende la faccenda, e non alla maniera del diabolico barbiere eponimo – ma forse non c’era tutto questo bisogno di spiegarlo, vero?

Di ritorno da tre giorni e mezzo a Londra, e ancora un po’ stordita dal vortice metropolitano, credo che me la caverò con una piccola lista di spunti, suggerimenti, scoperte, riscoperte, momenti memorabili in ordine sparso.

Andiamo a cominciar:

  1. Trovarsi sull’Isoletta proprio mentre si recidevano gli ormeggi con l’Unione Europea. Non che si sia visto molto in fatto di proteste o festeggiamenti – ma tanti Londinesi così afflitti per la Bexit, così ansiosi di farlo sapere. Il cassiere nel bookshop e la guida alla mostra sui tessuti antichi…  Scoprono di avere a che fare con dei continentali, e devono – proprio devono spiegare che loro avevano votato contro, che è un giorno buio, che non doveva succedere…
  2. Tre musical in tre giorni: la meraviglia, la perfezione, la musica, le interpretazioni stellari, le continue sorprese… Si torna bambini, si guarda incantati ad occhi tondi e bocca aperta. 
  3. La casa-museo dell’architetto e collezionista Sir John Soane a Lincoln Inn’s Fields, colma fino al soffitto (nel più letterale dei sensi) di collezioni d’arte e antichità. Un vero e proprio tuffo in un certo aspetto dell’età georgiana – quella dei collezionisti, degli artisti, dei professionisti-gentiluomini, dei classicisti appassionati, in ascesa social-professionale dopo essere stati grand-touristi low-cost in gioventù.
  4. Cream tea a Covent Garden: scones, clotted cream, marmellata di fragole, buona compagnia e musica dal vivo nella piazzetta…
  5. La mostra dei costumi al National Theatre. Non solo una certa quantità di magnifici costumi teatrali – ma anche strumenti di lavoro, appunti, schizzi, modellini, e frammenti di interviste a designers, sarti e guardarobieri che raccontano un appassionato lavoro creativo, pieno di fantasia e di tecnica superlativa.
  6. Simpson’s in the Strand, il ristorante che vanta il miglior roast-beef del mondo. Ora, non so se questo sia proprio vero – ma di sicuro era delizioso persino per una carnivora riluttante come me. E comunque il posto, arredato come un gentlemen’s club, tutto legni scuri, divanetti di pelle impunturata, legni scuri, argenti, quadri e stampe, ovattato, elegante, con un servizio attentissimo e discreto, è un’esperienza di per sé.
  7. Il capodanno cinese, con i coloratissimi leoni danzanti nelle hall degli alberghi e Soho illuminata da infinite ghirlande di lanterne rosse… e certa gente di vostra conoscenza che, camminando a naso in su, inciampa in una predellina di legno criminalmente abbandonata in mezzo al passaggio, prende il volo e atterra sul marciapiedi come un’anatra abbattuta. Yes, well. Also, una certa quantità di cinesi provvisti di mascherina, a ricordarci che non tutto è a posto.

Perché sì – mentre noi eravamo in giro per teatri e negozi, per musei e ristoranti, in buona e allegra compagnia, impegnati a bagolare di teatro, storia e carattere nazionale britannico, mentre ridevamo, ammiravamo e facevamo scoperte, tutt’attorno le cose succedevano. Uno strappo storico, un’epidemia, un attentato a Stratham… tutto insieme, tutto… .

Un singolare viaggio, non trovate? E una prova in più che davvero, nel bene e nel male, there’s no place like London.

Storia&storie · teatro

La Memoria in Scena

Quest’anno in Campogalliani attorno alla Giornata della Memoria abbiamo costruito un progetto più “lungo” del consueto – qualcosa che, tra gennaio e marzo, intreccia due testi diversissimi tra loro per tono, per idea, per origine. Diversissimi – eppure…

Da un lato c’è Processo a Dio, la spietata riflessione di Stefano Massini sulla domanda che, sotto molti aspetti, è La Domanda di tutta l’umanità.

Dov’era Dio, mentre tutto ciò accadeva?

“Dio è sotto processo da cinquemila anni,” dice il Rabbino Bidermann, in uno dei tanti momenti memorabili di questo dramma terso e tagliente. Non aspettatevi di uscire da teatro con delle risposte – e d’altra parte offrirne non è il mestiere del teatro. “Il posto delle domande è sul palcoscenico,” dice Jeffrey Sweet, “Ma le risposte si devono trovare in platea.” Ed è precisamente quello che fa la storia di Elga Firsch: solleva questioni vitali e potenti, e poi ci manda fuori scossi e pensanti. Il resto del lavoro è nostro.

Se non avete ancora visto Processo a Dio, c’è ancora tempo fino al 31: restano pochissimi posti – ma vale la pena di provare.

E poi ci sono le Donne di Ravensbrück, tratto dall’operetta-pastiche che l’antropologa francese Germaine Tillion scrisse per le sue compagne di blocco durante la prigionia nel campo di Ravensbrück… Un’operetta, sì. Perché di fronte all’orrore quotidiano, alla morte incombente, alla crudeltà insensata, Germaine e le altre si tenevano vive strappando al buio un sorriso, una canzone… Ne riparleremo più avanti, quando questo singolarissimo lavoro sarà pronto per la scena – ma per ora diciamo questo: il Processo e Ravensbrück, nella loro enorme diversità, si accostano alla perfezione. Non le due facce di una medaglia – perché la cosa è molto più complessa di così. Diciamo due tra le facce dello stesso prisma, piuttosto. E lavorare all’uno e assistere all’altro è stata (sta essendo) un’esperienza piena di fermenti e di commozione – e, una volta di più, di domande.

Ma anche un motivo di… ecco, è difficile parlare di ottimismo e di speranza a proposito di questo argomento – ma resta il fatto: attraverso le sue ore più buie, lo spirito umano continua a voler capire e a voler sorridere. L’umanità, o almeno parte di essa, non smette di pensare. E quindi, direbbe Cartesio, non smette di essere.

C’è consolazione in questo, non trovate?